CAPITOLO XXXVI.

Per prima cosa, Martin, la mattina dopo, fece come voleva Brissenden,

seguendone i consigli. Egli incominciò con lo spedire «La Vergogna del

Sole» a «_L’Acropoli_«, pensando che se riusciva a farlo pubblicare

da una rivista, una casa editrice glie l’avrebbe pubblicato, poi, più

facilmente. Mandò anche «L’Effimero» a una rivista.

A dispetto di quella vera _rivistofobia_ di cui soffriva Brissenden,

Martin era deciso a far sì che quel meraviglioso poema vedesse la

luce; non perchè credesse di poter permettersi di farlo pubblicare

contro la volontà di Brissenden, ma perchè, se una grande rivista lo

avesse accettato, sperava di ottenere il consenso dell’amico. Quella

mattina, Martin cominciò un racconto abbozzato alcune settimane

prima e che lo assillava continuamente. Doveva essere un racconto del

secolo ventesimo, e la scena avvenire sul mare, piena di avventure

romanzesche, in un modo reale, fra personaggi reali, in condizioni

verosimili. Ma attraverso la trama pittoresca del racconto, vi sarebbe

stata un’altra cosa che un lettore superficiale non avrebbe sentita

forse e che avrebbe avuto tutto il suo valore per colui che avesse

saputo leggere fra le righe.

«Troppo tardi» doveva esserne il titolo, e il racconto doveva

comprendere un minimo di sessantamila parole, — un’inezia, data la

facilità con la quale egli scriveva.

S’immerse quel giorno nel lavoro, col senso delizioso dell’artefice che

sa maneggiare i suoi istrumenti e non teme che un movimento maldestro

gli guasti il lavoro. I suoi lunghi mesi d’applicazione e di studio

davano i loro frutti: ora, sorvolando sui particolari, egli poteva

applicarsi con mano sicura a segnar le grandi linee d’un opera, e d’ora

in ora, si rendeva conto, come mai prima, del modo solido e largo col

quale capiva la vita e le cose della vita. — Per merito di Spencer,

diss’egli tra sè, interrompendo per un minuto lo scrivere. — Sì, egli

doveva a Spencer il fatto che possedeva ora il segreto della vita:

l’evoluzione.

Sentì che ciò che scriveva sarebbe stato opera d’ampio respiro. «Così

va bene! così va bene!» si ripeteva egli senza tregua.

Finalmente aveva scoperto il genere di cose che sarebbe piaciuto

necessariamente alle riviste illustrate; e tutta la storia gli folgorò

davanti. S’interruppe per inserire nel suo taccuino, un lungo capitolo,

l’ultimo di «Troppo tardi!» Tutto il libro era così perfettamente

composto nel suo cervello, che egli avrebbe potuto scriverlo dal

principio alla fine. Lo paragonò ai racconti dei marinai che egli

conosceva; — Non ce n’è che uno solo che possa reggere al paragone,

— mormorò ad alta voce; — ed è Conrad. E anche lui potrebbe venire a

stringermi la mano e dirmi: «Va bene, Martin, ragazzo mio!»

Lavorò tutto il giorno, ricordando sino all’ultimo momento il pranzo

in casa dei Morse. Con l’aiuto di Brissenden, egli aveva potuto

disimpegnare il vestito nero, così che era in condizioni di recarsi

a pranzo in città. Prima egli corse in una libreria a comperare il

«Ciclo della Vita», un saggio su Spencer, di cui Brissenden gli aveva

parlato. Salito sul tranvai, egli l’aprì, e a mano a mano che leggeva,

cresceva in lui la collera: col sangue al volto, le mascelle strette,

egli chiudeva e riapriva i pugni, come per afferrare e spezzare qualche

cosa odiosa. Sceso dal tranvai, andò su e giù furiosamente lungo

il marciapiede, e suonò alla porta dei Morse, con tale impeto che,

calmatosi a un tratto, sorrise egli stesso della sua collera. Appena

entrò in casa dei Morse, si sentì oppresso. Borghesi, bottegai, li

aveva chiamati Brissenden... Ma che importava? — fece egli tra sè, con

sdegno. — Egli sposava Ruth e non la famiglia.

