Ma il successo abbandonava nuovamente Martin: nessun messaggero veniva
a picchiare alla sua porta. Durante venticinque giorni, domeniche e
feste comprese, egli lavorò attorno a «_La Vergogna del Sole_«, lungo
saggio di circa 30.000 parole, nel quale egli moveva deliberatamente
contro il misticismo di Maeterlinck. Egli si poneva dal punto di vista
della scienza positiva, contro i cacciatori di chimere, pur ammettendo
tutto l’ideale, tutto il sogno non ismentiti dai fatti accertati. Tempo
dopo, egli proseguì le sue critiche con due brevi saggi: «I Cacciatori
di chimere» e «La Misura dell’io». E i viaggi d’andata e ritorno, di
rivista in rivista, ricominciarono.
Durante i venticinque giorni spesi per «La Vergogna del Sole», egli
vendette qualche sciocchezzuola giornalistica per 31 lire; uno
scherzo in rime che gli procurò lire 2,50, un altro, 5 lire; due
poemi umoristici che gli furono pagati rispettivamente 10 e 15 lire.
Poi, dato fondo al credito presso i fornitori (sebbene avesse fatto
salire a venticinque lire il conto presso il droghiere), la bicicletta
e il vestito ritornarono al Monte di pietà; e l’agenzia delle
macchine da scrivere ricominciò le sue richieste, insistendo sulla
clausola del contratto, secondo la quale il nolo doveva essere pagato
anticipatamente.
Incoraggiato da questi piccoli guadagni, Martin proseguì il «lavoro
di grosso», che forse gli poteva dar da vivere... Le venti novelle
rifiutate dal Sindacato delle novelle, giacevano sotto la tavola: egli
le rilesse, per vedere come _non_ bisognava scriverle, e così ne scoprì
la formula perfetta. Una novella per giornali non deve avere mai un
finale triste, non deve contenere alcuna bellezza di stile, nè pensieri
sottili, nè vera delicatezza di sentimenti; pure, dev’essere piena di
belli e nobili sentimenti (di quelli che egli applaudiva, quand’era
giovanissimo, dall’alto della piccionaia, e col solito marchio: «Per
Dio, per lo Zar», e «Sono povero, ma onesto»).
Messo così sull’avviso, Martin consultò _La Duchessa_, come diapason, e
si mise al lavoro secondo la formula, la quale era divisa in tre parti:
1.º Una coppia d’innamorati che viene separata;
2.º Un avvenimento qualunque che li riunisce;
3.º Matrimonio.
Le due prime parti potevano variare all’infinito, ma la terza era
immutabile. Così, la coppia d’innamorati poteva essere separata: 1.º
per errore; 2.º per fatalità; 3.º a causa dei rivali gelosi; 4.º per
crudeltà dei genitori; 5.º per malizia dei tutori; 6.º a causa di
vicini avidi, ecc. ccc. I due potevano essere riuniti: 1.º da una
buona azione dell’innamorato o dell’innamorata: 2.º da un mutamento
di sentimento dell’uno o dell’altra; 3.º dalla confessione volontaria
o coartata del tutore astuto, dal vicino cupido o dal rivale geloso;
4.º dalla scoperta d’un segreto; 5.º dalla presa d’assalto del cuore
della ragazza; 6.º da un sublime atto di abnegazione del giovanotto, e
così di seguito, all’infinito. Era molto divertente fare in modo che la
ragazza fosse la prima a dichiarare il suo amore; poi Martin scoprì,
a poco a poco, altri mezzucci piccanti e ingegnosi; ma, s’aprissero
le cateratte del cielo o cadesse il fulmine in modo catastrofico, il
matrimonio finale doveva avvenire, comunque. La formula prescriveva
un minimo di 1.100 parole, e un massimo di 1.500. Prima di progredire
in quest’arte, Martin si fece una mezza dozzina di schemi, ch’egli
consultava sempre prima di scrivere una novella. Questi schemi erano
simili a quelle ingegnose tavole usate dai matematici, che possono
consultarsi dall’alto, dal basso, a destra, a sinistra, in mezzo a
una quantità di righe e di colonne, e dalle quali si può trarre, senza
ragionamento e senza calcolo, migliaia di conclusioni diverse, tutte
invariabilmente precise ed esatte. In questo modo, Martin poteva, con
l’aiuto degli schemi, in una mezz’ora, fare una dozzina di novelle,
ch’egli metteva da parte e poi sviluppava con comodo.
