CAPITOLO XXXVIII.

La mattina dopo, nella sua cameretta, Martin lesse il giornale, bevendo

il caffè, e si trovò bene in vista in prima pagina e fu molto sorpreso

nel leggere ch’egli era il _leader_ più noto dei socialisti d’Oakland.

Scorrendo il discorso violento che il giovane _reporter_ gli aveva

attribuito, prima s’infuriò e poi buttò via il giornale e ne rise.

— O quell’uomo era ubriaco, o è un simpatico burlone, — dichiarò

egli il pomeriggio, appollaiato sul letto, quando Brissenden, appena

entrato, si lasciò andare sull’unica sedia.

— E che importa? — disse Brissenden. — Penso che l’approvazione dei

lerci borghesi che leggono quel giornale debba importarvi poco, no?

Martin riflettè un momento, poi rispose:

— No: non mi fa nè caldo nè freddo. Però è probabile che i miei

rapporti con la famiglia di Ruth diventino un tantino più bruschi. Suo

padre mi ha sempre immaginalo socialista, e questa stupida storia par

fatta a bella posta per rinforzare tale convincimento. Non che mi curi

della sua stima, ma a che scopo? Vorrei leggervi ciò che ho fatto oggi.

Si tratta di «Troppo tardi», s’intende: ne ho già fatto quasi la metà.

Egli leggeva ad alta voce, quando Martin aprì la porta, fece entrare

un giovanotto tutto lindo, il cui sguardo vivo, fatto un giro intorno,

osservò il fornello a petrolio, e gli utensili di cucina, prima

d’arrivare sino a Martin.

— Segga, — disse Brissenden.

Martin fece posto al giovanotto, sul letto, e aspettò ch’egli

comunicasse loro lo scopo della visita.

— L’ho sentita parlare ieri sera, signor Eden, e vengo a intervistarla,

— fece lui.

Brissenden scoppiava dal ridere.

— Un compagno socialista? — domandò il _reporter_, che con occhio

svelto aveva già sbirciato il cadaverico personaggio.

— È lui l’autore di quest’articolo! — fece soavemente Martin. — Come!

ma è addirittura un ragazzo!

— Perchè non lo pigliate a pugni? — rispose Brissenden. — Io pagherei

un biglietto da mille dollari, per avere, durante cinque minuti

soltanto, i miei polmoni di un tempo.

Il giovane _reporter_ rimase un tantino perplesso per la piega che

prendeva la conversazione, conversazione che avveniva alle sue spalle e

a suo danno. Ma s’erano rallegrati con lui per la brillante descrizione

del comizio socialista, ed egli era stato mandato a intervistare

personalmente Martin Eden, il principale maneggione d’un pericolo

sociale. Egli si considerava dunque in servizio, per ordine ricevuto.

— E lei non oppone alcuna difficoltà a farsi fotografare, signor Eden?

— diss’egli. — Il fotografo è fuori e dice che sarebbe preferibile

farle un’istantanea, mentre è ancora giorno. Poi potremmo occuparci

dell’intervista.

— Un fotografo! — disse Brissenden, fantasticando. — Cazzottatelo,

Martin, cazzottatelo!

— Credo che invecchio, — disse Martin. — Dovrei picchiarlo, è evidente:

ma non ne ho il coraggio. Credete davvero che metta conto di farlo?

— Fatelo per sua madre! — insistè Brissenden.

— È una giusta considerazione, — replicò Martin; — ma temo veramente di

stancarmi inutilmente. Ci vuole dell’energia, sapete, per cazzottare un

bel tipo del genere. E poi, a che giova?

— Benissimo! così va presa la cosa! — dichiarò il giovanotto con aria

disinvolta, sebbene adocchiasse la porta con sguardi irrequieti.

— Ma non ha scritto neppure una parola, che corrisponda alla verità, —

proseguì Martin, rivolto sempre a Brissenden.

— Non era altro insomma, che una relazione molto generica, — arrischiò

il giovanottino, — e d’altra parte, è un’ottima _réclame_, che è ciò

che importa soprattutto. Le ho fatto un favore.

— È un’ottima _réclame_, Martin, vecchio mio! — ripetè solennemente

Brissenden.

— Ed è un favore che mi hanno fatto, pensate! — aggiunse Martin.

— Sentiamo un po’, signor Eden, lei dov’è nato? — interrogò il

_reporter_, fingendo un’aria di profondo interesse.

