CAPITOLO XL.

Dormì d’un sonno pesante tutta la notte; la mattina fu svegliato dal

postino. Martin, stanco e senza slancio, diede uno sguardo indolente

alle lettere. Una rivista illustrata, alla quale chiedeva da un anno

il compenso che gli spettava, gli mandava 110 lire, ch’egli segnò

sul libro dei suoi conti, senza alcuna gioia. Era passata la gioia

febbrile dei primi _chèques_ ricevuti; era finito il tempo delle grandi

speranze. Ora, riceveva uno _chèque_ di centodieci lire per mangiare,

non altro. Con la stessa posta, un settimanale di New York gli mandava

uno _chèque_ di cinquanta lire, quale compenso di versi umoristici

pubblicati parecchi mesi prima. Ebbe un’idea, che egli considerò con

attenzione: poichè non sapeva che cosa avrebbe fatto, e non aveva

desiderio di fare checchessia, e, d’altra parte bisognava vivere e

pagare i numerosi debiti, non sarebbe stato un buon tentativo quello di

affrancare tutto il mucchio di manoscritti accumulati sotto la tavola,

mandandoli nuovamente in giro pel mondo? Ne avrebbero accettato forse

uno o due... così avrebbe potuto vivere.

Dopo aver riscosso gli _chèques_ alla Banca d’Oakland, comperò

cinquanta lire di francobolli, poi pensò alla colazione; ma il pensiero

di dover tornare a cucinarsi il pasto nella cameretta ingombra, gli

ripugnava, sebbene così facesse una seria economia. Andò dunque al

caffè del Foro, ordinò una colazione da dieci lire, diede due lire di

mancia al cameriere e comperò un pacchetto di sigarette egiziane da

lire due e cinquanta. Era quella la prima volta che fumava, dacchè Ruth

lo aveva pregato di non farlo più. Ma, a che scopo, ora, rinunziare a

quel piacere? con dieci soldi, evidentemente, avrebbe potuto comperare

un pacchetto di Durham, e della carta da sigarette, in modo da fare

quaranta sigarette; ma perchè poi? il danaro non era altro, per lui,

che un mezzo per soddisfare un desiderio momentaneo. Senza bussola,

senza remo, senza porto all’orizzonte, egli s’abbandonava alla deriva,

senza lottare ulteriormente, giacchè lottare significa vivere, e vivere

soffrire.

I giorni passavano; egli dormiva regolarmente otto ore ogni notte, e

sebbene consumasse i pasti, in attesa di nuovi _chèques_, in trattorie

giapponesi dove spendeva dieci soldi, pure, incominciava a rimetter

carne e a riempire le guance infossate. Non s’estenuava più, ora,

privandosi di sonno e lavorando troppo; non scriveva più, non apriva un

libro, girava molto per i campi, e vagabondava per ore e ore nei parchi

tranquilli. Non aveva nè amici, nè conoscenti, e non cercava neppure di

farsene, non pigliava gusto a nulla. Attendeva che un impulso nuovo,

— di dove?... non sapeva nulla — gli riordinasse la vita. E i giorni

passavano, vuoti, piatti, senza interesse.

Talvolta, egli sfogliava giornali e riviste, per vedere sino a

qual punto «Effimero» fosse stato maltrattato. Era un successo,

naturalmente; ma quale successo! Tutti leggevano il poema e tutti

discutevano, per sapere se si trattasse o no di vera poesia. I giornali

locali se ne erano impadroniti, e pubblicavano tutti i giorni colonne

intere di dotte critiche e di lettere di lettori convintissimi.

Elena Della Delmar, proclamata, con l’aiuto d’una gran _réclame_

e spinte, la più notevole poetessa degli Stati Uniti, rifiutava

assolutamente a Brissenden un seggio in Parnaso, a lato a lei, e si

sforzava di provare in tutti i giornali com’egli non avesse nulla del

poeta.

Il numero seguente del _Partenone_ conteneva abbondanti

congratulazioni, fatte a se stesso pel movimento suscitato, faceva

della ironia su Sir John Value e sfruttava la morte di Brissenden

nel modo più sfacciato. Un giornale che aveva una tiratura di

cinquecentomila copie pubblicò un poema inedito di Elena Della Delmar,

nel quale lei scherzava su Brissenden; in un altro, lo parodiava.

Parecchie volte, Martin dovette riconoscere che il suo amico aveva

fatto bene a morire. Egli odiava tanto la folla, ed ecco che tutto ciò

ch’egli aveva di più sacro e di più alto in sè, diventava pasto della

folla. Tutti i giorni la vivisezione della Bellezza continuava: persino

gl’infimi scribacchini s’aggrappavano alla coda del Pegaso che portava

Brissenden, per aver modo, così, di farsi distinguere davanti al

pubblico.

Un giornale scriveva: «Riceviamo proprio ora la lettera di uno che

scrisse un poema quasi simile — ma molto superiore — poco tempo fa». Un

altro giornale, con imperturbabile serietà, biasimava la parodia della

signorina Delmar, e aggiungeva:

«Evidentemente, la signorina Delmar ha scritto per celia, ma ha

dimenticato il rispetto che un grande poeta deve sentire per un

altro poeta, specialmente quando costui è forse più grande di tutti.

