I responsabili della grande scoperta furono un pugno di socialisti
verbosi e di filosofi operai che tenevano circolo nel Parco di
City-Hall, nei pomeriggi caldi. Una o due volte al mese, percorrendo
il Parco per recarsi in biblioteca, Martin scendeva dalla bicicletta,
ascoltava le controversie e si staccava di lì con rimpianto, ogni
volta. Il tono della discussione era là molto meno elevato di quello
della tavola del signor Morse, e l’assemblea non era nè grave, nè
degna. Essi s’adiravano facilmente, s’insultavano; bestemmie ed
allusioni oscene condivano i loro alterchi. Una o due volte vennero
persino alle mani. Eppure (non sapeva perchè), qualcosa di vivo emanava
da quell’apparente confusione. La loro retorica stimolava molto più
il suo intelletto, che non il dogmatismo ponderato del signor Morse.
Quegli uomini che assassinavano l’inglese, che gesticolavano come pazzi
e combattevano gli uni le idee degli altri con una violenza primitiva,
gli sembravano più vivi che non il signor Morse e il suo fedele socio
signor Butler.
Parecchie volte Martin aveva sentito citare Herbert Spencer, in
quel parco. E, un pomeriggio, apparve un discepolo di Spencer — un
misero vagabondo, il cui pastrano sudicio, abbottonato sino al mento,
dissimulava l’assenza di camicia. La battaglia fu impegnata tra il fumo
di innumerevoli sigarette e di getti di saliva scura, e il vagabondo se
la cavò con onore, persino di fronte a un operaio socialista che lanciò
con un ghigno:
— Non c’è altro Dio che l’ignoto, e Herbert Spencer è il suo profeta.
Martin si domandò quale fosse l’argomento della discussione, ma
proseguì il cammino verso la biblioteca, animato da un nuovo interesse
per Herbert Spencer; e poichè il vagabondo aveva citato spesso i «Primi
Principî», egli prese questo volume.
Così fece la grande scoperta. Già una volta aveva tentato di accostarsi
al pensiero di Spencer, ma, avendo scelto i «Principî di Psicologia»,
come inizio, vi si era perso pietosamente, come con Blavatsky. Non
vi aveva capito nulla e l’aveva riportato. Ma quella notte, dopo la
fisica, l’algebra e i tentativi di poemi, si coricò e aprì «I Primi
Principî». All’alba leggeva ancora, e non scrisse nulla tutto il
giorno. Disteso sul letto, lesse: poi, stanco del letto, si distese per
terra e lesse, cambiando posizione di tanto in tanto. La notte seguente
dormì, e tutto il mattino scrisse; poi il libro lo attrasse nuovamente,
ed egli lesse il pomeriggio intero dimenticando tutto, persino che quel
giorno era uno di quelli che Ruth gli concedeva per visitarla. Riprese
coscienza del mondo esterno solo quando Bernardo Higgingbotham, aprendo
violentemente la porta, gli domandò se credeva davvero di trovarsi in
una trattoria.
Durante tutta la sua vita, Martin Eden era stato dominato dalla
curiosità. Voleva sapere, saper tutto, e questo desiderio appunto
lo spinse ad avventurarsi pel mondo. Ma Spencer gli insegnava, oggi,
ch’egli non sapeva nulla, e che non avrebbe saputo mai nulla, anche se
avesse seguitato a navigare, a errare eternamente. Egli aveva sfiorato
soltanto la superficie delle cose, aveva osservato soltanto fenomeni
singoli, accumulato fatti frammentarii, non aveva fatto altro che
generalizzare in modo superficialissimo, e tutto ciò senza metodo,
affidandosi al capriccio del caso e al suo capriccio. Egli aveva
studiato, comprendendo, la tecnica del volo degli uccelli, ma non aveva
mai cercato il modo come gli uccelli s’erano sviluppati come meccanismi
volanti. Non immaginava neppure che un processo di questo genere
esistesse; gli uccelli erano stati creati così, e questo gli bastava.
La stessa cosa era pel resto: i suoi maldestri tentativi filosofici
erano falliti per mancanza di preparazione; la metafisica medievale
di Kant non gli era servita a nulla, tranne che a dubitare dei proprî
mezzi intellettuali. Così, il suo tentativo di studiare l’origine della
specie s’era limitato a seguire uno studio aridamente scientifico di
Romanes. Egli non ci aveva capito nulla, tranne questo: che quella
teoria arida e polverosa apparteneva esclusivamente a un piccolo numero
di menti meschine, il cui vocabolario copioso era inintelligente. Ed
ecco che egli imparava, ora, che l’evoluzione della materia, anzichè
una teoria astratta, era un modo di sviluppo accettato da tutti i
dotti, salvo qualche diversità di metodo. Spencer gli semplificava
tutto ciò e presentava al suo sguardo attonito un universo così
perfettamente concretato, che gli pareva di vedere uno di quei
minuscoli modelli di navi che i marinai mettono entro bottiglie
trasparenti. Nulla era dovuto al caso: tutto obbediva a delle leggi.
