Arturo rimase al cancello, mentre Ruth s’arrampicava per la scaletta
di Maria. Essa udì il ticchettìo rapido della macchina da scrivere,
e trovò Martin, il quale stava per finire l’ultima pagina d’un
manoscritto. Lei veniva ad accertarsi s’egli si sarebbe, sì o no,
recato a pranzo da loro il giorno della festa nazionale; ma prima che
avesse aperto la bocca, Martin saltò subito sull’argomento di cui era
tutto pieno.
— Sentite! lasciatemi leggervi questo! — esclamò raccogliendo i fogli
del manoscritto. — È il mio ultimo lavoro, ed è molto diverso da tutto
ciò che ho scritto sinora; così diverso, che mi fa un po’ paura...
Eppure mi pare che debba andar bene. Giudicatene. È una storia di
Hawai, e l’ho intitolata «Wiki-Wiki».
Il suo volto era raggiante di gioia creatrice. Sebbene Ruth fosse
rimasta colpita dalle mani gelide di lui e tremasse nella camera non
riscaldata, pareva non sentire il freddo. Essa ascoltò attentamente; e,
sebbene egli non avesse osservato altro che disapprovazione sul volto
di lei, le domandò lo stesso, alla fine della lettura:
— Francamente, che ve ne pare?
— Non ne so niente... — rispose lei. — Credete che questo si venderà?
— Temo di no, — confessò lui. — È troppo forte per le riviste. Ma è
vero, parola mia! Proprio così!
— Ma perchè persistere a scrivere cose simili, se sapete che non
si vendono? — proseguì lei, inesorabilmente. — Voi scrivete per
guadagnarvi da vivere?
— È vero; ma è superiore alla mia volontà. Non ho potuto rinunziare a
scrivere questa storia.
— Ma quest’individuo, questo Wiki-Wiki, perchè lo fate parlare così
grossolanamente? Voi urtereste i vostri lettori, e certamente questa è
la ragione per la quale gli editori vi rifiutano le opere.
— Il vero Wiki-Wiki parlerebbe così!
— Ma è difetto di gusto.
— È la vita, — diss’egli bruscamente. — È la vera vita: io non posso
rappresentare la vita in modo diverso da quale è.
Lei non rispose; seguì un lungo silenzio imbarazzante: l’amore per lei
gl’impediva di comprenderla bene, e lei non poteva comprenderlo, perchè
egli era troppo superiore.
— Ebbene, ho avuto il danaro dalla _Transcontinental_, — disse lui,
tentando d’avviare la conversazione su un argomento meno spinoso. — Il
ricordo del terzetto dalle basette, quale aveva visto, col conforto di
lire ventiquattro e cinquanta, e un biglietto pel piroscafo, lo fece
ridere.
— Allora, venite? — esclamò lei, con grande allegrezza. — Sono venuta
appunto per saperlo.
— Se vengo!... — mormorò lui distrattamente. — Dove?
— Come! ma a pranzo, domani! Voi dovevate disimpegnare il vestito se
avevate del danaro.
— L’ho proprio dimenticato, — confessò egli umilmente. — Dovete sapere
che questa mattina, il guardiano della tenuta ha preso le due vacche di
Maria e il vitellino e... Dio mio, siccome Maria non aveva danaro, ho
dovuto pagare io per farle riavere le vacche. «L’Appello delle Campane»
è andato a finire nelle tasche del guardiano!
— Dunque, non venite?
— Non posso.
Negli occhi azzurri di Ruth brillarono delle lacrime di delusione e di
rampogna; ma lei non rispose.
— Alla prossima festa nazionale pranzeremo insieme al Delmonico, —
fece lui allegramente, — o a Londra, o a Parigi, o dove vorrete! ve lo
prometto!
— A proposito, — fece lei a bruciapelo, — ho visto che hanno fatto
delle nomine nella società delle Ferrovie locali. Voi eravate il primo,
mi pare, no?
Egli fu costretto a convenire che infatti gli avevano offerto un posto,
ma che l’aveva rifiutato.
— Sono così sicuro di me! — concluse. — Tra un anno guadagnerò di più
di tutto il personale della società messo insieme.
— Aspettate! vedrete.
— Davvero? — fece lei seccamente. E s’alzò, infilò i guanti. — Bisogna
che me ne vada, Martin. Arturo mi aspetta.
