«La Vergogna del Sole» fu pubblicata in ottobre. Nel tagliare la
cordicella che legava una mezza dozzina di copie mandate in omaggio
dall’editore, Martin fu colto da pesante tristezza. Egli immaginò
quale sarebbe stata la sua gioia delirante, mesi prima, e la paragonò
all’indifferenza attuale. Il suo libro! il primo libro! E il polso non
gli s’era accelerato, ed egli non provava altro che cupa tristezza!
Che gl’importava, ormai?... C’era da aspettarsi del danaro,
evidentemente, ed egli non sentiva la passione del danaro.
Portò una copia in cucina e la porse a Maria, confusa e agitata.
— È mio, — le disse. — Ho scritto questo libro nella mia camera, e,
certo, le vostre buone minestre hanno molto contribuito. È vostro: un
semplice ricordo.
Egli era mosso dal pensiero di farle piacere, di renderla orgogliosa
di lui, di giustificare la fiducia che lei non aveva cessato di
manifestargli. Essa collocò il libro in salotto, accanto alla bibbia
famigliare, come una cosa sacra, feticcio dell’amicizia. Ecco una cosa
che attenuava la delusione di sapere il suo inquilino lavandaio; e
sebbene essa non capisse neppure un rigo del libro, sentiva oscuramente
che ogni frase ne era nobile e bella. Era una popolana, lei, semplice
e terra terra, ma aveva un cuore bennato. Egli lesse con la stessa
indifferenza le recensioni su «La Vergogna del Sole», che l’_Argo
della stampa_ gli mandava tutte le settimane. Il suo libro faceva
chiasso, era evidente; il portafogli si arrotondava. Egli avrebbe
potuto collocare Lizzie, liberarsi dei suoi impegni e avere ancora
tanto da costruirsi il castello di verzura; Singletree, Darnley e C.,
prudentemente, s’erano limitati a fare un’edizione di 1500 copie,
ma, dopo le critiche favorevoli, ne fecero una seconda di 3000,
poi una terza di 5000 copie. Una casa di Londra chiese il permesso,
telegraficamente, per un’edizione inglese; e si seppe, nello stesso
tempo, che in Francia, in Germania, in Isvezia, stavano preparando
delle traduzioni.
L’attacco alla scuola di Maeterlinck non poteva essere lanciato in
un momento migliore. Sorsero delle polemiche vivacissime: Salceby
e Haeckel erano per caso d’accordo nell’approvare e difendere «La
Vergogna del Sole». Crookes e Wallace si schierarono contro, mentre
Sir Oliver Lodge tentava una conciliazione in conformità delle sue
teorie cosmiche. I discepoli di Maeterlinck si strinsero attorno
allo stendardo del misticismo. Chesterton provocò un riso universale
pubblicando una serie di saggi scritti da avversarî pazzi furiosi. Ma
tutti, partigiani e nemici, furono schiacciati da una nota fulminante
di Giorgio Bernardo Shaw. Inutile dire che l’arena era zeppa di
combattenti meno illustri, che però non sollevarono meno polvere e
facevano un chiasso e una confusione spaventose.
«È un prodigio assolutamente sbalorditivo, — scrisse a Martin la Casa
Singletree, Darnley e C. — il fatto d’un saggio filosofico e critico
che si vende come un romanzo. Quest’opera è destinata a vincere tutti i
_records_.
«È qui incluso il duplicato d’un contratto per la vostra prossima
opera. Vi preghiamo di osservare che abbiamo portato la vostra
percentuale al 20%, che è quasi il massimo che una casa editrice possa
offrire. Se l’offerta vi conviene, vi preghiamo di scrivere il titolo
del vostro libro nello spazio riservato su questo foglio. Quanto
all’argomento, vi lasciamo piena libertà: c’importa poco. Se avete
un lavoro già pronto, tanto meglio. Bisogna battere il ferro sinchè è
caldo.
«Appena riceveremo il contratto firmato, avremo il piacere di mandarvi
un anticipo di 25.000 lire, per darvi prova della nostra fiducia.
