E Martin lentamente, — ma sicuramente, — perdeva la battaglia. Sebbene
facesse economia, il giornalismo non gli dava da vivere abbastanza.
Quando fu la festa nazionale, poichè il suo vestito nero si trovava
nuovamente al Monte di Pietà, egli non potè accettare l’invito a
pranzo fattogli dai Morse. Ruth ne fu desolata e Martin disperato. Egli
allora dichiarò che sarebbe andato lo stesso, che sarebbe andato a San
Francisco a richiedere le venticinque lire che gli erano dovute, in
modo da poter disimpegnare il vestito.
Nel mattino, prese in prestito da Maria cinquanta centesimi. Avrebbe
preferito chiederli a Brissenden, ma quel bel tipo era scomparso;
Martin non lo vedeva da quindici giorni, e si scavava il cervello
per sapere se lo aveva urtato in qualche modo; ma invano. Con i
cinquanta centesimi di Maria, Martin potè prendere il vaporetto per
San Francisco; e durante tutta la lunghezza di Market-Street non fece
altro che domandarsi che avrebbe fatto nel caso in cui non gli avessero
dato il danaro. Non avrebbe potuto ritornare in alcun modo a Oakland,
giacchè non conosceva a San Francisco nessuno che gli potesse prestare
cinquanta centesimi.
La porta della redazione della _Transcontinental_ era socchiusa,
e Martin, che s’accingeva a spingerla, si fermò udendo una voce
proveniente dall’interno, che gridava:
— Qui non si discute, signor Ford, (Martin sapeva, per uno scambio
di lettere, che Ford era il nome dell’editore). Si tratta di sapere
se lei è pronto a pagare in danaro contante! L’avvenire della
_Transcontinental_ non m’interessa per nulla, e ciò che lei si propone
di fare l’anno venturo, mi lascia freddo. Io voglio essere pagato, e le
giuro che il numero di Natale non sarà stampato se non avrò avuto tutta
la somma. Buon giorno! Quando sarà pronto venga a trovarmi.
La porta s’aprì con violenza, e un uomo furibondo ne balzò fuori e
scomparve lungo il corridoio, bestemmiando e stringendo i pugni.
Martin, pensando che era preferibile non entrare immediatamente, attese
un quarto d’ora nell’atrio, poi spinse la porta ed entrò. Era la prima
volta che penetrava in uno studio editoriale; ed era evidentemente
inutile presentare un biglietto di visita, giacchè un fattorino,
schiudendo un’altra porta, annunziò colla massima semplicità che «c’era
uno che voleva parlare col signor Ford». A un cenno del fattorino,
Martin s’avanzò, e fu introdotto nel santuario sacrosanto. Egli rimase
molto colpito dal massimo disordine della camera; poi vide un giovane
fornito di basette, seduto davanti a uno scrittoio cilindrico, che
lo sbirciava con curiosità. Martin si stupì della serenità di quella
faccia: era evidente che il litigio col tipografo non lo aveva turbato
gran che.
— Io sono... io sono Martin Eden, — disse Martin, che ebbe voglia
di aggiungere: — e pretendo le mie venticinque lire! — ma date le
circostanze, non volle spaventare l’editore. Con grande sorpresa di
Martin, il signor Ford saltò in piedi con un «Impossibile!» entusiasta,
e strinse tutt’e due le mani di Martin, con molta cordialità.
— Non so dirle come sia felice di conoscerla, signor Eden! Spesso mi
sono domandato che aspetto avesse, lei.
E qui, indietreggiò, per osservare meglio Martin, e con uno sguardo
intenerito percorse il misero vestito, i cui calzoni, però, serbavano
la piega, per merito dei ferri di Martin.
— Però le confesso che me lo immaginavo molto più vecchio. Il suo
articolo rivelava tanto vigore, tanta profondità, tale maturità,
un tale respiro!... Un capolavoro, quel racconto! Già al sesto rigo
m’ero fissato. Le racconterò come l’ho detto. Ma no, venga qui, che le
presento prima di tutto la redazione.
Così parlando, il signor Ford lo condusse in un altro studio dove lo
presentò al suo socio, signor White, piccolo uomo mingherlino dalle
basette setolose e brizzolate che pareva tremare come per un freddo
continuo.
— È il signor Ends, signor Eden. Il signor Ends è nostro gerente.
Martin strinse la mano d’un uomo calvo, dall’occhio vivace, dal viso
apparentemente giovanile, almeno quel tanto che si vedeva, giacchè era
quasi tutto nascosto da una barba come neve, pettinata con cura, dalla
mano della signora Ends, tutte le domeniche.
I tre uomini circondarono Martin, parlando tutti insieme e nel modo più
ammirativo, così ch’egli si domandò se tutto ciò non fosse il risultato
d’una scommessa.
