La mattina dopo, nella sua cameretta, Martin lesse il giornale, bevendo
il caffè, e si trovò bene in vista in prima pagina e fu molto sorpreso
nel leggere ch’egli era il _leader_ più noto dei socialisti d’Oakland.
Scorrendo il discorso violento che il giovane _reporter_ gli aveva
attribuito, prima s’infuriò e poi buttò via il giornale e ne rise.
— O quell’uomo era ubriaco, o è un simpatico burlone, — dichiarò
egli il pomeriggio, appollaiato sul letto, quando Brissenden, appena
entrato, si lasciò andare sull’unica sedia.
— E che importa? — disse Brissenden. — Penso che l’approvazione dei
lerci borghesi che leggono quel giornale debba importarvi poco, no?
Martin riflettè un momento, poi rispose:
— No: non mi fa nè caldo nè freddo. Però è probabile che i miei
rapporti con la famiglia di Ruth diventino un tantino più bruschi. Suo
padre mi ha sempre immaginalo socialista, e questa stupida storia par
fatta a bella posta per rinforzare tale convincimento. Non che mi curi
della sua stima, ma a che scopo? Vorrei leggervi ciò che ho fatto oggi.
Si tratta di «Troppo tardi», s’intende: ne ho già fatto quasi la metà.
Egli leggeva ad alta voce, quando Martin aprì la porta, fece entrare
un giovanotto tutto lindo, il cui sguardo vivo, fatto un giro intorno,
osservò il fornello a petrolio, e gli utensili di cucina, prima
d’arrivare sino a Martin.
— Segga, — disse Brissenden.
Martin fece posto al giovanotto, sul letto, e aspettò ch’egli
comunicasse loro lo scopo della visita.
— L’ho sentita parlare ieri sera, signor Eden, e vengo a intervistarla,
— fece lui.
Brissenden scoppiava dal ridere.
— Un compagno socialista? — domandò il _reporter_, che con occhio
svelto aveva già sbirciato il cadaverico personaggio.
— È lui l’autore di quest’articolo! — fece soavemente Martin. — Come!
ma è addirittura un ragazzo!
— Perchè non lo pigliate a pugni? — rispose Brissenden. — Io pagherei
un biglietto da mille dollari, per avere, durante cinque minuti
soltanto, i miei polmoni di un tempo.
Il giovane _reporter_ rimase un tantino perplesso per la piega che
prendeva la conversazione, conversazione che avveniva alle sue spalle e
a suo danno. Ma s’erano rallegrati con lui per la brillante descrizione
del comizio socialista, ed egli era stato mandato a intervistare
personalmente Martin Eden, il principale maneggione d’un pericolo
sociale. Egli si considerava dunque in servizio, per ordine ricevuto.
— E lei non oppone alcuna difficoltà a farsi fotografare, signor Eden?
— diss’egli. — Il fotografo è fuori e dice che sarebbe preferibile
farle un’istantanea, mentre è ancora giorno. Poi potremmo occuparci
dell’intervista.
— Un fotografo! — disse Brissenden, fantasticando. — Cazzottatelo,
Martin, cazzottatelo!
— Credo che invecchio, — disse Martin. — Dovrei picchiarlo, è evidente:
ma non ne ho il coraggio. Credete davvero che metta conto di farlo?
— Fatelo per sua madre! — insistè Brissenden.
— È una giusta considerazione, — replicò Martin; — ma temo veramente di
stancarmi inutilmente. Ci vuole dell’energia, sapete, per cazzottare un
bel tipo del genere. E poi, a che giova?
— Benissimo! così va presa la cosa! — dichiarò il giovanotto con aria
disinvolta, sebbene adocchiasse la porta con sguardi irrequieti.
— Ma non ha scritto neppure una parola, che corrisponda alla verità, —
proseguì Martin, rivolto sempre a Brissenden.
— Non era altro insomma, che una relazione molto generica, — arrischiò
il giovanottino, — e d’altra parte, è un’ottima _réclame_, che è ciò
che importa soprattutto. Le ho fatto un favore.
— È un’ottima _réclame_, Martin, vecchio mio! — ripetè solennemente
Brissenden.
— Ed è un favore che mi hanno fatto, pensate! — aggiunse Martin.
— Sentiamo un po’, signor Eden, lei dov’è nato? — interrogò il
_reporter_, fingendo un’aria di profondo interesse.
