«Troppo tardi» giaceva ancora, dimenticato, sulla tavola. Sotto, i
manoscritti, dei quali neppur uno era stato accettato, avevano ripreso
il loro posto, tranne, però, quello di Brissenden, «Effimero» che,
solo, proseguiva il suo giro, di editore in editore. Bicicletta e
vestito nero erano stati nuovamente impegnati, e il commerciante di
macchine da scrivere richiedeva con insistenza il nolo.
Ma questo genere di preoccupazioni non l’affliggeva più; egli cercava
un nuovo orientamento, e perciò la sua vita ne risentiva una specie di
stasi. Dopo parecchie settimane, accadde ciò ch’egli non aveva cessato
di sperare: l’incontro con Ruth, nella strada. Era accompagnata dal
fratello Norman, e tutt’e due finsero di non vederlo; poi, Norman cercò
persino di sbarrargli il passo dicendogli con voce di minaccia:
— Se persistete a mettervi di mezzo, vi faccio arrestare. Lei non
desidera parlare con voi, e la vostra insistenza è insultante.
— Se persistete a mettervi di mezzo, sarete costretto infatti a
chiamare una guardia, e il vostro nome comparirà sui giornali. —
rispose Martin, con lo stesso tono. — E ora, lasciatemi passare e
chiamate la guardia, se credete. Io voglio parlare con Ruth.
— Voglio avere una risposta dalla vostra bocca, — le disse lui.
Lei era pallida e tremante, ma si dominò e lo guardò con aria
interrogativa.
— La risposta alla domanda che vi ho rivolto nella lettera.
Lei scosse il capo negativamente.
— Agite per vostra decisa volontà? — insistè Martin.
— Di volontà mia, — fece lei, con voce bassa e ferma, senza esitazione.
— Voi mi avete umiliata a tal punto che ho vergogna di rivedere i miei
amici. Tutti parlano di me, lo so. Non posso dirvi altro, se non che
m’avete resa molto infelice, e spero di non rivedervi mai più.
— I vostri amici! Pettegolezzi! Falsi resoconti di giornali!... Ma
l’amore è più forte di tutte queste cose futili, io credo! Oppure, non
mi avete mai amato.
Un vivo rossore le colorì il viso pallido.
— Dopo tutto quanto è successo? — diss’ella con voce fioca. — Martin,
non sapete ciò che dite; io non ho un animo volgare.
— Vedete dunque che lei non vuol saperne di voi, — lanciò Norman,
trascinando via sua sorella.
Martin si scostò per lasciarli passare, e con gesto inconscio si frugò
in tasca per cercarvi tabacco e carta da sigarette, che non c’erano.
Ritornò a casa come un sonnambulo, sedette sulla sponda del letto
e girò attorno uno sguardo vago. Poi, scorto ch’ebbe «Troppo tardi»
sparso sulla tavola, sedette e prese la penna. Per istinto, egli non
poteva tollerare una cosa incompiuta, e quel lavoro era incompiuto.
Finito oramai l’essenziale della sua vita, egli si rimetteva al lavoro,
per portarlo a termine. Dopo, si sarebbe visto il da fare. Egli non
sapeva; sapeva soltanto di essere a un punto critico, a una svolta
della sua vita, ch’egli stava per prendere al laccio, incerto della
direzione.
L’avvenire ormai non l’interessava più; avrebbe visto in breve ciò che
gli era riservato; ma la cosa non aveva alcuna importanza: nulla aveva
più importanza, ormai.
Durante cinque giorni egli s’affaticò intorno a «Troppo tardi», non
andando in nessun luogo, non vedendo nessuno, mangiando appena. Il
sesto giorno, la mattina, il portalettere gli consegnò una lettera
dell’editore del «Partenone». «Effimero» era accettato. «Abbiamo
sottoposto il poema all’esame del signor Cartwright Bruce, — diceva
l’editore, — che l’ha giudicato favorevolmente, con tanto calore, che
non possiamo non accettarlo. Lo pubblicheremo dunque nel nostro numero
di Agosto, essendo già composto quello di Luglio. Trasmettete i nostri
ringraziamenti e l’espressione della nostra gratitudine al signor
Brissenden, e mandateci, in cambio, la sua fotografia e biografia. Se
il nostro compenso non gli dovesse sembrare sufficiente, telegrafateci
subito la somma che vi sembra accettabile.»
Il compenso offerto era di milleottocento lire, cosicchè Martin giudicò
che era inutile telegrafare; bisognava però ottenere il consenso
di Brissenden. Ebbene! aveva avuto ragione, in fondo! C’era almeno
un’editore di rivista illustrata che s’intendeva di vera poesia. Ora,
anche se «Effimero» era il poema del secolo, il prezzo offerto era
magnifico. Quanto a Cartwright Bruce, Martin ricordò il solo critico
pel quale Brissenden avesse un certo rispetto.
