CAPITOLO XXIV.

Le settimane passavano, e Martin non aveva neppure un soldo, e gli

_chèques_ degli editori si facevano aspettare. I suoi manoscritti,

ormai invecchiati, erano ritornati, poi ripartiti; e il suo giornalismo

non era più fortunato. La lista delle sue vivande divenne, di giorno

in giorno, d’una semplicità sempre rudimentale. Durante cinque giorni

visse con un mezzo sacco di riso e con qualche chilogrammo di fagioli

secchi. Poi cercò di vivere a credito. Il droghiere portoghese, che

sino ad allora era stato pagato in contanti, rifiutò ogni anticipo,

quando il conto di Martin ebbe raggiunto l’enorme somma di L. 15,60.

— Sentite, — egli fece, — vedo bene che non trovate lavoro e che

perderei il mio danaro.

E Martin non ebbe nulla da replicare. A che scopo dare delle

spiegazioni? La più elementare concezione commerciale vietava che si

facesse credito a un vigoroso giovanotto, evidentemente troppo pigro

per lavorare.

— Se trovate del lavoro, vi fornirò della merce. — assicurò il

droghiere, — ma niente lavoro, e niente merce. Così vanno gli affari.

Poi, per dimostrargli proprio che non gli voleva male, propose: —

Andiamo a bere un bicchiere al banco: rimaniamo amici lo stesso.

Martin bevve, per mostrare che anche lui non gli serbava rancore, poi

andò a letto, senza cena.

Il negozio dove Martin faceva acquisto di legumi era tenuto da un

americano, i cui principî commerciali erano tanto deboli da lasciar

crescere il conto sino alla somma di venticinque lire!

Martin, facendo il computo dei debiti, si disse di averne per

l’ammontare di settantacinque lire, senza tener conto di ciò che

doveva per la macchina da scrivere: poi si disse che avrebbe ottenuto

certamente due mesi di credito; ma, passati i due mesi...

L’ultimo acquisto lo fece presso il fruttivendolo comperando un sacco

di patate, e durante otto giorni mangiò patate, nient’altro che patate,

tre volte al giorno. Un pranzo in casa di Ruth, di tanto in tanto,

l’aiutava a mantenersi su, ma egli soffriva sforzandosi di essere

discreto per rispetto alle convenienze, quando sentiva un appetito

rabbioso, vedendo tante buone pietanze esposte davanti a lui. Talvolta

egli entrava in casa di sua sorella al momento dei pasti e mangiava a

soddisfazione, come non osava mai fare presso i Morse.

E continuava a lavorare; e tutti i giorni il portalettere gli riportava

dei manoscritti rifiutati, che, quando egli non ebbe più denaro per

affrancarli, s’accumularono sotto la tavola. Poi venne il giorno in

cui non ebbe più da mangiare, e così un altro. Egli non poteva fare

affidamento su un pranzo da Ruth, giacchè lei era andata a San Rafael

per quindici giorni, e una falsa vergogna gl’impediva d’andare da

sua sorella. Per colmo di sfortuna, il portalettere gli consegnò nel

pomeriggio cinque manoscritti rifiutati. Allora Martin andò a portare

il soprabito al Monte di pietà di Oakland e ritornò con venticinque

lire in tasca. Egli diede cinque lire d’acconto a ciascuno dei quattro

suoi fornitori, comperò una bistecca e delle cipolle fritte, bevve del

caffè e fece cuocere un gran vaso di prugne; poi, saziatosi, sedette

a tavola e finì un saggio, ch’egli intitolò: _Dell’Usura, istituzione

filantropica_. Dattilografatolo, lo gettò sotto la tavola, giacchè

non gli rimaneva nulla delle venticinque lire, per acquistare dei

francobolli. Tempo dopo, egli diede in pegno l’orologio e la bicicletta

e, trattenendo dal danaro così ottenuto un minimo per l’acquisto

delle provviste, affrancò tutti i manoscritti e li spedì nuovamente.

Il suo giornalismo lo deludeva; nessuno si curava di prendergli

gli articoli. Eppure, confrontandoli con quelli che egli vedeva nei

giornali, nelle pubblicazioni settimanali e nelle riviste popolari,

li stimò recisamente migliori, molto migliori della media. Eppure

non si vendevano! S’accorse allora che i giornali ne pubblicavano di

quelli che in gergo di mestiere chiamano «plate stuff», e si procurò

l’indirizzo del sindacato che ne forniva. Gli fu restituito il lavoro

con una frase scritta a macchina che l’informava che la Casa bastava a

se stessa.

