Il pomeriggio seguente, di buon mattino, Maria fu nuovamente agitata
da un’altra visita fatta a Martin, ma questa volta lei non perse la
testa; e fece entrare subito Brissenden nel salotto per i forestieri di
riguardo, invitandolo a sedere.
— Spero di non disturbarla, — disse Brissenden quando fu nella camera
di Martin.
— No, no, niente affatto, — rispose Martin, stringendogli la mano, e
gli porse l’unica sedia, e sedette sul letto. — Ma che diavolo ha fatto
per sapere dove abito?
— L’ho saputo dai Morse. Ho telefonato alla signorina Morse ed eccomi
qua. — Egli si frugò nella tasca del soprabito, ne trasse un sottile
volumetto e lo gettò sulla tavola. — Ecco il libro d’un poeta; lo legga
e se lo tenga. — E poichè Martin protestava: — Ho forse bisogno di
libri, io? Ho avuto questa mattina una nuova emorragia. Ha del whisky?
No, naturalmente. Aspetti.
E scomparve. Martin ne vide la lunga persona scendere le scale,
chiudere il cancello, e rimase commosso da quelle spalle incavate, dal
petto infossato... Preparò due bicchieri, e incominciò a leggere il
volume di versi, opera recente di Henry Vaughan Marlow.
— Niente Scotch Whisky, — annunziò Brissenden, al ritorno. — Quel
brigante non vende altro che dell’Americano. Eccone un quarto.
— Manderò uno dei ragazzi a cercare dei limoni; faremo un _toddy_,
— propose Martin; poi riprese, indicando il libro in questione: — Mi
domando quanto possa guadagnare Marlow, con un libro come questo.
— Forse duecentocinquanta lire. — rispose Brissenden. — Ma può
considerarsi fortunato se le ha, e specialmente del fatto d’aver
persuaso l’editore a pubblicarglielo.
— Allora, è impossibile vivere scrivendo versi?
— Certo; solo gl’imbecilli lo credono; facendo i rimaiuoli, sì. Guardi
Bruce e Virginia Spring e Sedgwick, per esempio: se la cavano con buona
grazia. Ma la poesia, la vera? Sa come Vaughan Marlow si guadagna da
vivere? È professore di liceo in Pennsylvania; e di tutti gl’inferni,
quello porta la palma. Io non accetterei il suo posto, neanche in
cambio di cinquant’anni di vita. Eppure, le sue opere spiccano sul
grigiore dei versificatori contemporanei come una rosa fra i cardi.
E sapesse che cosa dicono di lui i critici! Che sinistri idioti sono
tutti quanti!
— Gli uomini senza talento sfogano la loro rabbia giudicando coloro che
ne hanno, — confermò Martin. — Io sono rimasto stupito dalla montagna
di sciocchezze che hanno scritto su Stevenson e la sua opera.
— Vampiri e arpie! — brontolò Brissenden, digrignando i denti, come per
mordere. — Sì, conosco questa razza d’animali; essi gli danno addosso a
beccate, a proposito della lettera al padre Damiano: lo analizzano, lo
pesano.
— Lo misurano a palmi, secondo la misura della loro nullità. — fece
Martin.
— Sì, è così, ben definito! Essi sconciano e insozzano la Verità,
la Bontà, la Bellezza, pur battendogli sul dorso e dicendogli: «Buon
Fedele! buon cane!» Puah! Riccardo Realfe, la notte in cui morì, li
chiamò «piccoli feti ciarlieri».
— Si piluccherebbero le stelle a una a una, col loro becco, — proseguì
Martin, con calore. — Io ho scritto una satira, a questo riguardo, sui
critici e sui rivistai, specialmente.
— Ah, faccia vedere, — pregò Brissenden, con insistenza.
Martin allora disseppellì una copia di «Polvere di stelle», e
Brissenden lesse, ridendo, sottecchi, fregandosi le mani, dimenticando
del tutto di bere il suo _toddy_.
— Ma anche lei mi sembra polvere di stelle gettata in un mondo di nomi
ciechi, — fece egli poi. — Naturalmente, non è stato accettato da una
rivista di prim’ordine?
Martin sfogliò le pagine d’un taccuino.
— È stata rifiutata da ventisette riviste.
