Un giorno, nella via, la carrozza della signora Morse passò proprio
accanto a Martin. Lei salutò sorridendo, egli ricambiò il saluto e il
sorriso. L’incidente non lo sorprese punto. Un mese prima, ne sarebbe
rimasto disgustato o impacciato e avrebbe cercato di rendersi conto
del grado d’incoscienza della signora Morse. Ora, non ci pensò neppure
un minuto: lo dimenticò come avrebbe dimenticato la banca centrale o
City Hall, dopo essere passato davanti ad esse. Aveva il cervello in
subbuglio, con i pensieri che vi giravano senza posa, sempre nello
stesso cerchio. Al centro di questo cerchio le parole: «Ero lo stesso»
gli rodevano il cervello, come un verme tenace rode un frutto. Le
ritrovava svegliandosi, le udiva nei sonni; i più piccoli particolari
della vita erano percepiti attraverso quelle parole: «Ero lo stesso»;
cosicchè una logica implacabile lo indusse infine a concludere
ch’egli non era nulla, assolutamente nulla. Mart Eden, il giovinastro,
Mart Eden il marinaio, erano esistiti come tali; ma Martin Eden, il
«celebre» scrittore, non esisteva: Martin Eden, il celebre scrittore,
era un’illusione creata dall’immaginazione della folla. Ma egli non
vi si lasciava prendere: non era quell’idolo che la folla adorava e
al quale essa offriva il nutrimento in sacrifizio propiziatorio: egli
sapeva il perchè nascosto di ciò. Lesse degli articoli sul suo conto
e si stupì davanti ai ritratti nei quali fu incapace di scoprire la
minima rassomiglianza con se stesso. Egli era colui che ha vissuto,
vibrato, amato; colui il cui carattere mite e tollerante era pieno
d’indulgenza per le debolezze della vita; colui che, al suo posto sul
castello di prua di qualche nave, aveva navigato verso strani e lontani
paesi; oppure colui che, alla testa di una banda di malandrini, aveva
lottato in numerose risse. Egli era colui che tante migliaia di libri
in biblioteca avevano spaventato e fatto indietreggiare la prima volta;
e colui che s’era fatto strada tra essi e li aveva conquistati; era
colui, infine, che punse con uno sperone la carne nuda per scacciare
il sonno e lavorare oltre ogni limite di resistenza umana. Tutto questo
era; ma non quella specie d’orco dal mostruoso appetito che il pubblico
s’ostinava a voler inghiottire. Alcune cose nelle riviste illustrate lo
divertivano, però.
Tutti si disputavano la gloria d’averlo lanciato: il _Warren’s
Monthly_ annunziò agli abbonati che, essendo sempre in cerca di novità
letterarie, era stato esso a presentare, tra gli altri, Martin Eden ai
lettori. Il _Sorcio Bianco_, reclamò la priorità, e lo stesso fecero la
_Rivista del Nord_ e il _Makintosh’s Magazine_; ma il _Globo_ li fece
tacere riesumando, dei suoi numeri, quelli che avevano pubblicato i
«Poemi del Mare» così vergognosamente straziati. _Gioventù e Maturità_,
risorta senza aver mai pagato i debiti, e letta soltanto da giovani
provinciali, reclamò a sua volta. La _Transcontinental_ raccontò in
modo degno e convincente come avesse scoperto Martin Eden, prerogativa
questa che però le fu contestata con calore da _La Vespa_, che mostrò
a prova «La Peri e la Perla». Nella mischia, i modesti diritti di
Singletree, Darnley e C. sparvero interamente. D’altra parte, questa
casa che non aveva azioni in nessuna rivista illustrata, non seppe mai
rivendicare i suoi diritti.
I giornali discussero dei guadagni di Martin Eden: in un modo o in un
altro, trapelarono le magnifiche offerte di certe riviste illustrate;
dei degni pastori di Oakland gli fecero delle visite amichevoli, e dei
pitocchi di professione gli mandarono una valanga di lettere. Ma le
donne erano peggiori; le sue fotografie furono disseminate, e degli
scrittori s’occuparono della sua persona, descrivendo il suo rude
volto abbronzato, sfregiato, le sue larghe spalle, i suoi chiari occhi
tranquilli, e i suoi lineamenti emaciati, che definirono ascetici.
