CAPITOLO XLIII.

Un giorno il signor Morse incontrò Martin al _bureau_ dell’_Hôtel

Metropole_. Martin non riuscì a capire chiaramente se Morse si trovasse

là casualmente, per affari, o se fosse andato con lo scopo d’invitarlo

a pranzo; ma inclinò verso questa seconda ipotesi. Il certo era questo:

ch’egli era invitato a pranzo dal signor Morse, padre di Ruth, che

gli aveva proibito di andare a casa, e aveva rotto il fidanzamento.

Martin non risentì alcuna collera, nè si rivestì della sua dignità; si

chiese, semplicemente, perchè il signor Morse s’abbassasse così, e se

ne sentisse l’umiliazione. E non rifiutò l’invito, ma rimandò la cosa

a tempo indeterminato, chiedendo notizie della famiglia, e di Ruth,

particolarmente. Il nome di lei gli venne alle labbra naturalmente,

senza esitazione; e rimase persino sorpreso di non risentirne la più

piccola stretta al cuore.

Martin ebbe molti inviti a pranzo, alcuni dei quali accettò; c’era

della gente che si faceva presentare a lui, per avere il piacere

d’invitarlo. Ed egli continuò ad essere impacciato di quell’inerzia

che diventava una cosa grave. Fu invitato a pranzo da Bernardo

Higgingbotham, e la cosa lo impacciò maggiormente. Ricordò i suoi

giorni di miseria disperata, quando nessuno l’invitava a pranzo; allora

ne avrebbe avuto bisogno, quando il bisogno era estremo, ed egli

correva rischio di crepare... Paradosso ridicolo! Quando aveva fame

nessuno gli dava da mangiare; ora che poteva satollarsi a piacere,

i pranzi affluivano da ogni parte. Perchè? Che cosa aveva fatto per

giustificare quel cambiamento? Egli era quello di prima. Il signor

Morse e sua moglie l’avevano condannato come fannullone, incapace,

e per mezzo di Ruth, gli avevano offerto un posto di commesso in uno

studio. I suoi meriti li conoscevano giacchè Ruth aveva fatto leggere

loro i manoscritti, da allora; erano gli stessi, precisamente quelli

che, dopo, avevano fatto il suo nome celebre. Dunque, quella celebrità

gli aveva procurato gl’inviti a casa loro.

Una cosa, intanto, era evidente: i Morse non si curavano nè di lui, nè

delle sue opere, ma si sentivano attratti dal suo trionfo attuale e —

perchè no? — dall’aureola delle cinque o seicentomila lire. In questo

modo la società apprezza gli uomini!... Perchè la cosa doveva essere

diversa per Martin? Ma tale trasformazione ripugnava al suo orgoglio;

egli voleva essere apprezzato per se stesso; pel suo lavoro, che non

era che l’espressione del suo _io_. Lizzie, lo amava per lui stesso;

agli occhi di lei la sua opera non contava. Jimmy il piombatore, tutti

i suoi compagni d’un tempo, lo amavano per lui stesso. Gliene avevano

dato la prova parecchie volte, dal tempo in cui egli era uno dei

loro; gliene avevano dato la prova ancora una volta, in quella famosa

domenica a Shell Mound Park. Poco importava ad essi della sua opera!...

Colui ch’essi amavano, colui che difendevano di fronte a tutti e contro

tutti era Martin Eden, semplicemente, cioè il loro compagno, un bravo

ragazzo.

C’era anche Ruth: che lei lo avesse amato per lui stesso, era

indiscutibile; eppure essa aveva preferito a lui la sua angusta

morale borghese. Essa aveva osteggiato le opere letterarie di Martin,

specialmente perchè — a quanto diceva — non gli procuravano denaro.

Del «Ciclo d’Amore» non aveva saputo dir altro. Anche lei lo aveva

supplicato di «formarsi una posizione»! Egli le aveva letto tutto ciò

che aveva scritto: poemi, saggi, novelle, «Wiki-Wiki», «La Vergogna

del Sole», tutto. E sempre, ostinatamente, lei lo aveva esortato a

diventar «serio», a trovare «un’occupazione»! Gran Dio! come se non

avesse lavorato, privandosi persino del sonno e del cibo, lavorato sino

a morirne, per innalzarsi sino a lei!...

E quell’inerzia seguitava a ingrandire. Egli godeva buona salute,

mangiava bene, dormiva bene, eppure quell’inerzia diventava

un’ossessione. «Ero lo stesso»: questo pensiero gli assillava il

cervello. Una domenica, a pranzo, seduto dirimpetto a Bernardo

Higgingbotham, egli dovette fare uno sforzo per non urlare: — Sono

quello di prima! Ed ora mi rimpinzate, e allora m’avete lasciato

morir di fame, m’avete chiuso in faccia la porta della vostra casa,

m’avete rinnegato, perchè non volevo «cercare un’occupazione». Ero lo

stesso, e tutto ciò che ho fatto era già fatto. Ora, v’interrompete

rispettosamente quando parlo io, mi ascoltate con la massima

attenzione, ammirate sperticatamente le minime parole che io pronunzio.

