CAPITOLO XXXV.

Brissenden non spiegò la ragione della sua lunga assenza, e Martin, da

parte sua, non cercò di saperla. Egli era contento di vedere il volto

cadaverico del suo amico, dirimpetto, davanti a un bicchiere di «toddy»

fumante.

— Neppure io sono rimasto in ozio. — annunziò Brissenden, quando Martin

ebbe fatto un resoconto del suo lavoro. E, tratto dalla tasca del

soprabito un manoscritto, lo porse a Martin, che ne lesse il titolo,

con curiosità, poi guardò l’altro con aria interrogativa.

— Sì, proprio così; — fece Brissenden ridendo. — Mica male come titolo,

eh?... _Effimero_... proprio la parola che ci voleva. E voi ne siete

il responsabile, giacchè si tratta del vostro uomo, della creatura

inorganica, momentaneamente animata, il più evoluto degli effimeri,

che un grado di più di calore fa schiudere. Io l’avevo in mente, e ho

dovuto scriverlo per liberarmene. Ditemi che ne pensate.

La faccia di Martin, dapprima colorita da vivacità, impallidì,

leggendo. Era arte pura: la forma vinceva la sostanza, compresa nei

suoi atomi più imponderabili; e Martin, estasiato, sentì lacrime

di ammirazione salirgli agli occhi e un brivido scuotergli tutta la

persona. Era un lungo poema di sei o settecento righe, fantastico,

terrificante, inaudito, sovrumano; trattava dell’uomo e dei suoi

rapporti ultimi con la sua anima, tastoni, attraverso gli abissi

dello spazio, e questa interrogava, a testimonianza, i soli spenti e i

riflessi dell’arcobaleno. Era un’orgia di immagini, la folle ebbrezza

di un moribondo che ora singhiozza sottovoce e subito dopo si lancia,

pieno di selvaggia speranza, al ritmo disordinato d’un cuore che si

spegne. Maestosamente, il poema s’innalzava sino al tumulto gelido

delle lotte stellari, al caos dei soli raffreddati e all’incendio delle

nebulose illuminanti le tenebre dell’infinito. E attraverso tutto ciò,

strideva, incessante e fragile, simile a un brivido cristallino, la

debole voce flautata dell’uomo, gracile pigolìo tra il fracasso dei

pianeti e lo scricchiolìo dei mondi.

— Non esiste nulla di simile in letteratura, — fece Martin quando

potè parlare. — È inaudito! Ne ho le vertigini, ne sono ebbro! Questo

problema prodigioso, eterno, continuo, il vagito dell’uomo, risuona

sempre al mio orecchio; come la marcia funebre d’una zanzara tra il

barrito degli elefanti e il ruggito dei leoni. L’insaziabilità del

desiderio microscopico. Io so che sono ridicolo in questo momento,

ma la colpa non è mia. Voi siete... non so... voi siete inaudito,

ecco... Ma come fate? Come fate? — Martin interruppe un momento la sua

rapsodia, poi riprese con foga. — Io non scriverò mai più... non sono

altro che un tetro artiere. Voi mi mostrate che cosa sia il genio.

Il genio! più che il genio. Ogni rigo è bulinato nel diamante della

verità. Io mi domando se ve ne rendiate conto, razza di dogmatico!... È

il verbo del profeta che parla mediante l’olifante bronzeo del Cosmo,

e i cui ritmi possenti sono luce e splendore. E ora, basta! Io sono

schiacciato, vinto. Però, una parola: permettete che mi occupi della

pubblicazione!

Brissenden ghignò.

— Neppure una delle riviste della cristianità oserà mai pubblicarlo, lo

sapete bene!

— Son sicuro, invece, che tutte vi si precipiteranno su. Esse non

ricevono tutti i giorni roba simile. Non è il poema dell’anno: è il

poema del secolo.

— Ho una gran voglia di prendervi alla lettera!

— Non siate cinico, — consigliò Martin. — Gli editori non sono tutti

idioti; e voglio proprio accettar la scommessa. Scommetto tutto ciò

che volete, che _Effimero_ sarà accettato alla prima o alla seconda

offerta.

— Una cosa sola m’impedisce di mantener la scommessa. — E Brissenden

tacque un momento. — Quel coso lì è solido, la cosa più solida che

io abbia fatto. È il mio canto del cigno: io ne sono orgoglioso, e

l’ammiro; è migliore del whisky. È la realizzazione del mio sogno

giovanile, quando ero un adolescente dalle dolci illusioni, dal puro

ideale. E ora che ho concretato, prima di morire, questo sogno di

tutta la mia vita, non voglio ch’esso sia mercanteggiato, manipolato,

insudiciato da una mandria di porci. No, rinunzio alla scommessa.

Questo poema è mio, è la mia opera, e un po’ anche la vostra.

— Ma pensate agli altri! Il compito della bellezza è di dar gioia.

— Questa bellezza mi appartiene.

— Non siate egoista!

— Non sono egoista. — Brissenden accennò un ghigno leggero, com’era

solito di fare prima di dire qualche cosa che lo divertiva. — Io non

sono più egoista d’un cane affamato.

