CAPITOLO XXVIII.

Ma il successo abbandonava nuovamente Martin: nessun messaggero veniva

a picchiare alla sua porta. Durante venticinque giorni, domeniche e

feste comprese, egli lavorò attorno a «_La Vergogna del Sole_«, lungo

saggio di circa 30.000 parole, nel quale egli moveva deliberatamente

contro il misticismo di Maeterlinck. Egli si poneva dal punto di vista

della scienza positiva, contro i cacciatori di chimere, pur ammettendo

tutto l’ideale, tutto il sogno non ismentiti dai fatti accertati. Tempo

dopo, egli proseguì le sue critiche con due brevi saggi: «I Cacciatori

di chimere» e «La Misura dell’io». E i viaggi d’andata e ritorno, di

rivista in rivista, ricominciarono.

Durante i venticinque giorni spesi per «La Vergogna del Sole», egli

vendette qualche sciocchezzuola giornalistica per 31 lire; uno

scherzo in rime che gli procurò lire 2,50, un altro, 5 lire; due

poemi umoristici che gli furono pagati rispettivamente 10 e 15 lire.

Poi, dato fondo al credito presso i fornitori (sebbene avesse fatto

salire a venticinque lire il conto presso il droghiere), la bicicletta

e il vestito ritornarono al Monte di pietà; e l’agenzia delle

macchine da scrivere ricominciò le sue richieste, insistendo sulla

clausola del contratto, secondo la quale il nolo doveva essere pagato

anticipatamente.

Incoraggiato da questi piccoli guadagni, Martin proseguì il «lavoro

di grosso», che forse gli poteva dar da vivere... Le venti novelle

rifiutate dal Sindacato delle novelle, giacevano sotto la tavola: egli

le rilesse, per vedere come _non_ bisognava scriverle, e così ne scoprì

la formula perfetta. Una novella per giornali non deve avere mai un

finale triste, non deve contenere alcuna bellezza di stile, nè pensieri

sottili, nè vera delicatezza di sentimenti; pure, dev’essere piena di

belli e nobili sentimenti (di quelli che egli applaudiva, quand’era

giovanissimo, dall’alto della piccionaia, e col solito marchio: «Per

Dio, per lo Zar», e «Sono povero, ma onesto»).

Messo così sull’avviso, Martin consultò _La Duchessa_, come diapason, e

si mise al lavoro secondo la formula, la quale era divisa in tre parti:

1.º Una coppia d’innamorati che viene separata;

2.º Un avvenimento qualunque che li riunisce;

3.º Matrimonio.

Le due prime parti potevano variare all’infinito, ma la terza era

immutabile. Così, la coppia d’innamorati poteva essere separata: 1.º

per errore; 2.º per fatalità; 3.º a causa dei rivali gelosi; 4.º per

crudeltà dei genitori; 5.º per malizia dei tutori; 6.º a causa di

vicini avidi, ecc. ccc. I due potevano essere riuniti: 1.º da una

buona azione dell’innamorato o dell’innamorata: 2.º da un mutamento

di sentimento dell’uno o dell’altra; 3.º dalla confessione volontaria

o coartata del tutore astuto, dal vicino cupido o dal rivale geloso;

4.º dalla scoperta d’un segreto; 5.º dalla presa d’assalto del cuore

della ragazza; 6.º da un sublime atto di abnegazione del giovanotto, e

così di seguito, all’infinito. Era molto divertente fare in modo che la

ragazza fosse la prima a dichiarare il suo amore; poi Martin scoprì,

a poco a poco, altri mezzucci piccanti e ingegnosi; ma, s’aprissero

le cateratte del cielo o cadesse il fulmine in modo catastrofico, il

matrimonio finale doveva avvenire, comunque. La formula prescriveva

un minimo di 1.100 parole, e un massimo di 1.500. Prima di progredire

in quest’arte, Martin si fece una mezza dozzina di schemi, ch’egli

consultava sempre prima di scrivere una novella. Questi schemi erano

simili a quelle ingegnose tavole usate dai matematici, che possono

consultarsi dall’alto, dal basso, a destra, a sinistra, in mezzo a

una quantità di righe e di colonne, e dalle quali si può trarre, senza

ragionamento e senza calcolo, migliaia di conclusioni diverse, tutte

invariabilmente precise ed esatte. In questo modo, Martin poteva, con

l’aiuto degli schemi, in una mezz’ora, fare una dozzina di novelle,

ch’egli metteva da parte e poi sviluppava con comodo.