L’uccello ubbidiva a una legge, volando; e la stessa legge aveva
formato il fango della terra, l’aveva fatto fermentare, gli aveva fatto
nascere le ali perchè diventasse uccello.
Martin, di cima in cima, saliva sempre. I misteri della creazione gli
si venivano svelando davanti agli occhi; egli era ebbro di curiosità
e d’intelligenza. La notte, durante il sonno, egli si moveva fra gli
dei, in colossali incubi; desto, viveva come un sonnambulo, con lo
sguardo smarrito, immerso nell’universo ch’egli scopriva. A tavola,
non udiva le conversazioni meschine e volgari. Nelle sue posate vedeva
splendere il sole e ne seguiva le trasformazioni sino alla loro origine
a centinaia di milioni di leghe; oppure studiava i riflessi dei muscoli
delle sue braccia che gli permettevano di tagliar la carne, li seguiva
sin nel cervello donde sorgeva la volontà muovendo quei riflessi.
Viveva nella ipnosi, senza udire il ritornello mormorato da Jim, senza
vedere gli sguardi inquieti di sua sorella, nè il gesto schernitore
di Bernardo Higgingbotham, che imitava un ipotetico ragno che abitava,
evidentemente, secondo lui, nel cervello di suo cognato.
Ciò che, in certo qual modo, impressionava più di tutto Martin, era la
correlazione fra tutte le scienze. Egli aveva sempre immaginato belle
cose, ma in caselle separate del suo cervello. Così egli ne sapeva
moltissimo sulla navigazione, e aveva anche una grande esperienza delle
donne; ma tra questi due argomenti non istabiliva alcun rapporto. Che
dal punto di vista scientifico potesse esservi un rapporto qualsiasi
tra una donna isterica e uno schooner che sfidava la tempesta, gli
sarebbe sembrato ridicolo, impossibile. Herbert Spencer gli dimostrò
che anzi è impossibile che non vi sia correlazione. Tutto è legato al
tutto, dalle miriadi di stelle nell’etere, sino alle miriadi di atomi,
che compongono un granello di sabbia sulla spiaggia. Questa nuova
concezione immerse Martin in uno stupore continuo. Egli formò una lista
di cose più eterogenee; amore, poesia, terremoto, fuoco, serpenti a
sonagli, arcobaleno, pietre preziose, orologi, tramonti, leone che
ruggisce, elettricità, cannibalismo, bellezza, assassino, puleggia e
tabacco; giubilante quando riusciva a imparentarle fra loro. Unificava
così l’universo e lo contemplava, oppure procedeva attraverso la sua
jungla, da pacifico viandante, osservando, annotando, familiarizzando
con tutto ciò che voleva conoscere ancora. E più imparava, più
ammirava la creazione, la vita, e la propria esistenza fra tutte quelle
meraviglie.
— Imbecille! — gridava alla sua immagine nello specchio. — Tu volevi
scrivere, tentavi di scrivere, e che cosa avevi in te? qualche nozione
infantile, qualche sentimento non maturo, molta bellezza mal digerita,
un’enorme ignoranza, un cuore pieno d’amore da scoppiarne, un’ambizione
grande come il tuo amore e la tua ignoranza. E volevi scrivere! ma
cominci oggi soltanto ad acquistare, in te, ciò che ti occorre per
questo! Volevi creare della bellezza! Volevi parlare della vita e
ignoravi tutto ciò che forma l’essenza stessa della vita! Volevi
parlare dell’uiverso e dei problemi dell’universo, quando l’universo
non era altro per te che un rebus cinese! Ma coraggio! Martin, ragazzo
mio! C’è speranza, questa volta, quantunque tu sia ancora alquanto
sciocco e molto ignorante. Un bel giorno, con un po’ di fortuna, saprai
press’a poco ciò che bisogna sapere. Quel giorno scriverai.
Egli fece partecipe Ruth di quella grande scoperta, affinchè anch’essa
ne gioisse; ma lei non manifestò alcun entusiasmo particolare; quelle
cose le erano evidentemente familiari a causa dei suoi studi personali.