— E non prende neppure appunti, — fece Brissenden. — Che memoria!

— Questo mi basta. — Il giovincello faceva il possibile per non lasciar

trasparire il suo malumore. — Un _reporter_ che sa il fatto suo, non ha

bisogno di appunti.

— Questo le è bastato ieri sera, evidentemente! — E Brissenden, che

non era certo un esempio di mitezza, mutò bruscamente atteggiamento. —

Martin, — disse, — se non lo picchiate, lo picchio io, anche a costo di

cadere morto.

— Una buona sculacciata risolverebbe la faccenda? — domandò Martin.

Brissenden riflettè un momento, poi fece cenno di sì.

Un minuto dopo, il giovane _reporter_ era disteso bocconi, fra le

ginocchia di Martin, e mantenuto con mano ferma.

— Oè, non morda, — ammonì Martin, — altrimenti sarei costretto a

sfigurarle la faccia, e sarebbe un peccato: una faccia come la sua!...

E la mano discese, risalì, ridiscese, con ritmo rapido e vigoroso.

Il giovincello si torse, ingiuriò, guaì, ma non tentò neppure di

mordere. Brissenden guardava con gravità: un momento solo s’animò,

impugnò la bottiglia di whisky e implorò:

— Martin, lasciatemi dare un colpetto! uno solo!...

— Mi dispiace tanto, ma la mia mano non ne vuol sapere più, — fece

Martin, lasciandolo finalmente. — È tutta intormentita.

E risollevato il _reporter_ lo issò in piedi sul letto.

— Vi farò arrestare! — stridette costui, mentre le lacrime gli

scorrevano dagli occhi, diventato cremisi. — Me la pagherete! vedrete!

— Oh, che bel signorino! — osservò Martin. — Non s’accorge che scivola

lungo la china fatale. Non è onesto, non è pulito, non è virile, dire

delle menzogne, come ha fatto, e non se n’accorge neppure!

— È venuto da noi per impararlo, — disse Brissenden, solennemente, dopo

un breve silenzio.

— Sì, è venuto da me, dopo avermi maltrattato e danneggiato. Il mio

droghiere certamente non mi farà più credito, ora. E il più triste

si è che questo povero piccolo brav’uomo farà carriera così, sino al

naufragio totale, sinchè non diventerà un giornalista di prim’ordine e

una canaglia d’alto bordo.

— Ha ancora del tempo davanti a sè, — fece Brissenden, incoraggiante.

— Chissà! forse ha trovato in voi lo strumento di redenzione. Perchè

non mi avete lasciato picchiar su, una volta almeno? Avrei voluto

partecipare a quest’opera meritoria.

— Vi farò arrestare tutti e due, pezzi di brutaloni!... — singhiozzò il

giovincello.

— Com’è delicata la sua bocca! — e Martin scosse il capo con aria

lugubre. — Temo d’essermi stancata la mano per nulla. Questo giovanotto

è incorreggibile. Diventerà in seguito un grandissimo giornalista,

molto celebre; non ha punta coscienza; e questo basta a fargli avere un

buon successo.

A queste parole il giovanottino se la svignò e scomparve

precipitosamente, tant’era la sua paura di ricevere sulla schiena la

bottiglia che Brissenden brandiva ancora.

Nel giornale del giorno dopo, Martin apprese una quantità di cose

nuove: «Noi siamo nemici giurati della società», — gli si faceva dire

nell’intervista che apparve nuovamente in prima pagina. — »No, non

siamo anarchici, ma socialisti.»

E quando il _reporter_ aveva osservato che gli sembrava che vi fosse

poca diversità fra le due tendenze, Martin aveva alzato le spalle,

affermativamente. La faccia di Martin era così descritta: assimmetria

bilaterale, con parecchi segni di degenerazione. Le sue mani di

lottatore erano formidabili, e gli occhi iniettati di sangue lanciavano

fiamme. Egli seppe anche che parlava tutte le sere agli operai di

City-Hall Park e che fra i vari agitatori che infiammavano la mente del

popolo, egli, più degli altri, attirava gente e pronunziava i discorsi

più sovversivi. Il giovincello fece uno schizzo pittoresco della misera

camera col fornello a petrolio, l’unica sedia, il vagabondo dalla testa

di morto che faceva compagnia a Martin e pareva fosse uscito allora dal

carcere, dopo vent’anni di reclusione.