Egli pensò alla sua giovinezza battagliera, e sorrise. Spesso, tra le
donne che incontrava, questa o quella, lo guardava, lo valutava, lo
sceglieva.
Ma egli non faceva che riderne; ricordava la minaccia di Brissenden
e rideva di più; le donne non erano un pericolo per lui, di sicuro,
avendo superato il tempo critico.
Una sera, avendo accompagnato Lizzie alla scuola serale, si vide
fissato risolutamente da una donna elegante e graziosa. Quello
sguardo era un po’ troppo insistente e prolungato. Lizzie ne capì il
significato e si raddrizzò; furiosamente. Martin se ne accorse, come
s’era accorto della causa, e le disse che era avvezzo a quelle cose e
che se ne infischiava.
— Non dovreste infischiarvene! — rispose lei, con gli occhi lucenti di
collera. — Non è possibile; voi siete malato!
— Non sono stato mai così bene! Peso dieci libbre più d’una volta.
— Non parlo del vostro fisico, ma della mente. C’è qualche cosa che
non funziona bene, nella vostra macchina mentale. Persino io che sono
niente, lo vedo!
Egli camminava a fianco di lei, pensoso.
— Darei non so che cosa per vedervi liberato da questo malore! —
esclamò bruscamente. — Un uomo come voi dovrebbe provar piacere quando
si sente guardato così da una donna! Non è naturale. È cosa che va bene
per dei ragazzetti, ma voi siete un uomo. E, mi crediate o no, io sarei
felice il giorno in cui vi capitasse una donna che vi piacesse.
Quand’ebbe lasciato Lizzie alla scuola serale, ritornò difilato al
_Metropole_, e, giunto in camera sua, si lasciò andare su una grande
poltrona e si mise a fissare il vuoto, davanti a sè. Non era in
dormiveglia, non pensava a nulla: sentiva il cervello vuoto, e non
vedeva nulla, se non, di tanto in tanto, delle macchie colorate,
luminose che gli formavano delle immagini vaghe sotto le palpebre.
Egli le vedeva come in sogno, eppure non dormiva. A un certo punto si
raddrizzò e guardò l’ora; erano le otto precise. Egli non aveva nulla
da fare, ed era troppo presto per andare a letto. Poi il cervello gli
si vuotò nuovamente e altre immagini apparvero, e sparirono sotto le
palpebre. Queste immagini erano tutte uguali fra loro; rappresentavano
sempre delle masse di fogliame e di cespugli attraversati dai raggi
ardenti del sole.
A un tratto, un colpo alla porta lo fece sussultare. Pensò che si
trattasse d’un telegramma, d’una lettera... o fosse la stiratrice che
gli portava la biancheria. Poi, gli passò per la mente il ricordo di
Joe e si domandò dove potesse essere mai, mentre rispondeva:
— Avanti!
Pensava ancora o Joe e non si voltò neppure verso la porta, che si
richiuse dolcemente. Seguì un lungo silenzio. Avendo dimenticato
che avevano bussato, egli s’era immerso nuovamente nel suo torpore,
quand’ecco che ode un singhiozzo di donna, un singhiozzo cupo,
trattenuto, spasmodico. Allora si voltò e balzò in piedi.
— Ruth! — esclamò stupito, sconvolto.
Lei stava appoggiata alla porta; aveva il viso pallido e contratto
e una mano sul cuore, come per frenarne i battiti. Poi lei tese le
braccia verso di lui con aria supplichevole e fece un passo avanti.
Egli le prese tutt’e due le mani e sentì ch’erano gelide. Dopo averla
accompagnata alla poltrona, ne accostò un’altra e sedette sul bracciale
di questa. Era come paralizzato da un profondo impaccio. Nella sua
mente, quell’avventura era finita, seppellita; se per un colpo di
bacchetta magica, la lavanderia delle Acque Termali di Shelley fosse
stata trasportata di botto nell’Hôtel Metropole, presentandogli davanti
agli occhi il lavoro di una settimana di stiratura di biancheria,
certo non ne sarebbe rimasto annoiato. Parecchie volte fu sul punto di
parlare, senza riuscire a trovare la frase adatta.
— Nessuno sa che io sono qui, — disse Ruth con voce fioca e con un
sorriso supplice.
— Che dite?
Egli rimase stupito dal suono della propria voce.
Lei ripetè la frase.