Vorremmo anche discutere le clausole di un contratto per parecchi
anni, — supponiamo dieci, — durante i quali il diritto esclusivo alla
pubblicazione di ogni vostra opera in volume sarebbe riservato a noi.
Ma di questo, un’altra volta.»
Martin mise la lettera da parte e, abbandonatosi a un calcolo mentale,
concluse con questa scoperta, che 75 centesimi moltiplicati per
sessantamila facevano 45.000 lire. Egli firmò il contratto, ne riempì
lo spazio bianco col titolo «Il falò di gioia», e lo mandò agli
editori, con le venti novelle scritte un tempo. E, per volta di posta,
giunse lo _chèque_ di 25.000 lire di Singletree, Darnley e C.
— Volete venire con me in città, Maria, questo pomeriggio, verso le
due? — propose Martin la mattina. — O, meglio, trovatevi all’angolo di
Broadway con la 14ª strada, alle due. Mi troverete là.
Essa fu puntuale. La sola spiegazione che lei avesse trovata per quel
mistero fu la parola «scarpe», e la sua delusione fu grande, quando
Martin, sorpassando una grande calzoleria, la trascinò in un’agenzia
di compra-vendita d’immobili. Quel che avvenne poi fu come un sogno,
e tale le rimase nella mente, sino alla morte. Dei bei signori le
sorrisero con simpatia, mentre parlavano tra loro e con Martin, poi
una macchina da scrivere fece udire il suo ticchettio, delle firme
furono apposte appiè d’un documento imponente; il suo padrone di casa,
chiamato, firmò anche lui. E quando tutto fu finito ed essi furono
usciti, il suo padrone di casa le disse: — Ebbene, Maria, questo mese
non dovrete pagarmi le 35 lire! — Maria, sbalordita, non sapeva che
dire.
— Neppure il mese prossimo, nè il seguente, nè l’altro, — continuò il
proprietario.
Essa ringraziò, con incoerenza, come d’un favore. E solo quando
ritornarono a Nord Oakland, dopo aver conferito con amici e col
droghiere portoghese, essa capì ch’era diventata proprietaria della
casetta che abitava da tanto tempo.
— Perchè non comperate più nulla da me? — domandò il droghiere
portoghese a Martin, quel giorno, avvicinandolo, alla discesa dal
tranvai. Martin spiegò che non cucinava più, e dovette entrare a bere
un bicchiere. Egli osservò che quel vino era il migliore della cantina.
— Maria, — dichiarò Martin quella stessa sera, — vi lascio. E anche
voi tra breve andrete via di qui. Voi affitterete la casa ad altri e
ne riscuoterete la pigione. Mi avete detto che vostro fratello abita a
San Leandro, Haywards o altrove, non ricordo: gli direte di venirmi a
trovare. Sarò all’_Hôtel Metropole_ a Oakland. Egli s’ìntende di belle
fattorie e glie ne farò vedere una.
Così Maria divenne proprietaria d’una casa in città e d’una fattoria
in campagna, con due bifolchi per i lavori e un deposito in banca, che
aumentava di giorno in giorno; e tutta la sua prole era provvista di
scarpe e andava a scuola. Poche persone incontrano i buoni genî che
hanno sognato, ma Maria, che aveva lavorato sodo e aveva la testa dura
e non aveva mai sognato fate, trovò il suo spirito benigno in forma
d’un ex-lavandaio.
Intanto la gente incominciava a domandarsi: — Ma chi è, dunque, questo
Martin Eden? — Egli aveva rifiutata la sua biografia agli editori,
ma i giornali non si scoraggiavano per questo. Nella stessa Oakland,
i _reporters_ scovarono una quantità di persone capaci di fornire
delle notizie preziose, su chi era, e chi non era, tutto ciò che aveva
fatto e specialmente ciò che non aveva fatto; tutto ciò fu dimostrato
un giorno, pel più vivo godimento del pubblico, e accompagnato da
istantanee e da fotografie.