Arturo e Norman credevano all’evoluzione e avevano letto Spencer, senza
averne ricevuto un’impressione molto profonda, a quanto pareva. E Will
Olney, il giovanotto dagli occhiali, ghignò in modo poco simpatico
al nome di Spencer e ripetè l’epigramma: «Non c’è altro Dio che
l’inconoscibile, e Herbert Spencer è il suo profeta».
Ma Martin gli perdonò il dileggio, giacchè s’era accorto che Olney non
era innamorato di Ruth. Dopo, diversi piccoli fatti, gli fecero capire,
con suo grande stupore, che non solo non ne era innamorato, ma che lei
gli era poco simpatica. Martin fu impotente a stabilire un nesso fra
questo e gli altri fenomeni della natura, e si limitò a compiangere il
giovanotto che non era capace di apprezzare giustamente la finezza di
Ruth e la sua bellezza.
Essi fecero, la domenica, parecchie gite in bicicletta, in campagna,
e Martin potè osservare liberamente come esistesse una specie di pace
armata fra Ruth e Olney, il quale se la intendeva molto bene con Norman
e lasciava Arturo e Martin occuparsi di Ruth; del che Martin gli fu
grato.
Furono belle domeniche per Martin, dapprima a causa di Ruth, poi dei
rapporti da pari a pari, che si creavano tra lui e i giovanotti di
quell’ambiente. Egli si sentiva intellettualmente loro pari, a dispetto
di tutti i loro anni d’istruzione e di disciplina cerebrale, e le sue
ore di conversazione con essi erano altrettante ore utili, durante le
quali egli si esercitava ad applicar le regole di quella grammatica che
aveva tanto studiata. Aveva abbandonato i libri di galateo, limitandosi
ad osservare da sè ciò che fosse conveniente fare. Tranne quando si
lasciava trascinare dall’ardore dei suoi entusiasmi, la vigilanza
ch’egli esercitava su di sè non si allentava mai; nessuno dei loro modi
gli sfuggiva, ed egli imparava da loro, senza tregua, nuovi esempi di
cortesia e di raffinatezza mondana.
Per un certo tempo rimase sorpreso di vedere che, in conclusione,
Spencer era poco letto.
— Herbert Spencer, — gli disse l’uomo dalla cattedra, — sì... un gran
cervello.
Ma gli sembrò che non sapesse nulla del contenuto di quel gran cervello.
Una sera, a pranzo al quale era invitato anche il signor Butler, Martin
attaccò il discorso su Spencer.
Il signor Morse condannò con una certa asprezza l’agnosticismo del
filosofo inglese, pur confermando di non aver letto «I Primi Principî».
Il signor Butler dichiarò che Spencer lo esasperava, che non ne aveva
letto mai un rigo, e che, ciononostante, non era diventato infelice.
Nella mente di Martin sorsero dei dubbî; egli avrebbe abbandonato
Spencer per essere d’accordo col parere di tutti, se la sua personalità
fosse stata meno temprata. Ma, nonostante ciò, le spiegazioni di
Spencer gli parevano convincenti, ed egli si disse che abbandonare
Spencer era lo stesso, per un navigante, che gettare a mare compasso
e cronometro. Martin continuò dunque ad approfondire i suoi studî
sull’evoluzione, sempre più convinto dalle testimonianze corroboranti
d’un migliaio di scrittori indipendenti. Più lavorava, e più gli si
apriva davanti il campo della scienza; finì addirittura col sentire
una specie di rimpianto malsano, pel fatto che i giorni erano di
ventiquattro ore soltanto. Data la brevità dei giorni, egli abbandonò
l’algebra e la geometria. Della trigonometria non s’era ancora
occupato. Poi tolse di mezzo la chimica e si limitò alla fisica.
— Non sono uno specialista, — diss’egli per scusarsi con Ruth. — E non
voglio tentare di diventarlo. Vi sono troppi specialisti, perchè un
uomo solo possa, in una vita sola, possedere profondamente una sola
briciola. Debbono bastarmi delle idee generali, in fatto di scienza.
Quando avrò bisogno di specialisti, ricorrerò ai loro libri.
— Ma non sarà come se possedesse l’argomento, — fece lei protestando.
— È inutile; noi ci gioviamo del lavoro degli specialisti, che son
fatti per questo. Sono degli specialisti, è vero? Ebbene! quando
avranno finito, lei sarà contenta della nettezza dei suoi caminetti,
senza preoccuparsi punto del modo come sono stati fatti!
— È una conclusione un po’ artificiosa!
