Per prima cosa, Martin, la mattina dopo, fece come voleva Brissenden,
seguendone i consigli. Egli incominciò con lo spedire «La Vergogna del
Sole» a «_L’Acropoli_«, pensando che se riusciva a farlo pubblicare
da una rivista, una casa editrice glie l’avrebbe pubblicato, poi, più
facilmente. Mandò anche «L’Effimero» a una rivista.
A dispetto di quella vera _rivistofobia_ di cui soffriva Brissenden,
Martin era deciso a far sì che quel meraviglioso poema vedesse la
luce; non perchè credesse di poter permettersi di farlo pubblicare
contro la volontà di Brissenden, ma perchè, se una grande rivista lo
avesse accettato, sperava di ottenere il consenso dell’amico. Quella
mattina, Martin cominciò un racconto abbozzato alcune settimane
prima e che lo assillava continuamente. Doveva essere un racconto del
secolo ventesimo, e la scena avvenire sul mare, piena di avventure
romanzesche, in un modo reale, fra personaggi reali, in condizioni
verosimili. Ma attraverso la trama pittoresca del racconto, vi sarebbe
stata un’altra cosa che un lettore superficiale non avrebbe sentita
forse e che avrebbe avuto tutto il suo valore per colui che avesse
saputo leggere fra le righe.
«Troppo tardi» doveva esserne il titolo, e il racconto doveva
comprendere un minimo di sessantamila parole, — un’inezia, data la
facilità con la quale egli scriveva.
S’immerse quel giorno nel lavoro, col senso delizioso dell’artefice che
sa maneggiare i suoi istrumenti e non teme che un movimento maldestro
gli guasti il lavoro. I suoi lunghi mesi d’applicazione e di studio
davano i loro frutti: ora, sorvolando sui particolari, egli poteva
applicarsi con mano sicura a segnar le grandi linee d’un opera, e d’ora
in ora, si rendeva conto, come mai prima, del modo solido e largo col
quale capiva la vita e le cose della vita. — Per merito di Spencer,
diss’egli tra sè, interrompendo per un minuto lo scrivere. — Sì, egli
doveva a Spencer il fatto che possedeva ora il segreto della vita:
l’evoluzione.
Sentì che ciò che scriveva sarebbe stato opera d’ampio respiro. «Così
va bene! così va bene!» si ripeteva egli senza tregua.
Finalmente aveva scoperto il genere di cose che sarebbe piaciuto
necessariamente alle riviste illustrate; e tutta la storia gli folgorò
davanti. S’interruppe per inserire nel suo taccuino, un lungo capitolo,
l’ultimo di «Troppo tardi!» Tutto il libro era così perfettamente
composto nel suo cervello, che egli avrebbe potuto scriverlo dal
principio alla fine. Lo paragonò ai racconti dei marinai che egli
conosceva; — Non ce n’è che uno solo che possa reggere al paragone,
— mormorò ad alta voce; — ed è Conrad. E anche lui potrebbe venire a
stringermi la mano e dirmi: «Va bene, Martin, ragazzo mio!»
Lavorò tutto il giorno, ricordando sino all’ultimo momento il pranzo
in casa dei Morse. Con l’aiuto di Brissenden, egli aveva potuto
disimpegnare il vestito nero, così che era in condizioni di recarsi
a pranzo in città. Prima egli corse in una libreria a comperare il
«Ciclo della Vita», un saggio su Spencer, di cui Brissenden gli aveva
parlato. Salito sul tranvai, egli l’aprì, e a mano a mano che leggeva,
cresceva in lui la collera: col sangue al volto, le mascelle strette,
egli chiudeva e riapriva i pugni, come per afferrare e spezzare qualche
cosa odiosa. Sceso dal tranvai, andò su e giù furiosamente lungo
il marciapiede, e suonò alla porta dei Morse, con tale impeto che,
calmatosi a un tratto, sorrise egli stesso della sua collera. Appena
entrò in casa dei Morse, si sentì oppresso. Borghesi, bottegai, li
aveva chiamati Brissenden... Ma che importava? — fece egli tra sè, con
sdegno. — Egli sposava Ruth e non la famiglia.