In uno dei grandi periodici per la gioventù, osservò delle colonne

intere di novelle e di aneddoti. Egli tentò anche questa possibilità,

invano. In seguito, quando egli non ne ebbe più bisogno, seppe che i

redattori erano soliti di accrescere i loro proventi, fornendo essi

stessi quel genere di prosa. I giornali umoristici gli rimandarono

gl’indovinelli e i poemi burleschi; i «versi da dire in società»

non ebbero più lieta accoglienza nei giornali illustrati. Rimanevano

ancora le novelle per quotidiani. Egli sapeva che le sue erano migliori

di quelle che si pubblicavano: avendo ottenuto gl’indirizzi di due

sindacati di giornali, inondò questi di novelle. Quando ne ebbe scritte

una ventina senza successo, vi rinunziò. Eppure ogni giorno leggeva,

nei quotidiani e nei settimanali, masse di novelle di cui neppure una

valeva le sue. Scoraggiato, egli giunse alla conclusione che non c’era

alcun giudizio, ch’egli si suggestionava su ciò che scriveva, insomma,

ch’egli non era altro che un illuso pieno di pretensione.

L’immane macchina editoriale seguiva il suo cammino solito. Egli univa

i francobolli ai suoi manoscritti, e ficcava questi nella cassetta;

circa tre settimane dopo il portalettere saliva le scale e glieli

riportava. Certamente nulla di umano era in fondo a tutto ciò: erano

congegni perfezionati, ingranaggi ben composti, distributori automatici

e specie di oliatori. Nella sua disperazione, egli giunse al punto di

dubitare persino dell’esistenza degli editori. Neppur uno di essi aveva

dato segni di vita, così ch’era perfettamente giustificata l’ipotesi

d’una grande manifattura anonima mossa da meccanici, da tipografi e da

strilloni. Le ore che passava con Ruth erano le sole felici, ma non

tutte. Una specie di morbida angoscia lo attanagliava continuamente,

ed era molto più snervante ora che lei lo amava, giacchè, il possesso

reale gli appariva più lontano che mai. Egli aveva chiesto due anni;

il tempo passava, ed egli non veniva a capo di nulla. Inoltre, si

rendeva conto benissimo del fatto che lei non approvava punto il suo

genere di vita. Non per risentimento, giacchè lei aveva un carattere

mite, ma perchè delusa dal fatto che quell’uomo che lei aveva deciso di

modellare a modo suo, rifiutava di lasciarselo fare. Sino a un certo

punto, egli s’era prestato a quel rimaneggiamento; poi, urtato a un

tratto, aveva rifiutato di essere formato a somiglianza del signor

Butler o del signor Morse.

Ciò ch’era grande, potente, originale in lui, lei non vedeva o,

peggio non comprendeva. Quell’uomo d’una materia intellettuale così

pieghevole, che permetteva, a lui così grande, di vivere in un buco

da talpe, era giudicato da lei un essere limitato, perchè lei non

poteva costringerlo a vivere nel suo buco da talpe, il solo che ella

conoscesse. Era incapace di seguirne i voli della mente, così che

quando il cervello di lui superava quello di lei, egli le pareva pazzo,

semplicemente. Lei non era stata superata mai da alcuno; suo padre,

sua madre, i fratelli e Olney erano al suo livello; dunque, giacchè lei

non poteva seguire Martin, era lui il manchevole; si ripeteva l’eterna

commedia dell’isolano che vuol dettar legge all’universo intero.

— Voi siete un’adoratrice della Cosa stabilita, — le disse un giorno

lui, in una discussione su Praps e Vandervater. — Ammetto che questi

siano i due critici più progrediti degli Stati Uniti. Tutti i maestri

di scuola del paese guardano a Vandervater come al maestro sommo

della critica. Io ho letto la sua prosa, e mi sembra il non plus ultra

della stupidaggine; non è altro che un pomposo soporifero, come dice

Colette Burgess. E Praps non vale molto di più; il suo _Hemlok Mosses_,

in compenso, è scritto in modo meraviglioso: non manca nemmeno una

virgola! E, il diapason ne è così alto, così superlativamente sublime!