Invano Martin tentò di fargli mutare idea: l’altro dichiarò che il suo

odio per le riviste illustrate era morboso; e ch’egli si comportava

in modo più spregevole del giovane Erostrato che bruciò il tempio di

Diana a Efeso. Brissenden ricevette una valanga di ingiurie, con aria

soddisfatta, mentre sorbiva il suo «toddy», e gli affermò che esse

erano giustissime, fuorchè riguardo agli editori. Il suo odio contro

costoro non conosceva alcun limite, e su questo argomento, il suo

vocabolario non era mai a corto d’ingiurie, superando di molto quello

di Martin.

— Copiatemi quegli scarabocchi a macchina, — diss’egli. — Sarà fatto

molto meglio che non da qualsiasi dattilografa! E ora, permettetemi

qualche consiglio. — Egli trasse, dalla tasca esterna del suo

soprabito, un voluminoso manoscritto. — Ecco la vostra «Vergogna del

Sole»; l’ho letto, non una, ma tre o quattro volte, e quest’è il più

gran complimento che possa farvi.

Dopo ciò che m’avete detto di _Effimero_, non posso far altro che

tacere. Però lasciatemi dire questo: Quando «La Vergogna del Sole»

comparirà, meraviglierà, susciterà discussioni che vi daranno una

grande notorietà.

Martin si mise a ridere.

— Non manca altro che questo: che abbiate l’audacia di consigliarmi di

sottoporlo all’esame delle riviste illustrate!

— Se volete che appaia, certo, no! Offritelo a una casa editrice di

prim’ordine: potrete incappare in un tipo così matto o ubriaco, che

può darsi che l’accetti. L’essenza stessa, il sangue concentrato di

tutto ciò che avete letto di bello, filtrato attraverso l’alambicco

del cervello di Martin Eden, è espresso ne «La Vergogna del Sole

«, e Martin Eden, un giorno, sarà celebre in gran parte a causa di

quest’opera. Dunque, mi farete il piacere di cercare un editore al più

presto possibile.

Brissenden si fermò parecchio tempo, quella sera; poi, quand’era già

sulla predella del tranvai, si voltò vivamente verso Martin e gli

lasciò in mano un pezzetto di carta tutto gualcito.

— Su, prendete questo, — disse. — Sono stato alle corse, oggi, e ho

avuto fortuna.

Il campanello suonò e il tranvai si mosse lasciando Martin sul rialzo

della via, a domandarsi che potesse essere quel pezzo di carta untuosa.

Ritornato in camera sua, egli vide che era un biglietto da cinquecento.

E non ebbe alcuno scrupolo ad accettarlo, prima di tutto, perchè

sapeva che il suo amico era ben provvisto di danaro, e poi perchè era

assolutamente sicuro di poterglielo restituire un giorno. Il giorno

dopo pagò tutti i suoi conti, diede tre mensili anticipati a Maria, e

disimpegnò tutto ciò che aveva portato al Monte di Pietà; poi comprò

il regalo di nozze per Marianna, e dei regali di Natale per Ruth e

Geltrude. Finalmente condusse tutta la tribù dei Silva per Oakland, e,

mantenendo la sua promessa, sebbene con ritardo di qualche mese, comprò

a tutti, compresa Maria, quelle scarpe. Trombette, bambole, chilogrammi

di dolciumi, ingombrarono finalmente le braccia dei sette marmocchi,

storditi dalla gioia.

Proprio nel momento in cui entrava con Maria in una pasticceria,

seguito da quella straordinaria processione che gli si premeva alle

calcagna, in cerca d’una gigantesca caramella d’orzo, egli incontrò

Ruth e sua madre. La signora Morse ne fu urtata. Ruth rimase male,

giacchè aveva una certa cura delle apparenze, e la vista del suo

innamorato che dava il braccio a Maria e si trascinava dietro un’orda

di piccoli cenciosi, non era tale da lusingarla. Ma lei non diede

tanta importanza all’incidente; ciò che l’affliggeva soprattutto era

il fatto che lei vedeva, in ciò, l’impossibilità di fargli rompere

i rapporti con quell’ambiente. Ma c’era dell’altro: egli ostentava

la cosa apertamente, di fronte alla gente della sua classe, della

classe sodale di lei. Veramente, era un po’ troppo spinto: sebbene il

fidanzamento con Martin fosse mantenuto segreto, la loro lunga intimità

aveva dato motivo a pettegolezzi, cosicchè nei negozi lei aveva visto

che parecchia gente che conosceva aveva sbirciato il suo innamorato

e lo strano seguito. Angusta e convenzionale com’era, mentre Martin

era generoso e liberale, le riusciva impossibile innalzarsi al disopra

degli eventi. Lei rimase dunque punta sul vivo, ulcerata nel profondo

dell’anima, a tal punto che, quando andò da lei, dopo, Martin, conservò

in tasca il regalo di Natale, aspettando un’occasione più favorevole.

Ruth, in lacrime, piangente di vergogna e di collera, fu per lui

una rivelazione. Egli si disse che era un bruto, ma senza sapere

propriamente nè il come nè il perchè; giacchè l’idea d’aver vergogna

dei suoi amici non gli venne neppure per un momento nella mente, così

come gli parve che Ruth non potesse in alcun modo aversene a male,

perchè egli aveva dato un po’ di felicità ai Silva, pel Natale. Poi,

quando Ruth gli ebbe spiegato il suo modo di vedere, egli comprese, e

la considerò come una debolezza propria delle donne, di cui persino le

migliori, risentono.

Martin Eden(#73373) · 第 48 / 69 题