Gli parve che Ruth non fosse stata mai così bella, così eterea e pure
così bene in salute; le sue guance erano colorite, ed egli non poteva
far di meno di guardarla con insistenza negli occhi, occhi nei quali
aveva letto per la prima volta l’immortalità! Ma in quel momento negli
occhi di Ruth egli leggeva l’argomento senza parole che annientava
gli argomenti più speciosi. Ogni discussione cadeva davanti a quegli
occhi, giacchè egli vedeva in essi l’amore; un amore indefinibile,
incomprensibile, infinito; tale era la sua teoria appassionata. Prima
del pranzo, egli ebbe con lei una mezz’ora di colloquio che lo rese
totalmente felice e lieto di vivere; ma a tavola l’inevitabile reazione
della sua dura giornata di lavoro si fece sentire; sentiva male agli
occhi, si sentiva irritabile, nervoso. Ricordò che a quella stessa
tavola, ch’egli ora denigrava e dove s’annoiava molto frequentemente,
aveva per la prima volta mangiato con gente civile, in un ambiente che
allora gli pareva il più alto intellettualmente e il più raffinato.
Egli rievocò il patetico Martin Eden di quella sera, primitivo
selvaggio impacciato da se stesso, che sudava preoccupazione da tutti
i pori, spaventato davanti ai misteri dell’agiatezza, affascinato dal
maggiordomo che gli pareva un orco; Martin Eden che tentava di varcar
d’un colpo l’abisso enorme che lo separava da quegli esseri superiori e
che si decideva finalmente a rimanere qual era e a non scimmiottare più
a lungo maniere che non aveva.
Egli lanciò uno sguardo inquieto a Ruth, facendo in certo qual modo
come quei passeggieri che, presi da panico improvviso, cercano con gli
occhi la cintura di salvataggio. Ebbene! anche se tutto il resto fosse
fallito, egli aveva però conquistato l’amore di Ruth; soltanto Ruth e
l’amore avevano resistito alla prova dei libri e meritato la sanzione
biologica. L’amore era l’espressione più ardente della vita. La natura
aveva lavorato un milione di secoli per far sbocciare quel capolavoro,
perfezionarlo, abbellirlo di tutte le meraviglie dell’immaginazione,
per lanciarlo poi su questo pianeta allo scopo di vibrare, di amare, e
di unirsi.
La sua mano cercò quella di Ruth sotto la tavola, e Ruth ricambiò la
stretta con ardore. Ruth lo guardò rapidamente; i suoi occhi raggianti
erano pieni di tenerezza. Ed egli sentì un brivido, non rendendosi
conto che ciò che di bello aveva visto in quello sguardo non era altro
che il riflesso di ciò che aveva proiettato il suo.
Dirimpetto a lui, a destra del signor Morse, era seduto il signor
Blount, giudice nella Corte d’appello del luogo. Martin lo aveva
visto parecchie volte, ma non era riuscito a stimarlo. Il giudice e
il signor Morse discutevano di politica, del partito dei lavoratori,
delle condizioni locali, di socialismo, e il signor Morse si sforzava
di attirare Martin nella discussione in modo da fargli aver torto. In
fine, il giudice Blount lanciò uno sguardo, insieme indulgente e pieno
di paterna pietà, che fece sorridere Martin nell’intimo.
— Vi passerà, giovanotto, — diss’egli con tono melato. — Il tempo è il
miglior rimedio per moderare gli eccessi della gioventù. — E si voltò
verso Morse: — In casi simili la discussione non giova: non serve ad
altro che a rinforzare l’ostinazione del paziente.
— È vero, — rispose gravemente il signor Morse; — non è bene talvolta
far capire al paziente il suo stato.
Martin rise, d’un riso allegro, ma non spontaneo. Quella giornata
di lavoro troppo lungo, troppo intenso, provocava in lui una penosa
reazione.
— Non dubito che siate eccellenti medici tutti e due, — diss’egli, —
ma se non vi date nessuna cura di conoscere il parere del paziente,
permettetemi di dirvi che la vostra diagnosi non vale gran che. La
filosofia socialista, che avete tentato penosamente di digerire, non mi
riguarda; io non l’ho neppure inghiottita.
— Mica male! mica male! — mormorò il giudice. — È un’ottima malizia, in
una discussione, rovesciare i termini della questione.
— Da parte vostra! — e nel dir ciò, Martin lanciava lampi dagli
occhi, ma si contenne. — Vedete, signor giudice, io ho sentito i
vostri discorsi durante la campagna elettorale. Per un fenomeno
di auto-suggestione, voi vi persuadete di credere al metodo delle
competizioni, e alla supremazia del più forte, e nello stesso tempo voi
approvate, tanto più, tutte le norme capaci di diminuire la potenza del
più forte.
— Giovanotto...
— Ricordate che ho ascoltato i vostri discorsi, — ripetè Martin. — È
evidente che il vostro modo di vedere in materia d’ordinamento degli
scambî interni, del trust delle ferrovie, e per ciò che riguarda la
«Standard Oil», la conservazione delle foreste e molte altre norme
restrittive, è nettamente socialista.
