CAPITOLO XIX.

Ruth e la sua famiglia erano di ritorno, e Martin, dal suo arrivo, li

vide spesso. Essa aveva compito gli studî; lui, depresso fisicamente e

intellettualmente, non scriveva. Poterono dunque vedersi a loro agio,

per la prima volta, e la loro intimità crebbe rapidamente. Dapprima

Martin non fece altro che riposare; dormì moltissimo, passò lunghe ore

fantasticando, pensando, senza far nulla. Era come un convalescente

guarito d’una lunga malattia. Il primo segno della rinascita si

verificò il giorno in cui s’interessò nuovamente della lettura dei

giornali. Allora ricominciò a leggere novelle frivole, versi, e giorni

dopo ripiombò nuovamente, a testa bassa, nella lettura di Fiske tanto

negletto. Il suo temperamento e la sua salute eccezionali avevano

ripreso il sopravvento, ed egli godeva più che mai delle energie

profonde della sua giovinezza.

Ruth, quando seppe che egli, appena riposatosi, avrebbe ripreso la

navigazione, non seppe nascondere il suo malumore.

— Perchè fa questo? — disso lei.

— Per guadagnar denaro, — rispose Martin. — Bisogna che mi provveda di

nuove risorse, in previsione d’una nuova lotta contro gli editori. Il

denaro è l’anima della guerra, specialmente nel caso mio — il denaro e

la pazienza.

— Ma se le occorre soltanto del denaro, perchè non è rimasto nella

lavanderia?

— Perchè la lavanderia faceva di me un bruto. Un lavoro come quello

spinge fatalmente a bere.

— Non mi vorrà dire che lei!... — E lo fissò con occhi spalancati

dall’orrore.

Egli avrebbe potuto facilmente eludere la domanda; ma era schietto ed

istintivo per natura, e ricordò la risoluzione presa, una volta, di

essere sincero a qualunque costo.

— Sì, — rispose, — proprio così. Parecchie volte.

Con un brivido lei si scostò da lui.

— Nessuno degli uomini che mi hanno avvicinata, ha fatto questo.

— Perchè non hanno mai lavorato nella lavanderia delle Acque Termali di

Shelley, — fece lui ridendo amaramente. — Il lavoro è una buona cosa,

è necessario alla salute umana, come dicono i predicatori; e Dio sa se

mi ha fatto mai paura! Ma «il troppo stroppia», dice il proverbio, e la

stiratoria esagerava, veramente. Ecco perchè riprendo la navigazione.

Credo che sarà il mio ultimo viaggio, giacchè, al ritorno, mi affermerò

con le mie opere. Ne sono sicuro.

Lei rimase silenziosa, ostile, ed egli l’osservava malinconicamente,

considerando com’ella fosse incapace di capire la sua dolorosa

esperienza.

— Un giorno scriverò su «L’avvilimento causato dal lavoro», o

«Psicologia del vizio di bere nella classe operaia», qualche cosa di

simile.

Mai come in quel momento, dal loro primo incontro, s’erano sentiti

così lontani l’una dall’altro. Quella confessione così schietta fatta

con uno spirito di ribellione l’aveva disgustata. Il suo abbrutimento

la urtava molto più che non la causa diretta di esso; lei dovette

riconoscere come e quanto si fosse accostata a lui, e, ammesso questo,

la necessità di vedere sino a qual punto la loro intimità potesse

consolidarsi. In lei si ridestavano, con un senso di pietà, anche

ingenui e idealistici propositi di rieducazione. Essa avrebbe salvato

quella frusta giovinezza piena di tanta buona volontà. L’avrebbe

salvato dall’influsso maledetto del suo ambiente d’un tempo, a dispetto

di lui. Tutto ciò le sembrava frutto d’un nobilissimo stato d’animo, e

lei non immaginava neppure che potesse essere semplicemente gelosia e

desiderio d’amore.