Gli parve che Ruth non fosse stata mai così bella, così eterea e pure

così bene in salute; le sue guance erano colorite, ed egli non poteva

far di meno di guardarla con insistenza negli occhi, occhi nei quali

aveva letto per la prima volta l’immortalità! Ma in quel momento negli

occhi di Ruth egli leggeva l’argomento senza parole che annientava

gli argomenti più speciosi. Ogni discussione cadeva davanti a quegli

occhi, giacchè egli vedeva in essi l’amore; un amore indefinibile,

incomprensibile, infinito; tale era la sua teoria appassionata. Prima

del pranzo, egli ebbe con lei una mezz’ora di colloquio che lo rese

totalmente felice e lieto di vivere; ma a tavola l’inevitabile reazione

della sua dura giornata di lavoro si fece sentire; sentiva male agli

occhi, si sentiva irritabile, nervoso. Ricordò che a quella stessa

tavola, ch’egli ora denigrava e dove s’annoiava molto frequentemente,

aveva per la prima volta mangiato con gente civile, in un ambiente che

allora gli pareva il più alto intellettualmente e il più raffinato.

Egli rievocò il patetico Martin Eden di quella sera, primitivo

selvaggio impacciato da se stesso, che sudava preoccupazione da tutti

i pori, spaventato davanti ai misteri dell’agiatezza, affascinato dal

maggiordomo che gli pareva un orco; Martin Eden che tentava di varcar

d’un colpo l’abisso enorme che lo separava da quegli esseri superiori e

che si decideva finalmente a rimanere qual era e a non scimmiottare più

a lungo maniere che non aveva.

Egli lanciò uno sguardo inquieto a Ruth, facendo in certo qual modo

come quei passeggieri che, presi da panico improvviso, cercano con gli

occhi la cintura di salvataggio. Ebbene! anche se tutto il resto fosse

fallito, egli aveva però conquistato l’amore di Ruth; soltanto Ruth e

l’amore avevano resistito alla prova dei libri e meritato la sanzione

biologica. L’amore era l’espressione più ardente della vita. La natura

aveva lavorato un milione di secoli per far sbocciare quel capolavoro,

perfezionarlo, abbellirlo di tutte le meraviglie dell’immaginazione,

per lanciarlo poi su questo pianeta allo scopo di vibrare, di amare, e

di unirsi.

La sua mano cercò quella di Ruth sotto la tavola, e Ruth ricambiò la

stretta con ardore. Ruth lo guardò rapidamente; i suoi occhi raggianti

erano pieni di tenerezza. Ed egli sentì un brivido, non rendendosi

conto che ciò che di bello aveva visto in quello sguardo non era altro

che il riflesso di ciò che aveva proiettato il suo.

Dirimpetto a lui, a destra del signor Morse, era seduto il signor

Blount, giudice nella Corte d’appello del luogo. Martin lo aveva

visto parecchie volte, ma non era riuscito a stimarlo. Il giudice e

il signor Morse discutevano di politica, del partito dei lavoratori,

delle condizioni locali, di socialismo, e il signor Morse si sforzava

di attirare Martin nella discussione in modo da fargli aver torto. In

fine, il giudice Blount lanciò uno sguardo, insieme indulgente e pieno

di paterna pietà, che fece sorridere Martin nell’intimo.

— Vi passerà, giovanotto, — diss’egli con tono melato. — Il tempo è il

miglior rimedio per moderare gli eccessi della gioventù. — E si voltò

verso Morse: — In casi simili la discussione non giova: non serve ad

altro che a rinforzare l’ostinazione del paziente.

— È vero, — rispose gravemente il signor Morse; — non è bene talvolta

far capire al paziente il suo stato.

Martin rise, d’un riso allegro, ma non spontaneo. Quella giornata

di lavoro troppo lungo, troppo intenso, provocava in lui una penosa

reazione.

— Non dubito che siate eccellenti medici tutti e due, — diss’egli, —

ma se non vi date nessuna cura di conoscere il parere del paziente,

permettetemi di dirvi che la vostra diagnosi non vale gran che. La

filosofia socialista, che avete tentato penosamente di digerire, non mi

riguarda; io non l’ho neppure inghiottita.

— Mica male! mica male! — mormorò il giudice. — È un’ottima malizia, in

una discussione, rovesciare i termini della questione.

— Da parte vostra! — e nel dir ciò, Martin lanciava lampi dagli

occhi, ma si contenne. — Vedete, signor giudice, io ho sentito i

vostri discorsi durante la campagna elettorale. Per un fenomeno

di auto-suggestione, voi vi persuadete di credere al metodo delle

competizioni, e alla supremazia del più forte, e nello stesso tempo voi

approvate, tanto più, tutte le norme capaci di diminuire la potenza del

più forte.

— Giovanotto...

— Ricordate che ho ascoltato i vostri discorsi, — ripetè Martin. — È

evidente che il vostro modo di vedere in materia d’ordinamento degli

scambî interni, del trust delle ferrovie, e per ciò che riguarda la

«Standard Oil», la conservazione delle foreste e molte altre norme

restrittive, è nettamente socialista.