— E vorreste farmi credere che voi non approvate il regolamento di
quegli odiosi abusi di potere?
— Questa è un’altra questione. Io tengo soltanto a provarvi l’inanità
della vostra diagnosi. Voglio dirvi che il microbo del socialismo non
mi ha toccato, e che invece rode e castra voi. Quanto a me, io sono un
avversario deciso del socialismo, come anche della vostra democrazia
ibrida, che non è altro che un pseudo socialismo ricoperto d’orpello
di contrabbando. Io sono reazionario, talmente reazionario, che le mie
idee vi debbono sembrare incomprensibili, incomprensibili a voialtri
che vivete nella menzogna d’un’organizzazione sociale truccata, e che
non avete una vista abbastanza penetrante per scoprire il trucco. Voi
fate finta di credere alla prevalenza del più forte e alle leggi del
più forte; io credo; ecco la diversità. Non molto tempo fa, io ero come
voi; le vostre idee mi avevano persuaso; ma i mercanti, i commercianti,
sono al massimo dei padroni paurosi che passano la vita leccando
piattini. Allora, vedete, mi sono orientato verso l’aristocrazia.
Qui, a questa tavola, io sono il solo individualista. Secondo me, lo
Stato non è nulla. Io attendo l’uomo forte, il Cavaliere senza paura,
che verrà a salvar lo Stato da questo nulla fangoso. Nietzsche aveva
ragione — non perderò il tempo a spiegarvi chi fosse Nietzsche — ma
aveva ragione. Il mondo è dei forti, di coloro che uniscono la forza
alla nobiltà d’animo, che non s’avvoltolano nei pantani putridi dei
compromessi, nei boccali, e negli affari più o meno sospetti. Il mondo
appartiene al gran bruto di razza, a colui che non ha che una parola
e la rispetta, ai veri aristocratici. Ed essi mangeranno voialtri
socialisti spaventati dal socialismo; la vostra bassa e vile morale
da schiavi non vi salverà. Io so benissimo che tutto ciò è ebraico per
voi, e non vi annoierò di più, ma ricordatevi di questo: vi saranno non
più di dodici individualisti in tutta Oakland, e Martin Eden è uno di
questi.
Egli si voltò verso Ruth, volendo significarle che era deciso a non
discutere oltre.
— Sono esausto, — diss’egli con voce fioca. — Non mi rimane che la
forza d’amarvi.
E fece finta di non udire il signor Morse che diceva:
— Non sono convinto: tutti i socialisti sono gesuiti nel profondo
dell’animo. Ecco che cosa bisogna dir loro.
— Pure, riusciremo un giorno a far di voi un buon repubblicano, — fece
il giudice Blount.
— Il Cavaliere senza paura verrà prima d’allora, — rispose Martin, di
buon umore, poi si voltò nuovamente verso Ruth.
Ma il signor Morse non era soddisfatto; la pigrizia del suo futuro
genero e la sua repugnanza a ogni lavoro «serio», le sue idee
preoccupanti, la sua natura incomprensibile, gli procuravano un vivo
dispiacere. Il signor Morse avviò dunque la conversazione su Herbert
Spencer, e il giudice fece del suo meglio per assecondarlo. Martin, che
aveva teso l’orecchio, udendo pronunziare il nome del filosofo, sentì
il degno magistrato pronunciare con compiacimento una requisitoria
severa contro Spencer. Di tanto in tanto, il signor Morse lanciava uno
sguardo furtivo a Martin, come per dire: — A te, ragazzo mio, a te!
— Sinistri barbieri! — borbottò Martin e seguitò a conversare con
Ruth, senonchè il lavoro della giornata l’aveva stancato, ed egli era
nervoso.
— Che avete? — gli domandò Ruth, a un tratto, preoccupata nel vedere lo
sforzo ch’egli faceva per frenarsi.
— Non v’è altro Dio che l’ignoto, e Herbert Spencer è il suo profeta! —
diceva il giudice, proprio in quel momento.
Martin si voltò verso di lui.
— Giudizio facile, — disse con calma. — L’ho sentito la prima volta
al City-Hall Park, da uno del popolo, che avrebbe dovuto essere
meglio informato. Poi, l’ho sentito ripetere spesso, e, ogni volta,
la bestialità odiosa di questa frase, mi ha nauseato. Dovreste
vergognarvene. Udire il nome di questo grand’uomo sulle vostre labbra è
come trovare una rosa in una sentina.
Voi mi fate schifo.
