— Ma, sapete, per capir la musica occorre un’educazione musicale. —
obiettò Ruth, — specialmente per l’opera lirica. Non credete che...
— Che non sia abbastanza colto per l’opera lirica? — domandò lui
vivacemente.
Lei fece un segno affermativo.
— Appunto, — disse lui. — E mi considero fortunatissimo di non
essere stato educato da piccolo. Se lo fossi stato, questa sera avrei
versato dolci lacrime, e le buffonerie ormai vecchie di quella coppia
delirante avrebbero fatto risaltar meglio, ai miei occhi, la bellezza
della loro voce e quella della musica. Avete ragione; sì, è questione
d’educazione. Ma ormai sono troppo vecchio; mi occorre della verità,
o niente affatto. Un’illusione che non è altro che una parodia è
una vile e semplice menzogna; ed ecco l’effetto che produce in me la
grande opera, quando il piccolo Barillo, come arrabbiato a un tratto,
s’affanna a schiacciare col suo petto la voluminosa Tetraloni anch’essa
arrabbiata, e le urla all’orecchio quanto l’adori.
Nuovamente, Ruth lo condannò in nome dei pregiudizi e della sua fede
nella Cosa Stabilita. Perchè doveva aver ragione contro il parere
della gente colta? Quei discorsi e quei pensieri non producevano alcuna
impressione in lei. Essa avevo troppo rispetto delle idee ufficialmente
accreditate, per concedere la minima simpatia alle idee rivoluzionarie.
La musica e l’opera lirica le erano sempre piaciute, come piacevano
alle persone ch’essa frequentava. Con qual diritto Martin Eden, appena
uscito dai «Rag-times» e dalle canzoni popolari, s’erigeva a giudice
della musica dell’ambiente di lei?...
Mentre gli camminava al fianco, essa s’innervosiva e si sentiva
vagamente ferita nell’orgoglio; pure sforzandosi d’essere molto
indulgente, considerava quella manifestazione d’idee come un capriccio
di pessimo gusto, una monelleria un po’ fuori posto. Ma quando, davanti
al portone di casa, egli la strinse con tenerezza fra le braccia e la
baciò amorosamente, lei dimenticò tutto.
E dopo, col capo sul cuscino, lei si domandò, con un senso di stupore,
come faceva spesso da un po’ di tempo, come mai avesse potuto amare un
uomo così strano e come l’amasse nonostante l’opposizione dei suoi.
Il giorno dopo, Martin Eden, messo da parte il giornalismo, ancora
vibrante della discussione della sera precedente, si mise a scrivere un
saggio che intitolò: «_Della Filosofia dell’illusione_«, e, finitolo
d’un fiato, lo affrancò e lo spedì subito. Ma dovette affrancarlo
parecchie volte, dopo, e rispedirlo spesso durante i mesi che
seguirono.