— E vorreste farmi credere che voi non approvate il regolamento di

quegli odiosi abusi di potere?

— Questa è un’altra questione. Io tengo soltanto a provarvi l’inanità

della vostra diagnosi. Voglio dirvi che il microbo del socialismo non

mi ha toccato, e che invece rode e castra voi. Quanto a me, io sono un

avversario deciso del socialismo, come anche della vostra democrazia

ibrida, che non è altro che un pseudo socialismo ricoperto d’orpello

di contrabbando. Io sono reazionario, talmente reazionario, che le mie

idee vi debbono sembrare incomprensibili, incomprensibili a voialtri

che vivete nella menzogna d’un’organizzazione sociale truccata, e che

non avete una vista abbastanza penetrante per scoprire il trucco. Voi

fate finta di credere alla prevalenza del più forte e alle leggi del

più forte; io credo; ecco la diversità. Non molto tempo fa, io ero come

voi; le vostre idee mi avevano persuaso; ma i mercanti, i commercianti,

sono al massimo dei padroni paurosi che passano la vita leccando

piattini. Allora, vedete, mi sono orientato verso l’aristocrazia.

Qui, a questa tavola, io sono il solo individualista. Secondo me, lo

Stato non è nulla. Io attendo l’uomo forte, il Cavaliere senza paura,

che verrà a salvar lo Stato da questo nulla fangoso. Nietzsche aveva

ragione — non perderò il tempo a spiegarvi chi fosse Nietzsche — ma

aveva ragione. Il mondo è dei forti, di coloro che uniscono la forza

alla nobiltà d’animo, che non s’avvoltolano nei pantani putridi dei

compromessi, nei boccali, e negli affari più o meno sospetti. Il mondo

appartiene al gran bruto di razza, a colui che non ha che una parola

e la rispetta, ai veri aristocratici. Ed essi mangeranno voialtri

socialisti spaventati dal socialismo; la vostra bassa e vile morale

da schiavi non vi salverà. Io so benissimo che tutto ciò è ebraico per

voi, e non vi annoierò di più, ma ricordatevi di questo: vi saranno non

più di dodici individualisti in tutta Oakland, e Martin Eden è uno di

questi.

Egli si voltò verso Ruth, volendo significarle che era deciso a non

discutere oltre.

— Sono esausto, — diss’egli con voce fioca. — Non mi rimane che la

forza d’amarvi.

E fece finta di non udire il signor Morse che diceva:

— Non sono convinto: tutti i socialisti sono gesuiti nel profondo

dell’animo. Ecco che cosa bisogna dir loro.

— Pure, riusciremo un giorno a far di voi un buon repubblicano, — fece

il giudice Blount.

— Il Cavaliere senza paura verrà prima d’allora, — rispose Martin, di

buon umore, poi si voltò nuovamente verso Ruth.

Ma il signor Morse non era soddisfatto; la pigrizia del suo futuro

genero e la sua repugnanza a ogni lavoro «serio», le sue idee

preoccupanti, la sua natura incomprensibile, gli procuravano un vivo

dispiacere. Il signor Morse avviò dunque la conversazione su Herbert

Spencer, e il giudice fece del suo meglio per assecondarlo. Martin, che

aveva teso l’orecchio, udendo pronunziare il nome del filosofo, sentì

il degno magistrato pronunciare con compiacimento una requisitoria

severa contro Spencer. Di tanto in tanto, il signor Morse lanciava uno

sguardo furtivo a Martin, come per dire: — A te, ragazzo mio, a te!

— Sinistri barbieri! — borbottò Martin e seguitò a conversare con

Ruth, senonchè il lavoro della giornata l’aveva stancato, ed egli era

nervoso.

— Che avete? — gli domandò Ruth, a un tratto, preoccupata nel vedere lo

sforzo ch’egli faceva per frenarsi.

— Non v’è altro Dio che l’ignoto, e Herbert Spencer è il suo profeta! —

diceva il giudice, proprio in quel momento.

Martin si voltò verso di lui.

— Giudizio facile, — disse con calma. — L’ho sentito la prima volta

al City-Hall Park, da uno del popolo, che avrebbe dovuto essere

meglio informato. Poi, l’ho sentito ripetere spesso, e, ogni volta,

la bestialità odiosa di questa frase, mi ha nauseato. Dovreste

vergognarvene. Udire il nome di questo grand’uomo sulle vostre labbra è

come trovare una rosa in una sentina.

Voi mi fate schifo.

Fu catastrofico! Il giudice lo fulminò con lo sguardo e parve colto da

apoplessia. Il signor Morse se la godeva dentro di sè; sua figlia era

evidentemente urtata, ed egli voleva ottenere appunto questo: spingere

quell’uomo che non gli andava a genio a rivelare il suo ruffianesimo

innato.