Però, sia o non sia gelosa la signorina Delmar di colui che scrisse

«Effimero», il certo è che non può non rimanere impressionata da questa

opera, come tutti, e che verrà un giorno in cui, senza dubbio, lei si

sforzerà di emularlo».

Dei pastori tuonavano dal pulpito contro l’_Effimero_; il solo che ne

prese le difese fu espulso come eretico. Il gran poema fu anche una

fonte enorme di allegria. I versaioli umoristici, i caricaturisti,

se ne impadronirono e se lo godettero a piacere; esso fu fonte

inesauribile di scherzi d’ogni genere. Così Charles Frenshan confidava

ad Archia Jennings, col vincolo del segreto, che cinque righe

dell’_Effimero_ davano ad un uomo il ballo di San Vito, e che dopo

dieci righe, al disgraziato non rimaneva altro che annegarsi.

Martin, nè rideva, nè digrignava i denti; era profondamente rattristato

da tutto ciò. Rispetto alla caduta del suo ideale, di cui l’amore era

la mèta radiosa, lo svanire delle sue illusioni circa i letterati

e il pubblico era poca cosa, in verità. Brissenden aveva avuto

ragione, mille volte ragione, ed egli, Martin, aveva perduto in un

lavoro stupido, da forsennato, parecchi anni della sua giovinezza

per scoprire a sua volta, che le riviste illustrate, le riviste

letterarie, i giornali, non erano altro che bassa _réclame_, snobismo

e vile traffico: ebbene, era finita! si diceva per consolarsi. Partito

diritto per volare verso una stella, egli era naufragato in un pantano

pestilenziale.

Sovente, gli si ripresentavano alla mente visioni di Tahiti, della

chiara e dolce Tahiti, e anche di Paumotu, e delle montagnose Marchesi.

Egli si vedeva spesso a bordo d’uno _schooner_ mercantile o di un

fragile trabaccolo che scivolava all’alba tra gli _atolls_ cosparsi di

ostriche perlifere, sino a Nuka-Hiva e al golfo di Taiohae.

Là, Tamari — lo sapeva — avrebbe ucciso un maiale per fargli onore,

e le sue figlie dai capelli fioriti l’avrebbero preso per mano e,

fra canti e risa, incoronato di fiori. I mari del Sud lo chiamavano,

ed egli sapeva che un giorno o l’altro avrebbe risposto al richiamo.

Intanto, egli girava a caso, si riposava, si stendeva, dopo un lungo

viaggio nel paese della scienza. Quando il _Partenone_ gli mandò lo

_chèque_ di milleottocento lire, egli lo rispedì al notaio della

famiglia di Brissenden, e se ne fece dare ricevuta, poi firmò un

biglietto di riconoscimento del prestito di 500 lire, che Brissenden

gli aveva dato.

In breve, Martin cessò di frequentare le bettole giapponesi. Quando

proprio stava per abbandonar la lotta, ecco che la fortuna gli si

mostrava favorevole, — troppo tardi —. Senza il minimo fremito di

piacere, egli aprì una busta mandatagli dal _Millennio_, ne trasse

uno _chèque_ di millecinquecento lire, e vide che si trattava de

«L’avventura».

Quand’ebbe pagato tutti i debiti e restituite le 500 lire di Brissenden

al notaio, rimase con 500 lire. Ordinò allora un vestito nuovo, e prese

i pasti nelle migliori trattorie. Dormiva sempre nella cameretta in

casa di Maria; senonchè, vedendo il suo vestito nuovo, i monelli del

vicinato cessarono di chiamarlo «vagabondo» e «buono a nulla», nascosti

dietro gli steccati, o appollaiati sui tetti delle casupole.

Il _Warren’s Monthly_ gli prese «Wiki-Wiki», la novella hawaiana, per

un compenso di 1250 lire; la _Rivista del Nord_ gli pubblicò il saggio

«La Culla della Bellezza» e il _Makintosh’s Magazine_, la «Chiromante»,

il famoso poema scritto per Marianna.

Editori e lettori erano ritornati dalle vacanze, e gli affari andavano

bene. Ma Martin non riusciva a capire per quale strano capriccio tutto

ciò che era stato ostinatamente rifiutato durante due anni, gli venisse

ora accettalo di colpo. Egli non aveva pubblicato nulla; fuori di

Oakland nessuno lo conosceva, e a Oakland quella poca gente che credeva

di conoscerlo, lo considerava come un noto anarchico. Nulla spiegava

dunque quel ricredimento improvviso, che era dunque un capriccio del

destino.

Poichè «La Vergogna del Sole» era stata rifiutata da un buon numero di

riviste, egli finì col seguire il consiglio di Brissenden, e si mise

in cerca di una Casa Editrice. Dopo aver sopportato parecchi rifiuti,

Singletree, Darnley e C. lo accettarono, promettendo di pubblicarlo

integralmente. Senonchè, quando Martin chiese un anticipo, essi

risposero che per principio non ne davano; che non solo i libri del

genere di rado rifondevano le spese, ma che essi dubitavano di poterne

vendere più di mille copie.

