La ruota della fortuna girava: la mattina dopo la visita di Ruth,
egli ricevette uno chèque di quindici lire da un giornale settimanale
di New York, per tre dei suoi scherzi in versi. Due giorni dopo, un
giornale di Chicago accettò i suoi _Cacciatori di Tesori_, con promessa
di pagarglieli cinquanta lire dopo la pubblicazione. Era poco, ma
quell’articolo era il primo scritto da lui. Il secondo saggio, il
seguito delle avventure per ragazzi, fu accettato alla fine della
settimana da una rivista mensile intitolata _Gioventù e Maturità_. Vero
è che questo seguito comprendeva ventiduemila parole e che gli venivano
offerte ottanta lire dopo la pubblicazione; ma era anche vero che si
trattava del suo secondo lavoro, del quale egli conosceva benissimo
i difetti. Eppure, persino nei suoi primi lavori non c’era nulla
d’inabile; solo c’era da osservare la pesantezza d’un temperamento
troppo potente, l’inesperienza del novizio che vuole afferrare le
farfalle a colpi di mazza e schizzare quadretti con un attizzatoio.
Martin fu dunque felice di sbarazzarsi dei suoi saggi giovanili ch’egli
aveva giudicati secondo il loro valore. Egli aveva riposte tutte le
sue speranze nelle opere recenti, nelle quali aveva tentato di esser
da più e meglio di uno scrittore dei soliti da riviste illustrate.
D’altra parte, non aveva soffocato il suo temperamento, ma l’aveva
semplicemente disciplinato, senza sacrificar nemmeno l’amore per la
verità. Le sue opere erano realistiche; più che fantastiche, talvolta
mistiche. Egli tendeva a un realismo appassionato, ma profondamente
umano e credente; voleva mostrar la vita qual era, con tutte le
aspirazioni dello spirito e tutta la sete d’ideale. Durante le sue
letture, egli aveva potuto scorgere due scuole; l’una che faceva
dell’uomo un dio ignaro della sua origine terrestre; l’altra che ne
faceva un mucchio di fango, ignaro della sua essenza celeste e delle
sue possibilità divine.
Secondo Martin, Dio e mucchio di fango erano ugualmente falsi, e le
due scuole s’ingannavano. La verità stava nel mezzo. Nella sua novella
«L’avventura», ch’egli aveva sottoposta al giudizio di Ruth, Martin
credeva d’essersi accostato alla verità, e nel suo saggio «Dio e il
fango» aveva espresso le sue idee generali sull’argomento.
Ma «L’avventura» e i suoi migliori lavori proseguivano il loro viaggio
presso gli editori. Le sue prime opere non valevano, ai suoi occhi, se
non pel danaro ch’esse portavano, ed egli non stimava maggiormente i
suoi racconti drammatici, di cui due erano venduti.
Erano per lui semplici capricci d’immaginazione, sebbene pieni di
tutta l’emozione della realtà; e in questo consisteva il loro fascino.
Egli considerava quella mescolanza di grottesco e d’impossibile con la
realtà come un trucco abile, e nient’altro; non erano opere letterarie
d’un valore superiore. Certo, c’era dell’arte, ma dell’arte senza
valore, che non derivava da una fonte umana. L’abilità consisteva nel
dissimulare la finzione sotto la maschera della realtà, e questo egli
aveva fatto in una mezza dozzina di storie tragiche ch’egli aveva
scritte prima di slanciarsi verso le cime, con «L’avventura», «La
Gioia», «La Marmitta», «Il Vino della Vita». Le quindici lire ricevute
per gli scherzi in versi gli servivano per cavarsela sino all’arrivo
dello _chèque_ del _Sorcio Bianco_. Egli cambiò il primo presso il
diffidente droghiere portoghese, dandogli cinque lire in conto, e
divise le altre dieci lire tra il fornaio e il fruttivendolo. Non fu
in grado ancora di comperare della carne, e i suoi cibi erano ridotti
ai minimi termini, quando giunse lo _chèque_ del _Sorcio Bianco_.