Dapprima il suo disgusto per le riviste illustrate e per la società
borghese fu tale e tanto, ch’egli tentò di lottare contro la
pubblicità; poi, per indolenza, finì col cedere. Pensò che non poteva
respingere i corrispondenti che venivano da lontano a trovarlo. Poi,
siccome i giorni erano lunghi, ora che non li impiegava per lavorare
e scrivere, bisognava pure ammazzare il tempo in un modo qualunque.
Cedette a ciò che egli considerava un soffocamento, concesse delle
interviste, espresse delle idee sulla letteratura e sulla filosofia, e
accettò persino degl’inviti nelle famiglie borghesi. Egli si adagiava
in un nuovo stato d’animo strano e comodo; tutto gli era indifferente.
Perdonò a tutti, persino al giovane _reporter_ sculacciato che aveva
fatto di lui un anarchico militante, e al quale concesse una pagina
intera, con fotografia speciale.
Vedeva di tanto in tanto Lizzie, alla quale dispiacevano le nuove
grandezze di Martin, giacchè quegli onori aumentavano la distanza che
li separava. Con la speranza di accorciarla, forse, essa si lasciò
persuadere a seguire i corsi serali e a farsi fare i vestiti da una
grande sarta che si faceva pagare in modo favoloso.
Essa faceva progressi di giorno in giorno, al punto che Martin finì
col domandarsi se egli faceva bene a comportarsi così, sapendo che
tutto ciò che lei faceva, lo faceva con la speranza di piacergli. Essa
cercava di acquistar valore agli occhi di lui, d’un genere di valore
ch’egli sembrava apprezzare. Eppure, egli non le dava alcuna speranza,
la trattava in modo veramente fraterno, e la vedeva di rado.
«Troppo tardi» fu lanciato dalla Società Ed. Meredith-Lowell, con
la massima popolarità; essendo esso un romanzo, il prezzo di vendita
fu molto maggiore di quello de «La Vergogna del Sole». Passavano le
settimane, ed egli manteneva il _record_, senza precedenti, d’avere
due libri di gran successo in vetrina, nello stesso tempo, giacchè
gli ammiratori de «La Vergogna del Sole», erano ugualmente attratti
dall’enciclopedica padronanza con la quale aveva trattato il suo
romanzo d’avventure marinaresche. Nell’uno aveva combattuto la
letteratura mistica, con rara efficacia; nell’altro aveva svolto con
rara facilità i principî ch’egli bandiva, provando così la versatilità
del suo genio e rivelandosi, insieme, critico e creatore.
Il danaro, la celebrità, affluivano verso di lui; come una cometa
egli splendeva nel cielo letterario, e il successo ch’egli creava lo
divertiva, più che non lo interessasse. Una cosa sola lo stupiva, —
una cosa da nulla. Parecchia gente sarebbe rimasta perplessa, se avesse
potuto dubitare del suo stupore: il giudice Blount lo invitò a pranzo!
Questo piccolo incidente gli doveva poi diventare una grande cosa nella
mente. Egli aveva insultato il giudice, l’aveva maltrattato in modo
odioso, e, il giudice, incontratolo per la strada, l’aveva invitato
a pranzo!... Martin enumerò le numerose occasioni capitate al giudice
Blount in casa dei Morse, per invitarlo a pranzo; allora non l’aveva
fatto. Perchè non l’aveva invitato allora? Eppure egli, Martin, non
era mutato in nulla; era lo stesso Martin Eden. Quale differenza c’era
dunque d’allora a ora? Il fatto che le sue opere erano state stampate?
Ma le aveva già scritte proprio quando il giudice, seguendo il parere
di tutti, rideva delle idee di lui e di Spencer. Dunque, non a causa
del suo valore reale, ma a causa d’un valore puramente fittizio, il
giudice Blount lo invitava a pranzo! Martin ghignò e accettò l’invito,
pur meravigliandosi della sua magnanimità. E a quel pranzo, di cui
Martin fu il beniamino, e al quale partecipavano una mezza dozzina di
persone altolocate, con le loro mogli, il giudice Blount, caldamente
sostenuto dal giudice Hanwell, supplicò Martin di far parte dello
«Stige», _club_ ultra-aristocratico, di cui facevano parte non solo i
ricchi ma i grandi ingegni.
