Maria Silva era povera, e nulla di ciò che la povertà comporta le era
estraneo. Per Ruth, essere povero, significava semplicemente vivere un
genere di vita privo di divertimenti; questo è quanto ella conosceva
al riguardo. Sapeva che Martin era povero e paragonava volentieri
le sue condizioni con quelle di Abramo Lincoln giovane, del signor
Butler o di qualche altro giunto poi alla prosperità. D’altra parte,
pur pensando che la povertà non avesse in sè nulla di allegro, era
convinta, da buona borghese, che fosse una cosa salutare e una specie
di eccellente frustata per spingere al successo ogni uomo non nato
irrimediabilmente schiavo. Il conoscere che Martin era così povero,
che aveva impegnato l’orologio e il soprabito non la turbò dunque. Lei
considerava persino questo fatto come molto soddisfacente, pensando che
prima o poi si sarebbe stancato di quella vita e deciso ad abbandonate
la letteratura. Lei non aveva mai indovinato la fame sul volto di
Martin, le cui gote s’incavavano sempre più, di giorno in giorno;
osservava, anzi, il mutamento con soddisfazione; egli le sembrava più
affinato, perdeva un po’ di quell’animalità vigorosa che l’attraeva e
le ripugnava. Talvolta, quando gli occhi di lui avevano una lucentezza
più febbrile, lei se ne rallegrava, perchè le pareva che rassomigliasse
più a un dotto o a un poeta, come lei in fondo avrebbe avuto piacere
che egli fosse. Ma Maria Silva vide ben altro nelle guance incavate e
negli occhi febbrili del suo locatario, e osservava i cambiamenti di
giorno in giorno, secondo le alternative della borsa. Lo vedeva andar
via col soprabito e ritornar senza, sebbene l’aria fosse rigida e
pungente. Quel giorno le sue guance s’erano riempite un po’ e la febbre
degli occhi s’era attenuata. Lei vide anche sparire la bicicletta e
l’orologio e, a ogni sparizione, migliorare momentaneamente l’aspetto
del volto. Misurò anche l’intensità del suo lavoro dalla quantità
d’olio che bruciava la notte e capì che egli la superava nel lavoro,
benchè quello di lui fosse diverso dal suo. Rimase però stupita dal
fatto che meno egli mangiava e più lavorava. Talvolta, quando le pareva
che il bisogno si facesse troppo sentire, gli mandava del pane tostato
da lei, con la scusa che certamente egli non sapeva farlo così bene;
oppure gli mandava, per mezzo d’uno dei marmocchi, una gran ciotola
di minestra, pur domandandosi se aveva il diritto di privarne la sua
nidiata. E Martin gliene era grato, giacchè conosceva la vita dei
poveri e sapeva che se c’è della carità sulla terra, quella era la
vera.
Un giorno che Maria aveva sfamato la sua nidiata con tutto ciò che
rimaneva in casa, e speso gli ultimi dieci soldi per l’acquisto d’un
litro di vinello, Martin, entrato in cucina per chiedere dell’acqua, fu
invitato a sedersi e bere un bicchiere con lei. Egli bevve alla salute
di lei, e lei bevve alla salute di lui, poi alla buona riuscita dei
suoi affari, ed egli bevve alla speranza che James Grant le pagasse
il conto della lavatura (James Grant era un carpentiere che lavorava a
giornata, non pagava volontieri e doveva a Maria quindici lire).
Maria e Martin bevvero il loro litro, e per lo stomaco vuoto e per
l’aspro vino nuovo, sentirono in breve i fumi alla testa. Sebbene
diversi, la loro miseria era uguale, e, sebbene tacitamente ignorata,
l’indulgenza li accostava. Maria rimase impressionata quando seppe
ch’egli era stato nelle Azzorre, dove lei aveva vissuto sino all’età di
undici anni: e lo fu di più nel sapere ch’egli conosceva le isole Hawai
dove ella aveva emigrato poi colla famiglia. Ma la sorpresa divenne
stupore quando egli le disse ch’era stato a Mani, l’isola dove lei
s’era maritata. A Kalului, dove lei aveva conosciuto suo marito, egli
era stato due volte. Sì, lei ricordava i piroscafi carichi di zucchero,
ed egli, Martin, era a bordo di essi! Veramente il mondo è piccolo! E
Wailuku! anche là! Conosceva il capo della piantagione?... Sì, aveva
persino bevuto qualche bicchiere con lui. Così tutt’e due rievocavano
il passato, ingannando la fame col vinello aspro. L’avvenire parve a
Martin meno nero; il successo gli tremolava sulla punta delle dita come
una stella; in breve, egli lo avrebbe afferrato. Poi osservò la faccia
solcata di rughe della donna logorata, invecchiata dal lavoro, ricordò
le minestre e le pagnotte, e una calda ondata di riconoscenza e di
filantropia gli gonfiò il petto a un tratto.
