Martin per caso aveva incontrato sua sorella Geltrude, in Broadway —
caso favorevole ma alquanto imbarazzante, come vedremo.
Essa, che aspettava il tranvai a un angolo della via, lo vide per
prima: ne vide anche i lineamenti contratti, stanchi, e lo sguardo
affannato, disperato, degli occhi incavati. Infatti, stanco, disperato
egli era, perchè al Monte di Pietà avevano rifiutato di prestargli
qualche altra lira, sul pegno della bicicletta. Poichè incominciava il
cattivo tempo, Martin aveva impegnato la bicicletta e ritirato l’abito
nero.
— Ecco l’abito nero, — gli aveva risposto il prestatore su pegni,
che ne conosceva nei minimi particolari l’attivo. — Ma se so che
l’impegnate presso quel maledetto ebreo, Lipka...
Martin, spaventato da quella velata minaccia, si affrettò a rispondere:
— No, no! ne ho bisogno: debbo mettermelo!
— Bene, — fece l’usuraio, raddolcito, — ma non avrete neppure un soldo
di più: non voglio rimetterci di tasca mia.
— Ma è una bicicletta che vale duecento lire, in ottime condizioni, —
insistè Martin. — Mi avete dato soltanto trentacinque lire, anzi, no!
trentaquattro! giacchè vi siete preso l’interesse anticipatamente.
— Se volete di più, portatemi il vestito.
E Martin era uscito dalla miserabile bottega, così disperato, che sua
sorella ne fu colpita. S’erano appena salutati, quand’ecco il tranvai
di Telegraph Avenue fermarsi per scaricare una folla frettolosa. La
signora Higgingbotham, che Martin aiutava a salire, sentendo a un
tratto che la mano di lui non la seguiva, si voltò indietro e rimase
angosciata vedendo la faccia del fratello.
— Tu non vieni? — gli domandò, e scese subito.
— No, vado a piedi: bisogna far della ginnastica...
— T’accompagno un momento, — dichiarò lei. — Forse mi farà bene. Da
qualche giorno non mi sento come il solito.
Martin le diede uno sguardo: effettivamente, l’assieme della persona
di sua sorella, il suo grasso malsano, le spalle incurvate, la faccia
tirata, rugosa, l’andatura pesante, non erano certamente segni di buona
salute.
— Faresti meglio a fermarti qui, — le disse lui al prossimo crocicchio,
dove già lei riprendeva fiato, — e a salire nel primo tranvai.
— Dio! come sono stanca già! — fece lei col sopraffiato. — Anch’io non
posso andare avanti, come te con quelle scarpe ai piedi: sono così mal
ridotte che creperanno prima di arrivare a Nord-Oakland.
— Ne ho un altro paio in casa, — disse lui.
— Vieni a pranzo da me, domani, — suggerì Geltrude bruscamente. —
Bernardo non ci sarà: va a San Leandro per affari.
Martin scosse la testa, ma non potè contenere l’espressione di affamato
dei suoi occhi, all’idea d’un pranzo.
— Tu non hai un soldo, Mart! Ecco perchè vai a piedi. Altro che
ginnastica!... — Lei si sforzò di fiutare con disprezzo, ma il
disprezzo non venne. — Aspetta, lasciami vedere!
E, frugato nella borsetta, essa gli ficcò una moneta da venti lire
in mano. — Ho dimenticato di farti gli augurî pel compleanno, Mart, —
mormorò lei confusa.
Istintivamente Martin aveva chiuso la mano sulla moneta d’oro.
Poi egli si disse che non doveva accettare e lottò tra le angosce
dell’indecisione. Quell’oro significava il nutrimento, la vita, la
luce pel corpo e pel cervello, poter continuare a scrivere e — chissà —
scrivere forse l’opera che gli avrebbe dato dell’oro, molto oro. Nella
mente gli fiammeggiavano i titoli di due saggi che aveva finiti: «I
grandi Sacerdoti del Mistero» e «La Culla della Bellezza». Egli li vide
sotto la tavola, tra un cumulo di manoscritti respinti, che egli non
poteva più affrancare. Quei lavori non erano conosciuti da nessuno, e
non valevano meno degli altri: se avesse potuto comperare i francobolli
per spedirli! Poi, la certezza dell’ultimo successo si affermò; egli
sentì la sua fame e... con un gesto vivace si ficcò in tasca la moneta
d’oro.
— Te la restituirò cento volte, Geltrude, — fece lui con sforzo, la
gola contratta, gli occhi umidi. — Ricordati di questo; prima che
l’anno sia finito, ti rimetterò in mano un centinaio di queste monete
d’oro. Non ti chiedo di credermi: aspetta e vedrai.