Il piccolo _reporter_ se l’era avuta a male: aveva frugato, annusato

dappertutto e, scoperta finalmente la famiglia di Martin, aveva

pubblicato una fotografia del negozio Higgingbotham, con Bernardo

Higgingbotham in persona, sulla soglia. Questo gentiluomo era

raffigurato come un uomo d’affari degno e intelligente, al quale

ripugnavano le idee socialiste di suo cognato, nonchè il cognato, che

egli definiva come un fannullone che non aveva voluto mai accettare il

lavoro che gli veniva offerto, e che sarebbe finito in prigione.

Hermann von Schmidt, marito di Marianna, intervistato anche lui,

dichiarò che Martin era la pecora rognosa della famiglia, e lo

rinnegava. «Ha tentato di conquistarmi, ma io ho fermato subito la

cosa», — aveva detto Hermann von Schmidt al _reporter_; — e non c’è

pericolo che venga a gironzolare da queste parti. Un uomo che non vuole

lavorare non vale un chiodo, credetemi.»

Questa volta Martin s’infuriò davvero. Brissenden si sforzò di

presentargli la cosa come uno scherzo, ma non riuscì a consolarlo,

giacchè Martin sapeva che non sarebbe stato facile spiegar la

cosa a Ruth. Quanto al padre, doveva essere felicissimo di ciò che

accadeva e avrebbe fatto certamente tutto il possibile per rompere

il fidanzamento. Martin se ne accorse immediatamente. La posta

del pomeriggio gli portò una lettera di Ruth; Martin l’aprì, col

presentimento d’una catastrofe, e la lesse in piedi sulla soglia della

porta, nello stesso punto dove il portalettere gliel’aveva consegnata;

proseguendo la lettura, la sua mano, con gesto incosciente, frugava

nelle tasche, — in cerca della carta e del tabacco per sigarette, come

un tempo — senza rendersi conto neppure ch’erano vuote.

Non era una lettera irritata; non serbava traccia di collera; ma dalla

prima all’ultima parola, era piena d’orgoglio ferito e di amarezza.

Lei sospettava qualche cosa di diverso e di meglio da lui; aveva

pensato ch’egli superasse quel suo temperamento di selvaggio, la foga

giovanile; e che per amor di lei si fosse deciso a considerare la

vita seriamente, decentemente. Ma ora i suoi genitori avevano parlato

chiaramente e ordinato di rompere il fidanzamento. E lei non poteva far

altro che dar loro ragione; la loro unione non sarebbe stata felice,

come, del resto, aveva sentito sin dal principio. In tutta la lettera

spiccava soprattutto un rimpianto di lei, che angosciò profondamente

Martin.

«Aveste accettato almeno un impiego qualunque e tentato di diventar

_qualcuno_! Ma non poteva essere: la vostra vita passata è stata troppo

_bohème_, troppo irregolare. La colpa non è vostra, capisco: voi non

potevate comportarvi diversamente dalla vostra natura e dalla prima

educazione ricevuta. Dunque, io non vi biasimo, Martin, ricordatevene:

c’è stato un malinteso, e non altro. Come hanno detto i miei genitori,

noi non eravamo fatti l’uno per l’altra, e dovremmo essere felici

d’essercene accorti prima che fosse troppo tardi...» Poi, come fine:

«È inutile tentare di vedermi; sarebbe un colloquio troppo penoso per

tutti e due, come per mia madre. Le ho già procurato tanti dispiaceri e

preoccupazioni, che ci vorrà del tempo per farmi perdonare.»

Egli rilesse la lettera la seconda volta, attentamente, poi sedette

a tavola e rispose. Le riferì il discorso del comizio socialista,

facendole osservare che era proprio il contrario di quello che il

giornale aveva presentato; e finendo appassionatamente, la supplicava

di seguitare a volergli bene. «Rispondete, ve ne prego! — diceva. — Non

vi domando altro che questo: Mi amate? Basta. Rispondete a questa sola

domanda».