Essa lo guardò con curiosità ed egli sentì un vago rimprovero nello
sguardo di lei, nel suo atteggiamento; ma era sicuro d’aver ragione.
— Tutte le grandi intelligenze generali, i più grandi pensatori, per
esempio, si fidano degli specialisti. Così faceva Herbert Spencer: egli
generalizzava sulle scoperte di migliaia di ricercatori. Volendo fare
tutto da sè, avrebbe dovuto vivere parecchie vite. Darwin, ugualmente,
si serviva di tutto ciò che gli avevano insegnato i botanici e gli
allevatori.
— Lei ha ragione, Martin, — disse Olney. — Lei sa che cosa vuole, e
Ruth non ne sa nulla; ignora che cosa voglia lei stessa.
— ... Oh! certamente! — continuò Olney, senz’attendere risposta. — Io
so che lei chiama ciò: cultura generale. Ma se lei vuole acquistare
una cultura generale, importa poco la natura dei suoi studî. Lei può
imparare il francese o il tedesco, e persino l’esperanto, e perciò
non sarà meno colto. Lei può studiare il latino o il greco, e non le
serviranno a nulla, ma, però, le daranno la cultura. Per esempio...
Ruth studia da due anni l’inglese antico, e sa che cosa ha imparato?
_When that sweet April with his showers soote._ Non è così? — Ed egli
seguitò ridendo, senza tener conto delle interruzioni di lei. — Ma la
cultura generale l’ha; lo so; frequentavamo la stessa classe!
— Lei parla di cultura come d’un mezzo per ottenere qualche cosa!
— esclamò Ruth; e aveva gli occhi scintillanti e le guance delicate
arrossite dalla collera. — La cultura dev’essere lo scopo.
— Ma Martin non ha bisogno di questo.
— Che ne sa lei?
— Di che cosa ha bisogno Martin? — domandò Olney, voltandosi
bruscamente verso di lui.
Martin, molto impacciato, lanciò uno sguardo d’aiuto a Ruth.
— Sì, di che cosa sente il bisogno? — domandò Ruth. — La risposta
risolverebbe la questione.
— Ma, s’intende, ho bisogno di cultura, — balbettò Martin. — A me piace
la bellezza, e la cultura me la farà valutar meglio.
Trionfante, lei fece un segno di consenso.
— Questo è privo di buon senso, e loro lo sanno, — fece Olney. — Martin
ha bisogno di una carriera, e non di cultura. Ma capita, in questo
caso, che la cultura sia indispensabile alla carriera. Se volesse
essere chimico, sarebbe inutile. Martin vuole scrivere, ma egli ha
paura di dirglielo perchè così verrebbe a dimostrare che lei ha torto.
E, continuando:
— Perchè Martin vuole scrivere?... perchè non nuota nell’oro. Perchè
lei si empie la testa di francese antico e di cultura generale? Perchè
lei non ha bisogno di guadagnarsi il pane. Suo padre ha pensato a
questo: egli le compera i vestiti e tutto il resto. A che diavolo
serve la nostra istruzione, la sua, la mia, quella di Arturo e di
Norman? Noi ci siamo abbeverati di cultura generale, e se i nostri
buoni genitori dovessero morire questa sera, saremmo ridotti a dar
lezioni per le case. Lei, Ruth, non potrebbe desiderar di meglio che un
posto d’istitutrice o di insegnante di pianoforte in un educandato di
giovinette.
— E lei che farebbe, scusi? — domandò lei.
— Niente di grande e di famoso. Guadagnerei cinque lire al giorno, di
giorno in giorno, e potrei forse entrare come professore nella scuola
dei laureati a macchina, a Hanley. Dico «forse», capisce! perchè
potrebbe darsi benissimo che fossi mandato via dopo otto giorni, per
semplice incapacità.
Martin seguiva il vivo della discussione e, pur essendo persuaso che
Olney avesse ragione, disapprovava il suo modo poco cavalleresco di
trattare Ruth. Una nuova concezione dell’amore si formava nel suo
cervello, ascoltandolo. La ragione non ha nulla a che fare coll’amore.
Poco importa che la donna amata ragioni più o meno giustamente:
l’amore è superiore alla ragione. Se accadeva a Ruth, per caso, di non
riconoscere chiaramente il suo bisogno assoluto di una professione,
non perciò lei era meno adorabile. Lei era adorabile, e le sue idee non
entravano per nulla nel suo fascino.
— Che? che ne dice lei? — Olney, parlandogli, gli aveva interrotto il
filo delle considerazioni.
— Dicevo: spero bene che lei non sia così sciocco da perdersi col
latino.