Lei non credette punto, naturalmente, e, un po’ impacciata, messo da
parte ogni sottinteso, gli disse:
— So che hai fame, Mart: si vede a occhio nudo. Vieni da me a
mangiare quando vuoi. Ti manderò uno dei ragazzi a farti sapere quando
Higgingbotham non c’è. E, Mart, senti...
Egli attese, pur immaginando ciò che lei avrebbe detto.
— Non credi, tu, che sia tempo di metterti al lavoro?
— Non credi alla mia riuscita? — ribattè lui.
Lentamente, lei fece segno di no, colla testa.
— Nessuno crede in me, Geltrude, nessuno... tranne me. — La sua voce
calda era piena di sfida: — Ho già fatto del buon lavoro, molto buon
lavoro, e, prima o poi, si venderà.
— Come fai a sapere che è buono?
— Perchè... — Egli si fermò sentendo ch’era inutile spiegarle la
ragione della sua fiducia. — Dio mio, perchè è migliore di quasi tutto
ciò che appare nelle riviste.
— Vorrei che tu fossi ragionevole, — fece lei timidamente, ma
soddisfatta d’avere indovinato ciò che lo tormentava. — Vorrei che tu
fossi ragionevole e che venissi a far colazione domani a casa.
Quando lei fu salita sul tranvai, Martin corse alla posta, comperò
quindici lire di francobolli e, poi, andando a casa dei Morse, vi
ritornò, fece pesare un grosso pacco di lunghe e voluminose buste,
sulle quali applicò i francobolli, con cura minuziosa.
Fu una notte memorabile per Martin, giacchè conobbe Russ Brissenden.
Come si trovasse là, costui, di chi fosse amico, chi l’avesse condotto
là, egli non sapeva e non ebbe neppure la curiosità di domandarlo a
Ruth. Là per là, egli parve a Martin superficiale, insignificante;
ma un’ora dopo, Martin giudicò che Brissenden era più selvaggio d’un
selvaggio, dal modo come irrompeva da uno camera all’altra, dal modo di
guardare i quadri e di sfogliare senza tanti riguardi libri e riviste
illustrate ch’egli prendeva sulla tavola o da uno scaffale della
biblioteca.
Sebbene fosse l’ultimo venuto nella casa, egli finì col rannicchiarsi
in una profonda poltrona, e, tratto di tasca un sottile libriccino,
immergersi nella lettura, isolandosi totalmente dal resto della
compagnia. Mentre leggeva si passava una mano distratta e carezzevole
tra i capelli. Poi Martin cessò d’osservarlo; ma tempo dopo l’udì che
faceva dello spirito, con successo, tra uno sciame di signorine. Ma il
caso volle che, andando via, Martin si ritrovasse con Brissenden, in
istrada.
— Toh! è lei? — fece Martin.
L’altro emise una specie di aspro grugnito, ma accordò il passo con
Martin. Tacquero tutt’e due per un po’.
— Che vecchio asino pomposo!
L’impulsività, la violenza di questa esclamazione sorpresero Martin
e lo divertirono, pur non diminuendo per nulla l’antipatia ch’egli
sentiva per quel tipo.
— Perchè va da quella gente? — lanciò Brissenden, bruscamente, dopo un
lungo silenzio.
— E lei? — ribattè Martin.
— Parola d’onore che non lo so! D’altra parte, è il primo tentativo. Il
giorno è composto di ventiquattr’ore, e bisogna pure che le passi in un
modo qualsiasi. Andiamo a bere qualche cosa.
— Accetto, — rispose Martin.
Ma si pentì subito di aver accettato così facilmente. A casa
l’aspettava un «lavoro di grosso», per la durata di parecchie
ore, da sbrigare prima di andare a letto, come pure un volume di
Weissmann, senza contare l’autobiografia di Herbert Spencer, la cui
vita avventurosa l’appassionava come il più interessante dei romanzi.
Perchè perdere il tempo con quell’uomo che gli dispiaceva? Ma non
aveva accettato per lui, o per bere, ma per i lumi splendidi, per
gli specchi, per lo scintillio dei cristalli e delle argenterie, per
le facce felici e ridenti, e pel chiasso delle voci. Sì, per questo
soprattutto: egli aveva bisogno di udir le voci di quegli uomini
felici, «arrivati», che spendevano e godevano. Si sentiva solo,
terribilmente solo: ecco perchè egli era andato incontro all’invito,
come _boniti_ che saltano sul cencio bianco alla punta dell’amo.
