CAPITOLO XXXVII.

— Venite! andiamo alla riunione, — gli disse Brissenden, ancora debole

per una emorragia avuta una mezz’ora prima, la seconda in tre giorni.

Tutto tremante ancora, col suo eterno bicchiere di whisky in mano,

inghiottì il liquido d’un fiato.

— Ho forse bisogno di socialismo? — domandò Martin.

— Agli _outsiders_ è permesso parlare per cinque minuti, — insistè il

malato. — Alzatevi e andiamo! Dite loro perchè il socialismo non vi

piace; dite loro ciò che pensate di essi e della loro etica superata.

Sbattete loro in faccia Nietzsche, e avanti senza cerimonie! Fate

baccano. Farà bene a quella gente che ha bisogno di discutere, come

voi. Vedete, vorrei vedervi diventar socialista, prima che io chiuda

gli occhi. È la sola cosa che vi salverà dalla delusione che vi

attende.

— Io non riesco a capire come voi, voialtri tutti, possiate essere

socialisti, — osservò Martin con stupore. — Voi odiate tanto il

«popolo». Veramente, non c’è nulla, nella canaglia, che possa piacere

all’animo vostro così estetizzante! — E accennò con la punta del dito

al bicchiere di whisky che l’amico riempiva nuovamente. — Non sembra

che il socialismo debba guarirvi!

— Io sono molto malato, — rispose l’altro. — Ma per voi la cosa è

diversa. Voi avete la salute e mille ragioni di vivere. E bisogna che

vi attacchiate alla vita in modo definitivo. Vi domandate perchè sono

socialista; perchè il socialismo è inevitabile; perchè il sistema

attuale è irragionevole e imputridito; perchè sono passati i tempi del

vostro cavaliere senza paura. Gli schiavi non ne vorranno sapere: essi

sono molto numerosi, e, a qualunque costo, faranno cadere il cavaliere

prima ch’egli si sia lanciato nell’arena. Voi non potrete scansarvi e

sarete costretto a ingoiare tutta questa morale di schiavi. Non sarà

bello, proprio bello, lo confesso; ma, quando si è in ballo, bisogna

ballare. Voi siete antidiluviano, d’altra parte, con le vostre idee

nietzschiane. Il passato è passato, e colui che dice che la storia si

ripete, è bugiardo. Naturalmente, io odio la folla; ma che fare? Ogni

altra cosa è preferibile al timido branco di porci che ci governa.

Comunque, venite! Ora sono al punto giusto, mentre se rimango qui

divento brillo. Eppoi, sapete cosa dice quel dottore, che il diavolo lo

porti? che gli faccio perdere tempo e fatica, vedrete!

Era una sera di domenica, così che i due trovarono la piccola sala

zeppa di socialisti di Oakland, quasi tutti operai. L’oratore,

ebreo intelligente, suscitò insieme l’ammirazione e lo spirito di

contraddizione di Martin. Con quelle spalle incurvate, il petto

angusto, egli riaffermava la natura della sua origine e della sua

razza, e Martin risentiva potentemente la lotta secolare dei deboli,

miserabili schiavi, contro il pugno d’uomini che li governano e li

governeranno sino alla fine dei secoli. Per Martin, quell’essere

rattrappito era un simbolo; egli rappresentava davvero tutta quella

miserabile folla di gracili, d’incapaci, che periscono secondo le

leggi biologiche, perchè non hanno la forza di lottare per vivere. Per

eliminazione. A dispetto dei loro ragionamenti filosofici e delle loro

astuzie, la natura li rigetta, per scegliere l’uomo eccezionale. Da

tutte le meravigliose seminagioni fatte dalla sua mano prolifica, essa

trae e conserva i migliori, così come l’uomo, scimmiottandola, alleva

i cavalli, e coltiva i melloni. S’intende che i sacrificati non si

lasciano sopprimere senza lanciare alte grida. I socialisti non hanno

mai cessato di gridare come gridavano quell’oratore rachitico e il suo

pubblico sovraeccitato; che reclamavano con grandi grida e cianciavano

sul modo di ridurre al minimo le miserie della vita.

Tali furono le riflessioni di Martin, e così parlò quando Brissenden

lo invitò a «scuotere loro le pulci di dosso». Egli salì sul palco, e,

come d’uso, si rivolse al presidente della riunione; in piedi, parlò a

voce bassa, tra pause, raccogliendo le idee che il discorso dell’ebreo

gli aveva suscitate nella mente. In quei comizî erano concessi cinque

minuti a ciascun oratore; ma dopo cinque minuti Martin era lanciato

di gran carriera, l’interesse del pubblico era destato, così che,

per acclamazione, fu chiesto al presidente di lasciarlo parlare. Il

pubblico stimava quell’avversario degno di esso, ne beveva la parola

infiammata, convinta. Tuttavia non garbava punto a quella gente la

verità dura, che attaccava con franchezza gli schiavi, la loro morale,

la loro tattica, e non nascondeva che si trattava di loro. Egli citò

Spencer, Malthus e la legge biologica dell’evoluzione.