— E non prende neppure appunti, — fece Brissenden. — Che memoria!
— Questo mi basta. — Il giovincello faceva il possibile per non lasciar
trasparire il suo malumore. — Un _reporter_ che sa il fatto suo, non ha
bisogno di appunti.
— Questo le è bastato ieri sera, evidentemente! — E Brissenden, che
non era certo un esempio di mitezza, mutò bruscamente atteggiamento. —
Martin, — disse, — se non lo picchiate, lo picchio io, anche a costo di
cadere morto.
— Una buona sculacciata risolverebbe la faccenda? — domandò Martin.
Brissenden riflettè un momento, poi fece cenno di sì.
Un minuto dopo, il giovane _reporter_ era disteso bocconi, fra le
ginocchia di Martin, e mantenuto con mano ferma.
— Oè, non morda, — ammonì Martin, — altrimenti sarei costretto a
sfigurarle la faccia, e sarebbe un peccato: una faccia come la sua!...
E la mano discese, risalì, ridiscese, con ritmo rapido e vigoroso.
Il giovincello si torse, ingiuriò, guaì, ma non tentò neppure di
mordere. Brissenden guardava con gravità: un momento solo s’animò,
impugnò la bottiglia di whisky e implorò:
— Martin, lasciatemi dare un colpetto! uno solo!...
— Mi dispiace tanto, ma la mia mano non ne vuol sapere più, — fece
Martin, lasciandolo finalmente. — È tutta intormentita.
E risollevato il _reporter_ lo issò in piedi sul letto.
— Vi farò arrestare! — stridette costui, mentre le lacrime gli
scorrevano dagli occhi, diventato cremisi. — Me la pagherete! vedrete!
— Oh, che bel signorino! — osservò Martin. — Non s’accorge che scivola
lungo la china fatale. Non è onesto, non è pulito, non è virile, dire
delle menzogne, come ha fatto, e non se n’accorge neppure!
— È venuto da noi per impararlo, — disse Brissenden, solennemente, dopo
un breve silenzio.
— Sì, è venuto da me, dopo avermi maltrattato e danneggiato. Il mio
droghiere certamente non mi farà più credito, ora. E il più triste
si è che questo povero piccolo brav’uomo farà carriera così, sino al
naufragio totale, sinchè non diventerà un giornalista di prim’ordine e
una canaglia d’alto bordo.
— Ha ancora del tempo davanti a sè, — fece Brissenden, incoraggiante.
— Chissà! forse ha trovato in voi lo strumento di redenzione. Perchè
non mi avete lasciato picchiar su, una volta almeno? Avrei voluto
partecipare a quest’opera meritoria.
— Vi farò arrestare tutti e due, pezzi di brutaloni!... — singhiozzò il
giovincello.
— Com’è delicata la sua bocca! — e Martin scosse il capo con aria
lugubre. — Temo d’essermi stancata la mano per nulla. Questo giovanotto
è incorreggibile. Diventerà in seguito un grandissimo giornalista,
molto celebre; non ha punta coscienza; e questo basta a fargli avere un
buon successo.
A queste parole il giovanottino se la svignò e scomparve
precipitosamente, tant’era la sua paura di ricevere sulla schiena la
bottiglia che Brissenden brandiva ancora.
Nel giornale del giorno dopo, Martin apprese una quantità di cose
nuove: «Noi siamo nemici giurati della società», — gli si faceva dire
nell’intervista che apparve nuovamente in prima pagina. — »No, non
siamo anarchici, ma socialisti.»
E quando il _reporter_ aveva osservato che gli sembrava che vi fosse
poca diversità fra le due tendenze, Martin aveva alzato le spalle,
affermativamente. La faccia di Martin era così descritta: assimmetria
bilaterale, con parecchi segni di degenerazione. Le sue mani di
lottatore erano formidabili, e gli occhi iniettati di sangue lanciavano
fiamme. Egli seppe anche che parlava tutte le sere agli operai di
City-Hall Park e che fra i vari agitatori che infiammavano la mente del
popolo, egli, più degli altri, attirava gente e pronunziava i discorsi
più sovversivi. Il giovincello fece uno schizzo pittoresco della misera
camera col fornello a petrolio, l’unica sedia, il vagabondo dalla testa
di morto che faceva compagnia a Martin e pareva fosse uscito allora dal
carcere, dopo vent’anni di reclusione.