— Maria! — esclamò egli a bruciapelo. — Che vorreste avere?
Ella lo guardò impacciata.
— Che vorreste avere subito, sul momento, se poteste?
— Delle scarpe per i mocciosi, sette paia di scarpe.
— Le avrete! — assicurò lui, mentre lei scuoteva gravemente il capo. —
Ma volevo dire: che vi augurereste di bello, proprio bello davvero?
Gli occhi di Maria luccicavano allegramente: egli aveva voglia di
scherzare con lei; e la gente non scherzava troppo con lei, ora.
— Ripensateci bene! — raccomandò lui, vedendo che apriva la bocca per
parlare.
— Sì, sì, — fece lei. — Ho riflettuto bene; vorrei avere questa casa;
la vorrei mia, propria mia, tutta quanta, per non pagare più l’affitto,
trentacinque lire al mese.
— L’avrete, — promise lui, — e fra breve. Ora esprimete un altro
desiderio, proprio bello. Immaginate che io sia il buon Dio e che vi
dica: tutto ciò che desiderate vi sarà concesso. Su! Io ascolto!
Maria riflettè solennemente un momento.
— Non avete paura? — lo avvertì lei.
— No, no! — fece lui ridendo. — Non temo: su!
— È un gran bel boccone!
— Va bene: mettetelo fuori tutto!
— Be’, ecco... — Ed emise un sospirone, come i bambini quando
s’arrischiano a domandare un regalo impossibile. — Mi piacerebbe avere
una fattoria, una gran fattoria, con molte vacche, un gran terreno,
molta verdura, non lontano da San Leandro, dove abita mia sorella.
Venderei il latte a Oakland, e guadagnerei molto denaro. Joe e Nich non
guarderebbero le vacche, ma andrebbero a scuola. Un giorno potrebbero
diventar ingegneri, costruire delle ferrovie. Sì, mi piacerebbe avere
una gran fattoria.
Si fermò e guardò Martin con occhi lucenti.
— L’avrete, — diss’egli subito.
Ella scosse il capo e bevve cortesemente alla salute del donatore di
quel regalo che non avrebbe mai avuto, ma che le faceva apprezzare il
buon cuore e l’intento generoso di lui.
— No, Maria, — proseguì Martin. — Joe e Nick non avranno bisogno di
occuparsi del latte; e tutti i vostri ragazzi andranno a scuola e
calzeranno scarpe tutto l’anno. Sarà una bella fattoria, la vostra, con
tutto quanto il necessario. Vi sarà una casa d’abitazione, una scuderia
per i cavalli, e, naturalmente, la vaccheria. Vi saranno dei volatili,
dei maiali, dei legumi, degli alberi fruttiferi e molte altre cose; e
le vacche saranno tante da permettervi di assumere bifolchi. Voi dunque
non avrete altro da fare che occuparvi dei ragazzi. Se vi capiterà un
buon marito, farete bene a sposarvelo e a godervela un po’ mentre egli
si occuperà della fattoria.
Poi, avendo distribuito doni così generosi e ipotecato l’avvenire,
Martin corse a prendere il vestito migliore e andò a impegnarlo,
facendo un disperato e sommo sacrificio, giacchè così veniva a
separarsi da Ruth. L’altro vestito non era decente, e se poteva
indossarlo per recarsi dal macellaio, dal fornaio o da sua sorella, non
poteva però servirsene per presentarsi nella casa dei Morse, date le
condizioni misere di esso.
Egli seguitava ad affannarsi, spoglio di tutto e quasi senza speranza.
La sua dodicesima battaglia era perduta, senza dubbio, ed ecco
ch’egli era costretto a cercarsi un lavoro qualsiasi. Rassegnandosi,
egli avrebbe soddisfatto tutti; il droghiere, sua sorella, Ruth e la
stessa Maria alla quale doveva un mese di pensione. Per la macchina
da scrivere egli doveva due mensili, e l’agenzia lo assillava perchè
pagasse e restituisse la macchina. Disperato, ma, pure, più che mai
deciso a non arrendersi, e, in certo qual modo, per concludere un
armistizio col destino, egli prese parte a un concorso per essere
ammesso tra il personale delle ferrovia. Con sua grande sorpresa riuscì
primo. Il pane era dunque assicurato, sebbene egli non avesse alcuna
idea circa il tempo dell’ammissione.