Egli esitò circa il modo d’incassarlo. Egli non solo non era mai
entrato in una banca, ma non aveva mai trattato d’affari; così che fu
preso dal puerile e ingenuo desiderio d’entrare in una grande banca
d’Oakland per cambiare lo chèque di duecento lire. Però il buon senso
più elementare gl’imponeva di cambiarlo dal droghiere, in modo da
fargli un’impressione tale, che gli avrebbe concesso maggior credito
in avvenire. A malincuore Martin cedette davanti alle proteste di
questo fornitore, gli pagò tutto il conto e ricevette in cambio una
manata di monete sonanti e tremolanti. Pagò anche gli altri debiti,
disimpegnò abiti e bicicletta, diede un mese d’anticipo per la macchina
da scrivere, e a Maria ciò che le doveva, più un mensile anticipato.
Gli rimanevano in tasca circa 15 lire per le spese minute. Questa
piccola somma rappresentava, per se stessa, un patrimonio. Appena
egli ebbe il vestito, andò a visitare Ruth, e, camminando, non potè
far di meno di scuotere la tasca, per far risuonare il tintinnìo del
suo tesoro. Era tanto tempo che egli non vedeva danaro, e, come un
uomo che ha corso rischio di morir di fame e cova con lo sguardo i
cibi che non può più consumare, egli sentiva il bisogno di maneggiare
quei pochi suoi quattrinelli. Però non era nè avaro nè meschino: quel
danaro rappresentava per lui ben altro che lire e soldi; rappresentava
il successo, e quelle aquile incise sulle monete, erano altrettante
vittorie alate. Egli giunse a pensare che il mondo fosse davvero
meraviglioso. Durante settimane, gli era parso molto triste, tetro; ma,
ora, con quasi tutti i debiti pagati, con 15 lire che gli tintinnavano
in tasca e la certezza del successo in cuore, il sole gli pareva
splendido, e persino il temporale che lo bagnò in un batter d’occhio,
gli parve affascinante. Mentre moriva di fame, pensava continuamente
ai milioni di esseri sparsi pel mondo, che morivano di fame come lui:
oggi, ch’era soddisfatto, li dimenticava, ma poichè era innamorato,
pensò agl’innumerevoli innamorati, e motivi di poemi d’amore gli
occuparono la mente. Assorto nell’ispirazione, egli scese dal tranvai
elettrico due stazioni dopo, senza guastarsi però il buon umore. Nella
casa dei Morse, c’era della gente. Le due cugine di San Raffaele erano
venute a trovar Ruth, e la signora Morse, col pretesto di distrarle,
aveva invitato parecchi uomini. Il suo programma di accerchiamento
aveva avuto inizio durante l’assenza involontaria di Martin, ed era
in pieno sviluppo. Essa faceva il possibile per avere in casa gente
di valore; cosicchè, oltre le cugine Dorotea e Fiorenza, Martin fece
conoscenza di due professori d’Università, l’uno di latino, l’altro,
di letteratura inglese —; d’un giovane ufficiale di ritorno dalle
Filippine, compagno di collegio di Ruth; d’un giovanotto chiamato
Melville, segretario privato di Giuseppe Perkins, direttore della
Società dei _Trusts_ di San Francisco, e infine di un banchiere di
trentacinque anni, Carlo Hapgood, laureato dell’Università di Stanford,
membro dei Clubs del Nilo e dell’Unità, oratore nelle pubbliche
riunioni del partito repubblicano durante le elezioni, insomma, un
giovane dall’avvenire luminoso. Tra le donne c’erano: una pittrice di
ritratti, una musicista di professione e una dottoressa di sociologia,
celebrità locale, a causa delle sue case di lavoro nei quartieri poveri
di San Francisco. Ma le donne non contavano gran che nel programma
della signora Morse, e non erano altro che accessori indispensabili per
attirare gli uomini in modo qualsiasi.
— Non vi riscaldate nel parlare! — raccomandò Ruth, prima d’iniziare le
presentazioni.
Impacciato dal timore di sembrar goffo, rattenuto dalla vecchia
preoccupazione di rompere i ninnoli, Martin fu dapprima come
paralizzato. Non era stato mai a contatto di persone così
ragguardevoli, nè con tanta gente insieme, e n’era intimidito.
Melville, il segretario, l’ipnotizzava, ed egli decise d’interrogarlo,
alla prima occasione favorevole; giacchè, nonostante il suo rispetto
pieno d’ammirazione, egli aveva troppa coscienza del proprio valore,
per non desiderare di tener testa a quegli uomini e a quelle donne, e
scoprire ciò che sapessero più di lui, circa i libri e la vita.