La mano di Ruth, implorante, andò a cercare quella di Martin, sotto la

tavola, ma la belva era ormai scatenata. La presunzione intellettuale e

la menzogna di coloro che occupano le più alte cariche, lo indignavano.

Un giudice di Corte d’Appello! — E dire che pochi anni prima quelle

gloriose entità gli erano parse come semidei! Il giudice si padroneggiò

e tentò di continuare la discussione simulando una cortesia che (Martin

lo comprese benissimo) era dovuta soltanto alle donne presenti. E

questo lo esasperò maggiormente. Non c’era proprio alcuna sincerità al

mondo?

— Voi non potete discutere di Spencer con me! — esclamò. — Voi non lo

conoscete, come non lo conoscono i suoi conterranei. Ma la colpa non è

vostra — lo ammetto, — ma della spregevole ignoranza dei nostri tempi.

Un filosofo dell’Accademia, che non era neppure degno di respirare

l’aria che Spencer respirava, lo ha chiamato «Il Filosofo della gente

mezzo colta!». Io non credo che abbiate letto dieci pagine di Spencer:

ma certi critici, probabilmente più intelligenti di voi, non ne hanno

letto di più, e osano sfidare i suoi discepoli, a trovare una sola

idea in tutti i suoi scritti, negli scritti di Spencer! dell’uomo il

cui genio ha improntato la scienza e il pensiero moderno, di colui che

ha rivoluzionato la pedagogìa moderna in modo tale che il contadinello

francese, quando impara a leggere, ne applica i principî! E questi

piccoli microbi d’uomini tentano di insudiciare la sua memoria, quando

quel po’ di nozioni di cui hanno inzeppato il cervello lo debbono in

gran parte a lui!

Eppure un uomo come Fairbanks, il Rettore di Oxford, un uomo che ha

una carica più elevata della vostra, signor giudice, ha dichiarato

che Spencer sarà considerato dai posteri come un poeta e un sognatore,

anzichè come pensatore. Botoli e fantocci! I suoi «Primi Principî» non

mancano totalmente d’un certo fascino letterario, ha detto un altro.

E altri hanno aggiunto che era un compilatore laborioso, anzichè un

pensatore originale. Botoli e fantocci! Botoli e fantocci!

Martin si fermò. Seguì un silenzio mortale: tutta la famiglia Morse,

che considerava il giudice Blount come un uomo ragguardevole e

potente, rimase inorridita, allo scatto di Martin. Il pranzo finì

in un’atmosfera di cerimonia funebre: il giudice e il signor Morse

parlavano quasi sempre fra loro due: gli altri parlavano a tratti. Poi,

quando Ruth e Martin furono soli, accadde una scenata orribile.

— Voi siete un uomo impossibile! — singhiozzò lei.

Ancora furibondo, Martin borbottava: — Che bruti! oh, che bruti!

Quando ella affermò che egli aveva insultato il giudice, Martin ribattè:

— Perchè gli ho detto la verità?

— Vero o falso che sia, per me è lo stesso! — esclamò lei. — Ci sono

dei limiti che non bisogna superare; e voi non avevate il diritto

d’insultare nessuno.

— Allora perchè il giudice Blount si arroga il diritto di falsare la

verità? — domandò Martin. — Falsare la verità è una cosa molto più

grave, che non insultare una misera persona, come quella del giudice!

Egli ha fatto di peggio: ha insozzato la memoria d’un grande. Oh! che

bruti! che bruti!

La sua collera, complessa com’era, si ridestò davanti a Ruth

spaventata, che non l’aveva visto mai così furibondo e lo giudicava

irragionevole e incomprensibile. Eppure, nonostante il risentimento e

il timore, lei si sentiva attratta dal fàscino di lui, da quel fàscino

che l’aveva spinta un tempo a intrecciare le sue mani attorno alla nuca

di lui. E anche quella sera, sebbene umiliata e ferita dalla scena

accaduta a pranzo, essa s’abbandonò tutta vibrante nelle braccia di

lui, mentr’egli ripeteva: — Che bruti! oh, che bruti! — aggiungendo

finalmente: — Io non mi siederò più alla vostra tavola, cara. Non mi

vogliono bene, ed è male da parte mia imporre una vista spiacevole.

Puah! mi fanno ammalare. E dire che nella mia ingenuità avevo creduto

che le persone che hanno cariche elevate, che abitano in belle case e

hanno buoni modi e un conto corrente in banca fossero tutte superiori!

Martin Eden(#73373) · 第 49 / 69 题