Ruth e la sua famiglia erano di ritorno, e Martin, dal suo arrivo, li
vide spesso. Essa aveva compito gli studî; lui, depresso fisicamente e
intellettualmente, non scriveva. Poterono dunque vedersi a loro agio,
per la prima volta, e la loro intimità crebbe rapidamente. Dapprima
Martin non fece altro che riposare; dormì moltissimo, passò lunghe ore
fantasticando, pensando, senza far nulla. Era come un convalescente
guarito d’una lunga malattia. Il primo segno della rinascita si
verificò il giorno in cui s’interessò nuovamente della lettura dei
giornali. Allora ricominciò a leggere novelle frivole, versi, e giorni
dopo ripiombò nuovamente, a testa bassa, nella lettura di Fiske tanto
negletto. Il suo temperamento e la sua salute eccezionali avevano
ripreso il sopravvento, ed egli godeva più che mai delle energie
profonde della sua giovinezza.
Ruth, quando seppe che egli, appena riposatosi, avrebbe ripreso la
navigazione, non seppe nascondere il suo malumore.
— Perchè fa questo? — disso lei.
— Per guadagnar denaro, — rispose Martin. — Bisogna che mi provveda di
nuove risorse, in previsione d’una nuova lotta contro gli editori. Il
denaro è l’anima della guerra, specialmente nel caso mio — il denaro e
la pazienza.
— Ma se le occorre soltanto del denaro, perchè non è rimasto nella
lavanderia?
— Perchè la lavanderia faceva di me un bruto. Un lavoro come quello
spinge fatalmente a bere.
— Non mi vorrà dire che lei!... — E lo fissò con occhi spalancati
dall’orrore.
Egli avrebbe potuto facilmente eludere la domanda; ma era schietto ed
istintivo per natura, e ricordò la risoluzione presa, una volta, di
essere sincero a qualunque costo.
— Sì, — rispose, — proprio così. Parecchie volte.
Con un brivido lei si scostò da lui.
— Nessuno degli uomini che mi hanno avvicinata, ha fatto questo.
— Perchè non hanno mai lavorato nella lavanderia delle Acque Termali di
Shelley, — fece lui ridendo amaramente. — Il lavoro è una buona cosa,
è necessario alla salute umana, come dicono i predicatori; e Dio sa se
mi ha fatto mai paura! Ma «il troppo stroppia», dice il proverbio, e la
stiratoria esagerava, veramente. Ecco perchè riprendo la navigazione.
Credo che sarà il mio ultimo viaggio, giacchè, al ritorno, mi affermerò
con le mie opere. Ne sono sicuro.
Lei rimase silenziosa, ostile, ed egli l’osservava malinconicamente,
considerando com’ella fosse incapace di capire la sua dolorosa
esperienza.
— Un giorno scriverò su «L’avvilimento causato dal lavoro», o
«Psicologia del vizio di bere nella classe operaia», qualche cosa di
simile.
Mai come in quel momento, dal loro primo incontro, s’erano sentiti
così lontani l’una dall’altro. Quella confessione così schietta fatta
con uno spirito di ribellione l’aveva disgustata. Il suo abbrutimento
la urtava molto più che non la causa diretta di esso; lei dovette
riconoscere come e quanto si fosse accostata a lui, e, ammesso questo,
la necessità di vedere sino a qual punto la loro intimità potesse
consolidarsi. In lei si ridestavano, con un senso di pietà, anche
ingenui e idealistici propositi di rieducazione. Essa avrebbe salvato
quella frusta giovinezza piena di tanta buona volontà. L’avrebbe
salvato dall’influsso maledetto del suo ambiente d’un tempo, a dispetto
di lui. Tutto ciò le sembrava frutto d’un nobilissimo stato d’animo, e
lei non immaginava neppure che potesse essere semplicemente gelosia e
desiderio d’amore.
Fecero molte gite in bicicletta, durante quei deliziosi pomeriggi
della fine d’autunno, e laggiù, sulla collina, lessero, ad alta voce,
dei versi — ora l’uno ora l’altro di quei nobili poemi che innalzano
l’animo. La rinunzia, la pazienza, lo studio, il dovere, l’ordine erano
principî ch’essa gli inculcava in quel modo indiretto e che le erano
stati inculcati da suo padre, dal signor Butler, e da Andrew Carnegie,
che, da povero piccolo emigrante, era poi diventato il gran dispensiere
di libri dell’universo.
Martin apprezzava tutto ciò e ne godeva. Ora egli seguiva meglio la
mentalità di Ruth, la cui anima aveva cessato di essere un cofano
misterioso dalle sorprese sempre nuove. Intellettualmente, egli si
sentiva uguale a lei; ma i loro contrasti non turbavano il suo amore,
ch’era più forte, più ardente che mai; giacchè egli l’amava per ciò che
lei era, e la fragilità fisica di lei ne accresceva il fascino, ai suoi
occhi. Egli aveva letto la storia della malattia di Elisabetta Barret,
che, dopo aver passato tanti anni a letto, ne fu tratta un giorno da
Browning e guarita per forza viva d’amore. E ciò che Browning aveva
fatto per Elisabetta, Martin decise di fare per Ruth. Ma bisognava,
prima di tutto, che lei lo amasse; egli le avrebbe dato quindi la forza
e la salute. Ed egli intravide la loro vita futura; in un ambiente
di lavoro e di agiatezza, dove egli e Ruth miglioravano, leggevano
versi, parlavano d’arte. Ruth distesa su monticelli di cuscini sparsi.