È egli il critico meglio pagato degli Stati Uniti; soltanto, buon

Dio! non è punto un critico. In Inghilterra fanno di meglio. Ma ecco,

essi conoscono il loro pubblico e lo lusingano magnificamente, con

perfetta serenità e una moralità a tutta prova. Le loro riviste mi

fanno ricordare una domenica londinese; sono il portavoce del popolo.

Sostengono i vostri professori d’inglese i quali sostengono esse; non

c’è un’idea originale nelle loro opere; essi non conoscono altro che la

cosa stabilita; in realtà sono essi le cosa stabilita. Il loro povero

cervello è fortemente colpito dalla cosa stabilita, come il montone

dal marchio del gregge. E la loro funzione consiste nel mettere lo

stampo su tutti i giovani universitarî, e nello scacciarne tutto ciò

che possono avere d’originale nel cervello e nel segnarli col suggello

della «Cosa Stabilita».

— Io credo d’essere più vicina alla verità, — rispose Ruth, —

attenendomi alla cosa stabilita, che non voi colla vostra rabbia

iconoclastica simile a quella dei selvaggi delle isole dell’Arcipelago.

— Sono stati i missionari a rompere le immagini! — replicò lui ridendo.

— Disgraziatamente, tutti i missionarî sono partiti in missione presso

i pagani, dimodochè non ne rimangono da noi, per infrangere questi

vecchi idoli, Vandervater e Praps!

— Dimenticate i professori delle Università. — aggiunse lei.

Egli scosse il capo con enfasi. — Bisogna lasciar vivere i professori

di scienza; essi sono veramente grandi. Ma sarebbe davvero una bella

opera sterminare il novantanove per cento dei professori di letteratura

inglese, che hanno un cervello da pappagalli.

Questo giudizio severo era per Ruth una bestemmia.

Essa non poteva far di meno di paragonare i professori, — delicati,

dotti, ben vestiti, che parlavano con voce modulata e respiravano la

cultura più raffinata, — con quell’indescrivibile giovanotto che lei

amava, Dio sa perchè: sempre un po’ disordinato nel vestire, con dei

grossi muscoli che rivelavano un passato volgare, e che s’eccitava

parlando, esagerando tutto, scattando alla minima contraddizione.

Eppoi, essi, se non altro, guadagnavano tanto da vivere con larga

agiatezza, mentre egli non era capace di guadagnare un penny. Lei non

giudicava gli argomenti di Martin dalle parole, ma riteneva in cuor

suo, semplicemente — inconsciamente, è vero — che fossero falsi. I

professori avevano ragione, perchè erano riusciti; Martin aveva torto,

perchè falliva. Per dirla con le sue parole: essi erano qualche cosa,

e lui era niente. D’altra parte, sarebbe stato veramente irragionevole

che avesse ragione lui che lei vedeva ancora, poco tempo prima, in

piedi nello stesso salotto, goffo e tutto rosso, in atto di guardarsi

attorno timidamente, spaventato nel pensare che le sue spalle potessero

rovesciare qualche ninnolo; proprio lui che domandava da quanti

anni Swinburne fosse morto, e annunziava trionfalmente d’aver letto

_Excelsior_ e _I Salmi della vita_!

Incoscientemente, Ruth dava la prova che lei non stimava altro che

la Cosa Stabilita. Martin seguiva lo sviluppo dei suoi pensieri, ma

non voleva andar oltre. Egli non l’amava per le idee che lei aveva su

Praps, Vandevaler e i professori di letteratura inglese, e si convinse

sempre più di possedere delle capacità cerebrali e un’ampiezza di

sguardo filosofico che lei non avrebbe potuto mai capire e neppure

immaginare.

In fatto di musica, lei lo giudicò insensato, e in materia teatrale,

pervertito.

— Be’, che ne dite? — gli domandò lei una sera, — tornando a casa dal

teatro lirico, dov’egli l’aveva condotta a furia di lesinare in modo

sordido sul vitto. Commossa e turbata dalla musica, lei aveva atteso

invano ch’egli parlasse.

— Il preludio m’è piaciuto, è meraviglioso, — disse lui.

— Sì, ma l’opera per se stessa?

— Meravigliosa anch’essa; la musica, s’intende; sarebbe stata perfetta

se quegli epilettici fossero rimasti tranquilli o avessero abbandonata

la scena.