Fecero molte gite in bicicletta, durante quei deliziosi pomeriggi

della fine d’autunno, e laggiù, sulla collina, lessero, ad alta voce,

dei versi — ora l’uno ora l’altro di quei nobili poemi che innalzano

l’animo. La rinunzia, la pazienza, lo studio, il dovere, l’ordine erano

principî ch’essa gli inculcava in quel modo indiretto e che le erano

stati inculcati da suo padre, dal signor Butler, e da Andrew Carnegie,

che, da povero piccolo emigrante, era poi diventato il gran dispensiere

di libri dell’universo.

Martin apprezzava tutto ciò e ne godeva. Ora egli seguiva meglio la

mentalità di Ruth, la cui anima aveva cessato di essere un cofano

misterioso dalle sorprese sempre nuove. Intellettualmente, egli si

sentiva uguale a lei; ma i loro contrasti non turbavano il suo amore,

ch’era più forte, più ardente che mai; giacchè egli l’amava per ciò che

lei era, e la fragilità fisica di lei ne accresceva il fascino, ai suoi

occhi. Egli aveva letto la storia della malattia di Elisabetta Barret,

che, dopo aver passato tanti anni a letto, ne fu tratta un giorno da

Browning e guarita per forza viva d’amore. E ciò che Browning aveva

fatto per Elisabetta, Martin decise di fare per Ruth. Ma bisognava,

prima di tutto, che lei lo amasse; egli le avrebbe dato quindi la forza

e la salute. Ed egli intravide la loro vita futura; in un ambiente

di lavoro e di agiatezza, dove egli e Ruth miglioravano, leggevano

versi, parlavano d’arte. Ruth distesa su monticelli di cuscini sparsi.

Talvolta lei leggeva ad alta voce; oppure era lui a leggere e lei gli

appoggiava il capo sulla spalla. Altre volte contemplavano insieme

delle incisioni; poi, siccome anche lei amava la natura, la sua

generosa immaginazione mutava l’ambiente delle loro letture. Leggevano

in profonde gole, oppure seduti su praterie soleggiate, in montagna;

oppure su una distesa di sabbia grigio-perla dove le onde creavano

festoni e ghirlande ai loro piedi; oppure lontanissimo, in qualche

isola tropicale dove le cascate, versandosi nel mare, si dissolvono in

vapori leggeri che tremano e ondeggiano alla minima brezza. Ma sempre,

in primo piano, dominavano loro due, Ruth e Martin, come re di quei

reami d’eterna bellezza, e al di là del paesaggio naturale, appariva

un altro, nebuloso — quello del lavoro, del buon successo, e del danaro

guadagnato, che li avevano resi indipendenti dal mondo.

— Raccomando alla mia figlietta d’esser prudente... — disse un giorno

la signora Morse a Ruth, con aria piena di reticenza.

— Capisco ciò che vuoi dire; ma è impossibile. Egli non è della mia...

Ruth arrossì d’un rossore di vergine che per la prima volta discute dei

problemi sacri della vita, con una madre rispettata.

— ... della tua condizione, — terminò la madre.

Ruth fece segno di sì.

— Non osavo dirlo, ma è così: rude, brutale, forte, troppo forte. Non

ha...

Lei esitò ancora, non osando proseguire. Mai aveva parlato d’un

argomento simile, con sua madre. E nuovamente questa compì la frase.

— Non ha mai vissuto una vita corretta, vuoi dire.

Ruth approvò e arrossì nuovamente.

— È così, — disse: — la colpa non è sua, ma egli ha scherzato molto

col...

— Col fuoco?

— Sì, col fuoco. E mi spaventa. Qualche volta ne ho un vero terrore,

quando mi racconta le cose che ha fatte, nel modo più naturale del

mondo, come se ciò non avesse alcuna importanza. Ma ne hanno, non è

vero?