Vi dico che il vostro partito è putrido, e voi, anzichè adirarvi, fate

«hum» e «ah!» e riconoscete che c’è molto di vero in ciò che affermo.

E perchè? Non già perchè io sia Martin Eden, un buon ragazzo, non

totalmente idiota, ma perchè sono celebre, perchè ho del danaro, molto

danaro. Se vi dicessi che la luna è un formaggio verde, applaudireste,

o, perlomeno, non osereste contraddirmi, perchè sono ricco. E io sono

lo stesso d’allora, quando mi facevate rotolare nel fango, sotto i

vostri piedi.

Ma Martin si trattenne; questi pensieri gli rodevano il cervello senza

tregua, ma egli sorrise e riuscì a nascondere la tensione dei suoi

nervi. Poichè taceva, Bernardo Higgingbotham tenne lui conversazione,

e non l’abbandonò. Egli era un «self-made man», e sentiva tutto

l’orgoglio di esserlo; nessuno lo aveva mai aiutato; egli non doveva

niente a nessuno, e adempiva i suoi doveri di cittadino e di capo

d’una numerosa famiglia. La casa Higgingbotham era il monumento della

sua capacità e del suo indefesso lavoro. Egli sentiva per la casa

Higgingbotham quella tenerezza che altri provano per la moglie. Ed egli

aprì il suo cuore a Martin, rivelandogli la somma di intelligenza e

di perseveranza ch’era occorsa per fondar la ditta. Egli aveva anche

dei disegni ambiziosi; il quartiere diventava sempre più popoloso, e

il negozio era veramente troppo piccolo; se ci fosse stato più spazio,

egli avrebbe aggiunto una ventina di miglioramenti che avrebbero fatto

guadagnar tempo e danaro. E un giorno lo avrebbe fatto. Tutti i suoi

sforzi tendevano a questo scopo: avere il necessario per comperare

il terreno confinante e farvi un altro edifizio di due piani. Avrebbe

affittato il piano superiore, e i pianterreni dei due edifizî sarebbero

stati uniti al negozio Higgingbotham. Gli occhi gli lucevano, quando

egli parlò delle vetrine nuove che avrebbero compreso il tutto.

Martin ad un certo punto non ascoltò più; l’incessante ritornello;

«Ero quello di prima», che gli assillava il cervello sopraffaceva la

verbosità dell’altro. Questo ritornello lo rendeva pazzo, ed egli cercò

di sottrarglisi.

— Quanto vi potrà costare? — domandò egli ad un tratto.

Suo cognato s’interruppe nel bel mezzo del discorso circa la quantità

d’affari che facevano i negozianti del quartiere. Egli non aveva detto

quanto gli sarebbe costato tutto ciò, ma lo sapeva, avendolo calcolato

tante volte.

— Dato il costo del materiale, oggi, — disse, — si potrebbe farlo con

ventimila lire.

— Compresa la mostra?

— Non l’ho contata; ma, costrutta la casa, verrà da sè.

— E il terreno?

— Quindicimila lire.

Egli si chinò avanti, mordicchiandosi nervosamente le labbra, aprendo e

chiudendo macchinalmente le mani, mentre Martin scriveva uno _chèque_,

che gli porse poi: era di trentacinquemila lire.

— Io... io non posso dare più del sei per cento. — disse l’altro con

voce sorda.

Martin ebbe voglia di ridere, ma domandò semplicemente:

— Quanto verrebbe ad essere?

— Aspettate! al sei per cento, sono duemilacento lire.

— Un po’ più di settantacinque lire al mese, non è vero?

Higgingbotham fece un segno di assenso.

— Allora, se non trovate difficoltà, possiamo accomodare la faccenda

così (e lanciò uno sguardo a Geltrude): io vi lascio gl’interessi,

col patto che spendiate queste settantacinque lire al mese per la

biancheria, la cura della casa e la cucina. Queste trentacinquemila

lire sono vostre, se v’impegnate a permettere a Geltrude di riposare.

Accettate?

Il signor Higginbotham aveva la gola contratta; il pensiero che sua

moglie non si curasse più delle faccende domestiche riempiva d’amarezza

la sua anima sordida. Quel dono magnifico indorava una pillola che

non voleva andar giù. Sua moglie non avrebbe lavorato più! C’era da

arrabbiarsi.