Ruth, che gli lanciava frequenti sguardi per vedere come se la sarebbe
cavata, fu sorpresa e rapita dalla disinvoltura con la quale egli
chiacchierava con le cugine. Egli non si eccitava affatto, parlava
posatamente, e, appena seduto, non si sentì turbato dalla scompostezza
dei suoi gesti. Quanto alle cugine, dopo, quand’esse andarono a letto,
non trovavano parole per cantar le lodi di Martin, cosa che stupì
Ruth la quale le conosceva come ragazze intelligenti, brillanti, ma
superficiali. Egli, d’altra parte, ch’era stato un tempo animatore di
tutti i balli e delle scampagnate domenicali, s’era mostrato spiritoso,
allegro senza volgarità, come se avesse trascorso tutta la vita nei
salotti. Egli sentiva, quella sera, che godeva il successo, e una voce
gli mormorava all’orecchio che tutto andava bene, che poteva dunque
ridere, far ridere e godersi il momento.
Però, poco dopo, le preoccupazioni di Ruth parvero avverarsi: Martin
e il professor Caldwell s’erano appartati in un cantuccio: e, sebbene
Martin avesse perduto la fastidiosa manìa di far grandi gesti, l’occhio
critico di Ruth rilevò e biasimò l’ardore eccessivo della parola di
lui, la fiamma troppo viva dei suoi occhi, il rossore del viso acceso.
Egli mancava di decoro e di sangue freddo e contrastava singolarmente
col giovane professore d’inglese, suo compagno.
Ma Martin non si preoccupava punto delle apparenze; e non aveva
impiegato molto tempo a rilevare la cultura mentale dell’altro e ad
apprezzarne il corredo scientifico. Inoltre, il professore Caldwell era
diverso dal solito tipo di professore inglese. Martin voleva indurlo
a parlare di cose professionali, e sebbene dapprima trovasse delle
difficoltà, vi riuscì. Martin non capiva perchè la gente non volesse
parlare di cose della propria professione. — È assurda e ridicola, —
aveva dichiarato a Ruth la settimana precedente, — questa ripugnanza a
parlare di cose «del mestiere»: perchè uomini e donne si riuniscono,
se non per scambiare quanto di meglio hanno in essi? E ciò che hanno
di meglio, è tutto quanto li interessa: la loro specialità, la loro
ragione di vivere, ciò che li fa riflettere e sognare. Immaginate
il signor Butler che annuncia delle idee su Verlaine o sull’arte
drammatica tedesca, o sui romanzi di D’Annunzio?... Sarebbe da morirne
dalla noia! Da parte mia, se sono assolutamente costretto ad ascoltare
Butler, preferisco sentirlo parlar di codici, cioè di cose ch’egli
conosce meglio delle altre; e la vita è così breve, che voglio ottenere
da ogni creatura il massimo che può darmi.
— Ma, — aveva obbiettato Ruth. — esistono argomenti d’interesse
generale.
— E questo è il vostro errore, — aveva aggiunto lui. — In generale,
le persone hanno la tendenza a scimmiottar coloro di cui conoscono la
superiorità e ch’essi scelgono come modelli. E chi sono questi modelli?
Gli oziosi, i ricchi oziosi, i quali non sanno nulla, generalmente,
di ciò che sanno coloro che lavorano e s’annoieranno mortalmente
udendoli chiacchierare dei fatti loro. Così vien decretata la
convenzione secondo la quale tale genere di conversazione è un parlare
«professionale» anzi bottegaio, e che parlare di cose professionali o
bottegaie è tutt’altro che simpatico. Così gli oziosi decidono anche
nello stabilire quali sono le cose di genere non bottegaio, delle quali
si può parlare: l’ultima novità teatrale, il libro d’attualità, il
gioco, il bigliardo, i _cocktails_, l’automobile, le riunioni ippiche,
la pesca della trota, le partite di caccia grossa, lo _yachting_, ecc.,
giacchè, notate bene, questi sono argomenti che gli oziosi conoscono.
Insomma, essi soltanto possono parlare di cose della loro «bottega»;
e il buffo è che molte persone intelligenti, e tutti coloro che fanno
finta di esserlo, permettono agli oziosi di imporre la legge. Quanto
a me, io desidero da un uomo quanto v’è di meglio in lui, ciò che voi
chiamate cose professionali, bottegaie, di mestiere, o come vi pare.
