CAPITOLO XXIX.

Fu un’estate dura per Martin; editori e lettori di manoscritti erano

in vacanza, e le risposte che di solito gli giungevano dopo tre

settimane, ora impiegavano mesi. Egli si consolò coll’osservare che la

morta stagione gli avrebbe fatto risparmiare i francobolli. Soltanto i

saccheggiatori di articoli proseguivano attivamente i loro affari, e i

primi lavori di Martin, quali «I Pescatori di Perle», «La Carriera del

Marinaio», «La Caccia alla Tartaruga», e i «Venti alisei del Nord-est»

furono pubblicati mercè le loro cure interessate.

Egli non ne ricavò neppure un soldo; senonchè — a dir la verità — dopo

sei mesi di corrispondenza, gli fu mandato un rasoio di sicurezza, per

compenso de «La Caccia allo Tartaruga»; e la rivista «L’Acropoli», che

aveva promesso di dargli 25 lire in danaro e l’abbonamento gratuito

per cinque anni, si limitò ad eseguire la seconda metà degli obblighi

pattuiti.

Per un sonetto su Stevenson, egli riuscì ad ottenere a stento 10 lire

da un editore di Boston che pubblicava una rivista del tipo di Matthew

Arnold, col capitale di 0,00 lire. «La Peri e la Perla», abile poema

di duecento righe, appena uscitogli dal cervello, attrasse un editore

di San Francisco la cui rivista era sostenuta da una grande società

ferroviaria; che gli offrì il compenso in forma di viaggi gratuiti.

Martin domandò se poteva ottenere il rimborso di quei viaggi, ma

poichè non era possibile averne il prezzo in contanti, richiese il

suo poema. Gli fu rimandato con i rimpianti dell’editore; e Martin

lo rispedì a San Francisco, questa volta a «_La Vespa_«, pretenziosa

rivista mensile che ebbe un momento di notorietà al tempo del brillante

giornalista che l’aveva fondata, la cui stella era impallidita molto

tempo prima che Martin nascesse. L’editore gli promise 75 lire pel

poema, ma quando l’ebbe pubblicato, s’affrettò a dimenticare l’impegno

preso. Parecchie lettere mandate erano rimaste senza risposta, e allora

Martin ne scrisse una più risentita, alla quale fu risposto. Era un

nuovo editore che l’informava freddamente com’egli non assumesse

alcuna responsabilità degli errori dei suoi predecessori, e come,

d’altra parte, personalmente, non avesse una grande stima de «La

Peri e la Perla». Ma fu «_Il Globo_«, rivista di Chicago, a trattare

Martin più crudelmente di tutti: Martin, solo quando fu spinto dalla

fame, si decise a mandare «I Poemi del Mare». Era una serie di trenta

poemi, e dovevano pagarglieli cinque lire l’uno. Il primo mese ne

furono pubblicati quattro, ed egli ricevette subito uno _chèque_ di

venti lire. Senonchè, leggendoli sulla rivista, il modo com’erano

saccheggiati lo costernò. Persino i titoli erano stati alterati,

«Finito», per esempio, era stato sostituito da «La fine», e «La Canzone

dell’ultimo racconto», mutata ne «La Canzone del Banco di Corallo».

Erano giunti sino a sostituire un titolo assolutamente diverso,

incomprensibile, al titolo appropriato. Invece delle «Meduse iridate»

era stampato: «Il sentiero del ritorno». E non era tutto; persino i

versi erano irriconoscibili. Martin bestemmiò strappandosi i capelli

dalla rabbia, e dalla disperazione: frasi, righe, strofe intere erano

tagliate, posposte, travisate nel modo più incomprensibile. In certi

punti avevano interpolato versi che non gli appartenevano. Egli non

poteva credere che un editore, che non fosse uno squilibrato, potesse

essere capace d’una simile infamia e si disse, come sempre, che i

suoi poemi dovevano essere stati maltrattati da un fattorino o dallo

stenografo. E scrisse immediatamente all’editore di interrompere la

pubblicazione dei suoi poemi e di rimandarglieli. Scrisse lettere

su lettere, pregando, supplicando, minacciando, ma inutilmente: il

massacro continuò tutti i mesi, sinchè i trenta poemi non furono

pubblicati — tutti i mesi egli riceveva uno _chèque_ per quello

apparso.