— Ma il latino è, più che la cultura, il fondamento di essa, — fece
Ruth.
— Ebbene, vi si dedicherà? — insistette Olney.
Martin ne fu annoiatissimo, giacchè vedeva che Ruth attendeva
ansiosamente la sua risposta.
— Temo di non averne il tempo, — rispose lui finalmente, — ma mi
piacerebbe.
— Ecco! Martin non cerca la cultura! — fece Olney esultante. — Egli
cerca di riuscire in qualche cosa, di fare qualche cosa!
— Ma è un allenamento mentale! che disciplina il cervello!
E Ruth guardò Martin, come se attendesse un mutamento d’idee. — I
giocatori di foot-ball hanno bisogno di allenarsi prima di sostenere i
grandi _matchs_. Così, il latino serve all’intelletto: lo allena.
— Idiozia e puerilità! così ci dicono quando siamo piccoli. Ma c’è
una cosa che ci si guarda bene dal dire e che ci si lascia la cura di
trovar da noi in seguito! — Olney si fermò per ottenere un migliore
effetto, e aggiunse: — Quello che non ci viene detto è questo: che
tutti debbono aver studiato il latino, ma che nessuno ha bisogno di
saperlo!
— Com’è in mala fede lei! — esclamò Ruth. — Sapevo bene che voleva
cavarsela così.
— È evidentemente molto abile, ma però anche molto giusto; le
sole persone che sappiano di latino sono i farmacisti, i notai e i
professori di latino. Ora, se Martin vuole essere uno di costoro, io
mi lascio impiccare. D’altra parte, che rapporto c’è fra tutto questo
ed Herbert Spencer? Martin ha scoperto Spencer e ne va matto. Perchè?
perchè Spencer lo conduce verso una mèta. Ora, Spencer non può condurre
a nessuna mèta, neppure lei. Non ci occorre. Lei, Ruth, si sposerà, e
io non dovrò far altro che sorvegliare i notai e gli uomini d’affari
che prenderanno cura del denaro che mio padre mi lascerà un giorno.
Olney si alzò per congedarsi, ma, sulla porta, si volse per lanciare la
freccia del Parto.
— Lasci dunque in pace Martin, Ruth! Egli sa ciò che meglio gli
conviene. Guardi ciò che ha già fatto! Qualche volta mi fa vergognare;
ormai, egli ne sa, sulla vita, sull’universo, sugli uomini e il resto,
più di Arturo, Norman, me e lei. Sì; lei, a dispetto di tutto il suo
francese, di tutto il suo latino, di tutto il suo inglese antico e
moderno e della sua cultura.
— Ma Ruth è la mia professoressa! — rispose cortesemente Martin. — È a
lei che debbo il poco che so.
— Ah! neh!... — E Olney lanciò uno sguardo malizioso a Ruth. — Immagino
che mi dirà, la prossima volta, che ha letto Spencer perchè glielo ha
raccomandato lei: soltanto, sarà falso! E lei non ne sa, su Darwin e
sull’evoluzione della materia, più che non sappia delle miniere di re
Salomone. Già, che cos’è questa definizione mirabolante di Spencer
circa non so che, che lei ha detto l’altro giorno? Quella faccenda
incoerente circa l’omogeneità? La lasci lì! e vedrà che lei non ci
capisce neppure una parola! giacchè questa non è cultura, capisce? Be’,
arrivederci! E se lei si perde nel latino, Martin, non avrò più alcuna
stima di lei!
Durante tutto questo tempo, sebbene interessato alla discussione,
Martin s’era annoiato un po’. Si parlava di studî e di lezioni, di
scienze rudimentali, con un tono di scolari, che stonava con le grandi
idee che ribollivano in lui, con l’abbraccio nel quale egli sognava di
contener la vita come in una stretta d’aquila, con i brividi di potenza
che lo scuotevano quasi dolorosamente; con la nascente coscienza del
suo valore. Egli sembrava a se stesso un poeta naufrago gettato su
una riva straniera, e che cercasse invano di cantare secondo il modo
barbaro degli abitanti di quel paese nuovo. Per lui, era la stessa
cosa; potentemente conscio delle bellezze universali, era costretto
a trascinarsi, a marcire tra chiacchiericci puerili, e discutere se
dovesse imparare o no il latino.
— Che diavolo ha che fare il latino con tutto questo? — fu la domanda
ch’egli rivolse allo specchio quella notte. — Vorrei proprio che i
morti rimanessero dove sono. Perchè dei morti dovrebbero dettarmi
leggi? La bellezza è viva ed eterna. E le lingue passano, come polvere
dei morti.