Martin imparò a fare parecchie cose. Nel corso della prima settimana,
in un pomeriggio, i due uomini apparecchiarono duecento camìce bianche.
Joe manovrava la macchina — composta d’un ferro caldo infisso a una
molla d’acciaio che lo premeva, — stirava così il petto, i polsi, il
collo, ch’egli rivoltava ad angoli retti, e terminava con una perfetta
lustratura. Finita così la camicia, la lanciava su una rastrelliera,
donde Martin la prendeva e ne stirava tutta la parte non inamidata. Era
un lavoro sfibrante, che durava ore od ore senza tregua, con la massima
sveltezza.
Sotto la spaziose verande dell’_Hôtel_, intanto, uomini e donne,
biancovestiti, sorbivano ghiacciate, mantenendosi in uno gradevole
temperatura. Ma nella stiratoria, l’aria era opprimente; il gran
fornello ronfava, arroventato, e dai ferri passati sulla biancheria
umida s’alzavano nubi di vapore. Quei ferri erano diversi da quelli
di cui si servono le massaie provandone il calore con la punta del
dito inumidito; essi richiedevano un gran calore, ch’essi provavano
accostandoli alle guance.
Martin ammirava quel procedimento, pur non comprendendolo. Quando i
ferri erano troppo caldi, venivano fissati a delle bacchette di ferro
e immersi in acqua fredda. Questa operazione richiedeva anche essa un
occhio accorto e sicuro; bastava immergerli un attimo di secondo più
del necessario, per ricominciare da capo. Martin si rallegrò della
precisione acquistata quasi automaticamente e fondata sull’osservazione
di sintomi quasi imponderabili. Ma non aveva molto tempo per riflettere
e rallegrarsi; tutto il suo io cosciente era applicato al compito; il
suo cervello e il suo corpo, incessantemente attivi, erano ormai una
macchina intelligente nella quale i problemi insondabili dell’universo
non trovavano più àdito nè posto. Tutta la sua persona era come uno
stretto vano, la cabina direttrice che guidava i muscoli delle braccia
e delle agili dita, le quali, a loro volta, guidavano i ferri rapidi
e le loro lunghe scivolate fumanti, misurate quasi a millimetro,
lungo interminabili maniche, dorsi e fianchi. Poi, lo stesso braccio,
meccanicamente, lanciava la camicia sulla rastrelliera apposita, senza
gualcirla, e afferrandone immediatamente un’altra. E tutto ciò durante
ore e ore torride, quando tutti boccheggiavano quasi, sotto il sole
californiano. Ma nella stiratoria surriscaldata mancava persino il
tempo di ansare; i clienti al fresco sotto la veranda avevano bisogno
della biancheria pulita.
Martin era madido di sudore; beveva un’enorme quantità d’acqua, ma
il calore era così grande, che tutta quell’acqua se ne andava in
sudore, prima d’arrivare allo stomaco. Un tempo, in mare, il lavoro
gli lasciava quasi sempre il piacere di ritemprarsi in se stesso.
Il padrone del battello era padrone del suo tempo, ma il padrone
dell’hôtel era anche padrone dei pensieri di lui; tutti i suoi pensieri
erano assorbiti da quel lavoro che sfibrava il corpo ed esasperava
i nervi. Oltre quello, impossibile pensare. Non sapeva più se amasse
Ruth; lei non esisteva, giacchè egli, che sentiva l’anima quasi spenta,
non aveva il tempo di ricordarsi di lei. Soltanto la sera, quando
cadeva sul letto, oppure all’ora della prima colazione, la mattina,
delle fugaci visioni gli apparivano.
— È l’inferno, eh? — disse un giorno Joe.
Martin rispose con un cenno irritato; rilevare un fatto così evidente
era inutile. Durante il lavoro non parlavano, giacchè una conversazione
avrebbe interrotto il procedere automatico di esso. Questa volta
accadde a Martin di sbagliare un colpo di ferro e di essere costretto a
fare due movimenti di più per riprendersi.