Brissenden s’abbandonò a un lungo scroscio di risa allegre, interrotto
da un colpo di tosse.
— Senta, non mi dirà che non ha coltivato le muse, — disse poi
quand’ebbe ripreso fiato. — Mi faccia vedere qualche cosa.
— Non legga, ora, — pregò Martin. — È meglio chiacchierare. Io ne farò
un pacchetto che lei porterà a casa.
Brissenden andò via, portando con sè «Il Ciclo d’amore» e «La Peri e la
Perla». E il giorno dopo ritornò salutando Martin con un:
— Ne voglio ancora.
E assicurò Martin che era un vero poeta; e Martin comprese che anche
l’altro era un poeta sebbene non avesse mai tentato di far pubblicare i
suoi versi.
— Vadano a tutti i diavoli questi editori! — rispos’egli a Martin che
gli proponeva di occuparsi della pubblicazione dei suoi lavori. — Ami
la bellezza per se stessa e lasci in pace le riviste. Ritorni alle navi
e al mare, Martin Eden; questo è il consiglio che le dò. Che bisogno
ha lei di queste città malsane e putride? Lei si uccide quando cerca
di prostituire la bellezza: quest’è la verità. Che cosa mi citava
l’altro giorno? Ah, ecco! «Un uomo, ultimo degli effimeri». Ebbene,
lei, l’ultimo degli effimeri, che bisogno ha della gloria? Se dovesse
conquistarla, essa l’avvelenerebbe. Lei è troppo semplice, elementare!
troppo razionale per riuscire in quest’imbroglio. Parola mia! Spero
bene che neppure una rivista le pubblichi mai le sue cose: non bisogna
essere schiavi che della bellezza. La serva e mandi al diavolo la folla
imbecille. Il successo! Il successo è là, nel suo sonetto su Stevenson,
che supera «_L’apparizione_« di Henley, e nel «Cielo d’Amore», e nei
«Poemi del Mare». La nostra gioia non consiste nel successo che si
ottiene, ma nel fatto che si scrive. Io lo so, e anche lei lo sa. La
bellezza l’assilla; essa è in lei come un dolore che rode, come una
piaga che non vuol cicatrizzarsi, come uno stile di fiamma. E lei vuote
mutarla in danaro? D’altra parte, lei non può in nessun modo! Ma mette
conto davvero agitarsi per questo?... Legga le riviste durante dieci
secoli, e lei non troverà un rigo che valga una parola di Keats. Lasci
stare la gloria e la fortuna, firmi un contratto d’imbarco, domani, e
ritorni sul mare.
— Non si tratta di gloria, ma d’amore, — disse Martin ridendo. — Sembra
che l’amore non occupi un gran posto nel vostro Cosmo: nel mio, la
Bellezza è l’ancella dell’Amore.
Brissenden gli lanciò uno sguardo che esprimeva, insieme, pietà e
ammirazione.
— Com’è giovane, mio piccolo Martin, com’è giovane! Lei andrà molto
in alto, ma le sue ali sono formate da un velo molto delicato, da una
peluria finissima; non le sciupi. Ma ormai è già fatto. Il «cielo
d’Amore» è stato scritto in onore d’una donna qualunque, ed è un
peccato.
— È stato scritto anche a gloria dell’amore, — ribattè Martin,
allegramente.
— La filosofia della folla, — continuò l’altro. — I sogni dello
_haschich_ me ne hanno insegnato tanto. Ma badi! La grande città,
i filistei, la fanno perdere. Per esempio! guardi quel covo di
commercianti dove l’ho incontrato: non è altro che putridume. È
impossibile conservare la propria personalità in un’atmosfera simile:
non ce n’è uno là dentro, uomo o donna, che valga qualche cosa:
non sono altro che stomaci guidati da pregiudizî intellettuali e
artistici...
Egli s’interruppe bruscamente, guardò Martin e indovinò a un tratto
la verità; il suo viso assunse a un tratto un’espressione d’orrore
stupefatto!
— E per lei ha scritto questo meraviglioso «Ciclo d’Amore»! per
quell’insignificante pupattola raggrinzita!...
Ma non aveva finito di pronunziare queste parole che la mano di Martin
l’aveva afferrato alla gola, e lo scuoteva furiosamente, come un
fox-terrier scuote un topo. Senonchè negli occhi dell’altro, Martin non
vide alcun segno di spavento, ma una curiosità divertita e ironica.