Il piccolo _reporter_ se l’era avuta a male: aveva frugato, annusato
dappertutto e, scoperta finalmente la famiglia di Martin, aveva
pubblicato una fotografia del negozio Higgingbotham, con Bernardo
Higgingbotham in persona, sulla soglia. Questo gentiluomo era
raffigurato come un uomo d’affari degno e intelligente, al quale
ripugnavano le idee socialiste di suo cognato, nonchè il cognato, che
egli definiva come un fannullone che non aveva voluto mai accettare il
lavoro che gli veniva offerto, e che sarebbe finito in prigione.
Hermann von Schmidt, marito di Marianna, intervistato anche lui,
dichiarò che Martin era la pecora rognosa della famiglia, e lo
rinnegava. «Ha tentato di conquistarmi, ma io ho fermato subito la
cosa», — aveva detto Hermann von Schmidt al _reporter_; — e non c’è
pericolo che venga a gironzolare da queste parti. Un uomo che non vuole
lavorare non vale un chiodo, credetemi.»
Questa volta Martin s’infuriò davvero. Brissenden si sforzò di
presentargli la cosa come uno scherzo, ma non riuscì a consolarlo,
giacchè Martin sapeva che non sarebbe stato facile spiegar la
cosa a Ruth. Quanto al padre, doveva essere felicissimo di ciò che
accadeva e avrebbe fatto certamente tutto il possibile per rompere
il fidanzamento. Martin se ne accorse immediatamente. La posta
del pomeriggio gli portò una lettera di Ruth; Martin l’aprì, col
presentimento d’una catastrofe, e la lesse in piedi sulla soglia della
porta, nello stesso punto dove il portalettere gliel’aveva consegnata;
proseguendo la lettura, la sua mano, con gesto incosciente, frugava
nelle tasche, — in cerca della carta e del tabacco per sigarette, come
un tempo — senza rendersi conto neppure ch’erano vuote.
Non era una lettera irritata; non serbava traccia di collera; ma dalla
prima all’ultima parola, era piena d’orgoglio ferito e di amarezza.
Lei sospettava qualche cosa di diverso e di meglio da lui; aveva
pensato ch’egli superasse quel suo temperamento di selvaggio, la foga
giovanile; e che per amor di lei si fosse deciso a considerare la
vita seriamente, decentemente. Ma ora i suoi genitori avevano parlato
chiaramente e ordinato di rompere il fidanzamento. E lei non poteva far
altro che dar loro ragione; la loro unione non sarebbe stata felice,
come, del resto, aveva sentito sin dal principio. In tutta la lettera
spiccava soprattutto un rimpianto di lei, che angosciò profondamente
Martin.
«Aveste accettato almeno un impiego qualunque e tentato di diventar
_qualcuno_! Ma non poteva essere: la vostra vita passata è stata troppo
_bohème_, troppo irregolare. La colpa non è vostra, capisco: voi non
potevate comportarvi diversamente dalla vostra natura e dalla prima
educazione ricevuta. Dunque, io non vi biasimo, Martin, ricordatevene:
c’è stato un malinteso, e non altro. Come hanno detto i miei genitori,
noi non eravamo fatti l’uno per l’altra, e dovremmo essere felici
d’essercene accorti prima che fosse troppo tardi...» Poi, come fine:
«È inutile tentare di vedermi; sarebbe un colloquio troppo penoso per
tutti e due, come per mia madre. Le ho già procurato tanti dispiaceri e
preoccupazioni, che ci vorrà del tempo per farmi perdonare.»
Egli rilesse la lettera la seconda volta, attentamente, poi sedette
a tavola e rispose. Le riferì il discorso del comizio socialista,
facendole osservare che era proprio il contrario di quello che il
giornale aveva presentato; e finendo appassionatamente, la supplicava
di seguitare a volergli bene. «Rispondete, ve ne prego! — diceva. — Non
vi domando altro che questo: Mi amate? Basta. Rispondete a questa sola
domanda».
