Una sera, di buon’ora, mentre Martin lottava con un sonetto nel quale
si sforzava invano d’esprimere le idee che gli vagavano nel cervello
come luminosi vapori, fu chiamato al telefono.
— È una voce di donna, di donna _chic_! — ghignò il signor
Higgingbotham.
Martin corse al telefono, in un angolo della camera, e quando udì la
voce di Ruth, fu invaso da una gioia infinita. Nella lotta col sonetto
aveva dimenticato la sua vita: così che il suono della voce amata gli
diede un colpo al cuore. Quale voce! delicatamente sfumata, come una
musica lontana, come _carillon_ d’argento, d’una purezza cristallina,
con qualche cosa di celeste che proveniva da un altro mondo. Fu tale
l’estasi, che udì a malapena ciò che lei diceva, ma non manifestò
punto il suo turbamento, sentendo gli occhi di furetto del signor
Higgingbotham fissi su di lui.
Ruth gli disse semplicemente che Norman, che doveva accompagnarla
ad una conferenza, quella sera, soffriva di mal di testa, e a lei
dispiaceva mancare, perchè aveva i biglietti. Se egli non aveva
impegni, era disposto od accompagnarla?
Se era disposto? Egli cercò di mitigare l’ardore della sua voce
felice. Che cosa inaudita! Egli l’aveva vista soltanto in casa, e
non aveva mai osato chiederle il permesso di accompagnarla in qualche
luogo. Di botto, pur seguitando a parlarle, egli decise di morire per
lei, e sogni d’eroici sacrificî gli attraversarono il cervello tutto
sconvolto. Egli l’amava tanto! tanto disperatamente! Il fatto che
lei si degnava di uscire con lui, — con lui, Martin Eden, — lo faceva
delirare dalla gioia, d’una tale gioia, che gli pareva di non poter
meritarla se non morendo per lei. Come tutti i veri amanti, solo con
questo mezzo desiderava esprimerle la sua sovrumana riconoscenza. Morir
per lei non significava aver ben vissuto e bene amato? Aveva ventun
anni e amava per la prima volta. Gli pareva di venir meno, e la mano
tremava attaccando il ricevitore.
— È un appuntamento in città, eh!.... — malignò il cognato. — Si sa che
significa! È roba che va a finire davanti al giudice penale!
Ma Martin, tutto assorto nel suo sogno stellato, non gli dava ascolto.
La volgarità dell’allusione non gli giunse neppure all’orecchio; egli
si sentiva pari agli dei, e non avrebbe provato altro che una profonda
pietà per quel macaco, se l’avesse visto; ma i suoi occhi lo sfiorarono
senza neppure osservarlo, e sognava ancora, lasciando la camera per
andare a vestirsi. Soltanto nell’annodar la cravatta, il suo orecchio
percepì l’eco d’un suono sgradito, come una specie di russo col quale
Bernardo Higgiagbotham aveva sottolineato e punteggiato la frase.
Quando la porta d’ingresso della casa di Ruth si richiuse alle loro
spalle, ed essi scesero le scale, egli cominciò coll’essere alquanto
turbato. Non tutto era roseo in quella passeggiata improvvisata; egli
non sapeva esattamente che fare. Nelle vie aveva osservato che certe
donne davano il braccio agli uomini che le accompagnavano. Sì...
ma qualche volta esse non lo davano; egli si domandò se si offriva
il braccio soltanto la sera, oppure se quell’uso era riservato agli
sposi ed ai genitori. Proprio quand’era per giungere a un marciapiede
si ricordò di Minnie. Minnie sputava sentenze sempre, in tutto. La
seconda volta che essi erano usciti insieme essa l’aveva ripreso perchè
camminava dal lato interno, partendo dalla regola che il cavaliere
deve sempre procedere tenendosi all’esterno. E Minnie non mancava mai
di camminargli sulle calcagna ogni qualvolta attraversavano una via,
per ricordargli di cambiar lato. Egli si domandò dove lei poteva aver
imparato quelle regole, e se erano corrette.
In fin dei conti non rischiava nulla a tentare, si disse, quando giunse
al marciapiede, e, precipitandosi dietro Ruth, prese il suo posto
all’esterno. Ma ecco sorgere un altro problema; bisognava offrirle
il braccio? Questo caso non gli era capitato mai, giacchè le ragazze
ch’egli frequentava, non ne avevano l’abitudine. Le prime volte
procedevano a fianco a fianco; poi le braccia cingevano la vita, e le
teste s’appoggiavano sulla spalla dell’amante, nelle vie oscure. Questa
volta il caso era diverso: lei non era di quelle, bisognava inventare
un’altra cosa.
