CAPITOLO XXXIV.

Arturo rimase al cancello, mentre Ruth s’arrampicava per la scaletta

di Maria. Essa udì il ticchettìo rapido della macchina da scrivere,

e trovò Martin, il quale stava per finire l’ultima pagina d’un

manoscritto. Lei veniva ad accertarsi s’egli si sarebbe, sì o no,

recato a pranzo da loro il giorno della festa nazionale; ma prima che

avesse aperto la bocca, Martin saltò subito sull’argomento di cui era

tutto pieno.

— Sentite! lasciatemi leggervi questo! — esclamò raccogliendo i fogli

del manoscritto. — È il mio ultimo lavoro, ed è molto diverso da tutto

ciò che ho scritto sinora; così diverso, che mi fa un po’ paura...

Eppure mi pare che debba andar bene. Giudicatene. È una storia di

Hawai, e l’ho intitolata «Wiki-Wiki».

Il suo volto era raggiante di gioia creatrice. Sebbene Ruth fosse

rimasta colpita dalle mani gelide di lui e tremasse nella camera non

riscaldata, pareva non sentire il freddo. Essa ascoltò attentamente; e,

sebbene egli non avesse osservato altro che disapprovazione sul volto

di lei, le domandò lo stesso, alla fine della lettura:

— Francamente, che ve ne pare?

— Non ne so niente... — rispose lei. — Credete che questo si venderà?

— Temo di no, — confessò lui. — È troppo forte per le riviste. Ma è

vero, parola mia! Proprio così!

— Ma perchè persistere a scrivere cose simili, se sapete che non

si vendono? — proseguì lei, inesorabilmente. — Voi scrivete per

guadagnarvi da vivere?

— È vero; ma è superiore alla mia volontà. Non ho potuto rinunziare a

scrivere questa storia.

— Ma quest’individuo, questo Wiki-Wiki, perchè lo fate parlare così

grossolanamente? Voi urtereste i vostri lettori, e certamente questa è

la ragione per la quale gli editori vi rifiutano le opere.

— Il vero Wiki-Wiki parlerebbe così!

— Ma è difetto di gusto.

— È la vita, — diss’egli bruscamente. — È la vera vita: io non posso

rappresentare la vita in modo diverso da quale è.

Lei non rispose; seguì un lungo silenzio imbarazzante: l’amore per lei

gl’impediva di comprenderla bene, e lei non poteva comprenderlo, perchè

egli era troppo superiore.

— Ebbene, ho avuto il danaro dalla _Transcontinental_, — disse lui,

tentando d’avviare la conversazione su un argomento meno spinoso. — Il

ricordo del terzetto dalle basette, quale aveva visto, col conforto di

lire ventiquattro e cinquanta, e un biglietto pel piroscafo, lo fece

ridere.

— Allora, venite? — esclamò lei, con grande allegrezza. — Sono venuta

appunto per saperlo.

— Se vengo!... — mormorò lui distrattamente. — Dove?

— Come! ma a pranzo, domani! Voi dovevate disimpegnare il vestito se

avevate del danaro.

— L’ho proprio dimenticato, — confessò egli umilmente. — Dovete sapere

che questa mattina, il guardiano della tenuta ha preso le due vacche di

Maria e il vitellino e... Dio mio, siccome Maria non aveva danaro, ho

dovuto pagare io per farle riavere le vacche. «L’Appello delle Campane»

è andato a finire nelle tasche del guardiano!

— Dunque, non venite?

— Non posso.

Negli occhi azzurri di Ruth brillarono delle lacrime di delusione e di

rampogna; ma lei non rispose.

— Alla prossima festa nazionale pranzeremo insieme al Delmonico, —

fece lui allegramente, — o a Londra, o a Parigi, o dove vorrete! ve lo

prometto!

— A proposito, — fece lei a bruciapelo, — ho visto che hanno fatto

delle nomine nella società delle Ferrovie locali. Voi eravate il primo,

mi pare, no?

Egli fu costretto a convenire che infatti gli avevano offerto un posto,

ma che l’aveva rifiutato.

— Sono così sicuro di me! — concluse. — Tra un anno guadagnerò di più

di tutto il personale della società messo insieme.

— Aspettate! vedrete.

— Davvero? — fece lei seccamente. E s’alzò, infilò i guanti. — Bisogna

che me ne vada, Martin. Arturo mi aspetta.