Ma non venne risposta nè il giorno dopo, nè l’altro. «Troppo tardi»

giaceva sulla tavola com’era rimasto, e ogni giorno la pila dei

manoscritti sotto la tavola cresceva. Per la prima volta, egli conobbe

l’insonnia e il nervosismo delle lunghe notti bianche. Andò tre volte a

suonare il campanello alla porta dei Morse, ma ogni volta il cameriere

lo rimandò. Brissenden era in albergo, tanto malato, che non poteva

muoversi, e Martin, pur tenendogli compagnia, non voleva annoiarlo con

le sue tristezze.

Giacchè gli affanni di Martin erano numerosi. Le conseguenze della

propaganda vendicativa del giovanetto picchiato erano state più gravi

che Martin non pensasse. Il droghiere portoghese gli rifiutò nuovamente

ogni credito, mentre il fruttivendolo, — americano orgogliosissimo

di esserlo, — lo chiamava traditore della patria, e gli proibiva di

rimettere i piedi nel negozio, e spinse il suo patriottismo al punto

da annullare ogni avere e da vietargli di pagare il conto. Il vicinato

si comportò non diversamente, e Martin fu esecrato da tutti; nessuno

voleva aver rapporti con un traditore socialista. La povera Maria,

indecisa, spaventata, rimaneva però fedele. I mocciosi del vicinato,

vinto lo stupore d’ammirazione per la magnifica carrozza che avevano

vista un giorno davanti alla porta di Martin, si godettero il maligno

piacere di chiamarlo «vagabondo», «lazzarone», «brigante», tenendosi

però, si capisce, a prudente distanza. La tribù dei Silva lo difendeva

coraggiosamente, e non passava giorno che i ragazzi non tornassero a

casa con un occhio pesto o col naso sanguinante, accrescendo così le

preoccupazioni e le incertezze di Maria!

Un giorno, Martin incontrò Geltrude per la strada e seppe ciò che

sapeva ch’era inevitabile, e cioè che Bernardo Higgingbotham, furibondo

perchè Martin aveva compromesso pubblicamente la famiglia, gli proibiva

di entrare in casa.

— Perchè non vai via, Martin? — implorò Geltrude. — Parti, cercati in

un altro luogo un’occupazione e diventa serio. Dopo, quando le cose si

saranno acquietate, ritornerai.

Martin scosse la testa, ma senza dare spiegazioni. Che doveva spiegare?

Era spaventato dall’orribile abisso che lo separava dalla gente della

sua classe. Non c’era parola della lingua inglese o di qualsiasi altra

lingua, capace di far capire loro che il suo atteggiamento e la sua

condotta consistevano, nel caso particolare, in una sistemazione;

e dicendo ciò, essi dicevano tutto. Trovare un impiego! Mettersi a

lavorare! Poveri schiavi stupidi! — diceva egli fra sè, mentre la

sorella parlava. — Non era davvero sorprendente che il mondo fosse

dei forti! I servi erano ossessionati dalla proprio schiavitù; per

essi «farsi una posizione» era la frase cabalistica per eccellenza.

Egli scosse il capo quando Geltrude gli offrì del danaro, sebbene, non

ignorasse che quel giorno stesso doveva andare al Monte di Pietà.

— Non avvicinare Bernardo in questo momento, — raccomandò la brava

donna. — Fra qualche mese, quando si sarà calmato, forse potrai guidare

la sua vettura per le consegne. E, Martin, se dovessi aver bisogno di

me, fammi chiamare e verrò. Non dimenticarlo!

Lei s’allontanò, piangendo a bassa voce, e, col cuore angosciato: egli

seguì con lo sguardo il corpo pesante e l’andatura di sguattera della

sorella. Ora, a questo punto, l’edificio nietzschiano tremò leggermente

dalle fondamenta e parve vacillare. In astratto, la classe degli

schiavi era perfetta, ma quando si trattava della propria famiglia,

la cosa non era tale da soddisfare pienamente. Eppure, sua sorella

Geltrude era l’esempio evidente del debole schiacciato dal più forte.

Egli rise amaramente di questo paradosso. Un bel filosofo era quello

davvero, se accadeva in realtà che i suoi principî fossero scossi

alla prima prova sentimentale! e, peggio, scossi dalla stessa morale

da schiavi; giacchè la sua pietà per sua sorella non era altro che

questo. I veri uomini, gli eletti, superavano l’abusata pietà e la

puerile compassione; pietà e compassione erano chiuse negli ergastoli

sotterranei, ed erano nate dal sudore d’agonia d’un’umanità miserabile.

Martin Eden(#73373) · 第 51 / 69 题