E Ruth non aveva capito: questo assalto contro la Cosa Stabilita le era
parso molto arbitrario.
Dunque, Martin, comunicando al professor Caldwell un po’ della propria
intensità, l’aveva costretto a esprimere le sue idee. Passando vicino a
loro due, Ruth udì Martin che diceva:
— Certamente lei non professerà delle eresìe simili nell’Università di
California.
Il professore Caldwell alzò le spalle.
— È la parola dell’onesto contribuente e del politicante, capite!
Sacramento assegna gl’impieghi, e perciò noi facciamo dei salamelecchi
a Sacramento, dove il consiglio d’amministrazione dei Reggenti possiede
la stampa di tutt’e due i partiti.
— È chiaro; ma lei? — insistè Martin. — Lei dev’essere come un pesce
fuor d’acqua.
— Ce n’è pochi come me, nel pantano universitario. Evidentemente, mi
capita talvolta di sentirmi spaesato; sento che starei meglio a Parigi,
o in Grub Street, o in una grotta d’eremiti, o tra la più scapigliata
bohème, in qualche trattoria a buon mercato del Quartiere latino, a
predicare idee radicali davanti a un uditorio tumultuoso. Veramente,
io sono quasi sicuro d’esser nato radicale, ma ecco!... ci sono troppe
questioni di cui non sono certo. Divento timido quando mi trovo di
fronte la mia mingherlina personalità che mi impedisce d’afferrare
tutti gli elementi d’un problema, dei grandi problemi umani, vitali.
E mentre egli seguitava a parlare, Martin s’accorse che l’altro
sussurrava la «Canzone dei Venti Alisei»:
_Io sono fortissimo a mezzogiorno,_
_ma sotto la luna tendo il canapo della vela._
Ne canticchiò le parole quasi sottovoce e si rese conto che l’altro gli
ricordava i venti alisei del nordest, freschi, continui e potenti. Egli
era imparziale: si poteva fare affidamento su di lui; inoltre, c’era in
lui una specie di riserbo autorevole.
Martin ebbe la sensazione che l’altro non rivelasse quasi mai
interamente il suo pensiero, come aveva avuto spesso la sensazione che
gli alisei non soffino mai con tutta la loro forza, ma serbino sempre
delle riserve di forze non usate. Il potere immaginativo di Martin era
più possente che mai. Qualsiasi cosa accadesse, gli si presentavano
al cervello delle associazioni di contrarî e di similitudini che
s’esprimevano quasi sempre con visioni, in modo automatico. Come il
volto di Ruth gelosa gli aveva fatto ricordare una burrasca polare al
lume di luna, così il professore Caldwell gli fece rivedere i venti
alisei che frustavano la bianca spuma delle onde del mare purpureo.
Così, a ogni momento, rievocate da una parola, da una frase, nuove
visioni gli apparivano, senza perciò rompere il filo delle sensazioni
del momento, classificandole, anzi, o identificandole con le azioni o
con i fatti del passato.
Pur ascoltando il parlare elegante del professore, la sua conversazione
d’uomo intelligente, letterato, Martin seguitava a vedersi nel passato.
Egli si vide giovane dappoco, col cappello sulle ventitrè, il soprabito
corto, largo di spalle, ciondoloni, con la coscienza di rappresentare
il tipo più perfetto del malandrino. Egli non tentò affatto di
nascondere il fatto, o di scusarlo; in un periodo della sua vita non
era stato altro che un disutile qualunque, capo d’una banda che dava
filo da torcere alla polizia e atterriva le oneste massaie. Dopo, il
suo ideale era mutato... Egli comprese in uno sguardo quella riunione
elegante, di gente bene educata, respirò profondamente quell’atmosfera
raffinata e vide nello stesso tempo lo spettro della sua adolescenza,
il cappello sulle ventitrè, attraversare il salotto dondolandosi, e
venire a chiacchierare col professore Caldwell. In fin dei conti, egli
non aveva trovato sin allora un punto dove fissarsi definitivamente;
s’era adattato dovunque, era piaciuto dappertutto e a tutti per la
sua facilità nel lavoro e nel gioco, per la volontà di far valere i
proprî diritti, che imponeva rispetto. Ma non s’era mai radicato in
alcun luogo; s’era adattato abbastanza per soddisfare gli altri, ma
non per soddisfare se stesso. Dovunque, era stato perseguitato da un
senso d’irrequietudine; dovunque una voce l’aveva chiamato altrove, ed
egli aveva vagato attraverso la vita, insistendo, sino al giorno in
cui aveva trovato i libri, l’arte, l’amore. Ed ecco che egli era là,
in quel salotto, il solo, fra i suoi compagni d’un tempo, che avesse
saputo rendersi degno d’essere accolto dai Morse.