Lei si lasciò abbracciare, passivamente, senza un gesto di tenerezza,

senza una parola carezzevole. Dopo averla accompagnata al cancello,

egli si disse che lei gli teneva il broncio. Ma perchè? Evidentemente

era una cosa spiacevole il fatto che il guardiano aveva sequestrato le

vacche di Maria, ma egli non poteva far nulla. Non gli veniva neppure

in mente l’idea che avrebbe potuto comportarsi diversamente. C’era, sì,

quella faccenda della Società ferroviaria, ch’egli aveva avuto forse il

torto di rifiutare; eppoi «Wiki-Wiki» che non le era piaciuto.

Sul pianerottolo incontrò il fattorino che faceva il giro pomeridiano.

Una curiosità impaziente, sempre nuova, stimolava Martin in modo

febbrile, ogni qual volta portavano la posta. C’era, quel giorno, oltre

un pacchetto di lunghe buste, una sottile letterina in un angolo della

quale era stampato l’indirizzo de _Lo Spettatore di New-York_. Egli si

disse, prima di aprirla, che non poteva essere un’accettazione, giacchè

egli non aveva mandato nulla a quella rivista: forse, e il cuore gli

diede un balzo a quel pensiero, forse gli si chiedeva un articolo! ma

egli rinunziò subito a una speranza così impossibile.

Era l’editore che l’informava brevemente e semplicemente come avesse

ricevuto una lettera che univa alla sua e l’assicurava che essi non

tenevano in alcuna considerazione quel genere di corrispondenza.

La lettera anonima in questione era scritta grossolanamente a mano,

con un cumulo d’insulti e di calunnie su Martin. Vi si affermava

che il detto Martin Eden non aveva nulla dello scrittore, ma si

limitava a rubacchiare qua e là degli articoli, togliendoli da vecchi

giornali, firmandoli e inviandoli poi alle riviste come roba sua.

La busta era timbrata da San Leandro, così che Martin non dovette

scervellarsi tanto per scoprirne l’autore. L’ortografia di Bernardo

Higgingbotham, lo stile di Bernardo Higgingbotham, la mentalità di

Bernardo Higgingbotham, vi si rivelavano in modo trasparente. Sì, era

stata proprio la zampa grossolana di suo cognato a scrivere quelle

righe imbecilli. Ma perchè? Egli se lo chiese invano. Che male gli

aveva fatto? La cosa era così insensata, così folle, che non v’era

spiegazione possibile. Durante la settimana, una dozzina di lettere

simili gli furono rimandate dagli editori di parecchie riviste

dell’est, e Martin pensò che, trattandosi di un ignoto, qual egli era,

esse, in conclusione, lo trattavano molto bene; qualcuna mostrava

persino una certa simpatia. Era evidente che quelle riviste avevano

orrore degli anonimi, e che la malvagia speranza di danneggiarlo era

fallita. Anzi, forse avrebbe finito col giovargli, ora che il suo

nome aveva attirato l’attenzione. Non era impossibile che un giorno,

leggendo uno dei suoi manoscritti, ricordassero la persona che era

stata oggetto di lettere anonime. E chissà se il loro giudizio non

poteva riceverne un influsso favorevole?

Ora, in questo periodo, la stima di Maria per Martin salì molto.

Una mattina egli la trovò nella cucina, che gemeva dal dolore e

piangeva per la stanchezza davanti a un grosso mucchio di biancheria da

stirare. Egli diagnosticò subito l’influenza, le diede del whisky caldo

(avanzo della liberalità di Brissenden) e le ordinò del latte. Ma Maria

non voleva saperne: la stiratura doveva essere fatta, altrimenti i

sette piccoli Silva affamati non avrebbero avuto la minestra il giorno

dopo.

Con grande stupore di Maria (la quale sino all’ultimo sospiro non cessò

mai di ricordare quell’episodio), Martin Eden prese un ferro di sul

fornello e gettò una camicetta fantasia sulla tavola da stiro.

Era quella la più civettuola delle camicette della domenica di Kate

Flanagan, la più difficile e la più elegante delle clienti di Maria.

Miss Kate aveva detto chiaramente che la camicetta doveva essere pronta

per la sera stessa.

Com’era noto, Miss Flanagan e il signor Collins dovevano andare il

giorno dopo al Golden Gate Park. Maria tentò invano di salvare la

preziosa biancheria: Martin la sorresse, accompagnandone i passi

vacillanti, sino alla poltrona dond’ella lo sorvegliò con occhio torvo.

Non trascorse un quarto del tempo che avrebbe impiegato lei per farlo,

e la camicetta fu stirata non meno bene.

— Lavorerei con maggior sveltezza, — disse lui, — se i vostri ferri

fossero più caldi.