Dal tempo di Joe e delle acque termali di Shelley, e tranne quando
aveva bevuto qualche bicchiere col droghiere portoghese, Martin non
aveva messo piede in un bar. La fatica cerebrale non gli faceva sentire
il bisogno imperioso di bere, che la spossatezza fisica, invece, gli
aveva fatto sentire; non sentiva punto la privazione del bere. In
quel momento egli ebbe bisogno, anzichè della bevanda, per se stessa,
dell’atmosfera del bar.
Entrarono nel «Grotto», s’adagiarono in comode poltrone, bevvero dello
Scotch Whisky con soda, e conversarono.
Parlarono di molte cose, ciascuno ordinando a turno il whisky con soda.
Martin, che aveva la testa eccezionalmente solida, ammirò la capacità
del compagno, e s’interruppe talvolta per ammirarne la conversazione.
Non gli ci volle molto per accorgersi che Brissenden possedeva ciò che
mancava al professor Caldwell: la fiamma. La sua parola sprizzava come
da una fonte viva; le sue labbra sottili, simili a tenaglie affilate,
cesellavano frasi taglienti, incisive, e altre dolci, vellutate,
carezzevoli frasi di bellezza e di luce, che riflettevano tutto il
mistero imperscrutabile della vita. Altre volte ancora le labbra
sottili riecheggiavano un tumulto di lotte cosmiche, e frasi color
d’argento lunare, scintillanti come un cielo stellato, che riesumavano
tutta la scienza, con parole di poeta.
Martin aveva dimenticato la sua prima impressione ostile; egli trovava
finalmente ciò che i libri gli avevano promesso; un’intelligenza, un
uomo vivo, da osservare, da studiare. — Io sono per terra, nel fango,
ai vostri piedi, — si ripeteva.
— Lei ha studiato la biologia? — diss’egli ad alta voce.
Con grande stupore di Martin, l’altro scosse il capo.
— Ma lei esprime delle verità che soltanto la biologia può dare,
— insistè Martin mentre l’altro lo fissava con aria indecisa. — Le
conclusioni sono le stesse.
— Felicissimo di saperlo! — rispose l’altro. — È molto rassicurante,
per me, sapere che le mie povere cognizioni mi hanno condotto, di
scorcio, alla verità. Quanto a me, non mi preoccupo mai di sapere se
abbia ragione o no. Questo non ha importanza alcuna: l’uomo non può mai
giungere all’ultima verità.
— Lei è un discepolo di Spencer! — esclamò Martin trionfalmente.
— Dalla mia adolescenza, non l’ho aperto; e anche allora, non ho letto
che la sua _Educazione_.
— Vorrei sapere quel che lei sa e averlo appreso con tanta facilità, —
dichiarò Martin, una mezz’ora dopo, quand’ebbe considerato attentamente
il corredo intellettuale di Brissenden. — A lei basta uno sguardo per
trovare la soluzione giusta: con uno scorcio che ha del prodigioso, lei
giunge alla verità.
— Sì, il padre Giuseppe, e frate Dutton ne erano molto seccati, —
rispose Brissenden. — Oh! no! — aggiunse: — io non sono nulla. Un caso
fortunato mi ha permesso di compiere la mia educazione in un collegio
cattolico. E lei? dove ha raccolto tutto ciò che sa?
Martin glielo raccontò; nello stesso tempo esaminava Brissenden,
dalla lunga e fine faccia aristocratica, dalle spalle cadenti, sino al
soprabito gettato sulla sedia vicina, le cui tasche beavano, sformate
com’erano dai libri di cui troppo spesso erano rigonfie. Il lungo
volto di Brissenden, le sue lunghe fini mani erano abbronzate dal sole,
molto abbronzate; cosa che diede da pensare a Martin. Evidentemente,
Brissenden non era un cultore dello sport; ora, come mai il sole aveva
potuto abbronzarlo così? Qualche cosa di morbido si celava lì sotto,
pensò Martin, riesaminando quel volto allungato, dai pomelli sporgenti,
dalle gote incavate, dal naso aquilino, il più fine, il più delicato
che Martin avesse visto. La grandezza come il colore dei suoi occhi
non avevano nulla di particolare; erano mediani e d’un castano comune,
ma in essi covava una fiamma stranamente complessa, contraddittoria.
Quegli occhi eccessivamente duri e alteri sfidavano, e nello stesso
tempo destavano pietà. E Martin lo compianse, infatti, senza sapere il
perchè.
— Sì, sono tisico, — dichiarò Brissenden poco dopo, con noncuranza,
avendo detto che era al ritorno da Arizona. — Ho vissuto due anni là,
pel clima.
