CAPITOLO XII.

Una sera, di buon’ora, mentre Martin lottava con un sonetto nel quale

si sforzava invano d’esprimere le idee che gli vagavano nel cervello

come luminosi vapori, fu chiamato al telefono.

— È una voce di donna, di donna _chic_! — ghignò il signor

Higgingbotham.

Martin corse al telefono, in un angolo della camera, e quando udì la

voce di Ruth, fu invaso da una gioia infinita. Nella lotta col sonetto

aveva dimenticato la sua vita: così che il suono della voce amata gli

diede un colpo al cuore. Quale voce! delicatamente sfumata, come una

musica lontana, come _carillon_ d’argento, d’una purezza cristallina,

con qualche cosa di celeste che proveniva da un altro mondo. Fu tale

l’estasi, che udì a malapena ciò che lei diceva, ma non manifestò

punto il suo turbamento, sentendo gli occhi di furetto del signor

Higgingbotham fissi su di lui.

Ruth gli disse semplicemente che Norman, che doveva accompagnarla

ad una conferenza, quella sera, soffriva di mal di testa, e a lei

dispiaceva mancare, perchè aveva i biglietti. Se egli non aveva

impegni, era disposto od accompagnarla?

Se era disposto? Egli cercò di mitigare l’ardore della sua voce

felice. Che cosa inaudita! Egli l’aveva vista soltanto in casa, e

non aveva mai osato chiederle il permesso di accompagnarla in qualche

luogo. Di botto, pur seguitando a parlarle, egli decise di morire per

lei, e sogni d’eroici sacrificî gli attraversarono il cervello tutto

sconvolto. Egli l’amava tanto! tanto disperatamente! Il fatto che

lei si degnava di uscire con lui, — con lui, Martin Eden, — lo faceva

delirare dalla gioia, d’una tale gioia, che gli pareva di non poter

meritarla se non morendo per lei. Come tutti i veri amanti, solo con

questo mezzo desiderava esprimerle la sua sovrumana riconoscenza. Morir

per lei non significava aver ben vissuto e bene amato? Aveva ventun

anni e amava per la prima volta. Gli pareva di venir meno, e la mano

tremava attaccando il ricevitore.

— È un appuntamento in città, eh!.... — malignò il cognato. — Si sa che

significa! È roba che va a finire davanti al giudice penale!

Ma Martin, tutto assorto nel suo sogno stellato, non gli dava ascolto.

La volgarità dell’allusione non gli giunse neppure all’orecchio; egli

si sentiva pari agli dei, e non avrebbe provato altro che una profonda

pietà per quel macaco, se l’avesse visto; ma i suoi occhi lo sfiorarono

senza neppure osservarlo, e sognava ancora, lasciando la camera per

andare a vestirsi. Soltanto nell’annodar la cravatta, il suo orecchio

percepì l’eco d’un suono sgradito, come una specie di russo col quale

Bernardo Higgiagbotham aveva sottolineato e punteggiato la frase.

Quando la porta d’ingresso della casa di Ruth si richiuse alle loro

spalle, ed essi scesero le scale, egli cominciò coll’essere alquanto

turbato. Non tutto era roseo in quella passeggiata improvvisata; egli

non sapeva esattamente che fare. Nelle vie aveva osservato che certe

donne davano il braccio agli uomini che le accompagnavano. Sì...

ma qualche volta esse non lo davano; egli si domandò se si offriva

il braccio soltanto la sera, oppure se quell’uso era riservato agli

sposi ed ai genitori. Proprio quand’era per giungere a un marciapiede

si ricordò di Minnie. Minnie sputava sentenze sempre, in tutto. La

seconda volta che essi erano usciti insieme essa l’aveva ripreso perchè

camminava dal lato interno, partendo dalla regola che il cavaliere

deve sempre procedere tenendosi all’esterno. E Minnie non mancava mai

di camminargli sulle calcagna ogni qualvolta attraversavano una via,

per ricordargli di cambiar lato. Egli si domandò dove lei poteva aver

imparato quelle regole, e se erano corrette.

In fin dei conti non rischiava nulla a tentare, si disse, quando giunse

al marciapiede, e, precipitandosi dietro Ruth, prese il suo posto

all’esterno. Ma ecco sorgere un altro problema; bisognava offrirle

il braccio? Questo caso non gli era capitato mai, giacchè le ragazze

ch’egli frequentava, non ne avevano l’abitudine. Le prime volte

procedevano a fianco a fianco; poi le braccia cingevano la vita, e le

teste s’appoggiavano sulla spalla dell’amante, nelle vie oscure. Questa

volta il caso era diverso: lei non era di quelle, bisognava inventare

un’altra cosa.

