CAPITOLO XVIII.

La mattina del lunedì, Joe gemette alla prima infornata di biancheria

immersa nel liscivatore.

— Senti!

— Non parlarmi! — brontolò Martin.

— Scusa, Joe, — gli fece, a mezzogiorno, quando andarono insieme a

colazione.

Delle lacrime bagnarono gli occhi dell’altro.

— È così, è così, vecchio mio! — disse. — Noi siamo nell’inferno e

non ci possiamo far nulla. Soltanto, sai, mi ricambî male. Questo m’è

dispiaciuto. Tu mi sei stato subito simpatico.

Martin gli strinse la mano.

— Se lasciassimo questa baracca! — suggerì Joe. — Abbandoniamola e

facciamo i vagabondi. Non ho mai tentato, ma deve esser facile come

dire buongiorno. E niente da fare, pensa un po’! niente da fare! Mi

sono ammalato una volta di tifoide all’ospedale: era meraviglioso!

Vorrei proprio ricader malato.

La settimana fu lunga. L’Hôtel era pieno, e la «biancheria fine»

s’accumulava. Fecero prodigi; lavoravano sin tardi la notte, mangiando

alla svelta e cominciando persino mezz’ora prima della colazione del

mattino. Martin non prendeva più il bagno freddo. Ogni istante era

prezioso, e Joe, guardiano attento del gregge, non ne perdeva uno,

e contava e ricominciava come un avaro col suo tesoro, s’affaticava

febbrilmente, simile a una macchina folle, aiutata da un’altra

macchina. Martin Eden, ex-uomo.

Ma erano rari i momenti durante i quali Martin poteva permettersi di

pensare. La casa dei pensieri era chiusa, le imposte serrate, e di

quella casa egli era il cupo custode. Joe aveva ragione: tutt’e due

non erano altro che ombre che lavoravano nei limbi eterni dello stento.

Oppure era un sogno?... Talvolta, tra i fumi del vapore bollente, pur

movendo su e giù i pesanti ferri sulla biancheria candida, gli sembrava

di vivere in sogno. Fra breve, o forse fra un secolo o due, egli

si sarebbe svegliato nella sua cameretta presso la tavola macchiata

d’inchiostro, e avrebbe ripreso la sua letteratura al punto in cui

l’aveva lasciata il giorno prima. Oppure, se anche questo era un sogno,

l’uomo di guardia lo avrebbe destato; balzando dalla sua cuccetta

di bordo, e scosso dal rullìo, egli avrebbe preso la barra, sentito

la frescura dei venti alisei accarezzargli le carni, sotto il chiaro

sguardo delle stelle tropicali.

Venne il sabato, e il suo precario trionfo di tre ore.

— Credo bene che andrò a bere un bicchiere di birra! — disse Joe, con

una voce strana, stonata, che annunziava il coma settimanale.

Martin parve svegliarsi a un tratto. Aprì il sacco di cuoio degli

accessorii, oliò le ruote, mise della piombaggine sulla catena,

aggiustò il sellino. Joe non era giunto a metà del cammino dal

bar, quando Martin l’oltrepassò, curvo sul manubrio, pedalando

vigorosamente, evidentemente deciso a divorare i suoi 75 chilometri

di polvere e di calore, al più presto possibile. Arrivò a Oakland per

dormire, rifece, la domenica, i 75 chilometri del ritorno, e la mattina

si rimise al lavoro, stanco.

Ma non aveva bevuto.

Passò la quinta settimana, poi una sesta, durante le quali visse come

una macchina; non gli rimaneva altro nell’anima che una specie di

scintilla che lo costringeva, alla fine di ogni settimana, a divorare

i 150 chilometri, non per riposare, ma per cercare, anzi, di spegnere

quella piccola favilla, ultimo vestigio della sua vita passata. Alla

fine della settima settimana, contro voglia, ma incapace di resistere,

egli scese nel paesetto, con Joe, e bevve l’oblìo e la gioia di vivere

sino alla mattina di lunedì.

Poi, un sabato, rifece i 150 chilometri, scacciando la spossatezza

causata dallo sforzo eccessivo, con uno sforzo maggiore. Dopo tre mesi,

rivisse, e a un tratto, illuminato, vide il bruto ch’egli stava per

diventare, non a causa del bere, ma a causa del lavoro. Il bere era un

effetto, non la causa, e susseguiva inevitabilmente al lavoro, come la

notte sussegue al giorno. Non sarebbe salito col diventare una bestia

da soma — gli sussurrò il whisky all’orecchio, — ed egli ne approvò il

parere. Il whisky era savio e conosceva bene l’opera sua. Egli chiese

carta, una matita, offrì da bere a tutti e, mentre bevevano alla sua

salute, si appoggiò al bar e scarabocchiò qualche cosa.