Lei si lasciò abbracciare, passivamente, senza un gesto di tenerezza,
senza una parola carezzevole. Dopo averla accompagnata al cancello,
egli si disse che lei gli teneva il broncio. Ma perchè? Evidentemente
era una cosa spiacevole il fatto che il guardiano aveva sequestrato le
vacche di Maria, ma egli non poteva far nulla. Non gli veniva neppure
in mente l’idea che avrebbe potuto comportarsi diversamente. C’era, sì,
quella faccenda della Società ferroviaria, ch’egli aveva avuto forse il
torto di rifiutare; eppoi «Wiki-Wiki» che non le era piaciuto.
Sul pianerottolo incontrò il fattorino che faceva il giro pomeridiano.
Una curiosità impaziente, sempre nuova, stimolava Martin in modo
febbrile, ogni qual volta portavano la posta. C’era, quel giorno, oltre
un pacchetto di lunghe buste, una sottile letterina in un angolo della
quale era stampato l’indirizzo de _Lo Spettatore di New-York_. Egli si
disse, prima di aprirla, che non poteva essere un’accettazione, giacchè
egli non aveva mandato nulla a quella rivista: forse, e il cuore gli
diede un balzo a quel pensiero, forse gli si chiedeva un articolo! ma
egli rinunziò subito a una speranza così impossibile.
Era l’editore che l’informava brevemente e semplicemente come avesse
ricevuto una lettera che univa alla sua e l’assicurava che essi non
tenevano in alcuna considerazione quel genere di corrispondenza.
La lettera anonima in questione era scritta grossolanamente a mano,
con un cumulo d’insulti e di calunnie su Martin. Vi si affermava
che il detto Martin Eden non aveva nulla dello scrittore, ma si
limitava a rubacchiare qua e là degli articoli, togliendoli da vecchi
giornali, firmandoli e inviandoli poi alle riviste come roba sua.
La busta era timbrata da San Leandro, così che Martin non dovette
scervellarsi tanto per scoprirne l’autore. L’ortografia di Bernardo
Higgingbotham, lo stile di Bernardo Higgingbotham, la mentalità di
Bernardo Higgingbotham, vi si rivelavano in modo trasparente. Sì, era
stata proprio la zampa grossolana di suo cognato a scrivere quelle
righe imbecilli. Ma perchè? Egli se lo chiese invano. Che male gli
aveva fatto? La cosa era così insensata, così folle, che non v’era
spiegazione possibile. Durante la settimana, una dozzina di lettere
simili gli furono rimandate dagli editori di parecchie riviste
dell’est, e Martin pensò che, trattandosi di un ignoto, qual egli era,
esse, in conclusione, lo trattavano molto bene; qualcuna mostrava
persino una certa simpatia. Era evidente che quelle riviste avevano
orrore degli anonimi, e che la malvagia speranza di danneggiarlo era
fallita. Anzi, forse avrebbe finito col giovargli, ora che il suo
nome aveva attirato l’attenzione. Non era impossibile che un giorno,
leggendo uno dei suoi manoscritti, ricordassero la persona che era
stata oggetto di lettere anonime. E chissà se il loro giudizio non
poteva riceverne un influsso favorevole?
Ora, in questo periodo, la stima di Maria per Martin salì molto.
Una mattina egli la trovò nella cucina, che gemeva dal dolore e
piangeva per la stanchezza davanti a un grosso mucchio di biancheria da
stirare. Egli diagnosticò subito l’influenza, le diede del whisky caldo
(avanzo della liberalità di Brissenden) e le ordinò del latte. Ma Maria
non voleva saperne: la stiratura doveva essere fatta, altrimenti i
sette piccoli Silva affamati non avrebbero avuto la minestra il giorno
dopo.
Con grande stupore di Maria (la quale sino all’ultimo sospiro non cessò
mai di ricordare quell’episodio), Martin Eden prese un ferro di sul
fornello e gettò una camicetta fantasia sulla tavola da stiro.
Era quella la più civettuola delle camicette della domenica di Kate
Flanagan, la più difficile e la più elegante delle clienti di Maria.
Miss Kate aveva detto chiaramente che la camicetta doveva essere pronta
per la sera stessa.
Com’era noto, Miss Flanagan e il signor Collins dovevano andare il
giorno dopo al Golden Gate Park. Maria tentò invano di salvare la
preziosa biancheria: Martin la sorresse, accompagnandone i passi
vacillanti, sino alla poltrona dond’ella lo sorvegliò con occhio torvo.
Non trascorse un quarto del tempo che avrebbe impiegato lei per farlo,
e la camicetta fu stirata non meno bene.
— Lavorerei con maggior sveltezza, — disse lui, — se i vostri ferri
fossero più caldi.