— Non avete avuto paura di arrischiarvi sin qui?
— Paura?...
Egli non aveva messo in questa interrogazione alcuna enfasi; ma Martin
lesse su quel volto ascetico, che quello lì non aveva paura di nulla.
Gli occhi fissi rassomigliavano a quelli delle aquile: il naso, dalle
narici dilatate con espressione di sfida, aggressivo, era simile al
becco d’un uccello da preda. — Magnifico! — concluse Martin fra sè. —
Poi ad alta voce citò il poeta:
_Sotto i colpi di clava del Caso,_
_La testa mi sanguina, ma non si curva._
— Le piace Henley? — domandò Brissenden, con una voce a un tratto
tenera e piena di fascino. — Naturalmente! Dovevo aspettarmelo da lei.
Oh! Henley! Che bell’anima! Egli è, rispetto ai rimaioli contemporanei,
ai rimaioli da rivista, come un gladiatore rispetto ad un gregge
d’eunuchi.
— A lei non piacciono le riviste illustrate? — domandò Martin, con tono
leggermente aggressivo.
— E a lei? — fu la risposta, brontolata con accento così selvaggio, che
Martin ne sussultò.
— Io... scrivo, o meglio, tento di scrivere per i periodici illustrati,
— balbettò Martin.
— Così va bene, — rispose l’altro raddolcito. — Lei tenta, ma senza
riuscire! D’altra parte intuisco ciò che lei scrive, cioè delle cose
che comprendono elementi incompatibili con un periodico illustrato
qualsiasi. Vi sono delle viscere, lì dentro, e i periodici illustrati
non contengono roba di questo genere. Vogliono della broda, decotti di
malva. E Dio sa se gliene danno! Ma non lei!
— Io non disprezzo la questione «materiale», — confessò Martin.
— Anzi, — e Brissenden si fermò per esaminare con uno sguardo insolente
la povertà decente di Martin, passando dal nodo della cravatta un
po’ logoro, al colletto leggermente liso, ai gomiti lucenti, e al
polsino un tantino ragnato; poi lo sguardo si posò sul volto incavato
dell’altro. — Anzi, è la materia che disprezza lei, al punto che non
c’è probabilità alcuna che ella possa giungere sino a lei. E come!
ragazzo mio: sarebbe per esempio un insulto invitarla a venire a
mangiare qualche cosa!
Martin divenne così rosso, a un tratto, che Brissenden rise con aria
trionfante, e aggiunse:
— Un uomo sazio non si considera insultato da un invito simile.
— Lei è diabolico! — esclamò Martin, irritato.
— Comunque, io non l’ho invitato!
— Lei non ha osato.
— Secondo. D’altra parte, la invito ora.
E, parlando, Brissenden s’era alzato a mezzo, con l’evidente proposito
di andare subito in trattoria. Martin aveva stretto i pugni, mentre il
sangue gli martellava le tempie.
— Attenzione, signori e signore! Se li mangia tutti crudi, tutti
crudi!... — esclamò Brissenden, imitando l’impresario d’un famoso
divoratore di serpenti che in quel momento faceva accorrere tutto il
pubblico di Oakland.
— Di lei... certamente farei un solo boccone! — fece Martin, mettendo
a nudo, a sua volta, con uno sguardo insolente, la misera anatomia
dell’altro.
— Soltanto, non mette conto.
— Sì, — riflettè Martin, — ma l’incidente per sè stesso non merita! —
E rise d’un riso di buon figliolo, senza rancore. — Sono stato idiota,
Brissenden: ho fame, e lei ha indovinato...
Sono fenomeni molto ordinarî e che non hanno nulla di disonorevole.
Vede, io rido dei piccoli pregiudizî correnti, poi giunge lei, e con
una frase giusta, tagliente, mi dimostra come sia io stesso schiavo di
questi meschini, piccoli pregiudizî.
— Lei si è creduto insultato, eh?
— Un momento fa, sì. È un resto di gioventù, sa! È la mia mentalità
d’un tempo, di cui mi rimane qualche traccia. È il mio piccolo museo
personale di fossili!
— Ma la porta è chiusa, ora?
— Col catenaccio!
— Ne è sicuro?
— Assolutamente.
— Be’, allora andiamo a mangiare qualche cosa.
— Bene, la seguo, — rispose Martin, che volle cambiare la sua ultima
moneta da dieci lire per pagare i whisky con soda; senonchè Brissenden,
mal trattando il cameriere, rimise la moneta sulla tavola. Martin la
intascò con una smorfia e sentì in quel momento la mano di Brissenden
che gli si posava con simpatia sulla spalla.