Egli incurvò il braccio molto lievemente, senza ostentazione, come se

fosse solito comportarsi così camminando. E... che cosa straordinaria

avvenne! Lei gli pose la mano sotto il braccio. Quel contatto lo fece

rabbrividire deliziosamente, così ch’egli credette per un momento

d’aver lasciato la terra su una nuvola magica. Ma vi ricadde subito,

tormentato da nuove complicazioni. Bisognava attraversar la via; egli

si sarebbe trovato quindi dalla parte esterna. Doveva svincolare

il braccio o offrirle l’altro? E in questo caso, ricominciava la

stessa manovra ogni volta? Problema insolubile, di cui decise di

non preoccuparsi poi tanto, Però, quando gli capitava di trovarsi

all’interno, per nascondere il disagio, parlava frettolosamente e

calorosamente, fingendo d’essere talmente assorto nell’argomento, che

se avesse compiuta una scorrettezza, doveva essergli perdonata a causa

dell’entusiasmo.

Attraversando Broadway, un altro problema gli si presentò: alla luce

viva dell’elettricità, egli scorse ad un tratto Lizzie Connolly

e la sua amica motteggiatrice. Egli esitò un attimo solo, poi

salutò. No, non avrebbe rinnegato la gente della sua razza! E il suo

saluto fu rivolto a tutti. Essa rispose con un cenno del capo, non

coll’espressione soave e gentile di Ruth, ma con lo sguardo profondo

e insistente dei suoi begli occhi duri; poi il suo sguardo passò da

lui su Ruth, scrutandone il viso, la veste, la condizione. Ed egli

osservò che Ruth l’avvolgeva a sua volta in uno sguardo rapido, timido

e dolce, ma critico: uno sguardo che sfiorava l’eleganza a buon mercato

dell’operaia, il cappellino eccentrico molto in voga, a quel tempo, fra

le operaie.

— Che bella ragazza! — disse Ruth, poco dopo.

Martin l’avrebbe benedetta per quella parola.

— Io non ne so niente, è questione di gusto, evidentemente, ma lei non

mi colpisce tanto per la bellezza.

— Come! poche donne hanno lineamenti regolari come i suoi, e

così belli. Il suo profilo è d’una purezza di cammeo. E ha occhi

meravigliosi.

— Le pare? — fece Martin con indifferenza; giacchè per lui non

esisteva altra bellezza al mondo se non quella che procedeva al suo

braccio. — Bisognerebbe insegnarle a parlare. Sono sicuro che lei non

comprenderebbe la quarta parte di ciò che essa dice.

— Quale idea! lei è ostinato come Arturo quando vuole aver ragione.

— Lei dimentica come parlavo quando l’ho conosciuta. Dopo, ho imparato;

ma prima parlavo come quella ragazza. Ora posso farmi capire abbastanza

nella sua lingua per dirle che lei non conosce l’altro linguaggio. Sa,

d’altra parte, perchè quella giovane si mantiene così? Prima, io non

pensavo a tutto ciò, ma ora comincio a capire tutte queste cose.

— E perchè, dunque?

— Perchè da anni lavora lunghe ore, attorno alle macchine. Quando si

è giovani, il corpo è malleabile, e il lavoro lo deforma secondo la

natura del lavoro. Io sono in grado d’indovinare, al primo sguardo,

il mestiere della maggior parte degli operai che incontro per le

strade. Guardi me: perchè le mie spalle ondeggiano? A causa degli

anni trascorsi in mare. Se fossi stato cow-boy durante tutto questo

questo, non ondeggerei con le spalle, ma avrei le gambe arcuate. Lo

stesso accade di quella ragazza. Ha osservato il suo sguardo così duro?

Nessuno l’ha curata; essa è cresciuta come ha potuto, e una ragazza

che non ha che se stessa per difesa, non può avere uno sguardo dolce,

gentile, come... come il suo, per esempio.

— Credo che abbia ragione, — mormorò Ruth. — È triste. Graziosa com’è!

Egli vide che gli occhi di lei erano illuminati di pietà, poi ricordò

che l’amava e si meravigliò ancora della fortuna che gli permetteva

di averla così al fianco. Quella sera, quand’egli fu in camera sua,

egli fece questo soliloquio, guardandosi nello specchio, lungamente,

curiosamente: «Chi sei tu? Donde vieni? In realtà tu appartieni alle

ragazze come Lizzie Connolly, alla legione delle lavoratrici, a tutto

quanto è basso, volgare e brutto. Tu sei della stessa specie del

bestiame e degli schiavi che vivono nelle immondizie e nel puzzo,

nel lezzo degli avanzi dei legumi, come questi (queste patate sono

putrefatte! Senti!... che orrore!) Eppure, tu osi aprire un libro,

ascoltare della musica meravigliosa; tu impari ad apprezzare la bella

pittura, a parlare un inglese corretto, a pensare come nessuno pensa

nel tuo ambiente, ad allontanarti dal bestiame e da Lizzie Connolly;

tu osi amare un’adorabile donna che vive a centomila leghe lontano da

te, fra le stelle. Chi sei, e che cosa sei?» Mostrò i pugni alla sua

figura riflessa, sedette sulla sponda del letto e incominciò a sognare

cogli occhi spalancati. Poi aprì taccuino e algebra e si perse nelle

equazioni. Le ore passarono, le stelle impallidirono e l’alba grigia

che appariva alla finestra lo sorprese ancora a tavolino.

Martin Eden(#73373) · 第 24 / 69 题