— Benissimo! allora, — fece Martin, — pagherò io le settantacinque lire

al mese, e...

Egli fece l’atto di riprendersi lo _chèque_, ma Bernardo Higginbotham

se ne impadronì precipitosamente, esclamando:

— Accetto, accetto!

Quando Martin prese il tranvai, era stanco da piangerne. Egli alzò gli

occhi verso l’insegna del negoziante.

— Maiale! — borbottò. — Oh! che maiale! che maiale!

Allorchè il _Macintosh’s Magazine_ pubblicò la «Chiromante», adorna

d’illustrazioni di Berthier e di due incisioni di Wenn, Hermann von

Schmidt dimenticò d’aver considerato quei versi come osceni, e gridò a

tutti i cantoni che erano stati ispirati da sua moglie, fece in modo

da farlo sapere a un cronista e si lasciò intervistare da un estroso

giornalista accompagnato da un non meno estroso fotografo e da un

disegnatore di grido. Ne venne fuori, nel supplemento della domenica,

una pagina intera piena di fotografie e di schizzi di Marianna

idealizzata, di una folla di particolari intimi di Martin Eden e della

sua famiglia e del testo integro della «Chiromante» a grossi caratteri

ripubblicata col permesso del _Makintosh’s Magazine_.

La sensazione fu enorme nel quartiere, e delle brave massaie si

gonfiarono d’orgoglio perchè avevano relazione colla sorella del

grande scrittore, mentre quelle che l’avevano disprezzata sino a quel

giorno si affrettarono a rimediare all’errore. Hermann von Schmidt

rideva sornionamente nella sua botteguccia di riparazioni, e decise di

ordinare una nuova insegna.

— Sorprendente come _rèclame_ — diss’egli a Marianna. — E non costa un

soldo.

— Faremmo bene a invitarlo a pranzo, — suggerì Marianna.

E Martin andò a pranzo partecipandovi in compagnia di un grasso

macellaio in grosso, accompagnato dalla moglie più grassa di lui, gente

importante che poteva esser utile all’ambizioso Hermann von Schmidt.

C’era voluta l’attrattiva del celebre cognato per deciderli, come

anche pel direttore capo delle agenzie per la Costa del Pacifico della

bicicletta di marca «Asa», al quale von Schmidt desiderava far piacere

per ottenere la rappresentanza di questa marca in Oakland. Insomma,

era una buona fortuna avere Martin Eden per cognato, sebbene, nel

suo intimo, von Schmidt non potesse capirne la ragione. Nel silenzio

delle notti, mentre sua moglie dormiva, egli lottava, lottava con

gli scritti di Martin, per giungere alla conclusione che la gente

era pazza a comperare quella roba. Da parte sua, Martin capiva sin

troppo bene come stavano le cose, mentre, appoggiato allo schienale

della sedia, accarezzava con lo sguardo la testa del cognato, sognando

di schiacciargli con qualche pugno bene assestato la stupida faccia

ghignante di tedesco!

Però gli piaceva una cosa in lui: benchè povero e ambizioso, egli

aveva preso una serva per risparmiare le grosse faccende alla moglie.

Martin conversò col direttore delle agenzie «Asa» e dopo pranzo lo

trasse in un angolo, con Hermann, dichiarando che avrebbe assunto

l’accomandita del futuro negozio di biciclette e riparazioni di

Hermann, che doveva essere il più bello di Oakland. Fece di più, anzi,

ed esortò confidenzialmente Hermann a cercare un’agenzia di automobili

con _garage_, giacchè era in condizioni di far prosperare tutt’e due le

officine contemporaneamente.

Quando si lasciarono, Marianna, con le lacrime agli occhi, gettò le

braccia al collo di Martin dicendogli come l’amasse e quanto l’avesse

sempre amato. Questo sfogo fu interrotto, è vero, da un silenzio un

po’ imbarazzante, ch’essa però riempì con nuove lacrime, nuovi baci

e con balbettii incoerenti. Martin credette che lo facesse per fargli

dimenticare il tempo in cui aveva perduto la fiducia in lui e insistito

perchè egli trovasse «un’occupazione».

— È incapace di far economia del suo danaro, è evidente, — confidò

Hermann von Schmidt a sua moglie. — Quando gli ho parlato d’interessi,

sembrava impazzito, e m’ha dichiarato che se gli avessi riparlato della

cosa mi avrebbe rotto la mia sporca testa di tedesco. Proprio così: la

mia sporca testa di tedesco! Non importa; non è un uomo d’affari, ma è

un brav’uomo. Mi dà una gran bella spinta; ed è bello, da parte sua.