— Ah, sì? — disse lui, domandandosi che cosa dire poi.
— Vi ho visto entrare e ho aspettato un po’.
— Ah, sì? — ripetè lui.
In vita sua, non s’era mai sentito così scarso d’idee.
— E allora siete entrata, — diss’egli finalmente.
Lei fece un piccolo gesto affermativo; i suoi occhi ebbero un lampo
maliziosetto, e sciolse la sciarpa che teneva avvolta al collo.
— Vi ho visto subito dall’altro lato del marciapiede, quando eravate
con quella ragazza.
— Sì? — domandò lui semplicemente. — L’accompagnavo alla scuola serale.
— Ebbene, non siete contento di rivedermi? — disse lei dopo un nuovo
silenzio.
— Sì, sì! — fece lui rapidamente. — Ma non avete agito un po’
leggermente, venendo qui?
— Nessuno lo sa. Volevo vedervi. Sono venuta per dirvi che sono
stata proprio sciocca; sono venuta perchè non ne potevo più, perchè
il mio cuore mi spingeva, perchè... perchè avevo bisogno di vivere.
— Lei s’alzò, gli si avvicinò, gli posò una mano sulla spalla, un
momento, ansante, poi gli scivolò fra le braccia. E poichè sentiva
che respingendola le avrebbe inferto la più grave ferita che una
donna possa ricevere, egli chiuse le braccia attorno a lei e la tenne
stretta contro di lui. Ma in quella stretta non c’era alcun calore,
alcun fremito. Lei gli era venuta tra le braccia, ed egli la teneva.
Ecco. Lei gli si rannicchiò addosso, poi gli passò le mani attorno al
collo e gli cinse la nuca; ma la carne di lui rimase fredda sotto la
solita carezza; egli si sentiva sempre più a disagio, estraneo ad ogni
conforto.
— Perchè tremate così? — le domandò lui. — Sentite freddo? Volete che
vi accenda il fuoco?
E fece l’atto di svincolarsi; ma lei lo strinse con maggior forza,
tremando violentemente.
— È un po’ di nervosismo, — disse lei battendo i denti. — Fra un minuto
passerà. Ecco! mi sento già meglio.
I suoi brividi diminuivano a poco a poco. Egli se la teneva sempre fra
le braccia, ma la sorpresa e il disagio erano venuti meno.
— Mia madre voleva che sposassi Charley Hapgood, — disse lei.
— Charley Hapgood! quel grammofono d’idee piatte! — gemette Martin... —
Poi aggiunse: — E ora, penso che vostra madre desideri che sposiate me.
— Non era una domanda, la sua: era l’affermazione d’una certezza.
— Lei non si opporrà più, lo so, — disse Ruth.
— Mi considera come un ottimo partito, senza dubbio?
Ruth fece segno di sì.
— Eppure non sono un fidanzato più conveniente ora, che non quando lei
volle rotto il fidanzamento, — disse lui pensoso. — Non sono mutato per
nulla; sono lo stesso Martin Eden: no! peggio: fumo più che mai. Non
sentite?
Senza rispondergli, lei posò le dita sulle labbra di Martin,
graziosamente, e attese il bacio che quel gesto le procurava, un tempo.
Ma il bacio non venne. Martin aspettò che lei avesse ritirato le sue
dita, e proseguì:
— Io non sono mutato: non ho «un’occupazione», non ne cerco, non ne
cercherò. E ho sempre la convinzione che Herbert Spencer è un nobile e
grande uomo, e che il giudice Blount è un asino calzato e vestito. Ho
pranzato da lui l’altra sera, e le mie idee al riguardo hanno avuto una
nuova conferma.
— Ma non avete accettato l’invito di mio padre, — disse lei con voce di
gentile rimprovero.
— Toh! lo sapete anche voi? L’aveva mandato vostra madre?
Lei tacque.
— È stata vostra madre: lo pensavo. Penso che sia stata anche lei a
mandarvi qui, non è vero?
— Nessuno sa che sia venuta, — disse lei protestando, — Credete che mia
madre me l’avrebbe permesso?
— Essa vi permetterebbe di sposarmi, questo è certo.
Lei lanciò un grido:
— Oh, Martin! come siete crudele! Non mi avete abbracciata neppure una
volta. Siete freddo come un marmo. Pensate a quello che ho osato fare!