A dispetto di queste disavventure varie, però il ricordo dello

chèque di 200 lire del _Sorcio Bianco_ lo sorreggeva, sebbene egli

fosse ridotto sempre più «al lavoro di grosso». Egli trovò di che

mangiare collaborando nei giornali settimanali di agricoltura e nelle

riviste professionali, ma in cambio, nei giornali religiosi, nulla:

poteva morir di fame. Nel momento più critico, quando l’abito nero

era al Monte di Pietà, egli fece un colpo da maestro; in un concorso

organizzato dal comitato locale del partito repubblicano. Il concorso

riguardava tre prove distinte ed egli riuscì in tutte tre, ridendo

amaramente di quel povero diavolo che s’era ridotto a quel punto, per

vivere. Il suo poema vinse il primo premio di cinquanta lire, la sua

canzone vagabonda il secondo, di 25 lire, il saggio sui principî del

partito repubblicano, il primo premio di 125 lire; il che gli fece un

gran piacere sino al momento in cui tentò di essere pagato. Le cose

non procedevano bene nel Consiglio d’amministrazione, e, sebbene un

ricco banchiere e un senatore ne fossero membri, danaro non ne entrava.

Mentre questa faccenda si trascinava per le lunghe, egli diede prova

di comprendere i principî del partito democratico, vincendo il primo

premio in un concorso del genere. Questa volta ricevette il danaro,

125 lire; ma delle 220 lire del premio del concorso non sentì mai più

parlare.

Costretto a ricorrere a stratagemmi per poter vedere Ruth, e

considerato che l’andare e tornare a piedi gli faceva perdere troppo

tempo, egli lasciò il vestito al Monte di Pietà e tenne la bicicletta.

In questo modo faceva dell’esercizio, guadagnava del tempo per

lavorare e poteva vedere anche Ruth. Un paio di calzoni e un vecchio

_chandail_ formavono un vestito sportivo abbastanza decente per

passeggiare con Ruth, il pomeriggio. D’altra parte non gli capitava

l’occasione di vederla in casa, dove la signora Morse seguitava

a svolgere sistematicamente il suo programma d’accerchiamento. Le

persone superiori ch’egli incontrava, anzichè continuare ad essere

per lui soggetti degni d’ammirazione, l’annoiavano; la loro sedicente

superiorità non l’impressionava più: gli stenti, le delusioni, il

lavoro accanito lo facevano diventar nervoso, irritabile, così che la

conversazione con quella gente lo esasperava. Egli paragonava, oggi, la

loro angustia mentale al volo dei pensatori di cui leggeva le opere,

o osservava come non avesse mai incontrato, da Ruth, una persona di

valore, a parte il professore Caldwell, ch’egli aveva visto una volta

sola. La loro ignoranza, soprattutto, lo stupiva. A che cosa era

giovata la loro istruzione? Essi avevano attinto alle stesse fonti; ma

come facevano perchè non fosse possibile accorgersene?...

Egli sapeva che esistevano menti grandi, pensatori profondi e

razionali; i loro libri lo avevano istruito, facendogli superare

il livello dei Morse. Egli sapeva anche che menti intellettuali più

elevate erano in ambienti diversi da quello dei Morse. Nei romanzi

mondani inglesi, si trattava di donne e di uomini che parlavano di

politica e di filosofia, ed egli aveva sentito dire anche che in

certi salotti delle grandi città, negli Stati Uniti, erano fuse arte

e intellettualità. Un tempo, egli pensava ingenuamente che tutto

ciò che era fuori della classe operaia, tutte le persone _perbene_,

avessero intelligenza superiore e il gusto della bellezza: la cultura e

l’eleganza gli pareva che dovessero andar di pari passo; ed egli aveva

commesso il solenne errore di confondere educazione con intelligenza!