La mattina del venerdì fu il turno del bucato. Due volte la settimana
essi facevano la «biancheria grossa» dell’hôtel: lenzuola, federe,
tovaglie e tovaglioli. Poi si posero all’inamidatura della biancheria
fine: lavoro lungo, noioso e delicato che Martin affrontò con maggior
senso di difficoltà e che non poteva essere appreso se non procedendo
con tatto, giacchè il minimo errore poteva essere disastroso.
— Guarda questo. — fece Joe mostrandogli un copribusto che pareva un
lavoro di ragno, e che egli avrebbe potuto nascondere nel cavo d’una
mano. — Rovinami questo, e ti costerà cento lire sullo stipendio.
Ma Martin, sebbene la sua tensione nervosa aumentasse sempre più,
allentò la tensione muscolare e non guastò nulla; anzi porse persino
con simpatia l’orecchio alle bestemmie di Joe che sibilava e penava
sulle attraenti cianfrusaglie che portano le donne che non lavano la
biancheria con le proprie mani.
La stiratura della biancheria fine era l’incubo di Martin e di Joe,
privati perfino di qualche minuto per ripigliar fiato. Tutto il giorno
essi vi lavoravano intorno. Alle sette di sera lo interrompevano
per cilindrar la biancheria dell’hôtel; alle dieci, quando i clienti
andavano a dormire, i due stiratori sudavano nuovamente nello stirare
la roba fine, sino a mezzanotte, all’una, qualche volta alle due del
mattino. Alle due e mezza se ne andavano. La mattina del sabato, a
furia di raddoppiare, alle tre il lavoro della settimana fu terminato.
— Non vorrai accollarti 75 chilometri di qui a Oakland, dopo quest’ira
di Dio! — domandò Joe quando, seduti sulla scalinata, ebbero acceso una
sigaretta trionfale.
— Debbo, — fu la risposta.
— Perchè: per una donna?
— No: per risparmiare dieci e cinquanta e cambiare dei libri in
biblioteca.
— Perchè non li mandi coll’accelerato? Spenderesti una lira e sessanta
centesimi.
Martin riflettè.
— Così riposerai domani: ne hai bisogno. Anch’io sono fiaccato.
Si vedeva; instancabile com’era, a furia di lavorare senza fermarsi
mai, di lottare tutta la settimana per guadagnare un minuto o un
secondo di più, di sviare tutte le difficoltà, di superare tutti gli
ostacoli, colosso d’energia indomita, demonio d’acciaio, qual era,
appena finito il proprio compito, cadeva in una specie di coma. Egli si
trascinava con aria torva, col bel volto incavato ed estenuato: tutto
l’ardore, tutto lo slancio erano spariti: e il morale era basso.
— E la settimana prossima bisognerà ricominciar da capo, — diss’egli
tristemente. — E per far che? per ottenere che cosa? eh?... In certi
momenti vorrei essere vagabondo; non si lavora e si è nutriti. Sst!
un bicchiere di birra mi piacerebbe, ma non ho il coraggio d’andare
sino al villaggio, per questo. Rimani dunque qui e manda i libri per
espresso, o sei un imbecille.
— Ma che farò tutta la domenica? — domandò Martin.
— Ti riposerai; non hai neppure coscienza di tutta la tua stanchezza.
Io sono così sfibrato, la domenica, che non posso leggere neppure i
giornali. Una volta mi sono ammalato di tifo, e sono stato due mesi e
mezzo all’ospedale senza far nulla. Quella sì, ch’era vita.
— Era la vita! — ripetè egli fantasticando, un momento dopo.
Martin, dopo aver preso un bagno, s’accorse della sparizione del capo
stiratore. — Deve essere andato a bere un bicchiere di birra, — fece
Martin fra sè, e riconobbe che i settecento metri da fare sino al
villaggio erano un viaggio troppo lungo per lui. Si distese sul letto,
dopo essersi tolte le scarpe, e si sforzò di riprender coscienza.