Ridiventato padrone di sè, egli lasciò la presa, e Brissenden andò a
finire sul letto, dove rimase un minuto, ansante, tentando di riprender
fiato, e poi rise dolcemente.
— Le sarei rimasto grato in eterno, se avesse spento la fiamma! — disse
lui.
— Ho i nervi scoperti, in questo momento, — disse Martin, scusandosi. —
Spero che non le abbia fatto male! Aspetti! preparo un altro «_toddy_«.
— Ah, giovane Ercole! — proseguì Brissenden. — Io mi domando se lei
è cosciente della sua forza fisica! Lei ha una diavola di forza,
lioncello mio! Soltanto, disgraziatamente... lei sconterà questa bella
forza.
— Che intende dire? — domandò Martin con curiosità, porgendogli un
bicchiere pieno. — Su, mandi giù questo, per cortesia.
— A causa... — Brissenden inghiottì il suo «toddy», con una smorfia di
soddisfazione, — a causa delle donne, che la tormenteranno sino alla
morte, come l’hanno già tormentato, se non m’inganno grossolanamente.
— No, è inutile strozzarmi; dirò quello che debbo dire. Certo è che
questo è il primo capriccio, ma per amor della Bellezza, scelga meglio,
la prossima volta! Che diavolo vuol farsene lei di una borghesuccia?
Lasci stare, dunque: si scelga qualche bella creatura di fiamma e di
voluttà, che rida della vita, che si beffi della morte, innamorata
dell’amore. Essa l’amerà come uno qualunque di questi gracili prodotti
delle serre calde della borghesia.
— Gracili? — protestò Martin.
— Proprio: gracili e timorosi, timorosi davanti alla vita e confitti
nella piccola morale meschina inculcata loro da gente confitta nelle
meschinità. Esse l’ameranno, Martin, ma ameranno soprattutto la loro
piccola morale. A lei occorre il magnifico abbandono di se stesso, una
grande anima libera, una farfalla splendida, e non la piccola tignuola
grigia. Oh! lei si stancherà molto presto, d’altra parte, di queste
puerilità femminili, se avrà la disgrazia di vivere; ma lei non vivrà;
lei non ritornerà alle sue navi e al suo mare, ma si trascinerà per le
città putride, sino al momento in cui sarà rôso dal disgusto, e allora
morrà.
— Mi biasimi sinchè vuole, — fece Martin, — ma non mi farà mutare idea.
In fondo, lei giudica a seconda del suo temperamento, e io giudico
secondo il mio, che è diverso.
Infatti, le loro idee sull’amore, sulle riviste, su molte altre cose
erano diverse, ma essi si piacevano l’un l’altro; e Martin provava una
profonda simpatia pel suo nuovo amico.
Si videro ogni giorno; tutti i giorni Brissenden andava a passare
un’ora nella cameretta ingombra. Egli portava regolarmente il suo
quarto di whisky, e quando pranzavano insieme, beveva dello «Scotch
and Soda» durante il pasto. Era sempre lui che pagava, e per mezzo di
lui Martin conobbe tutte le raffinatezze del cibo, e per la prima volta
bevve dello Champagne e del vino del Reno.
Senonchè Brissenden rimaneva un enigma; contrariarmente alla sua
apparenza ascetica, egli era, con tutta la forza declinante del
suo sangue impoverito, un voluttuoso. Incurante della morte, pieno
d’amarezza e di cinismo davanti alla vita, quel moribondo adorava
la vita, nelle sue minime manifestazioni. Voleva godersi la vita
sino all’ultima goccia, vibrare sino all’ultimo brivido, «per
riconquistare senza rimpianto il mio posticino d’atomo nel Gran Tutto
donde provengo», si diceva egli. Egli aveva tentato tutti i paradisi
artificiali, molte cose strane, cercando nuovi brividi, sensazioni
inedite. Raccontò a Martin che aveva passato tre giorni senza bere,
appositamente, per provare le squisite delizie della sete soddisfatta!
Ma Martin ignorò sempre chi fosse, che cosa fosse. Era un uomo senza
passato, dall’avvenire tetro, dall’amaro presente, pieno di desiderî
febbrili.