Tutte queste riflessioni però non gl’impedivano punto di seguire
attentamente la parola del professore Caldwell e di notare come questi
avesse un vasto campo culturale. Di tanto in tanto egli scopriva,
durante la conversazione, enormi lacune nella sua istruzione, materie
che gli erano totalmente ignote. Pure vide, — e lo doveva a Spencer. —
i limiti delle sue nozioni generali per riempire i quali era questione
soltanto di tempo. — Dunque attenzione! — si disse. — Tutti sul ponte!
— Egli ebbe la sensazione d’essere seduto in atto di attenta adorazione
ai piedi del professore; poi, ad un tratto, credette di scorgere un
punto debole nei giudizi enunciati ma fugaci, a mala pena percettibili,
e concluse subito ch’erano intellettualmente eguali.
Ruth ripassò davanti a loro, proprio nel momento in cui Martin
incominciava a parlare.
— Le dirò dov’è il suo torto, o, meglio, il punto debole del suo
giudizio, — fece lui. — Lei non ha studiato la biologia, che non
entra punto nel suo modo di veder le cose. Oh! io parlo della vera
biologia esplicativa, fondamentale, dal laboratorio e dai provini,
sino alle generalizzazioni sociologiche ed estetiche più scapigliate.
— Ruth era confusa; essa aveva frequentato il corso del professore
Caldwell ch’ella considerava come il vivente ricettacolo della scienza
tramandata.
— Io non la seguo bene, — disse questi con aria indecisa.
Martin si domandò se lo aveva mai seguito.
— Cercherò di farmi capire, — diss’egli. — Ricordo d’aver letto nella
storia egiziana, come sia impossibile capire l’arte egizia senza aver
prima studiato il paese.
— Proprio così, — disse il professore.
— E mi sembra. — proseguì Martin, — che, d’altra parte, la conoscenza
d’un paese, non possa acquistarsi senza quella dell’ordinamento
stesso della vita in questo paese. Come possiamo noi comprendere le
leggi e le istituzioni, la religione e i costumi, senza aver capito
prima di tutto, non solo la natura di coloro che le hanno fatte, ma
la composizione di tale natura? La letteratura è forse meno umana
dell’architettura o della scultura egizia? C’è una cosa sola, in tutto
l’universo, che non sia soggetta alla legge dell’evoluzione? Oh! io so
che esiste una teoria complessa sull’evoluzione nell’arte, ma mi sembra
troppo meccanica. Dell’evoluzione umana non si parla punto. Lo sviluppo
dello strumento, della musica, della danza e del canto, è mirabilmente
compreso e descritto, ma che ne sa lei dello sviluppo dell’uomo, dello
sviluppo dell’essere intrinseco ch’egli fu, prima di avere costrutto il
primo utensile e balbettato il primo canto?
Questo le importa poco, ed è ciò che io chiamo biologìa nel senso più
elevato.
Io so che mi esprimo in modo incongruo, ma cerco di manifestar le mie
idee come posso; mi sono venute mentre lei parlava. Ha detto lei stesso
che la fragilità umana impedisce di considerare tutti gli elementi;
eppoi, ecco che lei lascia da parte il fattore più importante, quello
biologico, che è il tessuto primo di ogni arte, la trama, la catena
d’ogni azione umana e delle meraviglie ch’essa produce!
Ruth vide con stupore che Martin non era immediatamente schiacciato;
la risposta del professore le parve che fosse stata data per indulgere
alla giovinezza di Martin. Per un bel po’, il professore Caldwell
rimase silenzioso, gingillandosi con la catena dell’orologio.