Martin calcolò che se così stavano le cose, poichè il libro era venduto

a 5 lire la copia, col 15%, avrebbe avuto settecentocinquanta lire, e

si rammaricò di non essersi specializzato nel romanzo. «L’avventura»,

infatti, che era poco più lunga, gli aveva procurato il doppio.

In fondo, il famoso avviso del giornale, letto un tempo, diceva il

vero: le riviste illustrate di prim’ordine pagavano anticipatamente

e pagavano bene, tanto che il _Millennio_ gli aveva dato, non due ma

quattro soldi per parola. Essi prendevano il meglio della letteratura;

non prendevano infatti la sua?

Scrisse a Singletree, Darnley e C. offrendo loro la cessione dei suoi

diritti d’autore su «La Vergogna del Sole», mediante compenso di 500

lire; ma essi non osarono assumere quel rischio. Egli non aveva bisogno

di denaro in quel momento, giacchè parecchi dei suoi primi lavori erano

stati accettati e pagati subito. Dopo aver pagato i suoi primi debiti,

egli fece persino aprire un conto corrente in banca, d’un migliaio di

lire. «Troppo tardi», che era stato rifiutato parecchie volte, riuscì

a collocarsi presso la Casa Meredith Lowel. Allora Martin si ricordò

delle venti lire dategli da Geltrude un giorno e della promessa di

restituirgliele centuplicate. Chiese perciò un anticipo di 2000 lire,

e, con sua grande sorpresa, l’editore gli mandò subito lo _chèque_, con

un contratto, da rimandare a rigor di posta. Egli cambiò lo _chèque_ in

monete d’oro e telefonò a Geltrude che aveva bisogno di vederla.

Lei giunse, ansante, trafelata, per essersi sbrigata in fretta. Certa

che Martin dovesse trovarsi in mezzo a guai, aveva ficcato nella sua

borsa qualche suo risparmio. Era così convinta d’una disgrazia, che gli

si precipitò fra le braccia singhiozzando, mentre gli porgeva la borsa.

— Sarei venuto volentieri da te, — disse lui, — ma mi dava fastidio il

pensare a una inevitabile scenata col signor Higgingbotham.

— Si calmerà certamente, un giorno, — assicurò lei, mentre si domandava

che diamine fosse accaduto a Martin. — Ma tu faresti meglio a trovare

un impiego, prima di tutto; un’occupazione seria. Bernardo stima un

onesto lavoratore. Quella faccenda dei giornali lo ha sconvolto; non

l’ho visto mai così inferocito.

— Io non cercherò impieghi, — disse Martin con un sorriso. — Puoi

dirglielo da parte mia. Non ho bisogno d’impieghi, ed ecco qua la

prova. — E le quaranta monete d’oro si sparpagliarono sulle ginocchia

di Geltrude con un chiaro tintinnìo.

— Ricordi il luigi che mi hai dato un giorno in cui non avevo da pagare

il biglietto del tranvai? Ebbene, te lo restituisco, con novantanove

piccoli fratelli, diversi per età, ma della stessa grandezza.

Geltrude aveva paura, quando giunse, ma ora era atterrita; i suoi

sospetti, giustificati, diventarono certezza. Essa guardò Martin con

occhi pieni d’orrore e sussultò al contatto dell’oro, come se fosse

ferro arroventato.

— Sono tuoi! — diss’egli ridendo.

Lei incominciò a singhiozzare e gemere con voce strozzata: — Povero

figlio, povero figlio!...

Là per là Martin rimase perplesso; poi, indovinando la causa del suo

sconcerto, le porse la lettera di Meredith-Lowell, che accompagnava

lo _chèque_. Essa lesse avidamente, asciugandosi le lacrime, e domandò

quand’ebbe finito:

— E questo vuol dire che tu hai guadagnato onestamente questo danaro?

— Molto più onestamente che al giuoco; l’ho guadagnato col mio lavoro.

Essa riacquistò un po’ di fiducia, e rilesse attentamente la lettera.

Martin dovette stentare un po’ a spiegarle come quel danaro gli fosse

venuto, e ancor di più, per farle capire che glielo regalava veramente

e non ne aveva personalmente alcun bisogno.

— Te lo deposito in una banca, — disse lei infine.

— Tu non farai niente di tutto questo; il danaro è tuo; spendilo come

ti piace; se non lo vuoi lo darò a Maria, che saprà farne buon uso, te

l’assicuro. Intanto provvedi a procurarti una serva e a goderti un buon

riposo.

— Racconterò tutto questo a Bernardo, — dichiarò lei andandosene.

Martin fece una smorfia ironica e disse: — Fa’ così. Forse allora

m’inviterà nuovamente a pranzo.

— Ma sicuro che t’inviterà, ne sono sicura e certa! — esclamò lei

abbracciandolo con fervore.

Martin Eden(#73373) · 第 53 / 69 题