Dopo una giornata di lavoro serio, egli ne faceva una facilmente

prima di coricarsi. Confessò persino a Ruth, poi, che le scriveva

quasi dormendo. Solo, la costruzione degli schemi richiedeva una certa

applicazione, ch’era però puramente meccanica.

Egli non dubitò punto della sua formula e capì finalmente la mentalità

degli editori il giorno in cui scommise con se stesso che le prime

due novelle sarebbero state accettate. Infatti, dopo dodici giorni

gli furono pagate venti lire l’una. Intanto egli faceva allarmanti

scoperte circa le riviste illustrate: sebbene la _Transcontinental_

avesse pubblicato «L’appello delle Campane», non aveva più mandato lo

_chèque_, e Martin, poichè ne aveva bisogno, lo richiese. Gli giunse

una risposta reticente, con la richiesta d’altre novelle. Intanto, in

attesa della risposta, egli rimase due giorni digiuno, e fu costretto a

impegnar nuovamente la bicicletta.

Due volte la settimana, regolarmente, egli scrisse alla

_Transcontinental_ per avere le venticinque lire. Gli veniva risposto

di tanto in tanto; egli ignorava che la _Transcontinental_ vivacchiava

da alcuni anni, ed era una rivista di decimo ordine, senza solide

fondamenta, con una tiratura basata, parte su soffietti, parte su

appelli patriottici, e con una pubblicità che consisteva soprattutto

in doni caritatevoli. Ignorava anche che la _Transcontinental_

rappresentava l’unica fonte di vita per l’editore e pel gerente, che

non potevano cavarsela se non rifiutando il pagamento della pigione,

e ogni altro pagamento; e tanto meno poteva sapere che le venticinque

lire spettantigli erano state spese dal gerente per ridipingere la casa

dove abitava a Alameda, e che quest’opera d’arte era stata compiuta

dal gerente in persona, una domenica, perchè non aveva di che pagare

un pittore e anche perchè l’imbianchino che aveva chiamato era caduto

dall’alto della scala e s’era spezzata la clavicola.

Neppure le 50 lire per i «Cacciatori di Chimere» venduti al giornale

di Chicago, si fecero vedere; l’articolo era stato pubblicato, come

egli stesso potè rilevare nella sala di lettura Centrale, ma l’editore

rimase sordo a ogni richiamo. Le sue lettere furono ignorate, puramente

e semplicemente; sebbene parecchie di esse fossero raccomandate. Era un

furto, nè più nè meno, — concluse lui, — un furto cinico: mentre egli

moriva di fame, gli rubavano la merce, la cui vendita costituiva per

lui l’unico provento per vivere.

_Gioventù e Maturità_, era una rivista settimanale: essa aveva appena

pubblicato i due terzi della serie di 21.000 parole, quando fallì; e

così svanì la speranza di intascare le 80 lire.

Per colmo di disgrazia, «La Marmitta», ch’egli giudicava come uno dei

suoi migliori lavori, andò perduto. Disperato, non sapendo più dove

rivolgersi, egli aveva finito col mandarlo a _L’Onda_, settimanale

mondano di San Francisco. Siccome non c’era di mezzo che il golfo, di

lì a Oakland, la risposta doveva essere sollecita, se non altro. Due

settimane dopo diede un balzo di gioia, vedendo, nell’ultimo numero

pubblicato, l’intero suo racconto, illustrato, e al posto d’onore.

Ritornò a casa raggiante, domandandosi quanto gli avrebbero pagato la

sua opera migliore. La prontezza con la quale l’avevano pubblicata era

di buon augurio; e il fatto che l’editore non l’aveva neppure informato

aumentava la sorpresa. Dopo aver aspettato otto giorni, la timidezza fu

vinta dall’impazienza, ed egli scrisse all’editore de _L’Onda_ dicendo

che probabilmente, per errore, avevano trascurato di regolargli il

conticino.

— Anche se ne ricavassi 25 lire, — disse Martin a se stesso, — potrei

comperare i fagioli e i piselli per la zuppa, e così avere il tempo per

scriverne un’altra mezza dozzina forse ugualmente buone.

La lettera che l’editore gli scrisse suscitò, pel suo freddo cinismo,

l’ammirazione di Martin.

— Noi vi ringraziamo, — diceva, — della vostra eccellente

collaborazione. Il vostro articolo ci è piaciuto moltissimo, e, come

vedete, l’abbiamo messo al posto d’onore e pubblicato immediatamente.