Ma a questo punto, cioè in un periodo di estrema difficoltà per
lui, il meccanismo editoriale, di solito così bene oliato, ebbe un
incomprensibile arresto. Dovette essersi rotto qualche sostegno o
esaurito un oliatore, giacchè una mattina il portalettere gli consegnò
una busta piccola e sottile in un angolo della quale erano impressi
nome e indirizzo della rivista mensile _Transcontinental_. Il cuore
gli balzò, in tumulto, ed egli si sentì improvvisamente debole, con
una strana sensazione alle ginocchia. Incerto, rientrò in camera,
sedette sul letto, tenendo la busta ancora chiusa in mano, e comprese
a un tratto come possa accadere che della gente muoia improvvisamente
all’annunzio d’una notizia straordinaria.
Era proprio una notizia straordinaria: la piccola busta non conteneva
manoscritti, dunque doveva contenere un’accettazione. Egli aveva
mandato alla _Transcontinental_ «L’appello delle campane», racconto
tragico, di cinquemila parole.
Poichè le riviste principali pagavano sempre all’accettazione del
manoscritto, la busta doveva contenere evidentemente uno _chèque_.
Calcolando a dieci centesimi la parola, e 100 lire il migliaio,
lo chèque doveva essere di cinquecento lire. Cinquecento lire!...
Lacerando la busta, egli sommò mentalmente i suoi debiti: doveva 16
lire al droghiere, 20 lire giuste al macellaio; 25 al fruttivendolo; 61
lire in tutto. Poi c’era la camera: 12 lire, più un mese d’anticipo,
12 lire; due mensili per la macchina da scrivere, 40 lire, e un mese
d’anticipo, 20 lire: in tutto 145 lire. E per finire, i suoi pegni, più
gl’interessi: orologio, 26 lire, soprabito, 26 lire, bicicletta, lire
38,50; vestito, 26 lire, e il 60% d’interesse; ma che cos’era tutto
questo? In tutto, lire 271,50. Gli rimanevano dunque in tasca dopo aver
pagato tutti i debiti, lire 218,50, pagando anticipatamente un mensile
per la macchina e un mese di pensione.
Egli aveva finito col ritirare dalla busta un foglio dattilografato,
e l’aveva spiegato... Non conteneva chèque alcuno. Egli frugò nella
busta, la guardò contro luce, e finalmente, non credendo ai suoi occhi,
la disfece interamente, con dita tremanti... Non c’era chèque. Lesse la
lettera, rigo per rigo, sorvolando le lodi dell’editore, per giungere
alla sola cosa importante, la ragione dell’assenza di _chèque_. Non
ne trovò, ma trovò altra cosa, che lo fece a un tratto venir meno. La
lettera gli scivolò dalle mani, egli cadde sul cuscino, gli occhi gli
vacillarono, e quando egli s’ebbe tirate addosso le coperte si sentì
di botto il corpo percorso da un gran brivido. Venticinque lire per
«L’appello delle campane», venticinque lire per cinquemila parole!
Invece di due soldi la parola, dieci parole per un soldo. E l’editore,
per giunta, si congratulava con lui! Lo _chèque_ gli sarebbe mandato
subito dopo la pubblicazione del racconto. Allora, quei due soldi
la parola, al minimo, pagati in anticipo erano una vendita di fumo!
Egli non avrebbe mai tentato di scrivere, se avesse saputo che le
cose stavano così; si sarebbe sistemato per amore di Ruth. Ricordò
il giorno in cui aveva scritto la prima volta e rimase spaventato
dall’enorme tempo perduto, per un soldo dieci parole! Dunque, tutto ciò
che si diceva circa i grandi proventi degli autori «arrivati» doveva
esser falso. La _Transcontinental_ si vendeva a una lira e 25, ed era
proclamata, dalla sua pomposa ed artistica copertina, come una delle
prime riviste illustrate. Era un periodico serio, rispettabile, nato
molto prima di lui, Martin, e aveva continuato le sue pubblicazioni
senz’alcuna interruzione. Tutti i mesi, sulla copertina, appariva una
frase d’uno dei grandi pontefici della letteratura, che proclamava
l’azione benefica della _Transcontinental_, la quale, pubblicandogli le
prime elucubrazioni, gli aveva dato il modo di diventare illustre.