— Un telegramma, Joe, — disse. — Leggi.

Joe lesse con occhio vago comicamente torvo. Ma quel che lesse lo

disebriò, facendolo tornare in sè. Guardò Martin con disperazione;

delle lacrime gli sgorgarono dagli occhi e gli scesero lungo le gote.

— Non vorrai mica lasciarmi, Mart? — interrogò con voce lamentosa.

Martin fece segno di sì e pregò il garzone di portare il telegramma

alla posta.

— Aspetta, — bofonchiò, con la bocca impastata Joe, — lasciami

riflettere. — E s’aggrappò al banco, con le gambe tremanti, mentre

Martin cingendogli la vita con un braccio, lo teneva in equilibrio.

— Di’: due lavandai! — fece egli bruscamente. — Ecco deciso!

— Perchè vuoi lasciare l’impiego? — domandò Martin.

— Per la stessa ragione tua.

— Ma io vado a imbarcarmi! Tu non ne sai nulla, tu!

— No! — rispose l’altro. — Ma posso andarmene pel mondo, sicuro! sicuro!

Martin lo guardò attentamente un momento, poi esclamò:

— Se non altro, vivrai, vecchio mio! e ti capiterà per la prima volta!

— Sono stato una volta all’ospedale, — corresse Joe. — Era

meraviglioso. Tifoide, non te l’ho detto?...

Martin modificò il testo del telegramma, mise «due lavandai», e Joe

proseguì:

— All’ospedale non ho mai avuto voglia di bere. Buffo, eh? Ma quando ho

stentato come uno schiavo tutta la settimana, bisogna che prenda una

sbornia. Non hai osservato che i cuochi bevono come botti? e i fornai

anche?... È il lavoro. Non possono fare altrimenti. To’, lasciami

pagare metà della spesa pel telegramma...

— Lo giocheremo, — propose Martin.

— Su, da bere a tutti! — gridò Joe, mentre i dadi rotolavano sullo

zinco impiastricciato.

La mattina del lunedì, Joe era folle d’impazienza: non badava alla sua

emicrania e non s’interessava punto al lavoro. I minuti si perdevano a

uno a uno come i capi di un gregge sbandato, mentre il loro guardiano

disattento guardava attraverso la finestra il sole e gli alberi.

— Guarda! guarda! — esclamò. — Tutto questo è mio! Entrata libera!

Posso coricarmi sotto gli alberi e dormire cent’anni, se mi piace. Su,

Mart, filiamo! Perchè aspettare un altro minuto? In carrozza, pel paese

della fiamma eterna! Ho il biglietto, e non è un biglietto d’andata e

ritorno, te lo giuro!

Pochi minuti dopo, riempiendo la conca di biancheria sporca, Joe scorse

la camicia del padrone dell’hôtel, di cui conosceva il segno. In una

crisi frenetica d’indipendenza, egli la gettò per terra e la calpestò.

— Vorrei che tu vi fossi dentro, sporco olandesaccio! — urlò. — Dentro

e sotto i miei piedi! Piglia su, to’, e quest’altro ancora, sudicione!

Tienimi o ne faccio una grossa.

Martin, ridendo, gli fece riprendere il lavoro. Il martedì sera,

giunsero i nuovi lavandai, e il resto della settimana passò tra le

istruzioni ai successori. Joe, seduto, spiegava il suo metodo, ma non

lavorava più.

— Neppure una briciola! — annunziò egli. — Mi fucilino se vogliono,

ma, se lo fanno me ne vado _illico!_ Pochissimo per me, grazie tante!

A me le strade, i prati e le sieste all’ombra, sotto gli alberi...

Coraggio, schiavi! Va bene! benissimo! sfacchinate e sudate! sudate

e sfacchinate! E quando sarete morti v’imputridirete come me. Prima

di tutto, che importa che voi viviate o no? eh?... dite, che cosa

importa?...

Il sabato furono pagati e si salutarono.

— Credi che non valga la pena che ti chieda di mutare idea e di girare

il mondo con me? — interrogò Joe disperatamente.

Martin scosse la testa, e s’accinse a inforcar la bicicletta. Si

strinsero la mano. Joe trattenne la sua un momento, poi disse:

— Ti rivedrò, Mart: sii saggio! Ti voglio un gran diavolo di bene,

sai!...

E come un’ombra desolata, nel mezzo della via, aspettò sinchè Martin

non fu sparito nella svolta.

— È un buon diavolo, quel ragazzo, — brontolò, — un buon diavolo.

Poi s’incamminò lentamente verso i pozzi, dove una mezza dozzina di

serbatoi attendevano, sul margine, i convogli che salivano.

Martin Eden(#73373) · 第 30 / 69 题