— Venite! andiamo alla riunione, — gli disse Brissenden, ancora debole
per una emorragia avuta una mezz’ora prima, la seconda in tre giorni.
Tutto tremante ancora, col suo eterno bicchiere di whisky in mano,
inghiottì il liquido d’un fiato.
— Ho forse bisogno di socialismo? — domandò Martin.
— Agli _outsiders_ è permesso parlare per cinque minuti, — insistè il
malato. — Alzatevi e andiamo! Dite loro perchè il socialismo non vi
piace; dite loro ciò che pensate di essi e della loro etica superata.
Sbattete loro in faccia Nietzsche, e avanti senza cerimonie! Fate
baccano. Farà bene a quella gente che ha bisogno di discutere, come
voi. Vedete, vorrei vedervi diventar socialista, prima che io chiuda
gli occhi. È la sola cosa che vi salverà dalla delusione che vi
attende.
— Io non riesco a capire come voi, voialtri tutti, possiate essere
socialisti, — osservò Martin con stupore. — Voi odiate tanto il
«popolo». Veramente, non c’è nulla, nella canaglia, che possa piacere
all’animo vostro così estetizzante! — E accennò con la punta del dito
al bicchiere di whisky che l’amico riempiva nuovamente. — Non sembra
che il socialismo debba guarirvi!
— Io sono molto malato, — rispose l’altro. — Ma per voi la cosa è
diversa. Voi avete la salute e mille ragioni di vivere. E bisogna che
vi attacchiate alla vita in modo definitivo. Vi domandate perchè sono
socialista; perchè il socialismo è inevitabile; perchè il sistema
attuale è irragionevole e imputridito; perchè sono passati i tempi del
vostro cavaliere senza paura. Gli schiavi non ne vorranno sapere: essi
sono molto numerosi, e, a qualunque costo, faranno cadere il cavaliere
prima ch’egli si sia lanciato nell’arena. Voi non potrete scansarvi e
sarete costretto a ingoiare tutta questa morale di schiavi. Non sarà
bello, proprio bello, lo confesso; ma, quando si è in ballo, bisogna
ballare. Voi siete antidiluviano, d’altra parte, con le vostre idee
nietzschiane. Il passato è passato, e colui che dice che la storia si
ripete, è bugiardo. Naturalmente, io odio la folla; ma che fare? Ogni
altra cosa è preferibile al timido branco di porci che ci governa.
Comunque, venite! Ora sono al punto giusto, mentre se rimango qui
divento brillo. Eppoi, sapete cosa dice quel dottore, che il diavolo lo
porti? che gli faccio perdere tempo e fatica, vedrete!
Era una sera di domenica, così che i due trovarono la piccola sala
zeppa di socialisti di Oakland, quasi tutti operai. L’oratore,
ebreo intelligente, suscitò insieme l’ammirazione e lo spirito di
contraddizione di Martin. Con quelle spalle incurvate, il petto
angusto, egli riaffermava la natura della sua origine e della sua
razza, e Martin risentiva potentemente la lotta secolare dei deboli,
miserabili schiavi, contro il pugno d’uomini che li governano e li
governeranno sino alla fine dei secoli. Per Martin, quell’essere
rattrappito era un simbolo; egli rappresentava davvero tutta quella
miserabile folla di gracili, d’incapaci, che periscono secondo le
leggi biologiche, perchè non hanno la forza di lottare per vivere. Per
eliminazione. A dispetto dei loro ragionamenti filosofici e delle loro
astuzie, la natura li rigetta, per scegliere l’uomo eccezionale. Da
tutte le meravigliose seminagioni fatte dalla sua mano prolifica, essa
trae e conserva i migliori, così come l’uomo, scimmiottandola, alleva
i cavalli, e coltiva i melloni. S’intende che i sacrificati non si
lasciano sopprimere senza lanciare alte grida. I socialisti non hanno
mai cessato di gridare come gridavano quell’oratore rachitico e il suo
pubblico sovraeccitato; che reclamavano con grandi grida e cianciavano
sul modo di ridurre al minimo le miserie della vita.
Tali furono le riflessioni di Martin, e così parlò quando Brissenden
lo invitò a «scuotere loro le pulci di dosso». Egli salì sul palco, e,
come d’uso, si rivolse al presidente della riunione; in piedi, parlò a
voce bassa, tra pause, raccogliendo le idee che il discorso dell’ebreo
gli aveva suscitate nella mente. In quei comizî erano concessi cinque
minuti a ciascun oratore; ma dopo cinque minuti Martin era lanciato
di gran carriera, l’interesse del pubblico era destato, così che,
per acclamazione, fu chiesto al presidente di lasciarlo parlare. Il
pubblico stimava quell’avversario degno di esso, ne beveva la parola
infiammata, convinta. Tuttavia non garbava punto a quella gente la
verità dura, che attaccava con franchezza gli schiavi, la loro morale,
la loro tattica, e non nascondeva che si trattava di loro. Egli citò
Spencer, Malthus e la legge biologica dell’evoluzione.