Martin scese in città col tranvai, e mentre guardava distrattamente
le case e le vie che sfilavano oltre i vetri, si rammaricava di non
sentire tutta la contentezza che avrebbe dovuto pel trionfo del suo
amico e di quanto aveva previsto personalmente. Ma la fonte del suo
entusiasmo sembrava inaridita, e l’impazienza di vedere Brissenden
era più forte del piacere di portargli buone notizie. Durante i cinque
giorni di lavoro dedicati a «Troppo tardi», non aveva udito parlare di
Brissenden e non aveva neppure pensato a lui. Per la prima volta Martin
s’accorse come si fosse assorto, e si vergognò d’aver dimenticato il
suo amico. Ma persino la sua vergogna mancava di fervore; egli viveva
in una specie d’aura ipnotica, insensibile a tutto ciò che non fosse
«Troppo tardi». In quello stesso tranvai, tutto ciò che lo circondava
sembrava irreale, lontano: al punto che se la grande cupola della
chiesa che il tranvai oltrepassava gli fosse caduta a pezzi sulla
testa, egli ne avrebbe risentito una lieve emozione.
Giunto all’albergo, egli corse alla camera di Brissenden, ma ne
ridiscese di corsa; la camera era vuota, senza traccia di bauli.
— Il signor Brissenden, non ha lasciato l’indirizzo? — domandò
all’impiegato che lo guardava con curiosità.
— Come? non sa?
Martin fece segno di no.
— Ma i giornali non hanno parlato d’altro!... Lo hanno trovato morto
nel letto; s’è sparato un colpo di rivoltella nella testa.
— Lo hanno seppellito già? — domandò Martin, con una voce strana, che
non gli parve la sua.
— No, dopo le indagini, il corpo è stato mandato nell’est. Se ne sono
occupati gli uomini d’affari della famiglia.
— Hanno fatto alla svelta, mi sembra.
— Le pare? È successo cinque giorni fa.
— Cinque giorni fa?
— Sì, cinque giorni.
— Ah! — disse Martin, e, fatto mezzo giro, uscì. Si fermò nel prossimo
ufficio telegrafico, per mandare un telegramma al _Partenone_,
pregandolo di pubblicare il poema. Poichè aveva in tasca solo sei
soldi, mandò il telegramma con porto assegnato. Ritornato a casa, si
rimise al lavoro. Passavano i giorni, passavano le notti senza ch’egli
abbandonasse il tavolino. Usciva solo per andare al Monte di Pietà,
mangiava quando aveva fame, e roba da mangiare, e quando non aveva
nulla, rinunziava. L’opera era composta, capitolo per capitolo, ma egli
vi aggiunse una prefazione di duemila parole, che la rese più potente.
Non era spinto dalla voglia di fare cosa perfetta, ma costretto in
certo qual modo dal suo senso artistico. Lavorava come in sogno,
stranamente distaccato da tutto ciò che lo circondava, come un fantasma
trattenuto da una specie d’incanto sui luoghi della sua vita anteriore.
Un fantasma è l’anima d’un morto che non sa d’essere morto, — gli
avevano detto un giorno, ed egli si domandava se non fosse morto, per
caso, senz’accorgersene.
Finalmente «Troppo tardi» fu compiuto. Il commerciante di macchine
da scrivere ero venuto a riprendersi la macchina, e sedeva sul
letto, mentre Martin, sull’unica sedia, copiava le ultime pagine del
manoscritto.
— _Fine_ — scrisse in lettere maiuscole, e davvero quella parola aveva
un significato profondo per lui. Egli vide sparire l’impiegato che
portava con sè la macchina, con un senso di liberazione; poi si stese
sul letto. La testa gli girava, dalla fame. Da trentasei ore, infatti,
non mangiava, ma egli non pensava neppure a questo: disteso sul dorso,
con gli occhi chiusi, non pensava a nulla, invaso da un torpore che
cresceva, tra incubo e delirio. Si mise a recitare ad alta voce i versi
d’un poeta anonimo, che Brissenden recitava con piacere. Maria, che
l’ascoltava in ansia, dietro la porta, fu colpita dal tono monotono di
quella specie di litania, di cui non comprese il senso.
«È finita» era il titolo del poema.
_È finita,_
_ora taci, o lïuto._
_Canzoni e canti del tempo perduto,_
_canzoni e canti_
_son passati come ombre vaganti_
_fra trifogli di vivo incarnato._
_È finita,_
_ora taci, o lïuto._
_Cantavo un tempo come a primavera_
_l’allodola tra cespi di rugiada,_
_ed oggi sono muto,_
_simile ad un fringuello affaticato._
_La gola ogni canto ha perduto._
_È finita,_
_ora taci, o lïuto._
Maria non resse più, e corse in cucina a riempire una ciotola di
minestra, con tutti i pezzi di carne e di legumi che il cucchiaio potè
raccogliere dal fondo della pentola. Martin si raddrizzò e cominciò a
mangiare, assicurando a Maria, tra un boccone e l’altro, che non aveva
delirato e che non aveva febbre.