E proprio la _Transcontinental_, la rivista ispirata dagli dei, pagava
25 lire 5.000 parole! Quel grande pontefice era morto all’estero, —
però nella più nera miseria, — cosa molto naturale, questa, dato il
modo generoso di pagar gli autori.
Ebbene! egli aveva abboccato all’amo: i grandi giornali mentivano
quando parlavano degli scrittori e del compenso che davano loro; ed
egli aveva perduto due anni. Ma ora, era proprio finita: non avrebbe
scritto più un rigo. Avrebbe fatto secondo la volontà di Ruth, come
tutti volevano che facesse; si sarebbe creata una «posizione». Questa
decisione gli fece pensare a Joe, che vagabondava per monti e per
valli, senza far nulla; e Martin emise un sospirone d’invidia.
La reazione di quel regime di diciannove ore di lavoro per tanto
tempo si faceva sentire. Soltanto, ecco: Joe non era innamorato, e
se mangiava il pane del vagabondo la cosa riguardava lui soltanto;
mentre egli, Martin, aveva uno scopo, pel quale lavorare! Domattina, di
buon’ora, sarebbe andato in cerca di una sistemazione; e avrebbe fatto
sapere a Ruth che s’era ricreduto e che non desiderava di meglio che
entrare nello studio di suo padre.
Venticinque lire cinquemila parole, dieci parole per un soldo, come
incoraggiamento all’Arte! La delusione, la menzogna, l’infamia di
tutto ciò l’assillarono; sotto le palpebre chiuse, scottanti, facevano
ridda in cifra di fuoco le 15 lire ch’egli doveva al droghiere.
Egli rabbrividì e sentì che le ossa gli dolevano; anche le reni
gli dolevano; e sentiva male alla fronte, alla nuca, al cervello;
la testa gli pareva smisuratamente gonfia, e il dolore alla fronte
diventava intollerabile. E sotto le palpebre seguitavano a danzare,
inesorabilmente, le 15 lire. Aprì gli occhi per sfuggir loro, ma la
luce bianca gli fece tanto male, che dovette richiuderli, chiudendo con
essi le 15 lire diaboliche.
— Venticinque lire per cinquemila parole, dieci parole per un soldo!
— riprendeva il suo cervello: ed egli non poteva più sfuggire al
pensiero di non poter distogliere più gli occhi da quelle 15 lire. Poi
la cifra mutò, ed egli vide che apparivano, invece di 15, dieci lire.
Ah! sì! il fornaio! Poi apparve il numero 12,50, ed egli si domandò
che significasse, come se quella fosse una questione di vita o di
morte per lui. Egli doveva quelle 12,50 a qualcuno, ma a chi?... Cercò
penosamente, scavando in tutti i cantucci del suo cervello, invano. A
un tratto, il problema fu risolto: a Maria! a Maria Silva!
Sollevato, egli credette di poter riposare; ma no! sotto le palpebre
le 12,50 furono sostituite da 40 lire! Che significava quell’altro
numero? Gli toccava fare il giro del cervello estenuato, per trovare.
Egli non seppe la durata delle sue angosce, ma dopo un tempo che gli
sembrò infinito, un colpo battuto alla porta lo fece rientrare in sè:
era Maria che gli domandava se fosse malato. Egli rispose, con voce
sorda, irriconoscibile, che stava sommando. L’oscurità della camera
lo sorprese: era notte, dunque? Aveva ricevuto la lettera alle due
del pomeriggio... Allora si accorse d’essere ammalato. In breve, le 40
lire ricominciarono a danzare davanti ai suoi occhi chiusi, ed egli fu
ripreso dalla tormentosa schiavitù dei numeri. Ma lottando con accanita
astuzia contro se stesso, egli si proibiva d’indagare colla mente. A
quale scopo? Non era stato altro che un pazzo. Ebbe la sensazione di
maneggiare una leva, e il cervello gli cominciò a girare intorno, come
una ruota mostruosa, di cui i ricordi erano i razzi, sfera vertiginosa
di tutto lo scibile.