Lei non avrebbe mai osato servirsi di ferri così caldi come quelli che

usava lui.

— Il vostro modo di spruzzare non è buono, — osservò lui, poi. —

Guardate, vi voglio mostrare come si fa a bagnare. Bisogna premere,

nello stesso tempo, se volete stirare alla svelta.

Poi si fabbricò una cassetta dal mucchio di legname ch’era in cantina,

vi aggiustò un coperchio e adunò tutti i ferri vecchi di cui la tribù

dei Silva faceva raccolta per darli al rivenditore; fece una pila della

biancheria bagnata di fresco, nella cassetta, la compresse con l’aiuto

del coperchio premuto dal mucchio di ferraglia, e la cosa fu fatta.

— E quand’ebbe finito di stirare, ha lavato gl’indumenti di lana, —

raccontò dopo, Maria, — e ha detto: «Maria come siete ridicola! Vi

voglio far vedere come si lava la roba di lana!», e me lo ha fatto

vedere, sicuro! In due minuti costruì la macchina, un barile, una

vecchia ruota, due pertiche, proprio così.

Martin aveva imparato quel metodo da Joe, alle Acque Termali di Shelley.

— Maria non ha più lavato le flanelle a mano, — affermava lei

invariabilmente, finendo il racconto.

— I ragazzi facevano girar la pertica, il barile e la ruota. Ah! era un

uomo intelligente, il signor Eden!

Però, dopo questa notevole opera, Martin cadde dal piedistallo dove lei

lo aveva posto. L’aureola romanzesca che la sua immaginazione gli aveva

creato intorno dileguò alla luce cruda di questo fatto: egli era dunque

nient’altro che un ex-lavandaio. I suoi libri, i suoi amici della buona

società che venivano a visitarlo in carrozza o forniti d’innumerevoli

bottiglie di whisky, tutto ciò fu ridotto a nulla. Egli non era in

fondo che un semplice operaio come lei, come tutti quelli del suo

ambiente e della sua classe, e s’egli, perciò, appariva più umano e più

accostabile, aveva perduto però tutto il suo misterioso fascino.

Martin seguitava a rimanere in freddi rapporti con la sua famiglia.

Anche Hermann von Schmidt, imitando il signor Higgingbotham, si svelò.

La vendita fortunata di qualche novella, di parecchi poemi burleschi

e di altre sciocchezzuole, aveva procurato a Martin una precaria

prosperità. Egli aveva pagati i conti, disimpegnato il vestito e la

bicicletta; e poichè questa aveva bisogno d’esser riparata egli la

mandò gentilmente a suo cognato.

Il pomeriggio dello stesso giorno, Martin ebbe il piacere di vedersi

riportare la bicicletta da un piccolo commesso, e ne concluse che von

Schmidt doveva esser ben disposto verso di lui; senonchè, esaminata la

macchina, vide che non era stata toccata neppure.

Poco dopo egli telefonò al negozio, e il fidanzato della sorella gli

rispose che non voleva avere rapporti con lui, di nessun genere.

— Hermann von Schmidt, — gli rispose Martin, piacevolmente, — ho una

gran voglia di pestarvi il vostro naso di tedesco.

— Provatevi un po’. — gli fu risposto, — e mando a chiamare la polizia.

E vi farò ficcare dentro, nè più nè meno! Oh! vi conosco, ma non mi

fate paura. Io non voglio avere alcun rapporto con individui come voi.

Voi non siete altro che un fannullone. Non vorrete farmi imbestialire

perchè mi capita di sposare vostra sorella, vero?... Perchè non

vi procurate del lavoro e non vi guadagnate la vita onestamente?

Rispondete un po’ a questo!

Martin fece appello a tutta la sua filosofia, frenò la collera che

incominciava a sentire e riappese il ricevitore, con un lungo sibilo

ironico. Poi venne la reazione e il senso angoscioso della solitudine.

Nessuno lo capiva; nessuno si curava di lui, tranne Brissenden, che

però era scomparso, Dio sa dove.

Cadeva il crepuscolo, quando Martin uscì dalla bottega del

fruttivendolo e si diresse verso casa, con le provviste sotto il

braccio. All’angolo della via, s’era fermato un tranvai, ed egli,

riconoscendo una figura famigliare che ne discendeva, si sentì il cuore

balzare dalla gioia. Era Brissenden, e Martin potè vedere, alla luce

dei fanali del tranvai che si moveva, che le tasche di Brissenden erano

piene di libri, da un lato, di whisky, dall’altro.

Martin Eden(#73373) · 第 47 / 69 题