— Lei lanciò uno sguardo intorno, tremando, ma con una certa curiosità.
— Pensate che sono qui, in camera vostra!
(«Vorrei morire per voi, morire per voi!» La voce di Lizzie cantava
ancora al suo orecchio).
— Perchè non avete avuto il coraggio di farlo prima? — interrogò
egli con voce aspra. — Quando non avevo nulla? Quando morivo di fame?
Quando ero nè più nè meno quale sono oggi, lo stesso uomo, lo stesso
artista, lo stesso Martin Eden?... Ecco la domanda che io mi rivolgo
da parecchi giorni, non riguardo a voi, ma in modo generale. Io non
sono mutato, vedete, sebbene l’improvviso apprezzamento del mio valore
da parte della gente mi porti continuamente a tranquillizzarmi al
riguardo. La mia carne è rimasta la stessa, e così le mie dita e il
volto. Io non ho acquistato maggior forza e neppure una qualità di più.
Il mio cervello è rimasto tale quale era: non ho neppure inventato più
nulla di nuovo in fatto di letteratura e di filosofia. Il mio valore
personale è precisamente uguale a quello che era prima, quando nessuno
voleva sapere di me. Perchè mi vogliono ora?... Questo mi disorienta.
È evidente che non è per me stesso, giacchè sono rimasto quale ero
quando non mi volevano: dunque è per una ragione esteriore, per una
cosa che non riguarda il mio _io_. Volete che vi dica che cos’è? La
consacrazione del mio talento da parte del pubblico; non altro; e
così, tutto il danaro che ho guadagnato e che continuo a guadagnare.
E perciò, a causa di questa consacrazione e di questo danaro, oggi mi
volete.
— Voi mi spezzate il cuore, — singhiozzò Ruth. — Sapete che vi amo, che
sono venuta perchè vi amo.
— Temo che non abbiate capito bene la cosa, — diss’egli con dolcezza.
— Voglio dire questo: giacchè mi amate, come va che il vostro amore
attuale sia così forte, quando il vostro amore di allora era così
debole, debole al punto da respingermi?
— Dimenticate tutto ciò e perdonatemi! — esclamò lei ardentemente. —
Io non ho mai cessato d’amarvi, ricordatevene! E sono qua, ora, tra le
vostre braccia.
— Ho paura d’essere un mercante pieno di diffidenza, attento al peso,
che si sforza di pesare il vostro amore, e temo d’accorgermi che il
peso non è giusto.
Essa gli si svincolò dalle braccia, si raddrizzò e lo guardò a lungo,
profondamente; fu sul punto di parlare, ma esitò e tacque.
— Sentite, vi spiegherò il modo di vedere le cose, — proseguì Martin. —
Prima, quando non avevo ricevuto la consacrazione ufficiale, fuori del
mio ambiente, nessuno si curava di me. Quando scrivevo i miei libri,
nessuno di quelli che lessero i manoscritti, si curò di me; anzi,
pareva che mi stimassero meno; pareva davvero che scrivendo commettessi
un atto perlomeno scorretto. E tutti mi dicevano; procuratevi il pane!
Lei fece un cenno di diniego.
— Sì, sì, — disse lui, — tranne voi. Voi mi dicevate: cercatevi
un’occupazione! La frase famigliare: procuratevi il pane. — come tante
altre parole che ho scritto, — vi urta: è brutale. Io vi rispondo che
anche a me sembrava brutale quando tutti me la gettavano in faccia,
come si raccomanda la buona condotta a una persona traviata. Ma io
divago.
La pubblicazione dei miei libri, l’accoglienza avuta dal pubblico,
hanno mutato la natura del vostro amore. Voi non volevate sposare
quel Martin Eden che era null’altro che Martin Eden; non l’amavate
così; oggi, il vostro amore s’è ingigantito, e io non posso non
concluderne che è cresciuto in proporzione del favore del pubblico che
ha consacrato il mio talento. Per voi non si tratta del mio danaro, lo
so, benchè sia sicuro che entra nel mutamento ch’è avvenuto nei vostri
genitori. Tutto questo, naturalmente, non mi lusinga molto; ma il
peggio si è che mi fa dubitare dell’Amore... del divino amore. L’amore
è dunque cosa tanto materiale che dev’essere nutrito di _rèclame_ e di
popolarità? Pare di sì. È un pensiero che mi ha assillato al punto da
farmi diventar quasi pazzo.