Ma non venne risposta nè il giorno dopo, nè l’altro. «Troppo tardi»
giaceva sulla tavola com’era rimasto, e ogni giorno la pila dei
manoscritti sotto la tavola cresceva. Per la prima volta, egli conobbe
l’insonnia e il nervosismo delle lunghe notti bianche. Andò tre volte a
suonare il campanello alla porta dei Morse, ma ogni volta il cameriere
lo rimandò. Brissenden era in albergo, tanto malato, che non poteva
muoversi, e Martin, pur tenendogli compagnia, non voleva annoiarlo con
le sue tristezze.
Giacchè gli affanni di Martin erano numerosi. Le conseguenze della
propaganda vendicativa del giovanetto picchiato erano state più gravi
che Martin non pensasse. Il droghiere portoghese gli rifiutò nuovamente
ogni credito, mentre il fruttivendolo, — americano orgogliosissimo
di esserlo, — lo chiamava traditore della patria, e gli proibiva di
rimettere i piedi nel negozio, e spinse il suo patriottismo al punto
da annullare ogni avere e da vietargli di pagare il conto. Il vicinato
si comportò non diversamente, e Martin fu esecrato da tutti; nessuno
voleva aver rapporti con un traditore socialista. La povera Maria,
indecisa, spaventata, rimaneva però fedele. I mocciosi del vicinato,
vinto lo stupore d’ammirazione per la magnifica carrozza che avevano
vista un giorno davanti alla porta di Martin, si godettero il maligno
piacere di chiamarlo «vagabondo», «lazzarone», «brigante», tenendosi
però, si capisce, a prudente distanza. La tribù dei Silva lo difendeva
coraggiosamente, e non passava giorno che i ragazzi non tornassero a
casa con un occhio pesto o col naso sanguinante, accrescendo così le
preoccupazioni e le incertezze di Maria!
Un giorno, Martin incontrò Geltrude per la strada e seppe ciò che
sapeva ch’era inevitabile, e cioè che Bernardo Higgingbotham, furibondo
perchè Martin aveva compromesso pubblicamente la famiglia, gli proibiva
di entrare in casa.
— Perchè non vai via, Martin? — implorò Geltrude. — Parti, cercati in
un altro luogo un’occupazione e diventa serio. Dopo, quando le cose si
saranno acquietate, ritornerai.
Martin scosse la testa, ma senza dare spiegazioni. Che doveva spiegare?
Era spaventato dall’orribile abisso che lo separava dalla gente della
sua classe. Non c’era parola della lingua inglese o di qualsiasi altra
lingua, capace di far capire loro che il suo atteggiamento e la sua
condotta consistevano, nel caso particolare, in una sistemazione;
e dicendo ciò, essi dicevano tutto. Trovare un impiego! Mettersi a
lavorare! Poveri schiavi stupidi! — diceva egli fra sè, mentre la
sorella parlava. — Non era davvero sorprendente che il mondo fosse
dei forti! I servi erano ossessionati dalla proprio schiavitù; per
essi «farsi una posizione» era la frase cabalistica per eccellenza.
Egli scosse il capo quando Geltrude gli offrì del danaro, sebbene, non
ignorasse che quel giorno stesso doveva andare al Monte di Pietà.
— Non avvicinare Bernardo in questo momento, — raccomandò la brava
donna. — Fra qualche mese, quando si sarà calmato, forse potrai guidare
la sua vettura per le consegne. E, Martin, se dovessi aver bisogno di
me, fammi chiamare e verrò. Non dimenticarlo!
Lei s’allontanò, piangendo a bassa voce, e, col cuore angosciato: egli
seguì con lo sguardo il corpo pesante e l’andatura di sguattera della
sorella. Ora, a questo punto, l’edificio nietzschiano tremò leggermente
dalle fondamenta e parve vacillare. In astratto, la classe degli
schiavi era perfetta, ma quando si trattava della propria famiglia,
la cosa non era tale da soddisfare pienamente. Eppure, sua sorella
Geltrude era l’esempio evidente del debole schiacciato dal più forte.
Egli rise amaramente di questo paradosso. Un bel filosofo era quello
davvero, se accadeva in realtà che i suoi principî fossero scossi
alla prima prova sentimentale! e, peggio, scossi dalla stessa morale
da schiavi; giacchè la sua pietà per sua sorella non era altro che
questo. I veri uomini, gli eletti, superavano l’abusata pietà e la
puerile compassione; pietà e compassione erano chiuse negli ergastoli
sotterranei, ed erano nate dal sudore d’agonia d’un’umanità miserabile.