Lei non avrebbe mai osato servirsi di ferri così caldi come quelli che
usava lui.
— Il vostro modo di spruzzare non è buono, — osservò lui, poi. —
Guardate, vi voglio mostrare come si fa a bagnare. Bisogna premere,
nello stesso tempo, se volete stirare alla svelta.
Poi si fabbricò una cassetta dal mucchio di legname ch’era in cantina,
vi aggiustò un coperchio e adunò tutti i ferri vecchi di cui la tribù
dei Silva faceva raccolta per darli al rivenditore; fece una pila della
biancheria bagnata di fresco, nella cassetta, la compresse con l’aiuto
del coperchio premuto dal mucchio di ferraglia, e la cosa fu fatta.
— E quand’ebbe finito di stirare, ha lavato gl’indumenti di lana, —
raccontò dopo, Maria, — e ha detto: «Maria come siete ridicola! Vi
voglio far vedere come si lava la roba di lana!», e me lo ha fatto
vedere, sicuro! In due minuti costruì la macchina, un barile, una
vecchia ruota, due pertiche, proprio così.
Martin aveva imparato quel metodo da Joe, alle Acque Termali di Shelley.
— Maria non ha più lavato le flanelle a mano, — affermava lei
invariabilmente, finendo il racconto.
— I ragazzi facevano girar la pertica, il barile e la ruota. Ah! era un
uomo intelligente, il signor Eden!
Però, dopo questa notevole opera, Martin cadde dal piedistallo dove lei
lo aveva posto. L’aureola romanzesca che la sua immaginazione gli aveva
creato intorno dileguò alla luce cruda di questo fatto: egli era dunque
nient’altro che un ex-lavandaio. I suoi libri, i suoi amici della buona
società che venivano a visitarlo in carrozza o forniti d’innumerevoli
bottiglie di whisky, tutto ciò fu ridotto a nulla. Egli non era in
fondo che un semplice operaio come lei, come tutti quelli del suo
ambiente e della sua classe, e s’egli, perciò, appariva più umano e più
accostabile, aveva perduto però tutto il suo misterioso fascino.
Martin seguitava a rimanere in freddi rapporti con la sua famiglia.
Anche Hermann von Schmidt, imitando il signor Higgingbotham, si svelò.
La vendita fortunata di qualche novella, di parecchi poemi burleschi
e di altre sciocchezzuole, aveva procurato a Martin una precaria
prosperità. Egli aveva pagati i conti, disimpegnato il vestito e la
bicicletta; e poichè questa aveva bisogno d’esser riparata egli la
mandò gentilmente a suo cognato.
Il pomeriggio dello stesso giorno, Martin ebbe il piacere di vedersi
riportare la bicicletta da un piccolo commesso, e ne concluse che von
Schmidt doveva esser ben disposto verso di lui; senonchè, esaminata la
macchina, vide che non era stata toccata neppure.
Poco dopo egli telefonò al negozio, e il fidanzato della sorella gli
rispose che non voleva avere rapporti con lui, di nessun genere.
— Hermann von Schmidt, — gli rispose Martin, piacevolmente, — ho una
gran voglia di pestarvi il vostro naso di tedesco.
— Provatevi un po’. — gli fu risposto, — e mando a chiamare la polizia.
E vi farò ficcare dentro, nè più nè meno! Oh! vi conosco, ma non mi
fate paura. Io non voglio avere alcun rapporto con individui come voi.
Voi non siete altro che un fannullone. Non vorrete farmi imbestialire
perchè mi capita di sposare vostra sorella, vero?... Perchè non
vi procurate del lavoro e non vi guadagnate la vita onestamente?
Rispondete un po’ a questo!
Martin fece appello a tutta la sua filosofia, frenò la collera che
incominciava a sentire e riappese il ricevitore, con un lungo sibilo
ironico. Poi venne la reazione e il senso angoscioso della solitudine.
Nessuno lo capiva; nessuno si curava di lui, tranne Brissenden, che
però era scomparso, Dio sa dove.
Cadeva il crepuscolo, quando Martin uscì dalla bottega del
fruttivendolo e si diresse verso casa, con le provviste sotto il
braccio. All’angolo della via, s’era fermato un tranvai, ed egli,
riconoscendo una figura famigliare che ne discendeva, si sentì il cuore
balzare dalla gioia. Era Brissenden, e Martin potè vedere, alla luce
dei fanali del tranvai che si moveva, che le tasche di Brissenden erano
piene di libri, da un lato, di whisky, dall’altro.