Ebbene! sarebbe salito più in alto ancora! e avrebbe condotto Ruth con

sè, Ruth ch’egli amava tanto e che dovunque avrebbe fatto un’ottima

figura; egli n’era convinto. Ma era ugualmente convinto che lei

era stata ostacolata dall’ambiente, com’egli era stato ostacolato

dal suo. Lei non aveva avuto l’occasione di svilupparsi; i libri

della biblioteca di suo padre, i quadri nel salotto, e perfino il

pianoforte, tutto in casa loro non era altro che mostra di vanità. I

Morse e loro pari erano sordi e ciechi a ogni vera forma letteraria,

a ogni vera pittura, a ogni vera musica; e per giunta erano ignari

della vita, profondamente, disperatamente ignoranti. A dispetto delle

loro disposizioni unitarie e della loro apparente comprensione, erano

in ritardo di due generazioni riguardo alla scienza interpretativa;

il loro processo mentale era medievale, le loro idee circa i grandi

problemi della vita e dell’Universo sembravano datare dall’epoca delle

caverne e da tempo anche più antico.

Tali erano le riflessioni di Martin, così che egli finì col domandarsi

se la diversità tra i lavoratori del suo ambiente d’una volta e i

notai, gli ufficiali, gli uomini d’affari, i cassieri dell’ambiente che

frequentava ora non consistesse soltanto nella diversità del vitto, dei

vestiti e delle relazioni. Evidentemente, essi erano privi totalmente

d’una qualche cosa ch’egli, Martin, aveva, e che era anche nei libri.

I Morse gli avevano mostrato quanto di meglio poteva offrire la loro

condizione sociale... ed era poco. Da parte sua, egli era senza un

soldo, preda e schiavo degli usurai e del suo lavoro, ma si sentiva

superiore a tutta quella gente, e quando l’unico vestito decente non

era al Monte di Pietà, egli procedeva fra loro come un sovrano, con

lo stesso senso d’orgoglio ferito che deve avere un re in esilio fra

bovari.

— Voi odiate i socialisti e ne avete paura, — diss’egli una sera a

pranzo, al signor Morse. — Ma perchè? Voi non conoscete nè essi nè la

loro dottrina.

La conversazione era stata avviata su quest’argomento dalla signora

Morse, che, insidiosamente, aveva decantato le lodi del signor Hapgood.

Il cassiere era una bestia nera per Martin, il quale s’infastidiva

facilmente quando si trattava del «dicitore di cose piatte».

— Sì, — aveva dichiarato lui, — Charlie Hapgood è quel che si chiama

un giovane dal brillante avvenire, a quanto pare. — Ed è vero. Sarà

certamente Direttore generale della Banca, prima di morire, e — chissà?

— forse Senatore degli Stati Uniti.

— Da che cosa lo arguite? — domandò la signora Morse.

— L’ho sentito parlare in una riunione pubblica; il suo discorso

era così meravigliosamente stupido, così banale e così convincente,

che i capipartito non possono non considerarlo come un uomo sicuro e

d’assoluta fiducia. D’altra parte, le cose piatte ch’egli enuncia sono

tanto somiglianti alle cose piatte di tutti coloro che votano, che...

Dio mio! voi fate sempre piacere a un signore, quando gli presentate le

sue idee ben decorate, su un piatto d’argento!

— Credo che siate geloso del signor Hapgood, — l’indispettì Ruth.

— Dio me ne guardi!

L’espressione di orrore di Martin eccitò la combattività della signora

Morse.

— Non vorrete dire, certamente, che il signor Hapgood sia una bestia?

— Non più bestia della media dei repubblicani. — rispose l’altro, —

o della media dei democratici; sono tutti idioti, quando non sono dei

volponi raffinati; e pochissimi tra loro sono dei volponi fini.

I soli repubblicani accorti sono i milionarî e loro servitori

coscienti. Costoro sanno, se non altro, da quale parte è il pane

imburrato e perchè.

— Io sono repubblicano, — fece, senza dar peso, il signor Morse. — In

quale categoria mi mettete, per piacere?

— Oh! voi siete il servitore incosciente.

— Un servitore?

— Dio mio!, sì. Voi lavorate per la vostra corporazione; i vostri

clienti non appartengono nè alla classe operaia nè a quella dei

criminali. I vostri proventi non dipendono nè dai maltrattatori delle

proprie mogli, nè dai _pickpockets_. Siete pagato dai padroni della

Società, e «chi nutre un uomo ne è padrone». Sì, siete un servitore:

non fate che difendere gl’interessi del capitalismo che servite.