— Povera cara testa! — E lei stese la mano, gli passò dolcemente le
dita tra i capelli. — Lasciate stare tutti questi brutti pensieri.
Ricominciamo da capo. Io non ho mai cessato di volervi bene. Sì,
ho peccato di debolezza cedendo alla volontà di mia madre; non
avrei dovuto farlo, ma vi ho sentito parlare così spesso, con tanta
generosità, della fragilità dei poveri esseri umani! Stendetela su di
me questa carità... Ho peccato per ignoranza! Perdonatemi!...
— Oh, vi perdono! — diss’egli con impazienza. — Veramente non c’è
nulla da perdonare; ognuno opera come sa, e non può far di più.
Sarebbe come se vi domandassi di perdonarmi di non aver potuto trovare
«un’occupazione».
— Io credevo di far bene, — protestò Ruth. — Voi lo sapete. Vi avrei
amato se non avessi creduto di farlo pel vostro bene?
— Bene! ma credendo di far bene, voi volevate distruggere ciò che
forma la mia personalità. Sì! (Lei voleva interromperlo, ma egli glielo
impedì). Sì, voi avreste distrutto la mia letteratura, il mio avvenire.
La mia natura è improntata da realismo, e lo spirito borghese odia il
realismo, per vigliaccheria, per paura della vita. Voi avete fatto di
tutto per farmi temere la vita; voi mi avreste fatto diventar banale in
misura della vostra vita borghese, nella quale tutto è meschino, falso
e volgare.
Ella fece un gesto di protesta.
— La volgarità, — una volgarità cordiale, lo ammetto, — è la base
della cultura borghese e delle sue raffinatezze. Come vi ho detto,
voi volevate modellarmi a immagine dei vostri, secondo l’ideale della
vostra classe. (Egli scosse tristemente il capo). E anche in questo
momento non comprendete; le mie parole per voi non significano nulla
di ciò che cerco di mettervi. Per voi, si tratta di pura fantasia;
al massimo, vi disorienta, e vi diverte il fatto che questo giovane
selvaggio uscito da un abisso di fango si permetta di giudicare la
vostra classe e di considerarla volgare.
Essa appoggiò la testa contro la spalla di lui, con stanchezza, e
fu scossa da un nuovo tremito nervoso. Poichè rimaneva pensosa, egli
proseguì:
— E ora, volete ricominciare il nostro amore, volete sposarmi, mi
volete. Eppure, ascoltate, se i miei libri non fossero stati segnalati,
io sarei rimasto lo stesso!... Ma voi non sareste venuta. Sono tutti
questi libri, perdio...
— Non bestemmiate, — interruppe lei.
Il rimprovero lo fece ridere d’un riso amaro.
— Ecco! è proprio così, — diss’egli. — In un momento critico, quando
è in rischio ciò che voi credete la felicità della vostra vita, una
bestemmia vi fa paura, una bestemmia molto innocente, francamente!
Queste parole fecero sentire a Ruth la puerilità della sua
esclamazione; ma a lei parve che egli esagerasse e se ne ebbe a male.
Seguì un lungo silenzio. Lei rifletteva disperatamente, escogitando
il modo di riaverlo, mentre egli pensava disperatamente al suo amore
defunto. Egli non l’aveva mai amata veramente, ora lo sapeva; aveva
amato una Ruth ideale, una creatura eterea, uscita tutta quanta dalla
sua immaginazione, la musa ardente e luminosa dei suoi poemi d’amore;
la vera Ruth, quella di tutti i pregiudizî borghesi, segnata dal
marchio indelebile della meschinità borghese, quella, non l’aveva mai
amata.
Essa incominciò a parlare a un tratto:
— Io so che c’è molto di vero in ciò che mi dite: io ho paura della
vita; non vi ho amato abbastanza; ma ho imparato a capir meglio
l’amore. Oggi, vi amo come siete diventato, per ciò che siete. Vi
amo perciò, per tutto ciò che vi fa diverso da quella che chiamate
«la mia classe», e a causa di tutte le vostre credenze che io non
comprendo, ma che imparerò a comprendere, lo so. Io farò di tutto per
comprenderle. Su! fumate, bestemmiate; tutto ciò fa parte di voi e mi
piacerà per questo. Imparerò, vedrete! In dieci minuti ho già appreso
molto. Il fatto che mi sono arrischiata a venire sin qui è una prova
di ciò che ho già appreso. Oh, Martin!... — Essa gli si strinse addosso
singhiozzando.