Dopo una giornata di lavoro serio, egli ne faceva una facilmente
prima di coricarsi. Confessò persino a Ruth, poi, che le scriveva
quasi dormendo. Solo, la costruzione degli schemi richiedeva una certa
applicazione, ch’era però puramente meccanica.
Egli non dubitò punto della sua formula e capì finalmente la mentalità
degli editori il giorno in cui scommise con se stesso che le prime
due novelle sarebbero state accettate. Infatti, dopo dodici giorni
gli furono pagate venti lire l’una. Intanto egli faceva allarmanti
scoperte circa le riviste illustrate: sebbene la _Transcontinental_
avesse pubblicato «L’appello delle Campane», non aveva più mandato lo
_chèque_, e Martin, poichè ne aveva bisogno, lo richiese. Gli giunse
una risposta reticente, con la richiesta d’altre novelle. Intanto, in
attesa della risposta, egli rimase due giorni digiuno, e fu costretto a
impegnar nuovamente la bicicletta.
Due volte la settimana, regolarmente, egli scrisse alla
_Transcontinental_ per avere le venticinque lire. Gli veniva risposto
di tanto in tanto; egli ignorava che la _Transcontinental_ vivacchiava
da alcuni anni, ed era una rivista di decimo ordine, senza solide
fondamenta, con una tiratura basata, parte su soffietti, parte su
appelli patriottici, e con una pubblicità che consisteva soprattutto
in doni caritatevoli. Ignorava anche che la _Transcontinental_
rappresentava l’unica fonte di vita per l’editore e pel gerente, che
non potevano cavarsela se non rifiutando il pagamento della pigione,
e ogni altro pagamento; e tanto meno poteva sapere che le venticinque
lire spettantigli erano state spese dal gerente per ridipingere la casa
dove abitava a Alameda, e che quest’opera d’arte era stata compiuta
dal gerente in persona, una domenica, perchè non aveva di che pagare
un pittore e anche perchè l’imbianchino che aveva chiamato era caduto
dall’alto della scala e s’era spezzata la clavicola.
Neppure le 50 lire per i «Cacciatori di Chimere» venduti al giornale
di Chicago, si fecero vedere; l’articolo era stato pubblicato, come
egli stesso potè rilevare nella sala di lettura Centrale, ma l’editore
rimase sordo a ogni richiamo. Le sue lettere furono ignorate, puramente
e semplicemente; sebbene parecchie di esse fossero raccomandate. Era un
furto, nè più nè meno, — concluse lui, — un furto cinico: mentre egli
moriva di fame, gli rubavano la merce, la cui vendita costituiva per
lui l’unico provento per vivere.
_Gioventù e Maturità_, era una rivista settimanale: essa aveva appena
pubblicato i due terzi della serie di 21.000 parole, quando fallì; e
così svanì la speranza di intascare le 80 lire.
Per colmo di disgrazia, «La Marmitta», ch’egli giudicava come uno dei
suoi migliori lavori, andò perduto. Disperato, non sapendo più dove
rivolgersi, egli aveva finito col mandarlo a _L’Onda_, settimanale
mondano di San Francisco. Siccome non c’era di mezzo che il golfo, di
lì a Oakland, la risposta doveva essere sollecita, se non altro. Due
settimane dopo diede un balzo di gioia, vedendo, nell’ultimo numero
pubblicato, l’intero suo racconto, illustrato, e al posto d’onore.
Ritornò a casa raggiante, domandandosi quanto gli avrebbero pagato la
sua opera migliore. La prontezza con la quale l’avevano pubblicata era
di buon augurio; e il fatto che l’editore non l’aveva neppure informato
aumentava la sorpresa. Dopo aver aspettato otto giorni, la timidezza fu
vinta dall’impazienza, ed egli scrisse all’editore de _L’Onda_ dicendo
che probabilmente, per errore, avevano trascurato di regolargli il
conticino.
— Anche se ne ricavassi 25 lire, — disse Martin a se stesso, — potrei
comperare i fagioli e i piselli per la zuppa, e così avere il tempo per
scriverne un’altra mezza dozzina forse ugualmente buone.
La lettera che l’editore gli scrisse suscitò, pel suo freddo cinismo,
l’ammirazione di Martin.
— Noi vi ringraziamo, — diceva, — della vostra eccellente
collaborazione. Il vostro articolo ci è piaciuto moltissimo, e, come
vedete, l’abbiamo messo al posto d’onore e pubblicato immediatamente.