Egli incurvò il braccio molto lievemente, senza ostentazione, come se
fosse solito comportarsi così camminando. E... che cosa straordinaria
avvenne! Lei gli pose la mano sotto il braccio. Quel contatto lo fece
rabbrividire deliziosamente, così ch’egli credette per un momento
d’aver lasciato la terra su una nuvola magica. Ma vi ricadde subito,
tormentato da nuove complicazioni. Bisognava attraversar la via; egli
si sarebbe trovato quindi dalla parte esterna. Doveva svincolare
il braccio o offrirle l’altro? E in questo caso, ricominciava la
stessa manovra ogni volta? Problema insolubile, di cui decise di
non preoccuparsi poi tanto, Però, quando gli capitava di trovarsi
all’interno, per nascondere il disagio, parlava frettolosamente e
calorosamente, fingendo d’essere talmente assorto nell’argomento, che
se avesse compiuta una scorrettezza, doveva essergli perdonata a causa
dell’entusiasmo.
Attraversando Broadway, un altro problema gli si presentò: alla luce
viva dell’elettricità, egli scorse ad un tratto Lizzie Connolly
e la sua amica motteggiatrice. Egli esitò un attimo solo, poi
salutò. No, non avrebbe rinnegato la gente della sua razza! E il suo
saluto fu rivolto a tutti. Essa rispose con un cenno del capo, non
coll’espressione soave e gentile di Ruth, ma con lo sguardo profondo
e insistente dei suoi begli occhi duri; poi il suo sguardo passò da
lui su Ruth, scrutandone il viso, la veste, la condizione. Ed egli
osservò che Ruth l’avvolgeva a sua volta in uno sguardo rapido, timido
e dolce, ma critico: uno sguardo che sfiorava l’eleganza a buon mercato
dell’operaia, il cappellino eccentrico molto in voga, a quel tempo, fra
le operaie.
— Che bella ragazza! — disse Ruth, poco dopo.
Martin l’avrebbe benedetta per quella parola.
— Io non ne so niente, è questione di gusto, evidentemente, ma lei non
mi colpisce tanto per la bellezza.
— Come! poche donne hanno lineamenti regolari come i suoi, e
così belli. Il suo profilo è d’una purezza di cammeo. E ha occhi
meravigliosi.
— Le pare? — fece Martin con indifferenza; giacchè per lui non
esisteva altra bellezza al mondo se non quella che procedeva al suo
braccio. — Bisognerebbe insegnarle a parlare. Sono sicuro che lei non
comprenderebbe la quarta parte di ciò che essa dice.
— Quale idea! lei è ostinato come Arturo quando vuole aver ragione.
— Lei dimentica come parlavo quando l’ho conosciuta. Dopo, ho imparato;
ma prima parlavo come quella ragazza. Ora posso farmi capire abbastanza
nella sua lingua per dirle che lei non conosce l’altro linguaggio. Sa,
d’altra parte, perchè quella giovane si mantiene così? Prima, io non
pensavo a tutto ciò, ma ora comincio a capire tutte queste cose.
— E perchè, dunque?
— Perchè da anni lavora lunghe ore, attorno alle macchine. Quando si
è giovani, il corpo è malleabile, e il lavoro lo deforma secondo la
natura del lavoro. Io sono in grado d’indovinare, al primo sguardo,
il mestiere della maggior parte degli operai che incontro per le
strade. Guardi me: perchè le mie spalle ondeggiano? A causa degli
anni trascorsi in mare. Se fossi stato cow-boy durante tutto questo
questo, non ondeggerei con le spalle, ma avrei le gambe arcuate. Lo
stesso accade di quella ragazza. Ha osservato il suo sguardo così duro?
Nessuno l’ha curata; essa è cresciuta come ha potuto, e una ragazza
che non ha che se stessa per difesa, non può avere uno sguardo dolce,
gentile, come... come il suo, per esempio.
— Credo che abbia ragione, — mormorò Ruth. — È triste. Graziosa com’è!
Egli vide che gli occhi di lei erano illuminati di pietà, poi ricordò
che l’amava e si meravigliò ancora della fortuna che gli permetteva
di averla così al fianco. Quella sera, quand’egli fu in camera sua,
egli fece questo soliloquio, guardandosi nello specchio, lungamente,
curiosamente: «Chi sei tu? Donde vieni? In realtà tu appartieni alle
ragazze come Lizzie Connolly, alla legione delle lavoratrici, a tutto
quanto è basso, volgare e brutto. Tu sei della stessa specie del
bestiame e degli schiavi che vivono nelle immondizie e nel puzzo,
nel lezzo degli avanzi dei legumi, come questi (queste patate sono
putrefatte! Senti!... che orrore!) Eppure, tu osi aprire un libro,
ascoltare della musica meravigliosa; tu impari ad apprezzare la bella
pittura, a parlare un inglese corretto, a pensare come nessuno pensa
nel tuo ambiente, ad allontanarti dal bestiame e da Lizzie Connolly;
tu osi amare un’adorabile donna che vive a centomila leghe lontano da
te, fra le stelle. Chi sei, e che cosa sei?» Mostrò i pugni alla sua
figura riflessa, sedette sulla sponda del letto e incominciò a sognare
cogli occhi spalancati. Poi aprì taccuino e algebra e si perse nelle
equazioni. Le ore passarono, le stelle impallidirono e l’alba grigia
che appariva alla finestra lo sorprese ancora a tavolino.