— Dunque, — concluse, riassumendo rapidamente, — uno Stato composto di

schiavi, non può vivere: domina sempre l’antica legge dello sviluppo

delle razze. Come ho dimostrato, i forti e loro discendenti soltanto

tendono a sopravvivere nella lotta per la vita, mentre i deboli e loro

discendenti dovranno essere schiacciati. Ne viene perciò di conseguenza

che, sopravvivendo soltanto i forti, la forza di ogni generazione

aumenterà. Tale è la legge. Ma voialtri schiavi, — è triste essere

schiavi, lo riconosco, — sognate una società dalla quale sarà bandita

l’evoluzione, nella quale i deboli e gl’incapaci potranno soddisfare

la loro fame, tutto il giorno se vogliono, nella quale sposeranno

e procreeranno come tutti i forti. Quale risultato otterrete voi?

La forza e il valore della razza diminuiranno di generazione in

generazione; la vostra società di schiavi, creata da schiavi e per

gli schiavi, deve fatalmente dissolversi, cadere in polvere. La vostra

filosofia da schiavi avrà allora la sua Nemesi.

Io vi ricordo che parlo secondo fatti biologici, e non secondo l’etica

sentimentale. Nessun governo di schiavi può esistere.

— E che dite degli Stati Uniti? — urlò una voce tra gli ascoltatori.

— Degli Stati Uniti — rispose Martin. — Ascoltate! Le tredici colonie

si sbarazzarono un giorno dei loro capi e formarono una sedicente

repubblica; e i servi diventarono loro capi. Ma poichè non potevano

non obbedire, una nuova specie di padroni sorse, formata non già

da uomini grandi, virili, nobili, ma da mercanti astuti e pieni di

cautele, da usurai avidi. Ed essi ridussero nuovamente a schiavitù

non già francamente, come avrebbero fatto dei veri uomini, con la

potenza del loro braccio e del loro reale valore, ma ipocritamente,

mediante losche macchinazioni, basse moine e menzogne sfrontate. Essi

hanno comperato i vostri giudici, corrotto la magistratura, e ridotto

a orrori peggiori della schiavitù i vostri figliuoli: due milioni

di fanciulli penano, ora come ora, in questa oligarchia commerciale

che sono gli Stati Uniti; due milioni di schiavi a malapena nutriti,

a malapena ricoverati! Ma ritorno all’argomento. Ho dimostrato che

non può esistere nessuna società di schiavi, perchè, per sua stessa

natura, essa annulla la legge dello sviluppo. Se un organismo di tal

genere dovesse sorgere, esso conterrebbe subito in sè il germe della

propria dissoluzione. Vi è facile parlare d’annullare questa legge

dell’evoluzione, ma ne conoscete un’altra che manterrà la vostra forza?

Se ne conoscete una, ditelo.

Martin si rimise a sedere, fra un tumulto indescrivibile. Una ventina

di persone, in piedi, chiedevano tutte la parola, con grandi urla.

A uno a uno, incoraggiati dai richiami e dagli applausi, quegli

uomini risposero all’attacco di Martin, fragorosamente, con un

gran gesticolare. Fu una notte epica, ma tutta di combattimenti

intellettuali, di lotta per le idee! Quasi tutti si rivolsero

direttamente a Martin, alcuni troppo sinceri per poter essere cortesi,

cosicchè più d’una volta il presidente dovette picchiare sul tavolo e

richiamare all’ordine.

Intanto, si trovava tra la folla un giovane _reporter_ in cerca

d’argomenti sensazionali. Non era certo un gran _reporter_; egli non

possedeva altro che una certa facilità e un certo brio. La discussione

era un po’ ardua per lui, sebbene egli si confortasse pensando di

essere infinitamente superiore a tutti quei chiacchieroni fanatici.

Egli aveva anche un enorme rispetto per i grandi idoli, per coloro

che dirigono la polizia delle nazioni e dispongono della stampa.

Infine, egli aveva un ideale: quello di riuscire ad essere un perfetto

_reporter_, il _reporter_ tipo, colui che, d’un piccolo episodio di

cronaca, è capace di fare una catastrofe sensazionale.

Ignorava completamente di che si trattasse, e d’altra parte non

era necessario che lo sapesse. A simiglianza del paleontologo

che ricostruisce tutto uno scheletro con un osso di fossile, egli

era capace di ricostruire tutto un discorso su questa sola parola

«Rivoluzione». E così fece quella sera, molto bene, però; e poichè

Martin aveva fatto chiasso, egli attribuì a lui i discorsi di tutti gli

oratori e ne fece l’arcianarchico di tutta la riunione, trasformando

l’individualismo reazionario di lui in socialismo ad oltranza, del

rosso più acceso. Il giovane _reporter_ era un artista; egli fece

un ampio quadro, con gran cura del color locale, di quei degenerati

nevrastenici, dai lunghi capelli, dagli occhi selvaggi, che tendevano i

pugni stretti, urlavano le loro rivendicazioni con occhi d’arrabbiati,

tra urli, ingiurie e i rochi brontolii di una folla furiosa.

Martin Eden(#73373) · 第 50 / 69 题