Ruth rimase sbalordita.

— Parlate della Tetraloni o di Barillo? Ma sono dei grandi artisti! —

disse lei protestando.

— Eppure hanno sciupato la musica, con quel loro atteggiamento falso e

convenzionale.

— Ma non vi piace la voce di Barillo?... È la migliore, dopo quella di

Caruso, a quanto pare.

— Sì che mi piace, sebbene preferisca la Tetraloni, la cui voce è

squisita, almeno secondo me.

— Ma, ma... — balbettò Ruth. — Non capisco ciò che vogliate dire,

allora. Voi ammirate la loro voce, eppure dite che guastano la musica!

— Precisamente. Pagherei molto per udirli in un concerto, e anche più

per udirli senza orchestra. Vedete, io temo di essere uno spaventoso

realista, ma i grandi cantanti non sono grandi attori...

Sentire Barillo che canta un motivo d’amore con voce celeste, sentir

la Tetraloni rispondergli con voce egualmente celeste, e udirli tutt’e

due accompagnati da una musica colorata, scorrevole, è un regalo

assolutamente meraviglioso. E, più che ammetterlo, io lo affermo. Ma

tutto l’effetto è sciupato, quando li guardo, quando vedo la Tetraloni

— cento chilogrammi, e un metro e 85 centimetri, e Barillo, con la

sua faccia untuosa, il torso tozzo e le gambe troppo corte, — assumere

tutt’e due delle pose plastiche, colpirsi il petto, agitar le braccia,

con un’aria di pazzi scappati da un manicomio! E quando si pretenda

che io pensi di assistere a una scena d’amore fra una giovane e bella

principessa e il principe Azzurro, ebbene no, non posso ammettere ciò,

ecco!... È stupido, assurdo e falso! falso soprattutto. Non mi dite che

nessuno al mondo ha mai cantato il suo Amore in questo modo; come! ma

se io vi facessi la corte così voi mi prendereste a schiaffi!

— Ma v’ingannate, — protestò Ruth. — Ogni forma d’arte ha i suoi

limiti. (Lei faceva il possibile per ricordare una conferenza sulla

convenzione nelle arti, sentita all’Universilà). In pittura non avete

che due dimensioni sulla tela; eppure accettate l’illusione delle tre

dimensioni che l’arte del pittore gli permette di rappresentare. Per la

letteratura, accade lo stesso; voi trovate perfettamente legittimo che

l’autore vi descriva i pensieri intimi della sua protagonista, eppure

sapete che essa era sola e che nè l’autore, nè alcuno poteva sapere

ciò che lei pensasse. E lo stesso accade nel teatro, nella scultura,

nell’opera lirica, in tutte le manifestazioni dell’arte. Certe cose

inevitabili debbono essere accettate.

— Sì, capisco, — fece Martin. — Ogni arte ha le sue forme convenzionali.

(Ruth si stupì udendo questa frase; si sarebbe detto ch’egli avesse

studiato all’università, anzichè spigolato a caso nei libri della

biblioteca). Ma le convenzioni debbono accostarsi alla realtà. Noi

ammettiamo che degli alberi dipinti grossolanamente su cartone e

drizzati a ciascun lato della scena rappresentino una foresta; bene;

ma, d’altra parte, non ammetteremmo che questa foresta possa essere

rappresentata da un paesaggio marino; sarebbe illogico, un’illogicità

che non possiamo accettare. E voi stessa non potete, cioè non dovreste,

ammettere che le smanie ridicole, i contorcimenti e le smorfie penose

dei due pazzi di questa sera siano considerate come manifestazioni

d’una scena d’amore.

— Non vi credete, per caso, superiore a tutti i critici musicali, no?...

— No, no: per ora almeno, no! Io faccio uso del mio diritto

individuale, semplicemente. Vi ho detto ciò che ne penso, per farvi

capire perchè gli sgambetti elefantini della signora Tetraloni mi

sciupano la musica. I grandi giudici musicali possono avere ragione

tutti quanti; ma io sono io, e non assoggetterò il mio gusto al

giudizio concorde del pubblico. Se una cosa non mi piace, non mi piace,

ecco; e nulla al mondo me la farà piacere per scimmiottatura, perchè

piace a gran parte de’ miei contemporanei, o perchè fanno finta che

piaccia.

Martin Eden(#73373) · 第 36 / 69 题