Sempre più veloce, follemente, girava; poi egli fu trascinato
dal turbine e lanciato a vorticare in un baratro nero. Con grande
naturalezza ecco che si ritrova davanti a un cilindro, con un mucchio
di manichini inamidati davanti. Ma a mano a mano ch’egli li cilindrava,
ecco apparirvi su delle cifre. Un nuovo modo di segnar la biancheria!
diss’egli fra sè; ma guardando da vicino, vide 15 lire segnate su un
manichino. Ricordò allora ch’era il conto del droghiere: dunque egli
immaginava di cilindrare i conti dei fornitori. E a questo punto ebbe
un’idea luminosa; avrebbe gettati i conti a terra, per evitare di
pagarli. Ma a mano a mano che i manichini, rabbiosamente gualciti,
cospargevano il sudicio pavimento, il loro mucchio cresceva sempre più;
quei conti avevano centinaia di duplicati. Ma uno solo di questi gli
colpì lo sguardo: uno di 12 lire, quello di Maria. Brava Maria! Questo
significava evidentemente che lei attendeva, con pazienza, d’essere
pagata, così ch’egli decise generosamente di pagare lei sola. Si
mise dunque a cercare il conto di lei nel mucchio, e cercava da tempo
infinito, quand’ecco entrare il padrone dell’hôtel, il grosso olandese.
La sua grassa faccia era collerica e minacciosa; ed egli urlò con voce
stentorea: «Tratterrò il costo di questi manichini sullo stipendio!»
La pila dei manichini cresceva sempre; era una montagna, ora, e Martin
capì che doveva lavorare un migliaio d’anni per pagarli. Ebbene!
Non gli rimaneva dunque altro che uccidere il padrone e bruciare la
stiratoria. Ma il grosso olandese, indovinando questo proposito, lo
afferrò per la pelle del collo e lo fece volare attraverso la camera;
lo lanciò sulla tavola da stiro, contro il fornello, lo precipitò nel
lavatoio, attraverso lo stenditoio e il lisciviatore. Martin fu scosso
in modo tale che pareva che dovessero allentarglisi i denti, e gli
girava la testa dolorosamente, ed era stupito del vigore del grosso
olandese. Ed ecco che si ritrova davanti al cilindro e riceve questa
volta i manichini che l’editore d’una rivista introduceva dall’altro
lato. Ogni manichino era uno _chèque_. Martin li esaminò tutti
ansiosamente, ma vide ch’erano tutti in bianco. Durante un milione
d’anni circa, rimase là, non osando andarsene pel timore di perdere
l’unico _chèque_ riempito. Finalmente, eccone uno... di venticinque
lire. Ah! ah! — ghignò l’editore dall’altra parte del cilindro. — Bene!
— fece Martin, — vi ammazzo. — E andò a cercare l’accetta nel lavatoio,
e trovò Joe che inamidava dei manoscritti. Egli tentò d’impedirglielo,
poi sollevò l’accetta, ma l’arma rimase sospesa in aria, e Martin si
ritrovò nell’altra camera, fra una tormenta di neve. Ma no, non era
neve, ma erano formidabili chèques, il minimo dei quali di cinquemila
lire. Egli sentì il dovere di farne dei pacchetti da cento, che legò
solidamente con dello spago. Quindi, alzando gli occhi, vide Joe, in
piedi, davanti a lui, che si divertiva con ferri da stiro, camìce
e manoscritti. A volte egli prendeva un fascio di manoscritti e lo
lanciava nel turbine di biancheria e di carte che, attraverso il tetto,
volavano al cielo. Martin alzò l’accetta su di lui, ma Joe l’afferrò e
la lanciò nel turbine, poi afferrò Martin in persona e lanciò anche lui
nel turbine. Martin volò attraverso il tetto, s’aggrappò a un mucchio
di manoscritti, ricadde a terra con essi, fu lanciato nuovamente in
aria, ricadde, e così di seguito, mentre una voce infantile cantava:
«Balla con me, Willie; su, un altro valzer...»
Finì col rimettere la mano sull’accetta, nel bel mezzo del turbine
nevoso di _chèques_, di biancheria e di manoscritti, e si accinse a
uccidere Joe, appena fosse ricaduto a terra.
Ma questa consolazione gli fu negata: ebbe, invece, alle due circa di
notte, la visita di Maria che, attraverso il sottile tramezzo, aveva
udito i gemiti. Essa lo riscaldò per mezzo di ferri caldi e gli posò la
mano sulla fronte che scottava, applicando delle pezzuole bagnate.