Il signor Morse era diventato un po’ rosso.

— In verità, signore, — disse, — voi mi sembrate uno dei masnadieri

socialisti.

E allora Martin gli fece osservare:

— Voi odiate i socialisti e ne avete paura! Ma perchè? Non conoscete nè

loro, nè la loro dottrina.

— La vostra teoria, comunque, rassomiglia in modo singolare a quella

dei socialisti, — ribattè il signor Morse, mentre gli sguardi di Ruth

correvano ansiosamente dall’uno all’altro e la signora Morse esultava

di quell’occasione che eccitava l’antagonismo del suo signore e

padrone.

— Dall’affermare come faccio io, che i repubblicani son bestie, che

la libertà, l’eguaglianza, la fraternità non sono altro che bolle di

sapone non si può trarre la conclusione che io sia socialista, — disse

sorridendo Martin. — Dal fatto che io interrogo Jefferson e il Francese

ignaro che l’ha istruito, non si può indurre che io sia socialista.

Credetemi, signor Morse, voi siete molto più vicino al socialismo, che

non sia io, suo nemico giurato.

— Voi scherzate, — fu l’unica risposta dell’altro.

— Niente affatto: parlo con molta serietà. Voi credete ancora

all’eguaglianza — e intanto lavorate per le corporazioni che, ogni

giorno più, calpestano l’uguaglianza. E mi chiamate socialista, perchè

nego l’uguaglianza, perchè affermo il perchè voi vivete. I repubblicani

sono i nemici dell’uguaglianza e la combattono nel suo nome: ecco

perchè mi sembrano stupidi. Quanto a me, io sono individualista; io

credo che la corsa sia vinta dal più rapido, che la vita sia del più

forte. Questo me l’ha insegnato la biologia; credo almeno d’averlo

imparato. Sì, sono individualista, e l’individualismo è il nemico

eterno, ereditario del socialismo.

— Ma frequentate dei comizi socialisti! — lanciò il signor Morse.

— Certamente! così come gli spioni frequentano i campi nemici.

Come sapreste altrimenti ciò che accade? Del resto, mi ci diverto:

sono dei buoni lottatori, e, abbiano torto o ragione, hanno i loro

autori. Il minore tra loro s’intende di sociologia più che la media

degl’industriali. Sì, ho assistito a qualche loro comizio! Ma non

perciò sono diventato socialista, allo stesso modo che non sono

diventato repubblicano ascoltando Charlie Hapgood.

— Non so perchè, — fece debolmente il signor Morse, — ma credo che voi

tendiate al socialismo.

— Dio me ne guardi! — disse fra sè Martin: — non ha ancora capito

una parola di ciò che gli ho detto. E lui, che ne ha fatto della sua

istruzione?

Fu così che Martin si trovò a faccia a faccia con la morale economica

o morale delle classi, la quale gli apparve in breve come uno

spaventapasseri. Personalmente, egli era un moralista intellettuale, e

la morale della gente che gli era attorno gli ripugnava più che non la

piattezza pomposa dei ragionatori. Questa morale era un misto curioso

d’economia politica, di metafisica, di sentimentalismo e di spirito

d’imitazione.