Martin non accettò, e rimase più che mai stupito. I suoi manoscritti
partivano l’uno dopo l’altro, tutti; egli era sopraffatto dalle
richieste degli editori. Avevano scoperto ch’egli era uno stilista e
un pensatore insieme. La _Rivista del Nord_, dopo aver pubblicato «La
Culla della Bellezza», gli aveva chiesto una mezza dozzina di saggi del
genere; ed egli l’avrebbe fatto, se il _Burton’s Magazine_, avido di
speculazione, non gliene avesse chiesti cinque, a 2500 lire l’uno. Egli
rispose che accettava, ma, ricordando che tutti i manoscritti erano
stati rifiutati freddamente, bestialmente, sistematicamente, dalle
stesse riviste illustrate che ora l’imploravano, chiedeva 5000 lire
per saggio. Essi gli avevano fatto sudare sangue e acqua, un tempo; ora
toccava a lui marchiarli a fuoco!
E il _Burton’s Magazine_ accettò quel prezzo, e i quattro saggi che
rimanevano furono presi, con le stesse condizioni, dal _Makintosh’s
Monthly_, essendo _La Rivista del Nord_ troppo povera per sostenere
le spese. Così furono sparsi pel mondo: «I Grandi Sacerdoti del
Mistero», «I Cacciatori di chimere», «La misura dell’Io», «La filosofia
dell’illusione», «Dio e fango», «L’Arte e la Biologia», «Critiche e
prove», «Polvere di stelle» e «La dignità dell’usura», che scatenarono
tempeste difficilmente placate.
Degli editori gli scrissero pregandolo di fissare egli stesso il
compenso, ed egli ciò fece, ma sempre per opere già scritte. Rifiutò
nettamente di occuparsi di qualsiasi lavoro nuovo; il pensiero di dover
mettere del nero sul bianco ancora lo faceva diventar pazzo furioso.
Aveva visto Brissenden ridotto a brani dal pubblico, e sebbene non
fosse lo stesso per lui, — chè anzi il pubblico lo acclamava, — non
s’era ancora rimesso dalla scossa avutane, e non poteva far altro che
disprezzare quel pubblico. La sua popolarità gli sembrava un’onta, e un
tradimento di fronte a Brissenden. Col disgusto nell’animo, egli decise
di seguitare a ingrossare la sua provvista di danaro. Ricevette dagli
editori delle lettere così concepite:
«Circa un anno fa dovemmo con rincrescimento rifiutare la vostra serie
di poemi d’amore: non perchè non ci avessero colpito, ma per impegni
già presi che c’impedivano allora d’accettarli. Se li avete ancora,
saremmo felicissimi di pubblicarli interi. Fissatene pure il prezzo.
Noi saremmo ugualmente dispostissimi a farvi delle offerte molto
vantaggiose per raccoglierli in volume da pubblicare».
Martin ricordò la sua tragedia in versi liberi e la mandò in vece dei
«Poemi d’amore», dopo averla riletta. Gli pareva degna, al massimo,
d’un dilettante presuntuoso e senz’alcuna traccia di personalità; ma
la mandò, ed essa fu pubblicata, a eterno rimpianto dell’editore. Il
pubblico ne fu indignato e stupito; dal nobile talento di Martin Eden
a quel pasticcio insipido, c’era un bel divario. Si affermò che egli
non l’aveva scritta, che la rivista illustrata l’aveva plagiata in
modo molto grossolano, oppure che Martin Eden, plagiando Dumas padre,
faceva scrivere le sue opere da un altro, ora ch’era all’apogeo del
successo. Ma, quand’egli ebbe spiegato che quella tragedia era un’opera
giovanile e che la rivista illustrata aveva implorato per averla, fu
un formidabile scoppio di risa a spese della rivista, che fu costretta
a licenziare il suo redattore capo. La tragedia non ebbe gli onori
della pubblicazione in volume, sebbene Martin avesse già ottenuto gli
anticipi concessigli.