Talvolta lei leggeva ad alta voce; oppure era lui a leggere e lei gli
appoggiava il capo sulla spalla. Altre volte contemplavano insieme
delle incisioni; poi, siccome anche lei amava la natura, la sua
generosa immaginazione mutava l’ambiente delle loro letture. Leggevano
in profonde gole, oppure seduti su praterie soleggiate, in montagna;
oppure su una distesa di sabbia grigio-perla dove le onde creavano
festoni e ghirlande ai loro piedi; oppure lontanissimo, in qualche
isola tropicale dove le cascate, versandosi nel mare, si dissolvono in
vapori leggeri che tremano e ondeggiano alla minima brezza. Ma sempre,
in primo piano, dominavano loro due, Ruth e Martin, come re di quei
reami d’eterna bellezza, e al di là del paesaggio naturale, appariva
un altro, nebuloso — quello del lavoro, del buon successo, e del danaro
guadagnato, che li avevano resi indipendenti dal mondo.
— Raccomando alla mia figlietta d’esser prudente... — disse un giorno
la signora Morse a Ruth, con aria piena di reticenza.
— Capisco ciò che vuoi dire; ma è impossibile. Egli non è della mia...
Ruth arrossì d’un rossore di vergine che per la prima volta discute dei
problemi sacri della vita, con una madre rispettata.
— ... della tua condizione, — terminò la madre.
Ruth fece segno di sì.
— Non osavo dirlo, ma è così: rude, brutale, forte, troppo forte. Non
ha...
Lei esitò ancora, non osando proseguire. Mai aveva parlato d’un
argomento simile, con sua madre. E nuovamente questa compì la frase.
— Non ha mai vissuto una vita corretta, vuoi dire.
Ruth approvò e arrossì nuovamente.
— È così, — disse: — la colpa non è sua, ma egli ha scherzato molto
col...
— Col fuoco?
— Sì, col fuoco. E mi spaventa. Qualche volta ne ho un vero terrore,
quando mi racconta le cose che ha fatte, nel modo più naturale del
mondo, come se ciò non avesse alcuna importanza. Ma ne hanno, non è
vero?
Erano sedute, l’una fra le braccia dell’altra; e silenziosamente,
la madre accarezzò la mano che s’abbandonava, in attesa che lei
proseguisse.
— Ma m’interessa follemente. Egli è, insomma, il primo amico che abbia
avuto tra gli uomini, cioè, non proprio, il mio amico, ma un protetto e
un amico insieme. Qualche altra volta, quando mi fa paura, pare come un
bull-dog che m’abbiano dato per trastullo e che mi tiri per la catena,
mi mostri i denti e minacci di strappar tutto.
Sua madre attese ancora.
— Mi pare che mi diverta come un bull-dog. Ci sono molte cose buone
in lui; ma ce ne sono anche molte altre che non mi piacciono... Vedi,
ho riflettuto molto. Egli bestemmia, fuma, beve, dava pugni, — me lo
confessa e non se ne rammarica, — come mi ha detto. È insomma ciò che
un uomo non dev’essere, un uomo che non vorrei (la sua voce si attenuò
in un sussurro) per marito. Eppoi, è troppo atletico. Il mio Principe
Azzurro sarà grande, flessuoso, sottile e bruno, pieno d’eleganza e di
grazia. No, non c’è pericolo che m’innamori di Martin Eden. Sarebbe la
cosa più terribile che potesse accadermi.
— Ma non parlavo di questo, — disse la madre, con finezza. — Hai
pensato mai a lui? Non c’entra, lui, per nessun rapporto: non è
possibile. Ma supponiamo che sia lui a innamorarsi di te?
— Ma mi ama... già! — esclamò Ruth.
— Era da prevedere, — disse dolcemente la signora Morse. — Come
potrebbe essere altrimenti, per un uomo che t’avvicina?
— Olney mi odia! — disse lei con violenza. — E io odio Olney. Quando è
qui mi sento spuntare grinfie di gatta; bisogna che diventi cattiva per
forza, o quando non lo sono io, lo è lui! Ma con Martin Eden io sono
contenta. Nessuno m’ha mai amato prima di lui — nessun uomo, s’intende
— e a questo modo. E piace essere amati... così. Capisci ciò che voglio
dire, mamma cara? È così dolce sentirsi veramente, profondamente donna
a questo modo!
E nascondendo il suo volto sulle ginocchia della mamma, lei singhiozzò:
— Ti sembro orribile, lo so; ma sono onesta, e ti dico appunto ciò che
risento; com’è.