Egli trovò un esempio di questa morale bizzarra e confusionaria nel suo

ambiente più immediato. Sua sorella Marianna era stata corteggiata da

un giovane meccanico d’origine tedesca che, dopo aver coscienziosamente

imparato il suo mestiere, aveva messo su una bottega di riparazione di

biciclette, e poichè egli era anche rappresentante di una ditta (di

second’ordine), il suo commercio prosperava. Marianna, era andata ad

annunziare, tempo prima, il suo fidanzamento a Martin, e, scherzando

gli aveva esaminato le linee della mano e gli aveva predetto la buona

ventura. Nella visita che seguì, lei condusse con sè Hermann von

Schmidt. Martin li accolse con tutti gli onori, e si rallegrò con

tutti e due, e con tanta cordialità e disinvoltura, che quello zotico

del fidanzato ne rimase impressionato in modo sfavorevole. La cattiva

impressione s’accrebbe quando Martin gli lesse qualche strofa che aveva

composto, in ricordo della visita precedente di Marianna. Erano versi

leggeri e delicati, ch’egli aveva intitolati «La Chiromante». Rimase

sorpreso vedendo, quand’ebbe finito di leggere, che sua sorella non

solo non mostrava piacere ma guardava ansiosamente il suo fidanzato; e

Martin, seguendo la direzione degli sguardi di lei, vide che la faccia

asimmetrica del bravo ragazzo rifletteva una cupa disapprovazione. Non

avvenne nessuna spiegazione, però; la coppia se la svignò prontamente,

e Martin dimenticò subito quell’incidente, sebbene rimanesse molto

stupito, là per là, dal fatto che una donna, sia pure del popolo,

potesse essere così insensibile a dei versi fatti in suo onore.

Sere dopo, Marianna tornò a trovarlo, sola, questa volta. Lei andò

diritta allo scopo e lo riprese con buone maniere, per quanto aveva

fatto.

— Come, Marianna! — disse Martin, con aria di dolce rimprovero, — tu

parli come se avessi vergogna della tua famiglia, di tuo fratello,

comunque!

— Certo che ho vergogna! — esclamò lei.

Martin vide ch’ella aveva gli occhi pieni di lacrime, per umiliazione:

il dolore di lei, comunque, era sincero.

— Ma Marianna, perchè il tuo Hermann dovrebbe esser geloso pel fatto

che io ho scritto dei versi su mia sorella?

— Non è geloso, — singhiozzò lei: — dice che è indecente, oh!... osceno!

Martin fece udire un lungo sibilo d’incredulità, poi andò a cercare una

copia della «Chiromante» e la lesse.

— Non vedo, — disse poi porgendole il manoscritto; — leggimelo tu e

mostrami dov’è ciò che ti sembra oscenità, — non ha detto così?

— Proprio così, e deve intendersene. — rispose Marianna, respingendo il

manoscritto con aria di disgusto. — E dice che devi lacerarlo. Dice che

non vuol saperne d’una donna sulla quale hanno scritto delle cose che

tutti possono leggere. Dice che è una vergogna e che non gli va.

— Senti, Marianna, tutto questo è idiota, — cominciò Martin: poi si

fermò: aveva mutato idea. Vide la povera ragazza triste, si rese conto

dell’inutilità dei suoi sforzi per convincere lei e il suo fidanzato, e

decise di cedere, sebbene considerasse quell’incidente come illogico e

ingiurioso.

— Benissimo! — dichiarò, lacerando il manoscritto e gettandolo nel

cestino.

Gli bastava sapere che l’originale era già presso la redazione d’una

rivista di New York; Marianna e il suo fidanzato non ne avrebbero

saputo nulla, e nè essi nè altri avrebbero peggiorato le loro

condizioni, se quel grazioso e innocente poema fosse stato pubblicato.

Marianna fece l’atto di stendere le mani verso il cestino, ma si

trattenne.

— Posso? — domandò con voce supplichevole.

Egli fece segno di sì, e la guardò con aria pensosa, mentre lei

raccoglieva i pezzetti di carta e se li ficcava nella tasca della

giacca, per provare il successo del suo tentativo. Essa gli fece

ricordare Lizzie Connolly, sebbene quella ragazza, ch’egli aveva visto

due volte, fosse più vivace, più vibrante; ma si rassomigliavano tutt’e

due nell’andatura e nell’insieme, ed egli si divertì a immaginare l’una

o l’altra in atto di entrare nel salotto della signora Morse.

Poi il divertimento venne meno, ed egli si sentì infinitamente solo.

Sua sorella e il salotto dei Morse erano come limiti lungo il cammino

pel quale procedeva, e li aveva oltrepassati. Egli diede uno sguardo

amichevole ai suoi libri; erano i soli compagni che gli rimanessero.

— Su, che c’è? — fece lui di soprassalto.

Marianna ripetè la domanda.

— Perchè non lavoro? — E rise di malincuore. — Il tuo Hermann t’ha

raccontato delle bestialità.