Quando lei l’ebbe lasciato, egli rimase seduto sulla sponda del letto,
con gli occhi tetri e vaghi, sino al momento in cui lo sguardo gli si
posò sulla fascetta lacerata d’una rivista giunta la mattina e ch’egli
non aveva aperta, e un lampo gli attraversò il cervello assopito.
— È _Il Partenone_, si disse, — _Il Partenone_ del mese di Agosto, che
contiene certamente «Effimero». Se il mio povero Brissenden potesse
vedere questo!
Appena ebbe sfogliato la rivista illustrata, ecco apparire «Effimero»
adorno d’un magnifico «cappello» che lo precedeva e d’illustrazioni
del genere di Beardsley, in margine. A un lato del «cappello» era
la fotografia di Brissenden; dall’altro quella di Sir John Value,
ambasciatore di Gran Bretagna. Precedeva una nota redazionale, nella
quale era citata una frase di Sir John Value che dichiarava come non vi
fossero poeti in America; la pubblicazione di «Effimero» era quindi una
risposta alla bolla di Sir John Value! Cartwright vi appariva come il
più grande critico d’America, e veniva citato il brano dove egli aveva
dichiarato che «Effimero» era il più grande poema che fosse stato mai
scritto in America. La prefazione della redazione finiva così: «Noi non
abbiamo potuto ancora valutare «Effimero» come merita; forse non sarà
mai possibile. Ma l’abbiamo riletto più volte, ammirandone le idee e la
forma meravigliosa.» Seguiva il poema.
— Briss, vecchio mio, avete fatto bene a morire. — mormorò Martin
lasciando cadere la rivista illustrata. La volgarità, la banalità,
che ne sprigionavano erano scoraggianti, ma nel suo stato di apatìa,
egli osservò come il suo disgusto fosse superficiale. Avrebbe voluto
adirarsi, ma non poteva, non se ne sentiva la forza: come un fiume
gelato, il suo sangue non riusciva a spezzare il ghiaccio che pesava
sulla sua indignazione interiore. In fondo, che cosa importava tutto
ciò? era bene intonato alla società borghese che Brissenden odiava
tanto.
— Povero Bris! — prosegui Martin: — non me lo avrebbe mai perdonato.
— S’alzò con uno sforzo di volontà e aprì una scatola che usava un
tempo per riporvi della carta da scrivere a macchina. Ne trasse fuori
undici poemi che il suo amico aveva scritti e li lacerò in parecchi
pezzi che gettò poi nel paniere. Egli compì questi gesti languidamente,
poi, quand’ebbe finito, sedette sulla sponda del letto, e ricominciò a
fissare il vuoto.
Non seppe quanto tempo rimanesse così. A un tratto, sullo schermo vago
della mente, egli vide formarsi una lunga linea bianca, orizzontale,
strana, che si precisò e divenne una catena di banchi di corallo,
frustata dalle spumeggianti ondate del Pacifico. Poi, nella linea degli
scogli, egli distinse una piroga. Indietro, un giovane dio di bronzo,
dal perizoma scarlatto, remava, e la pagaia sgocciolante luceva al
sole. Egli lo riconobbe: era Moti, il più giovane figlio di Toti, il
gran capo; lì era Tahiti, e di là, da quella bianca linea di scogliere
fioriva la dolce laguna; all’imboccatura del fiume era nascosta la
capanna di fogliame del gran capo. Cadeva il crepuscolo: Moti rientrava
dalla pesca. Egli attese il balzo dell’ondata che l’avrebbe portato al
disopra dei banchi.
... Poi vide se stesso, seduto sul davanti della piroga, come aveva
fatto tante volte un tempo, con la pagaia in mano, in attesa del grido
breve di Moti, per immergerla violentemente nel gran muro d’acqua
turchese, nel momento in cui s’innalzasse dietro di loro. L’acqua
sibilava sotto la prua, con un getto di vapore, e ricadeva in pioggia
attorno a loro. Un urto, un rombo, un sordo ruggito come di tuono, e la
piroga ondeggiava sulla calma laguna turchina. Moti rideva, scuoteva
le goccioline salate, dalle sue ciglia, e tutt’e due remavano insieme
verso la spiaggia corallina. Attraverso le palme dei datteri, i muri
di verzura di Toti si doravano al tramonto. La visione si spense,
e davanti ai suoi occhi, ridiventati lucidi, apparve in mostra il
disordine della sua misera cameretta. Invano, egli tentò d’evocare
Tahiti: egli sapeva che c’erano delle canzoni fra i datteri e che le
ragazze ballavano al lume della luna, ma non riusciva a vederle. Non
vide altro che la tavola in disordine, il posto vuoto della macchina
da scrivere e il vetro ingrassato. Con un gemito, chiuse gli occhi e
s’addormentò!