Non tentò neppure di leggere, e intanto si sentiva tanto stanco, da
non aver sonno. In uno stato di semi-incoscienza, quasi istupidito
dalla spossatezza, egli rimase lì, sino all’ora di pranzo. Joe non
tornò. E quando Martin udì il giardiniere annunziare che probabilmente
stava dando fondo al bar, capì la ragione dell’assenza. Martin andò
a coricarsi subito dopo, e fu certo, la mattina dopo, di aver molto
riposato.
Siccome Joe era ancora assente, Martin si procurò un giornale e sedette
all’ombra di un albero. La mattinata passò, senza che egli se ne
accorgesse. Non aveva dormito, nessuno lo aveva disturbato, ed egli non
aveva terminato il giornale. Ritornò allo stesso punto, nel pomeriggio,
dopo colazione e, questa volta, s’addormentò. Così passò la domenica,
e la mattina del lunedì fu nuovamente al lavoro di cernita della
biancheria, mentre Joe, che gemeva e bestemmiava, metteva in moto la
macchina del bucato e preparava il sapone molle.
— Non posso farne senza! — spiegò. — Quando viene la sera del sabato,
bisogna che mi ubriachi.
Passò un’altra settimana di giorni sfibranti, d’intollerabili notti
al chiarore della luce elettrica, sino al pomeriggio del sabato, alle
tre, quando Joe gustò un momento di soddisfazione di sè e partì subito
pel villaggio... per dimenticare. La domenica di Martin fu come la
precedente; egli dormì all’ombra degli alberi, diede una vaga scorsa
al giornale e passò lunghe ore disteso sul dorso, senza far nulla,
senza pensare. Era troppo abbrutito per pensare, sebbene scontento di
sè; sentiva disgusto di se stesso, come se si fosse assoggettato a una
degradazione morale, a una diminuzione del suo valore intrinseco. Tutto
ciò che lo rendeva simile agli dei era annientato: nessuna ambizione
lo spronava, ormai; la sua anima sembrava morta. Non era altro che una
bestia, una bestia da soma. La bellezza del sole che penetrava colle
sue frecce d’oro nel fogliame, non lo colpiva più: l’azzurro del cielo
non gli sussurrava nulla; i segreti della natura e l’immensità del
misterioso universo non l’attraevano più. La vita era intollerabilmente
monotona, stupidamente amara al gusto. Una specie di tetro parafuoco
ricopriva lo specchio della sua visione interiore, e la fantasia
dormiva in una camera di malato dove non penetrava nessun raggio di
sole. Egli invidiava Joe laggiù nel villaggio, che trascinava i gomiti
sullo zinco del bar, ruminava le sue idee fisse, rilevava in modo
inetto delle inezie qualunque, dimenticando nell’ebbrezza il lunedì
mattina e la sfibrante settimana che incominciava.
Passò la terza settimana, e Martin si maledisse e maledisse la vita.
L’oppresse la sensazione di un fallimento. C’era una ragione nel
fatto che gli editori gli rifiutavano le opere; ora lo vedeva, e
derideva se stesso e i propri sogni. Ruth gli rimandò i «Poemi del
Mare», per posta. Egli lesse la lettera di lei, apaticamente. Gli
porgeva vivissimi rallegramenti; ma non sapeva mentire, ed egli lesse
la disapprovazione tra le righe mondanamente encomiastiche. Ed aveva
ragione, lei; ne fu convinto rileggendo il suo poema. Caduto l’incanto,
egli si domandò come mai gli fosse passata per la mente quella roba,
quando la scrisse. L’audacia della sua fraseologia gli parve grottesca,
il suo lirismo espressivo, mostruoso: tutto era astratto, irreale,
impossibile. Avrebbe bruciato là per là i «Poemi del Mare», se non
avesse dovuto fare uno sforzo di volontà. C’era, è vero, lì, il
focolare delle caldaie, ma la fatica da affrontare per portarli sin
lì era grande! Egli aveva logorato tutte le sue energie per lavare
la biancheria altrui; non gliene rimanevano più per le sue faccende
personali.