Fu catastrofico! Il giudice lo fulminò con lo sguardo e parve colto da
apoplessia. Il signor Morse se la godeva dentro di sè; sua figlia era
evidentemente urtata, ed egli voleva ottenere appunto questo: spingere
quell’uomo che non gli andava a genio a rivelare il suo ruffianesimo
innato.
La mano di Ruth, implorante, andò a cercare quella di Martin, sotto la
tavola, ma la belva era ormai scatenata. La presunzione intellettuale e
la menzogna di coloro che occupano le più alte cariche, lo indignavano.
Un giudice di Corte d’Appello! — E dire che pochi anni prima quelle
gloriose entità gli erano parse come semidei! Il giudice si padroneggiò
e tentò di continuare la discussione simulando una cortesia che (Martin
lo comprese benissimo) era dovuta soltanto alle donne presenti. E
questo lo esasperò maggiormente. Non c’era proprio alcuna sincerità al
mondo?
— Voi non potete discutere di Spencer con me! — esclamò. — Voi non lo
conoscete, come non lo conoscono i suoi conterranei. Ma la colpa non è
vostra — lo ammetto, — ma della spregevole ignoranza dei nostri tempi.
Un filosofo dell’Accademia, che non era neppure degno di respirare
l’aria che Spencer respirava, lo ha chiamato «Il Filosofo della gente
mezzo colta!». Io non credo che abbiate letto dieci pagine di Spencer:
ma certi critici, probabilmente più intelligenti di voi, non ne hanno
letto di più, e osano sfidare i suoi discepoli, a trovare una sola
idea in tutti i suoi scritti, negli scritti di Spencer! dell’uomo il
cui genio ha improntato la scienza e il pensiero moderno, di colui che
ha rivoluzionato la pedagogìa moderna in modo tale che il contadinello
francese, quando impara a leggere, ne applica i principî! E questi
piccoli microbi d’uomini tentano di insudiciare la sua memoria, quando
quel po’ di nozioni di cui hanno inzeppato il cervello lo debbono in
gran parte a lui!
Eppure un uomo come Fairbanks, il Rettore di Oxford, un uomo che ha
una carica più elevata della vostra, signor giudice, ha dichiarato
che Spencer sarà considerato dai posteri come un poeta e un sognatore,
anzichè come pensatore. Botoli e fantocci! I suoi «Primi Principî» non
mancano totalmente d’un certo fascino letterario, ha detto un altro.
E altri hanno aggiunto che era un compilatore laborioso, anzichè un
pensatore originale. Botoli e fantocci! Botoli e fantocci!
Martin si fermò. Seguì un silenzio mortale: tutta la famiglia Morse,
che considerava il giudice Blount come un uomo ragguardevole e
potente, rimase inorridita, allo scatto di Martin. Il pranzo finì
in un’atmosfera di cerimonia funebre: il giudice e il signor Morse
parlavano quasi sempre fra loro due: gli altri parlavano a tratti. Poi,
quando Ruth e Martin furono soli, accadde una scenata orribile.
— Voi siete un uomo impossibile! — singhiozzò lei.
Ancora furibondo, Martin borbottava: — Che bruti! oh, che bruti!
Quando ella affermò che egli aveva insultato il giudice, Martin ribattè:
— Perchè gli ho detto la verità?
— Vero o falso che sia, per me è lo stesso! — esclamò lei. — Ci sono
dei limiti che non bisogna superare; e voi non avevate il diritto
d’insultare nessuno.
— Allora perchè il giudice Blount si arroga il diritto di falsare la
verità? — domandò Martin. — Falsare la verità è una cosa molto più
grave, che non insultare una misera persona, come quella del giudice!
Egli ha fatto di peggio: ha insozzato la memoria d’un grande. Oh! che
bruti! che bruti!
La sua collera, complessa com’era, si ridestò davanti a Ruth
spaventata, che non l’aveva visto mai così furibondo e lo giudicava
irragionevole e incomprensibile. Eppure, nonostante il risentimento e
il timore, lei si sentiva attratta dal fàscino di lui, da quel fàscino
che l’aveva spinta un tempo a intrecciare le sue mani attorno alla nuca
di lui. E anche quella sera, sebbene umiliata e ferita dalla scena
accaduta a pranzo, essa s’abbandonò tutta vibrante nelle braccia di
lui, mentr’egli ripeteva: — Che bruti! oh, che bruti! — aggiungendo
finalmente: — Io non mi siederò più alla vostra tavola, cara. Non mi
vogliono bene, ed è male da parte mia imporre una vista spiacevole.
Puah! mi fanno ammalare. E dire che nella mia ingenuità avevo creduto
che le persone che hanno cariche elevate, che abitano in belle case e
hanno buoni modi e un conto corrente in banca fossero tutte superiori!