— Sa lei, — diss’egli finalmente. — che un giorno mi fu già rivolta
la stessa critica? Era un gran dotto e un evoluzionista, Giuseppe le
Conte; ma è morto, e pensavo, che non dovesse essere più anatomizzato;
invece, ecco anche lei, col suo occhio inquisitorio! Seriamente! ed
ecco, però, — e questa è una confessione — io credo che vi sia qualche
cosa di vero nella sua critica: molto di vero persino. Io sono troppo
classico circa l’interpretazione dei rami diversi della scienza e non
posso che addurre l’insufficienza della mia dottrina e un’indolenza
naturale che mi ha impedito d’approfondire l’argomento come avrei
dovuto. Crede lei che non ho messo mai piede in un laboratorio di
fisica o di chimica? No, mai. Le Conte aveva ragione, e anche lei,
signor Eden; però sino a un certo punto.
Con un pretesto qualunque, Ruth trasse Martin da parte, e gli disse
sottovoce:
— Non avreste dovuto fermarvi tanto tempo a conversare col professore
Caldwell; anche gli altri hanno desiderio di parlare con lui.
— Chiedo scusa! — rispose Martin confuso. — Ma l’ho costretto a
manifestarsi un po’, ed era così interessante, che non ho riflettuto.
Sapete: è l’uomo più intelligente, più brillante, che abbia mai
incontrato. E voglio confessarvi un’altra cosa: credevo una volta che
tutti quelli che uscivano dall’Università o avevano alte cariche nella
società fossero brillanti o intelligenti come lui!
— È un’eccezione, — disse lei.
— Me ne sono accorto. Con chi volete che parli, ora? Oh! sentite!
presentatemi a quel giovane cassiere.
Martin e costui conversarono un quarto d’ora, e Ruth non ebbe a fare
alcun appunto circa il modo di comportarsi del suo innamorato, i cui
occhi lampeggiarono, il cui viso rimase calmo, il cui linguaggio fu
corretto, al punto che lei ne rimase stupita.
Ma dalla stima di Martin cadde tutta la categoria dei cassieri, e
durante tutta la sera egli ebbe questa sensazione, che cassieri e
dicitori di banalità fossero sinonimi. L’ufficiale gli parve un buon
ragazzo, semplice e sano, contento d’occupare nella vita un posto che
la nascita e la fortuna gli avevano conferito. Sapendo che l’altro
aveva frequentato due anni l’Università, Martin si sforzò invano di
sapere dove mai avesse potuto nascondere ciò che aveva imparato. Però
lo preferiva al banale e piatto cassiere.
— Veramente, le banalità sono tutte uguali, per me, — diss’egli
poi a Ruth. — Ma mi esaspera soprattutto la presunzione boriosa, la
convinzione profonda con le quali vengono pronunziate e il tempo che
s’impiega per ciò. Come! ma io avrei potuto insegnare a quell’individuo
tutta la storia della Riforma, mentre egli mi raccontava come il
partito dell’Unione dei Lavoratori si fosse fuso con i democratici.
Egli pesa le parole con la cura che mette un giocatore di professione,
di poker, nello scegliere le carte che deve battere. Un giorno vi
imiterò il suo modo di fare.
— Mi rincresce che non vi piaccia, — rispose Ruth. — Il signor Butler
ne ha molta stima. Il signor Butler dice che è onesto, di assoluta
fiducia; lo chiama la Roccia o Pietra, e dice che si potrebbe
costituire su di lui qualunque istituto bancario.
— Non ne dubito, sebbene l’abbia visto poco e udito anche meno; ma le
banche si sono un po’ abbassate nella mia stima. Non ve ne avrete a
male, se vi parlo con tanta franchezza, cara?
— No, no... è molto interessante.
— Non è vero? — prosegui allegramente Martin. — Io non sono altro
che un barbaro messo per la prima volta a contatto con la civiltà.
Sensazioni nuove come queste devono sembrare divertenti alle persone
civili.
— Che ne pensate delle mie cugine? — domandò Ruth.
— Le preferisco alle altre donne: sono un po’ buffe, ma hanno poche
pretese.
— Ma le altre donne vi piacciono?
Egli scosse il capo negativamente.
— Quella donna delle case di lavoro operaie non è che un pappagallo
sociologico; scommetto che a guardarla contro la luce non si trova in
lei neppure un’idea originale. Quanto alla donna pittrice, è noiosa in
modo odioso: sarebbe una moglie perfetta pel cassiere. E la musicista!