La signora Morse ne fu, insieme, triste e lieta: la sua figlietta,
la studentessa di lettere aveva ceduto il posto a una giovane, a una
donna. L’esperimento era riuscito; il temperamento così stranamente
apatico di Ruth s’era destato, senz’urto nè dramma; quel rozzo marinaio
ne era stato lo strumento, e aveva risvegliato in Ruth — che non
l’amava — la femminilità.
— La sua mano trema, — confessò Ruth arrossendo. — È una cosa ridicola
e divertente insieme; ma qualche volta mi càpita di compiangerlo. E
quando la sua mano trema troppo, e gli occhi luccicano troppo, be’,
io gli tengo un predicozzo e gli indico il modo di correggersi. Ma
mi adora, lo so; i suoi occhi e la sua mano non mentono. E questo
pensiero mi fa sentire più donna; sento che ho in me una cosa alla
quale ho diritto, una cosa che mi rende simile alle altre signorine...
e alle donne. Io so anche che prima non ero simile a loro, e che questo
t’infastidiva. Pensavate che io non vedessi, ma ho visto, e volevo...
fare il mio possibile, come dice Martin Eden.
Fu un’ora deliziosa, per madre e figlia; i loro occhi erano umidi,
mentre conversavano nella penombra; Ruth, tutta innocenza e franchezza,
sua madre piena di comprensione, animata da dolce simpatia, spiegando
tutto e consigliando con calma e chiarezza.
— Ha quattro anni meno di te, non ha una «posizione», non ha beni, ed
è privo assolutamente di senso pratico. Amandoti, dovrebbe, se avesse
del buon senso, fare qualche cosa che gli desse un giorno il diritto
di sposarti, anzichè perdere il tempo a scrivere dei sonetti e a fare
sogni puerili. Martin Eden, lo temo, non diventerà mai una persona
seria. Egli non si prospetta neppure l’idea d’un mestiere conveniente,
come l’hanno fatto certi amici nostri, — il signor Butler, per esempio.
Temo anche che non diventerà mai ricco, Martin Eden. E questo mondo
è cosiffatto, che il danaro è necessario per essere felici. Oh! non
parlo d’una grande ricchezza... ma di quanto basta per assicurarsi
l’agiatezza e una vita esteriore conveniente. Egli... egli non ha mai
parlato?...
— Non mi ha detto mai una parola, ma se l’avesse fatto, lo avrei
fermato, giacchè, lo sai, non sono innamorata di lui!
— Tanto meglio. Non sarei contenta di vedere la mia bambina, l’unica
figlia, così candida, così pura, amare un uomo come quello. Vi sono
al mondo uomini retti, fedeli, virili; attendi uno di questi. Lo
troverai un giorno, l’amerai ed egli ti amerà e sarete, insieme, felici
come siamo stati tuo padre ed io. È una cosa alla quale devi pensare
sempre...
— Sì, mamma.
La voce della signora Morse si attenuò e s’addolcì per dire:
— Bisogna pensare ai figlioli.
— Sì... ci ho pensato... — confessò Ruth; e arrossì ancora ricordando i
pensieri voluttuosi che aveva avuti.
— Ed è appunto il pensiero dei figlioli che mi fa apparire impossibile
il signor Eden, — proseguì la signora Morse, con voce incisiva.
— La loro eredità dev’essere netta, e la sua non può esserlo. Tuo
padre m’ha raccontato la vita dei marinai e... tu mi capisci. — Ruth
premette la mano della madre in segno di consenso; la capiva, sebbene
quell’allusione le sembrasse vaga, strana, orribile e superiore alla
sua immaginazione.
— Tu sai che ti ho detto tutto, — disse lei. — Solo, qualche volta,
bisogna interpellarmi, come hai fatto oggi. Volevo parlartene, ma
non sapevo come incominciare. È falsa vergogna, lo so, ma tu, così,
mi faciliti le cose. Giacchè, mamma, sei donna anche tu! — esclamò
lei, con esaltazione. In piedi, lei afferrò le mani della madre, e
tutt’e due, a faccia a faccia, nella penombra che ingrandiva ebbero
coscienza della loro eguaglianza davanti all’uomo. — Io non ti avrei
mai conosciuto senza questa conversazione: è stato necessario che mi
scoprissi donna, per sapere che sei una donna anche tu!
— Sì, siamo donne tutt’e due, — disse la madre, attirandola a sè e
abbracciandola. Così abbracciate, uscirono dalla camera, col cuore
gonfio d’una nuova tenerezza, come di compagne.
— La nostra figlietta è diventata una donna! — disse la signora Morse
al marito, un’ora dopo.
— Significa, questo, — diss’egli, dopo un lungo sguardo alla moglie, —
significa che è innamorata.
— No, ma che è amata, — rispose l’altra sorridendo. — L’esperimento è
riuscito; s’è svegliata.
— Allora bisogna che ci sbarazziamo del giovane, — rispose il signor
Morse, col suo tono preciso d’uomo d’affari.
Ma la moglie scosse il capo:
— È inutile. Ruth dice che egli partirà in navigazione fra pochi
giorni. Quando ritornerà, lei non sarà più qui. La manderemo nell’est,
presso la zia Clara. D’altra parte, un anno nell’est, col cambiamento
di clima, d’idee, d’ambiente, le farà un gran bene.