— Dunque, — concluse, riassumendo rapidamente, — uno Stato composto di
schiavi, non può vivere: domina sempre l’antica legge dello sviluppo
delle razze. Come ho dimostrato, i forti e loro discendenti soltanto
tendono a sopravvivere nella lotta per la vita, mentre i deboli e loro
discendenti dovranno essere schiacciati. Ne viene perciò di conseguenza
che, sopravvivendo soltanto i forti, la forza di ogni generazione
aumenterà. Tale è la legge. Ma voialtri schiavi, — è triste essere
schiavi, lo riconosco, — sognate una società dalla quale sarà bandita
l’evoluzione, nella quale i deboli e gl’incapaci potranno soddisfare
la loro fame, tutto il giorno se vogliono, nella quale sposeranno
e procreeranno come tutti i forti. Quale risultato otterrete voi?
La forza e il valore della razza diminuiranno di generazione in
generazione; la vostra società di schiavi, creata da schiavi e per
gli schiavi, deve fatalmente dissolversi, cadere in polvere. La vostra
filosofia da schiavi avrà allora la sua Nemesi.
Io vi ricordo che parlo secondo fatti biologici, e non secondo l’etica
sentimentale. Nessun governo di schiavi può esistere.
— E che dite degli Stati Uniti? — urlò una voce tra gli ascoltatori.
— Degli Stati Uniti — rispose Martin. — Ascoltate! Le tredici colonie
si sbarazzarono un giorno dei loro capi e formarono una sedicente
repubblica; e i servi diventarono loro capi. Ma poichè non potevano
non obbedire, una nuova specie di padroni sorse, formata non già
da uomini grandi, virili, nobili, ma da mercanti astuti e pieni di
cautele, da usurai avidi. Ed essi ridussero nuovamente a schiavitù
non già francamente, come avrebbero fatto dei veri uomini, con la
potenza del loro braccio e del loro reale valore, ma ipocritamente,
mediante losche macchinazioni, basse moine e menzogne sfrontate. Essi
hanno comperato i vostri giudici, corrotto la magistratura, e ridotto
a orrori peggiori della schiavitù i vostri figliuoli: due milioni
di fanciulli penano, ora come ora, in questa oligarchia commerciale
che sono gli Stati Uniti; due milioni di schiavi a malapena nutriti,
a malapena ricoverati! Ma ritorno all’argomento. Ho dimostrato che
non può esistere nessuna società di schiavi, perchè, per sua stessa
natura, essa annulla la legge dello sviluppo. Se un organismo di tal
genere dovesse sorgere, esso conterrebbe subito in sè il germe della
propria dissoluzione. Vi è facile parlare d’annullare questa legge
dell’evoluzione, ma ne conoscete un’altra che manterrà la vostra forza?
Se ne conoscete una, ditelo.
Martin si rimise a sedere, fra un tumulto indescrivibile. Una ventina
di persone, in piedi, chiedevano tutte la parola, con grandi urla.
A uno a uno, incoraggiati dai richiami e dagli applausi, quegli
uomini risposero all’attacco di Martin, fragorosamente, con un
gran gesticolare. Fu una notte epica, ma tutta di combattimenti
intellettuali, di lotta per le idee! Quasi tutti si rivolsero
direttamente a Martin, alcuni troppo sinceri per poter essere cortesi,
cosicchè più d’una volta il presidente dovette picchiare sul tavolo e
richiamare all’ordine.
Intanto, si trovava tra la folla un giovane _reporter_ in cerca
d’argomenti sensazionali. Non era certo un gran _reporter_; egli non
possedeva altro che una certa facilità e un certo brio. La discussione
era un po’ ardua per lui, sebbene egli si confortasse pensando di
essere infinitamente superiore a tutti quei chiacchieroni fanatici.
Egli aveva anche un enorme rispetto per i grandi idoli, per coloro
che dirigono la polizia delle nazioni e dispongono della stampa.
Infine, egli aveva un ideale: quello di riuscire ad essere un perfetto
_reporter_, il _reporter_ tipo, colui che, d’un piccolo episodio di
cronaca, è capace di fare una catastrofe sensazionale.
Ignorava completamente di che si trattasse, e d’altra parte non
era necessario che lo sapesse. A simiglianza del paleontologo
che ricostruisce tutto uno scheletro con un osso di fossile, egli
era capace di ricostruire tutto un discorso su questa sola parola
«Rivoluzione». E così fece quella sera, molto bene, però; e poichè
Martin aveva fatto chiasso, egli attribuì a lui i discorsi di tutti gli
oratori e ne fece l’arcianarchico di tutta la riunione, trasformando
l’individualismo reazionario di lui in socialismo ad oltranza, del
rosso più acceso. Il giovane _reporter_ era un artista; egli fece
un ampio quadro, con gran cura del color locale, di quei degenerati
nevrastenici, dai lunghi capelli, dagli occhi selvaggi, che tendevano i
pugni stretti, urlavano le loro rivendicazioni con occhi d’arrabbiati,
tra urli, ingiurie e i rochi brontolii di una folla furiosa.