Per la prima volta le braccia di lui la cinsero con tenerezza, e lei lo
ringraziò con un sorriso felice.
— Troppo tardi! — diss’egli. La frase di Lizzie gli tornò in monte. —
Sono malato — oh, non fisicamente!... ma la mia anima, il cervello sono
malati. Ho perduto il gusto di vivere. Tutto per me è lo stesso. Se
m’aveste detto questo pochi mesi fa, la cosa sarebbe stata diversa. Ora
è troppo tardi.
— Non è troppo tardi! — esclamò lei. — Vedrete! Vi proverò che il mio
amore è ingrandito, che tengo più ad esso che alla «mia classe» e a
tutto ciò che mi è caro! Io metto sotto i piedi tutti i pregiudizî;
la vita non mi fa più paura. Io abbandonerò mio padre e mia madre, e
i miei amici non oseranno più pronunciare il mio nome. Se volete, sono
vostra, da ora, felice e orgogliosa di essere la vostra amante. Se ho
tradito l’amore, voglio ora, per amor dell’Amore, tradire tutto ciò che
me l’aveva fatto rinnegare.
Lei si alzò, stette davanti a lui, radiosa.
— Aspetto, Martin... — mormorò. — Aspetto che voi mi vogliate.
Guardatemi.
Egli la guardò. La vide splendida. Essa riscattava davvero la sua
condotta passata, si mostrava finalmente una vera donna, superiore alle
leggi di ferro delle convenzioni borghesi. Era splendida, magnifica,
sublime. Eppure... che gli succedeva dunque? Ciò che lei faceva non
lo toccava nè lo commoveva; egli l’apprezzava freddamente, l’ammirava
cerebralmente; ma il suo cuore non aveva sussultato; egli non la
desiderava più. Nuovamente la frase di Lizzie gli tornò alla mente.
— Sono malato, molto malato, — diss’egli con un gesto disperato. —
Sino a qual punto, ora soltanto me n’accorgo: qualche cosa in me s’è
spenta. Io non ho mai avuto paura della vita, ma non avrei mai creduto
di poter essere stufo della vita. La vita m’ha talmente saturato
d’emozioni, che sono svuotato d’ogni desiderio di qualunque cosa.
Se potessi desiderare, desidererei voi. Vedete come sono malato! —
Egli rovesciò il capo e chiuse gli occhi; e come il fanciullo che,
piangendo, dimentica il suo dolore per spiare i cerchi luminosi che
danzano sotto le palpebre umide, Martin dimenticò la sua malattia, la
presenza di Ruth, tutto, per abbandonarsi alla visione di un’immensa
cortina di fogliame attraversato dai raggi del sole ardente, che si
formava e fiammeggiava sotto le sue palpebre. Quel sole troppo vivo
l’abbagliava, gli faceva male; eppure egli lo guardava... perchè?
Riacquistò coscienza di sè, al rumore della maniglia della porta. Ruth
se ne andava.
— Come farò a uscire? — disse lei, con voce di pianto. — Ho paura!
— Oh! chiedo scusa! — esclamò lui, saltando in piedi. — Sono fuori di
me, come vedete. Avevo dimenticato che siete qui.
Si toccò la testa col dito. — Vedete, non sto molto bene. Vi accompagno
io. Usciremo per la porta di servizio, e nessuno ci vedrà. Abbassate il
velo, e tutto andrà bene.
Essa gli si tenne aggrappata al braccio, lungo i corridoi male
illuminati, e l’angusta scalinata.
— Sono in salvo, — disse lei, quando furono sul marciapiede, e,
vivacemente, lei fece un movimento per svincolare il braccio.
— No, no, vi accompagno sino a casa, — rispose Martin.
— No, ve ne prego; è inutile, — disse lei.
E nuovamente essa tentò di svincolare il braccio.
Martin ebbe un barlume di curiosità: ora che lei era sicura, aveva
paura! Non aveva che un’idea sola: sbarazzarsi di lui, al più presto.
Egli rinunziò a comprendere la ragione di questo, che attribuì a
nervosità, e trattenendola sotto il braccio, dolcemente, continuò ad
accompagnarla.