Ella scosse la testa negativamente.

— Non mentire! — disse lui; e poichè essa taceva; — Senti, dirai al

tuo Hermann che pensi ai fatti suoi. Quando io scrivo dei versi a una

ragazza alla quale fa la corte, la cosa lo riguarda; ma oltre questo,

non ha ragione di dirmi altro. Capito?

— Dunque, tu non credi al mio avvenire di scrittore, di’? — proseguì

lui. — Credi che io sia un fannullone? un uomo perduto, un disonore per

la famiglia?

— Credo che sarebbe meglio che tu scegliessi un mestiere, — disse lei

con fermezza, ed egli vide ch’era profondamente convinta. — Hermann

dice...

— Vada al diavolo il tuo Hermann! — interruppe lui allegramente. —

Vorrei sapere piuttosto quando vi sposerete. Cerca di sapere anche se

il tuo Hermann si degnerà di accettare un regalo da me, pel vostro

matrimonio. — Egli riflettè a quell’incidente, dopo la partenza

di Marianna, ed ebbe un riso amaro pensando a sua sorella e al suo

fidanzato, a tutti quelli della sua classe sociale, a tutti coloro

che appartenevano alla classe di Ruth, o regolavano la loro meschina

piccola vita secondo meschine piccole formole, — fantocci pedissequi,

che modellavano la loro vita su quella del vicino, incapaci di

vivere realmente la vita, a causa dei pregiudizi che li guidavano.

Egli se li vedeva sfilare davanti, processionalmente: Bernardo

Higgingbotham sottobraccio col signor Butler, Hermann von Schmidt con

Charlie Hapgood, e altri, pari pari, che egli esaminava, giudicava e

respingeva. Vanamente si domandava: dove sono le grandi anime? Dove

sono i grandi pensatori? E tra la folla di persone indifferenti,

informi, stupide, ch’egli evocava, non trovava nulla. Fu vinto dal

disgusto, simile a quello che deve aver sentito Circe per la sua

mandria di porci.

Quando egli, il respinto, l’ultimo, si credette solo, finalmente, un

nuovo venuto apparve d’improvviso, non chiamato. Martin lo guardò e

si vide di fronte, con un cappello sulle ventitrè, un soprabito troppo

corto, il giovane dappoco ch’egli era stato, e che si pavoneggiava.

— Tu eri come gli altri, giovanotto, — schernì Martin. — La tua

morale e le tue nozioni somigliavano alle loro; non avevi alcuna

personalità; le tue idee, come i tuoi vestiti, erano bell’e fatte;

agivi pel pubblico; eri il galletto della compagnia, perchè gli altri

ti acclamavano. Tu comandavi la tua banda e lottavi; non per gusto,

giacchè in fondo ne avevi disprezzo, ma perchè gli altri ti battevano

sulla spalla e ti adulavano. Hai conciato per le feste Testa di

Formaggio perchè non voleva cedere, prima di tutto perchè eri l’ultimo

dei bruti, eppoi perchè credevi, come tutti coloro che ti attorniavano,

che la virilità d’un uomo fosse in proporzione della ferocia di cui dà

prova riducendo a brandelli il proprio simile. Come, giovane sciocco?

tu rubavi loro le fidanzate, non per desiderio, ma perchè nella midolla

dei tuoi genitori fermentava l’istinto dello stallone selvaggio e del

toro. Ebbene, sono passati degli anni; che ne pensi tu, ora?...

Come per rispondergli, la visione mutò subito; il feltro floscio,

il soprabito corto scomparvero, sostituiti da vestiti più sobrî;

l’indolenza del viso, la durezza dello sguardo cedettero a

un’espressione serena, luminosa, che sembrava il riflesso d’una

meravigliosa chiarezza interiore. Quel fantasma rassomigliava

stranamente al Martin Eden attuale; guardando meglio, egli vide la

lampadina che lo illuminava, il libro che studiava. Lesse il titolo:

_Scienza dell’Estetica_. Era proprio lui... Egli alimentò la lampada

e riprese la lettura della _Scienza dell’Estetica_, nel punto dove

l’aveva interrotta.

Martin Eden(#73373) · 第 42 / 69 题