A me importa poco che abbia delle dita straordinarie, che la sua
tecnica sia perfetta e il suo sentimento meraviglioso; certo si è che
non capisce nulla di musica.
— Suona magnificamente, — protestò Ruth.
— Sì, la sua ginnastica musicale è perfetta; ma le ho domandato ciò che
la musica significasse per lei, — voi sapete come questo genere di cose
m’incuriosisca, — e mi ha risposto che non sa altro se non che adora la
musica che è la più grande delle arti, e che lei vive solo per essa.
— Voi le avete costrette tutte a parlar di cose del mestiere!
— Debbo confessarvelo? E se non sono riuscite a interessarmi, pensate
un po’ quale sofferenza mi avrebbero procurato se m’avessero parlato
d’altro! Sentite, io credevo un tempo che qui, in questo ambiente dove
si godono tutti i benefici della cultura...
Egli si fermò un momento e rivide lo spettro dei suoi anni giovanili,
che, col cappello sulle ventitrè, dondolandosi, entrava e attraversava
il salotto. — Sì, vi dicevo: credevo che tutti gli uomini raggiassero
d’intelligenza; e, invece, sono sorpreso di vedere che coloro che
non sono delle nullità addirittura sono opprimenti. Evidentemente, il
professore Caldwell è diverso; questo sì che è un uomo, nel quale la
minima particella della materia grigia è intelligente.
La faccia di Ruth s’illuminò.
— Parlatemi di lui, — disse lei, — non della sua ampiezza d’idee nè del
suo brio, qualità che conosco, ma invece, di ciò che criticate, in lui;
sono curiosa di saperlo.
— Sarò vituperato, senza dubbio! — dichiarò Martin allegramente. —
Se parlaste voi per la prima? Ma forse voi lo considerate perfetto in
tutto, no?
— Io ho frequentato due corsi di lezioni fatte da lui e lo conosco da
due anni; vorrei dunque conoscere la vostra prima impressione.
— Una cattiva impressione, volete dire! Ebbene, ecco: tutte le belle
cose che pensate di lui sono giuste, credo; comunque, è il più bel
campione d’intellettualità, che abbia mai conosciuto. Ma è rôso da un
segreto rimorso, — oh! nulla di volgare e di basso! Mi pare che sia un
uomo il quale, avendo approfondito le cose, ha avuto tanta paura di ciò
che ha visto, che vuol persuadersi di non aver visto. Ecco un’altra
spiegazione, giacchè può darsi che questa non sia molto chiara. Un
uomo ha scoperto il cammino che conduce al tempio misterioso e non ha
seguito questo cammino; forse ha scorto il frontone radioso e cerca
di convincersi ch’è stato ingannato da una specie di miraggio. Volete
anche un’altra spiegazione? Un uomo avrebbe potuto far delle cose,
ma non ha dato loro molta importanza, e poi, nel più profondo del
cuore, rimpiange di non averle fatte; egli che rideva delle possibili
ricompense, ora le rimpiange amaramente, e piange anche per aver
rinunziato alla gioia dell’azione.
— Il mio modo di vedere non è punto questo, — fece lei. — E, d’altra
parte, non capisco bene ciò che volete dire.
— È una vaga impressione, — corresse Martin, — che non è fondata su
nulla di preciso: non è che un’impressione, fors’anche falsa. Voi lo
conoscete meglio di me.
Martin riportò da quella serata trascorsa presso i Morse un’impressione
confusa di sentimenti opposti; l’ambiente, le cime alle quali aveva
aspirato, la gente di cui aveva sognato di diventare l’uguale, lo
deludevano. D’altra parte, il buon successo ottenuto lo incoraggiava.
L’ascesa era stata più facile che non credesse; eppoi, — egli dovette
confessarselo senza falsa modestia, — aveva conquistato il suo fine:
egli si sentiva superiore a quella gente, tranne, però, il professore
Caldwell. Ne sapeva più di loro, circa la vita e i libri, e si domandò
ancora a che cosa servisse la loro istruzione. Ciò ch’egli ignorava,
era il fatto d’essere dotato d’una potenza cerebrale straordinaria,
e che le persone di vero valore non s’incontrano nei salotti del
genere di quello dei Morse; e non immaginava neppure che le persone
d’eccezionale valore sono simili alle grandi aquile solitarie che
volano molto in alto nell’azzurro, al disopra della terra e della sua
supina banalità.