Prima dell’angolo della via, un uomo si ficcò di colpo in un portone:
sebbene avesse il bavero alzato, fu riconosciuto da Martin: era Norman,
il fratello di Ruth.
Procedendo, Ruth e Martin, conversarono un po’: lei era come inebetita;
egli apatico. Egli le annunziò soltanto che partiva, ritornava nei
mari del sud, lei gli chiese scusa d’essere andata da lui. E non vi
fu altro. Si salutarono, si strinsero la mano, si dissero buona sera,
egli si tolse il cappello, poi la porta si rinchiuse con fracasso, egli
accese una sigaretta e tornò indietro. Nel passare davanti il portone
nel quale aveva visto sparire Norman, si fermò per affermare ad alta
voce:
— Lei mentiva! lei mi faceva credere che affrontava i peggiori rischi,
mentre sapeva benissimo che suo fratello, che l’aveva accompagnata,
l’attendeva per ricondurla a casa.
E diede in uno scroscio di risa.
— Oh, questi borghesi! Quand’ero povero, non mi si doveva vedere con
sua sorella; ora che ho un conto corrente in banca, è lui a condurmela.
— E già voltava i tacchi per andarsene, quando un vagabondo che seguiva
la stessa direzione, gli chiese l’elemosina.
— Sentite, datemi dieci soldi per dormire all’asilo notturno! — questa
voce fece voltare Martin. Un momento dopo, egli stringeva la mano di
Joe.
— Ti ricordi quando ci siamo lasciati alle Acque Termali? — disse
l’altro. — Ti ho detto che ci saremmo riveduti; lo sentivo. Ed
eccoci qua! — Tu hai un buon aspetto, — fece Martin, con accento di
ammirazione. — Sembri ingrassato.
— Ma sicuro, perdiana! — e la faccia di Joe era raggiante di gioia.
— Non sapevo che cosa volesse dire vivere, prima di fare il vagabondo.
Ora peso quindici libbre di più e sto benone, proprio benone. Perbacco!
mi mangiavo il sangue, a forza di lavorare, una volta! Fare il
vagabondo è una faccenda che mi va benissimo.
— Ma intanto sei costretto a cercarti un letto. — disse Martin,
celiando.
— E fa freddo, questa sera.
— Ah, neh! io cerco un letto! — Joe si frugò nella tasca dei calzoni
e ne trasse fuori una manciata di moneta spicciola: — To’! e questo? —
diss’egli trionfalmente. — Tu avevi un’aria _chic_, perciò ho tirato il
colpo!
Martin si mise a ridere, e si confessò vinto.
— Pochissimo per me, — dichiarò l’altro. — Non mi ubriaco più; sebbene
non vi sia nulla che me lo impedisca, se voglio. Mi sono ubriacato una
volta sola dacchè ti ho visto, e l’ho fatto apposta: perchè avevo la
pancia vuota. Quando lavoro come un bruto, bevo come un bruto; quando
vivo da uomo libero, bevo da uomo libero; un bicchiere di tanto in
tanto, quando mi salta in testa, e basta.
Martin gli diede convegno pel giorno dopo e rientrò nell’albergo.
Si fermò al _bureau_ per sapere la partenza dei piroscafi.
La _Mariposa_ sarebbe partita per Tahiti cinque giorni dopo.
— Telefonate domattina e fissatemi una cabina di lusso, — disse
all’impiegato. — Non sul ponte, ma in basso, all’esterno, da babordo.
Ricordatevi: a babordo. Segnatelo: sarà meglio.
Giunto in camera, si mise a letto e si addormentò come un bambino.
Gli avvenimenti della sera non gli avevano fatto alcuna impressione:
nessuna sensazione lasciava traccia nel suo spirito, ormai: quel guizzo
di piacere provato nel vedere Joe era durato un breve istante. Subito
dopo, la presenza dell’ex-lavandaio, la stanchezza della conversazione,
l’avevano annoiato. Anche il pensiero di partire fra cinque giorni, pel
suo caro Pacifico, non lo entusiasmava punto. Chiuse dunque gli occhi
e dormì normalmente, riposatamente, otto ore filate, senza muoversi,
senza sognare. Il sonno era l’oblìo, così che ogni giorno egli si
svegliava con rammarico. La vita era una noia spaventosa, per lui; e
tanto lunga, la vita!...