— Noi ci siamo domandati perchè lei non venisse, — diceva il signor
White.
— Non avevo i soldi pel tranvai, e abito dall’altra parte del golfo,
— rispose Martin, deciso a mostrare il suo urgente bisogno di danaro.
Certamente, si disse, questi cenci gloriosi sono un’indicazione
abbastanza eloquente!
Di tanto in tanto, appena l’occasione si presentava, egli accennava
allo scopo della visita; ma i suoi ammiratori facevano l’orecchio
sordo. Gli cantavano le lodi, gli raccontavano ciò che avevano pensato
del suo racconto, a prima vista, poi ciò che le loro mogli e i loro
parenti ne avevano pensato, ma non manifestavano neppure la minima
intenzione di esprimere la loro ammirazione in modo più rimunerativo.
— Le ho detto come ho letto la sua novella la prima volta? — disse
il signor Ford. — Ma no, naturalmente. Ebbene! tornavo da New-York
e, quando il diretto si fermò a Agden, il _groom_ corse a portarmi
l’ultimo numero della _Transcontinental_.
— Perdinci! — fece tra sè Martin, — tu ti permetti il lusso di
viaggiare in Pulman mentre io crepo di fame a causa delle venticinque
lire che non mi dai. — E si sentì come sommerso da un’ondata di
collera. Il torto fattogli dalla _Transcontinental_ gli parve enorme;
tutti quei lunghi mesi di vana attesa, di privazioni e di fame gli
sorsero davanti agli occhi, e, con lo stomaco morso da una brutta
bestia, ricordò di non aver mangiato dal giorno prima, e, quel giorno,
così poco, che non era il caso di parlarne neppure. Immediatamente
vide rosso. Quelli non erano neppure dei briganti, ma dei vili
imbroglioni! Con promesse false e menzogne, lo avevano derubato del
racconto. Ebbene, avrebbero visto! E giurò di non metter piede fuori
dell’ufficio, senz’avere avuto il danaro. Ricordò che senza quel danaro
non poteva ritornare a Oakland. Con uno sforzo egli si dominò, ma
era tale la sua espressione di belva affamata, che i tre complici ne
parvero inquieti. Essi parlarono con maggiore volubilità; il signor
Ford ricominciò a raccontare come aveva letto la prima volta «L’appello
delle Campane», e il signor Ends, nello stesso tempo, si sforzava di
ripetere il giudizio della nipote su «L’Appello delle Campane»: sua
nipote era istitutrice ad Alameda.
— E ora, — finì col dire Martin, — se vogliono sapere perchè sono
venuto, lo dirò: sono venuto per aver pagato il racconto che piace
tanto a tutti loro. Se ben ricordo, mi avevano promesso 25 lire, alla
pubblicazione.
Il mobile viso del signor Ford espresse subito la più entusiastica
accondiscendenza: egli fece l’atto di frugarsi in tasca, poi si voltò
verso il signor Ends e gli disse d’aver lasciato il suo portamonete in
casa di lui, del signor Ends. Il signor Ends, con aria molto scontenta,
fece il gesto di proteggere la tasca dei suoi calzoni dove Martin, — a
giudicare della mossa, — capì che doveva essere il denaro.
— Sono proprio desolato, — fece il signor Ends, — ma ho pagato
il tipografo, un’ora fa, e non mi è rimasto un soldo. Certo è una
leggerezza da parte mia rimanere talmente sprovvisto, ma ho dovuto
anticipare, e l’acconto dato al tipografo è stato una spesa proprio
imprevista.
I due uomini si voltarono con aria interrogativa verso il signor
White, ma questo gentiluomo si mise a ridere e scosse le spalle.
Costui almeno aveva la coscienza pulita; era entrato nella redazione
della _Transcontinental_ per impratichirsi in fatto di letteratura
da riviste, e invece, ne aveva, a sue spese, imparato i principî
finanziari. La _Transcontinental_ gli doveva quattro mesi di stipendio
ed egli sapeva che bisognava tacitare il tipografo prima del socio.
— È davvero ridicolo, signor Eden, essere colti in una posizione così
cattiva, — fece il signor Ford con aria disinvolta. — Ma le dirò come
faremo: domattina, presto, le mando uno _chèque_. Avete l’indirizzo del
signor Eden, non è vero, signor Ends?
Sì, il signor Ends aveva l’indirizzo, e lo chèque sarebbe stato spedito
la mattina dopo. Martin, sebbene poco esperto in materia di banche e
di _chèques_, non riusciva però a capire perchè non gli dessero quel
danaro lo stesso giorno.
— Allora, d’accordo, signor Eden: le manderemo lo _chèque_ domani, —
fece il signor Ford.
— Ho bisogno oggi di questo denaro, — rispose Martin, con voce risoluta.