Erano sedute, l’una fra le braccia dell’altra; e silenziosamente,

la madre accarezzò la mano che s’abbandonava, in attesa che lei

proseguisse.

— Ma m’interessa follemente. Egli è, insomma, il primo amico che abbia

avuto tra gli uomini, cioè, non proprio, il mio amico, ma un protetto e

un amico insieme. Qualche altra volta, quando mi fa paura, pare come un

bull-dog che m’abbiano dato per trastullo e che mi tiri per la catena,

mi mostri i denti e minacci di strappar tutto.

Sua madre attese ancora.

— Mi pare che mi diverta come un bull-dog. Ci sono molte cose buone

in lui; ma ce ne sono anche molte altre che non mi piacciono... Vedi,

ho riflettuto molto. Egli bestemmia, fuma, beve, dava pugni, — me lo

confessa e non se ne rammarica, — come mi ha detto. È insomma ciò che

un uomo non dev’essere, un uomo che non vorrei (la sua voce si attenuò

in un sussurro) per marito. Eppoi, è troppo atletico. Il mio Principe

Azzurro sarà grande, flessuoso, sottile e bruno, pieno d’eleganza e di

grazia. No, non c’è pericolo che m’innamori di Martin Eden. Sarebbe la

cosa più terribile che potesse accadermi.

— Ma non parlavo di questo, — disse la madre, con finezza. — Hai

pensato mai a lui? Non c’entra, lui, per nessun rapporto: non è

possibile. Ma supponiamo che sia lui a innamorarsi di te?

— Ma mi ama... già! — esclamò Ruth.

— Era da prevedere, — disse dolcemente la signora Morse. — Come

potrebbe essere altrimenti, per un uomo che t’avvicina?

— Olney mi odia! — disse lei con violenza. — E io odio Olney. Quando è

qui mi sento spuntare grinfie di gatta; bisogna che diventi cattiva per

forza, o quando non lo sono io, lo è lui! Ma con Martin Eden io sono

contenta. Nessuno m’ha mai amato prima di lui — nessun uomo, s’intende

— e a questo modo. E piace essere amati... così. Capisci ciò che voglio

dire, mamma cara? È così dolce sentirsi veramente, profondamente donna

a questo modo!

E nascondendo il suo volto sulle ginocchia della mamma, lei singhiozzò:

— Ti sembro orribile, lo so; ma sono onesta, e ti dico appunto ciò che

risento; com’è.

La signora Morse ne fu, insieme, triste e lieta: la sua figlietta,

la studentessa di lettere aveva ceduto il posto a una giovane, a una

donna. L’esperimento era riuscito; il temperamento così stranamente

apatico di Ruth s’era destato, senz’urto nè dramma; quel rozzo marinaio

ne era stato lo strumento, e aveva risvegliato in Ruth — che non

l’amava — la femminilità.

— La sua mano trema, — confessò Ruth arrossendo. — È una cosa ridicola

e divertente insieme; ma qualche volta mi càpita di compiangerlo. E

quando la sua mano trema troppo, e gli occhi luccicano troppo, be’,

io gli tengo un predicozzo e gli indico il modo di correggersi. Ma

mi adora, lo so; i suoi occhi e la sua mano non mentono. E questo

pensiero mi fa sentire più donna; sento che ho in me una cosa alla

quale ho diritto, una cosa che mi rende simile alle altre signorine...

e alle donne. Io so anche che prima non ero simile a loro, e che questo

t’infastidiva. Pensavate che io non vedessi, ma ho visto, e volevo...

fare il mio possibile, come dice Martin Eden.

Fu un’ora deliziosa, per madre e figlia; i loro occhi erano umidi,

mentre conversavano nella penombra; Ruth, tutta innocenza e franchezza,

sua madre piena di comprensione, animata da dolce simpatia, spiegando

tutto e consigliando con calma e chiarezza.