Poco tempo dopo, Martin ebbe dal _Coleman’s Weekly_ un lungo telegramma
di circa 1500 lire, col quale gli si chiedevano venti articoli a 5000
lire l’uno. Doveva viaggiare attraverso gli Stati Uniti, a spese del
giornale, e scegliere gli argomenti che gli sembravano interessanti
in un certo ordine d’idee, di cui gli si dava la lista e senz’altra
condizione se non di limitarsi agli Stati Uniti. Martin non accettò
e telegrafò, con porto assegnato, il suo rincrescimento. «Wiki-Wiki»
pubblicato nel _Warren’s Monthly_ ebbe un successo fulmineo. Apparve
subito in un magnifico volume, splendidamente edito e illustrato, le
cui copie si vendettero come si trattasse di leccornie. La critica
fu concorde nel dichiarare che «Wiki-Wiki» non sfigurava accanto ai
capolavori di due grandi scrittori classici: «Il diavoletto nella
bottiglia» e «La pelle di zigrino».
Il pubblico però accolse la serie dei «Falò di gioia» con alquanta
freddezza; l’audacia di queste novelle così assolutamente fuori d’ogni
convenzionalismo urtò la morale ed i pregiudizî borghesi; ma quando
si seppe che la loro traduzione otteneva a Parigi un folle successo,
il pubblico inglese e americano seguì la corrente, e le copie furono
vendute in tale quantità, che Martin obbligò la solida Casa Editrice
Singletree, Darnley e C. a dargli il venticinque per cento per un terzo
libro e il trenta per cento pel quarto. Questi due volumi comprendevano
tutte le novelle già pubblicate nelle riviste e nei giornali in corso
di pubblicazione.
Martin emise un sospiro di sollievo, quand’ebbe fatta la cessione
dell’ultimo manoscritto: il castello di verzura e il bel _yacht_
bianco s’avvicinavano a vista. Ebbene! aveva avuto ragione, in fondo,
contro il parere di Brissenden, che affermava che nessuna opera di
valore poteva aver successo presso le riviste illustrate. Il successo
che aveva ottenuto dimostrava il contrario. Eppure, gli sembrava
confusamente che Brissenden avesse ragione, tuttavia. «La Vergogna
del Sole» era stata la causa prima del successo, molto più che il
resto del suo bagaglio letterario, di cui nessuna rivista aveva
voluto mai sapere. Senza «La Vergogna del Sole», egli sarebbe rimasto
ignoto: e c’era voluto un vero miracolo perchè «La Vergogna del Sole»
ottenesse tanto. Singletree, Darnley e C.º erano là ad attestarlo:
essi ne avevano dapprima fatto un’edizione di 1500 copie, dubitando
di poterla smerciare. La loro esperienza era notoria, ed essi erano
rimasti confusi dal trionfo che n’era seguìto. Eppure il successo
c’era, e indiscutibile, per un colpo di fortuna unico, misterioso. Così
ragionando, Martin giunse a dubitare del valore della sua popolarità.
Era la borghesia che gli comperava i libri, gli riempiva d’oro le
tasche; ora, da quanto egli sapeva di essa, gli sembrava difficile
affermare ch’essa potesse apprezzare e comprendere quella specie di
letteratura. La bellezza intrinseca, la potenza delle sue opere non
esistevano per le centinaia di migliaia di persone che l’acclamavano.
Egli non era che il capriccio dell’ora, l’avventuriero che s’era
intrufolato nel Parnaso durante il sonno degli Dei. La folla lo
leggeva, lo portava alle stelle, con la stupida incomprensione con la
quale aveva sbranato «Effimero» di Brissenden. La torma dei lupi lo
leccava, anzichè sgozzarlo, ecco; era questione di fortuna. Una cosa
sola rimaneva evidente: «Effimero» superava di molto tutto ciò che egli
aveva scritto e tutto ciò che avrebbe potuto mai scrivere... Era dunque
quello proprio un misero tributo che la canaglia gli pagava, giacchè la
stessa canaglia aveva annegato «Effimero» nel fango.
Emise perciò un profondo respiro di viva soddisfazione, felice che
il suo ultimo manoscritto fosse venduto, vedendo così avvicinarsi il
momento in cui tutto sarebbe finito.