Speriamo che le illustrazioni vi siano piaciute. Rileggendo la vostra

lettera, ci sembra che vi sia un malinteso da parte vostra circa gli

usi del nostro giornale. Noi, di regola, non paghiamo per manoscritti

non richiesti; e tale è il caso vostro. Credevamo, naturalmente, che

voi conosceste i nostri principî. Siamo veramente dolenti di questo

increscioso malinteso, vi ringraziamo nuovamente della vostra simpatica

collaborazione, e, con la speranza che voi vogliate continuarla, vi

porgiamo, ecc. ecc.

In un _post-scriptum_ era aggiunto che sebbene _L’Onda_ non desse nulla

gratis, lo avrebbe incluso con piacere tra gli abbonati che ricevevano

gratuitamente il giornale, pel prossimo anno.

Edotto da questa esperienza, Martin non mancò di segnare sul primo

foglio d’ogni manoscritto: «Si accetta il vostro compenso solito».

— Un bel giorno. — disse a se stesso, per consolarsi, — il compenso

sarà fissato da me.

Durante questo periodo, si mise con accanimento a rimaneggiare e a

limare «Lo Scompiglio», «Il Vino della Vita», «Gioia», «I Poemi del

Mare», e altri lavori fatti nei primi tempi. Come una volta, non gli

bastavano diciannove ore al giorno: egli scriveva prodigiosamente,

leggeva prodigiosamente, dimenticando nel lavoro le sofferenze causate

dalla rinunzia alle sigarette. La droga disintossicante di Ruth,

adorna d’una lussuosa etichetta, fu messa nel cantuccio più riposto del

cassetto. Specialmente durante questi periodi di fame, egli soffriva

della privazione del tabacco: pure, egli teneva duro, dicendosi che

compiva l’atto più eroico della sua vita. Quanto a Ruth, lei era del

parere ch’egli non compiva il suo dovere; comprato che gli ebbe, di

tasca sua, il rimedio denicotinizzante, non pensò più alla cosa, per

alcuni giorni.

Intanto le novelle «buttate giù» ch’egli disprezzava, ottenevano buon

successo; e gli permisero di pagare i debiti e di rinnovar le gomme

alla bicicletta. Le novelle gli davano il pane, pur lasciandogli il

tempo di lavorar seriamente, mentre le 200 lire ch’egli aveva ricevute

dal _Sorcio Bianco_ gli alimentavano le speranze. Là egli riponeva

tutta la sua fiducia, convinto com’era che una rivista veramente di

prim’ordine avrebbe ricompensato un autore ignoto con la stessa somma,

e magari gli avrebbe dato di più.

Ma come riuscire a farsi accettare da una rivista di prim’ordine?

Le sue migliori novelle, i suoi poemi, continuavano le loro

peregrinazioni, e tutti i mesi egli leggeva mucchi di prosa noiosa,

piatta e inartistica sotto copertine diverse. Almeno uno di quegli

editori — si diceva talvolta — si fosse degnato di scendere dal suo

piedistallo per scrivergli un rigo d’incoraggiamento! «Anche se la mia

letteratura è strana, e non intonata al giornale, certamente deve avere

qualche pregio, modesto che sia, emanare un «non so che» che dovrebbero

degnarsi d’apprezzare». E qui, egli disseppelliva questo o quel

manoscritto, «L’Avventura» per esempio, e lo rileggeva severamente,

cercando a ogni costo di spiegarsi il silenzio degli editori.

Sopravvenne la mite primavera californiana e con essa riapparvero

i peggiori giorni d’indigenza. Già da parecchie settimane lo strano

silenzio del sindacato delle novelle giornalistiche lo preoccupava;

ed ecco, un bel giorno, venire il portalettere e consegnargli dieci

delle più impeccabili novelle. Erano accompagnate da una breve

lettera che diceva come il sindacato rigurgitasse di roba, per

parecchi mesi. Martin contava tanto su quelle novelle! Avevano finito

coll’accettargliele tutte, pagandogliele sino a 25 lire l’una, così che

aveva considerate come vendute quelle dieci, e come corrispondenti a

un deposito di 250 lire in banca, che gli avrebbero permesso di vivere.

I giorni magri riapparvero bruscamente; egli seguitò a vendere i primi

lavori a periodici che non pagavano e a sottoporre i suoi ultimi lavori

a riviste che non gliene comperavano; e i viaggi al Monte di Pietà di

Oakland ricominciarono.

Qualche scherzo in rima e parecchi poemi umoristici pubblicati nei

settimanali di New-York lo aiutavano a vivere miseramente. Fu allora

ch’egli scrisse a parecchi periodici mensili e settimanali per avere

informazioni, e seppe che gli articoli non richiesti erano raramente

accettati e che di solito erano richiesti a specialisti noti e

autorevoli del genere.

Martin Eden(#73373) · 第 41 / 69 题