Gli inviti a pranzo piovvero da tutte le parti, e Martin seguitava a

stupirsene. Nel banchetto al _Club della Bohème_, egli fu il commensale

più notevole tra uomini noti di cui aveva sentito parlare tante volte,

in vita sua, e che gli raccontarono come, leggendo «L’Appello delle

Campane», nella _Transcontinental_ e la «Peri e la Perla», ne la

«Vespa», l’avevano immediatamente considerato come vincitore.

— Dio mio! e dire che durante quel tempo crepavo di fame e avevo

addosso dei cenci! — fece egli tra sè. — Perchè non m’avete invitato a

pranzo allora? Era il momento buono. Sono quello d’allora. E nè allora,

nè dopo fu detta una parola a proposito de «L’Appello delle Campane»

e della «Peri e la Perla». Ma no, ora non m’invitate perchè sono quel

che sono; m’invitate perchè tutti gli altri m’invitano, perchè così è

la moda. Voi m’invitate ora perchè siete degli stupidi animali, perchè

siete la folla, perchè, in questo stesso momento, il cieco e pecorile

capriccio della folla vuole accarezzarmi. Ah! come contano poco

Martin Eden e l’opera di Martin Eden in tutto questo!... — concluse

lui lamentosamente. Poi s’alzò e rispose spiritosamente a un _toast_

spiritoso.

E dovunque si trovasse, al _Club della stampa_, al _Club delle Carte_ o

a dei tè poetici, o nelle riunioni letterarie, dovunque, era ricordato

«L’Appello delle Campane» e «La Peri e la Perla», e il bene che ne

avevano subito pensato. E sempre, Martin si domandava, esasperato: —

Ma perchè non m’hanno teso la mano? ero lo stesso, «L’Appello delle

Campane», «La Peri e la Perla», non hanno cambiato neppure d’una

virgola: contenevano altrettanta arte, avevano lo stesso valore. Ma

del loro valore e della loro arte, voi ve ne infischiate. Voi ora mi

nutrite perchè la folla imbecille si disputa l’onore di nutrirmi.

Spesso, allora, vedeva a un tratto apparire, nel bel mezzo della

compagnia, un giovinastro con un soprabito troppo corto e un feltro

sull’orecchio. Questo gli accadde un pomeriggio, alla società _Ebell_

d’Oakland. S’avviava al palco e avanzava verso il pubblico, quando

vide entrare altezzosamente nel salone il giovinastro dal cappello

floscio sull’orecchio. Cinquecento donne eleganti si voltarono subito

per vedere ciò che Martin fissava con tanta intensità. Esse non videro

altro che il passaggio centrale vuoto, ma egli vedeva il robusto

giovanotto seguire, ciondolandosi, quel passaggio, e si domandò se

quello si sarebbe levato il cappello, sebbene sapesse che non era

avvezzo a farlo. Proseguì lungo il passaggio sino in fondo, e salì sul

palco. A Martin venne voglia di piangere su quel fantasma della sua

giovinezza pensando a tutta la sofferenza alla quale andava incontro;

poi, sul palco, andò diritto su Martin e scomparve. Le cinquecento

donne applaudirono dolcemente, per incoraggiare il grand’uomo timido

che era loro ospite, e Martin, scacciando quella visione dalla mente,

sorrise e cominciò la conferenza.

Il direttore delle scuole, degno vecchio, fermò Martin per la strada e

gli ricordò cordialmente certe scene avvenute nel suo ufficio, dopo le

quali Martin venne espulso dalla scuola, per le sue battaglie.

— Ho letto il vostro «Appello delle Campane», quando è apparso tempo

fa, — disse egli. — È degno di Edgardo Poe. È magnifico! Ho detto

leggendolo; — Magnifico!..

E Martin voleva rispondere: — Sì, nei mesi che seguirono, vi ho

incontrato due volte e avete fatto finta di non vedermi. Tutt’e due le

volte avevo fame, e andavo al Monte di Pietà. Ero lo stesso di oggi,

allora. E non m’avete riconosciuto. Perchè mi riconoscete oggi?

— Dicevo proprio l’altro giorno a mia moglie, — proseguì il degno

vecchio, — che sarebbe una buona idea quella di venire a pranzo da noi,

una di queste sere. Lei è dello stesso parere mio, dello stesso parere.

— A pranzo? — fece Martin, con accento così aggressivo, che l’altro ne

sussultò.

— Dio mio, sì, sì... a pranzo. Oh! bisognerà contentarsi in casa del

vostro vecchio direttore, eh? brigante! — fece egli, nervosamente, con

un timido tentativo di frecciata, che voleva essere gioviale.

Martin scese la via, con una specie di torpore addosso. Si fermò

all’angolo e diede uno sguardo vago in giro.

— Vorrei essere dannato, — mormorò, finalmente, — se il vecchio non ha

avuto paura di me!

Martin Eden(#73373) · 第 56 / 69 题