— Che caso sfortunato! se lei fosse venuto un altro giorno... — fece
soavemente il signor Ford; ma fu interrotto dal signor Ends, il cui
occhio era segno d’un carattere irascibile.
— Il signor Ford ha già spiegato come stanno le cose, — fece egli con
accento aggressivo, — e anch’io; lo chèque sarà spedito domani e...
— E io, — tagliò corto Martin, — ho già spiegato che ho bisogno di
questo danaro oggi. — Il suo polso si era leggermente accelerato, al
tono brusco del gerente, ch’egli vigilava attentamente con un occhio,
sicuro che i fondi di cassa della _Transcontinental_ giacevano nella
tasca dei calzoni di quel degno gentiluomo.
— È veramente un caso disgraziato, — cominciò il signor Ford.
Ma proprio in quel momento, il signor Ends, spazientito, fece un mezzo
giro per lasciar la camera: nello stesso momento, Martin balzò su di
lui, e, con una mano gli afferrò la gola in modo tale, che la barba
nevosa del signor Ends, sempre impeccabilmente pettinata, puntò verso
il soffitto con un angolo di 45°. Atterriti, il signor White e il
signor Ford videro il loro gerente scosso come il più volgare tappeto.
— Frugatevi in tasca, venerabile oppressore di talenti giovanili! —
consigliò Martin, — frugatevi! o vi scuoto sinchè l’ultimo soldo non
vi rotoli dalla tasca. — Poi, rivolto ai due spettatori spaventati. — E
voialtri non vi accostate: vi potreste far male.
Il signor Ends, che soffocava, potè manifestare la sua acquiescenza
soltanto quando la mano di Martin ebbe allentata la stretta. Dopo
ch’egli ebbe frugato nelle sue diverse tasche, quella dei calzoni
riversò lire 20.75.
— Rovesciate le tasche! — ordinò Martin.
Caddero altri cinquanta centesimi. Martin fece il conto del risultato
del suo _raid_, per esserne sicuro.
— A voi! — gridò al signor Ford. — Mancano ancora 3.75.
Senza aspettare, il signor Ford si frugò nelle tasche ma ne trasse
fuori soltanto tre lire.
— Non c’è altro? — interrogò Martin con accento minaccioso,
impadronendosi del danaro. — E nelle tasche della giacca?
Per provare la sua buona fede, il signor Ford rovesciò le sue tasche.
Ne cadde un pezzo di cartone che egli si accingeva a rimettersi in
tasca, quando Martin esclamò:
— Che cosa è? Un biglietto di _ferry-boat_. Datemelo: vale cinquanta
centesimi. Ho avuto dunque 24.75, contando il biglietto: mancano ancora
venticinque centesimi.
Egli guardò fisso il signor White, e l’ometto debole, tutto tremante,
glieli porse subito.
— Grazie, — disse Martin rivolto a tutti e tre i giornalisti. — Vi
auguro il buon giorno.
— Brigante! — sibilò il signor Ends, quando vide Martin sull’uscio.
— Vilissimi ladri! — fece Martin di rimando, sbattendosi la porta alle
spalle.
Martin era in un umore così gaio, che ricordando che _La Vespa_ gli
doveva 75 lire per «La Peri e la Perla», decise subito di andar là, e
di farsele dare, nello stesso modo, se occorreva. Ma la redazione de
_La Vespa_ era composta d’una banda di solidi giovanotti, filibustieri
autentici, che rubavano tutto, e a tutti, e si derubavano a vicenda.
Dopo aver messo sottosopra il mobilio dell’ufficio, l’editore,
un ex-boxeur di professione, aiutato dal gerente, da un agente di
pubblicità e dal portiere, riuscì ad espellere Martin e a fargli
scendere tutt’un piano, a rotoli.
— Ritornate, signor Eden! saremo sempre felicissimi di vedervi! — gli
gridarono dal pianerottolo ridendo.
Martin ghignò rialzandosi:
— Bah! — fece, di rimando, con calma. — Nella _Transcontinental_
c’erano soltanto dei ladri, ma qui, almeno, voi siete tutti campioni di
_boxe_.
— Bisogna dire, signor Eden, — gli gridò dall’alto l’editore de _La
Vespa_, — che, per poeta, siete abbastanza campione anche voi! Dove
dunque, avete imparato quel _cross_ col destro, se è lecito?
— Là dove voi avete imparato quella mezza-nelson, — rispose Martin. —
Comunque, avete un occhio pesto.
— Spero che a voi non venga il torcicollo, — disse l’editore, con
premura. — E dite un po’: se andassimo a bere un bicchiere tutti
insieme?
E così, ladri e derubato bevvero insieme, d’accordo su questo: che
aveva vinto il più forte, e che le 75 lire de «La Peri e la Perla»
appartenevano di diritto al personale de _La Vespa_.