Speriamo che le illustrazioni vi siano piaciute. Rileggendo la vostra
lettera, ci sembra che vi sia un malinteso da parte vostra circa gli
usi del nostro giornale. Noi, di regola, non paghiamo per manoscritti
non richiesti; e tale è il caso vostro. Credevamo, naturalmente, che
voi conosceste i nostri principî. Siamo veramente dolenti di questo
increscioso malinteso, vi ringraziamo nuovamente della vostra simpatica
collaborazione, e, con la speranza che voi vogliate continuarla, vi
porgiamo, ecc. ecc.
In un _post-scriptum_ era aggiunto che sebbene _L’Onda_ non desse nulla
gratis, lo avrebbe incluso con piacere tra gli abbonati che ricevevano
gratuitamente il giornale, pel prossimo anno.
Edotto da questa esperienza, Martin non mancò di segnare sul primo
foglio d’ogni manoscritto: «Si accetta il vostro compenso solito».
— Un bel giorno. — disse a se stesso, per consolarsi, — il compenso
sarà fissato da me.
Durante questo periodo, si mise con accanimento a rimaneggiare e a
limare «Lo Scompiglio», «Il Vino della Vita», «Gioia», «I Poemi del
Mare», e altri lavori fatti nei primi tempi. Come una volta, non gli
bastavano diciannove ore al giorno: egli scriveva prodigiosamente,
leggeva prodigiosamente, dimenticando nel lavoro le sofferenze causate
dalla rinunzia alle sigarette. La droga disintossicante di Ruth,
adorna d’una lussuosa etichetta, fu messa nel cantuccio più riposto del
cassetto. Specialmente durante questi periodi di fame, egli soffriva
della privazione del tabacco: pure, egli teneva duro, dicendosi che
compiva l’atto più eroico della sua vita. Quanto a Ruth, lei era del
parere ch’egli non compiva il suo dovere; comprato che gli ebbe, di
tasca sua, il rimedio denicotinizzante, non pensò più alla cosa, per
alcuni giorni.
Intanto le novelle «buttate giù» ch’egli disprezzava, ottenevano buon
successo; e gli permisero di pagare i debiti e di rinnovar le gomme
alla bicicletta. Le novelle gli davano il pane, pur lasciandogli il
tempo di lavorar seriamente, mentre le 200 lire ch’egli aveva ricevute
dal _Sorcio Bianco_ gli alimentavano le speranze. Là egli riponeva
tutta la sua fiducia, convinto com’era che una rivista veramente di
prim’ordine avrebbe ricompensato un autore ignoto con la stessa somma,
e magari gli avrebbe dato di più.
Ma come riuscire a farsi accettare da una rivista di prim’ordine?
Le sue migliori novelle, i suoi poemi, continuavano le loro
peregrinazioni, e tutti i mesi egli leggeva mucchi di prosa noiosa,
piatta e inartistica sotto copertine diverse. Almeno uno di quegli
editori — si diceva talvolta — si fosse degnato di scendere dal suo
piedistallo per scrivergli un rigo d’incoraggiamento! «Anche se la mia
letteratura è strana, e non intonata al giornale, certamente deve avere
qualche pregio, modesto che sia, emanare un «non so che» che dovrebbero
degnarsi d’apprezzare». E qui, egli disseppelliva questo o quel
manoscritto, «L’Avventura» per esempio, e lo rileggeva severamente,
cercando a ogni costo di spiegarsi il silenzio degli editori.
Sopravvenne la mite primavera californiana e con essa riapparvero
i peggiori giorni d’indigenza. Già da parecchie settimane lo strano
silenzio del sindacato delle novelle giornalistiche lo preoccupava;
ed ecco, un bel giorno, venire il portalettere e consegnargli dieci
delle più impeccabili novelle. Erano accompagnate da una breve
lettera che diceva come il sindacato rigurgitasse di roba, per
parecchi mesi. Martin contava tanto su quelle novelle! Avevano finito
coll’accettargliele tutte, pagandogliele sino a 25 lire l’una, così che
aveva considerate come vendute quelle dieci, e come corrispondenti a
un deposito di 250 lire in banca, che gli avrebbero permesso di vivere.
I giorni magri riapparvero bruscamente; egli seguitò a vendere i primi
lavori a periodici che non pagavano e a sottoporre i suoi ultimi lavori
a riviste che non gliene comperavano; e i viaggi al Monte di Pietà di
Oakland ricominciarono.
Qualche scherzo in rima e parecchi poemi umoristici pubblicati nei
settimanali di New-York lo aiutavano a vivere miseramente. Fu allora
ch’egli scrisse a parecchi periodici mensili e settimanali per avere
informazioni, e seppe che gli articoli non richiesti erano raramente
accettati e che di solito erano richiesti a specialisti noti e
autorevoli del genere.