— Ha quattro anni meno di te, non ha una «posizione», non ha beni, ed

è privo assolutamente di senso pratico. Amandoti, dovrebbe, se avesse

del buon senso, fare qualche cosa che gli desse un giorno il diritto

di sposarti, anzichè perdere il tempo a scrivere dei sonetti e a fare

sogni puerili. Martin Eden, lo temo, non diventerà mai una persona

seria. Egli non si prospetta neppure l’idea d’un mestiere conveniente,

come l’hanno fatto certi amici nostri, — il signor Butler, per esempio.

Temo anche che non diventerà mai ricco, Martin Eden. E questo mondo

è cosiffatto, che il danaro è necessario per essere felici. Oh! non

parlo d’una grande ricchezza... ma di quanto basta per assicurarsi

l’agiatezza e una vita esteriore conveniente. Egli... egli non ha mai

parlato?...

— Non mi ha detto mai una parola, ma se l’avesse fatto, lo avrei

fermato, giacchè, lo sai, non sono innamorata di lui!

— Tanto meglio. Non sarei contenta di vedere la mia bambina, l’unica

figlia, così candida, così pura, amare un uomo come quello. Vi sono

al mondo uomini retti, fedeli, virili; attendi uno di questi. Lo

troverai un giorno, l’amerai ed egli ti amerà e sarete, insieme, felici

come siamo stati tuo padre ed io. È una cosa alla quale devi pensare

sempre...

— Sì, mamma.

La voce della signora Morse si attenuò e s’addolcì per dire:

— Bisogna pensare ai figlioli.

— Sì... ci ho pensato... — confessò Ruth; e arrossì ancora ricordando i

pensieri voluttuosi che aveva avuti.

— Ed è appunto il pensiero dei figlioli che mi fa apparire impossibile

il signor Eden, — proseguì la signora Morse, con voce incisiva.

— La loro eredità dev’essere netta, e la sua non può esserlo. Tuo

padre m’ha raccontato la vita dei marinai e... tu mi capisci. — Ruth

premette la mano della madre in segno di consenso; la capiva, sebbene

quell’allusione le sembrasse vaga, strana, orribile e superiore alla

sua immaginazione.

— Tu sai che ti ho detto tutto, — disse lei. — Solo, qualche volta,

bisogna interpellarmi, come hai fatto oggi. Volevo parlartene, ma

non sapevo come incominciare. È falsa vergogna, lo so, ma tu, così,

mi faciliti le cose. Giacchè, mamma, sei donna anche tu! — esclamò

lei, con esaltazione. In piedi, lei afferrò le mani della madre, e

tutt’e due, a faccia a faccia, nella penombra che ingrandiva ebbero

coscienza della loro eguaglianza davanti all’uomo. — Io non ti avrei

mai conosciuto senza questa conversazione: è stato necessario che mi

scoprissi donna, per sapere che sei una donna anche tu!

— Sì, siamo donne tutt’e due, — disse la madre, attirandola a sè e

abbracciandola. Così abbracciate, uscirono dalla camera, col cuore

gonfio d’una nuova tenerezza, come di compagne.

— La nostra figlietta è diventata una donna! — disse la signora Morse

al marito, un’ora dopo.

— Significa, questo, — diss’egli, dopo un lungo sguardo alla moglie, —

significa che è innamorata.

— No, ma che è amata, — rispose l’altra sorridendo. — L’esperimento è

riuscito; s’è svegliata.

— Allora bisogna che ci sbarazziamo del giovane, — rispose il signor

Morse, col suo tono preciso d’uomo d’affari.

Ma la moglie scosse il capo:

— È inutile. Ruth dice che egli partirà in navigazione fra pochi

giorni. Quando ritornerà, lei non sarà più qui. La manderemo nell’est,

presso la zia Clara. D’altra parte, un anno nell’est, col cambiamento

di clima, d’idee, d’ambiente, le farà un gran bene.

Martin Eden(#73373) · 第 31 / 69 题