Decise di riprendersi la domenica seguente e di rispondere a Ruth.
Ma il pomeriggio del sabato, terminato il lavoro e preso il bagno,
fu trascinato dal desiderio di dimenticare. «Voglio andare a vedere
che cosa sta combinando Joe», disse a se stesso, a mo’ di pretesto,
sapendo benissimo che mentiva. Ma non volle riconoscerlo, perchè voleva
dimenticare. S’avviò dapprima lentamente, come per caso, verso il
villaggio, accelerando l’andatura senza accorgersene, a mano a mano che
s’accostava al caffè.
— Credevo che facessi _qua qua_ tra le ranocchie! — fu il saluto di Joe.
Martin non si degnò di dargli delle spiegazioni; ma ordinò del whisky e
ne empì un bicchiere sino all’orlo, prima di passar la bottiglia.
— Non tenertela tutta la notte, — disse con tono ruvido.
L’altro scherzava colla bottiglia, sicchè Martin, annoiato dall’attesa,
inghiottì in un batter d’occhio tutto il liquido del bicchiere, che
riempì nuovamente.
— Ora posso aspettare, — disse con aria imbronciata, — ma sbrigati.
Joe si sbrigò, e bevvero insieme.
— È il lavoro che ti fa quest’effetto, eh? — domandò Joe.
Ma Martin rifiutò ogni discussione, sull’argomento.
— Ah, sì! è un bell’inferno, — continuò l’altro; — solo mi disgusta il
vederti ridotto a questo punto. Mart. Be’, là! è così.
Silenziosamente, Martin beveva, ordinando con voce mordente e
atterrendo il tenitore del bar, giovane campagnolo effemminato, dagli
occhi azzurri acquosi, dai capelli divisi da una scriminatura.
— Il modo come ci trattano, noialtri poveri diavoli, è scandaloso —
enunziò Joe. — Se non mi ubriacassi, scoppierei, e brucerei la loro
stiratoria! La bevanda mi salva, te lo giuro!
Ma Martin non rispose. Dopo aver bevuto ancora un po’, ecco le
fantasmagorie provocate dall’intossicazione mettergli in moto il
cervello. Ah! ecco nuovamente il senso della vita! la prima boccata
d’aria vitale ch’egli respirava dopo tre settimane!... I sogni gli
riapparvero; la fantasia fuggì dalla camera tetra e, tutta velata
di fiammeggiante chiarore, gli fece segno. Lo specchio della sua
visione interiore rifletteva nuovamente, trasparente come cristallo,
immagini splendide. L’incanto e la bellezza, con le mani intrecciate,
gli sorridevano: tutto il potere che aveva, era ritornato in lui.
Egli tentava di esprimerlo a Joe, ma Joe, assorto nelle sue fisime
personali, esponeva infallibili disegni per mezzo del quali si sarebbe
sottratto alla schiavitù della stiratoria, per diventare proprietario
d’una grande lavanderia a vapore.
— Ti dico io. Mart, che non avrò un marmocchio a lavorare nella mia
lavanderia; no, neppur uno, parola! E neppure un’anima turbinerà
dopo le sei di sera. Capisci? Il lavoro sarà fatto a ore decenti.
E, Mart, m’aiuterai, di’? Io ti nominerò sovrintendente alla cassa,
al laboratorio, a tutto. Ora, ecco qua il progetto: divento bevitore
d’acqua, durante due anni faccio delle economie, e allora...
Ma Martin, voltandosi, lasciò che facesse le sue confidenze al tenitore
del bar, sino al momento in cui questi fu chiamato per dar da bere a
due fittavoli, che accettarono l’invito di Martin. Martin fu generoso,
invitò tutti quelli che entravano: bifolchi, cocchieri, l’aiutante
giardiniere dell hôtel, il tenitore del bar e il silenzioso vagabondo
che s’insinuò come un’ombra nel bar e come un’ombra si nascose in un
cantuccio.