Non per dar retta a Olney, ma a dispetto di Ruth e persino del suo
amore per lei, egli decise finalmente di non imparare il latino.
C’erano tante altre cose, oltre il latino, tanti studî la cui
necessità era più imperiosa. E a lui bisognava scrivere, bisognava
guadagnar denaro. Non gli avevano accettato nulla ancora; due rotoli
di manoscritti facevano il giro delle riviste. Egli passava lunghe
ore nella sale di lettura, ripassando i libri altrui, criticandoli,
paragonandoli con i suoi lavori e cercando, cercando sempre il «trucco»
che aveva permesso a quegli scrittori di vendere la loro prosa. Come
facevano? L’enorme quantità di letteratura mummificata lo sorprendeva;
nessuna luce, nessun calore, nessuna vita l’animavano, eppure, si
vendeva, a due soldi la parola, a cento lire, mille! Gli annunzî dei
giornali lo dicevano. Egli era sorpreso del numero incalcolabile di
novelle leggermente e accortamente scritte, è vero, ma senza vitalità,
senza realtà. La vita era così strana, così meravigliosa, piena di
una tale immensità di problemi, di sogni e di tentativi eroici! Eppure
quelle storielle non trattavano d’altro che di banalità. Ma il peso,
la stretta della vita, con le sue febbri e le sue angosce e le sue
rivolte selvagge, bisognava trattare! Egli voleva cantare i cacciatori
di chimere, gli eterni amanti, i giganti che lottano tra dolore e
orrore, tra il terrore e il dramma, facendo scricchiolar la vita sotto
i loro sforzi disperati. Eppure, le novelle di quei giornali illustrati
sembravano compiacersi nel glorificare i Butler, tutti i sordidi
cacciatori di dollari e i volgari amorazzi della volgare piccola gente,
forse perchè gli editori stessi erano volgari? si domandò. O perchè la
vita faceva loro paura, paura a tutti, editori e lettori?
Era punto soprattutto dal fatto che non conosceva alcun editore,
alcuno scrittore, anzi, non conosceva nessuno che avesse tentato di
scrivere, che potesse consigliarlo, indicargli la via da seguire.
Finì col domandarsi se gli editori non fossero semplicemente le ruote
d’una macchina e non già degli esseri vivi. Ma sì, erano macchine
e nient’altro. Egli metteva tutta l’anima sua nei poemi, nelle sue
novelle o negli articoli che affidava a una macchina. Piegava i fogli,
li ficcava, con dei francobolli, in una grande busta, che suggellava,
affrancava e gettava tutto nella buca delle lettere. Dopo un giro sul
continente e un certo lasso di tempo, un fattorino gli riportava il
manoscritto in un’altra busta affrancata con gli stessi francobolli
mandati. Non c’era evidentemente alcun editore in carne ed ossa
dall’altra parte, ma un ingegnoso meccanismo che cambiava la busta al
manoscritto e l’affrancava tale quale quei distributori automatici
che, mediante due soldi, vi presentano, secondo la fessura dove li
avete introdotti, generalmente a caso, una tavoletta di cioccolatta o
una caramella di gomma. Il gettone di rifiuto integrava il paragone;
impresso a macchina. Ne aveva ricevuti a centinaia: se avesse ricevuto
almeno qualche rigo di risposta personale, il rifiuto gli sarebbe
dispiaciuto meno. Ma no, mai! Decisamente, non c’era alcuno dall’altra
parte, tranne il congegno bene oliato di una macchina meravigliosa.
Martin era un buon lottatore ostinato e coraggioso; egli avrebbe
continuato ad alimentare la macchina per anni ed anni, ma si
dissanguava completamente, e non era questione d’anni ma di settimane,
perchè si avverasse la fine del combattimento. Ogni otto giorni,
il conto della pensione e spesso l’affrancatura d’una quarantina di
manoscritti, lo avvicinavano alla rovina. Non comperava più libri e
faceva economia su tutto per ritardare la scadenza fatale; che però
anticipò di una settimana, dando a Marianna venticinque lire per
l’acquisto d’un vestito.
Senza consiglio, senza incoraggiamento, anzi profondamente scoraggiato,
egli lottava nella notte. La stessa Geltrude cominciava a guardarlo
di traverso. Dapprima, la sua tenerezza fraterna le aveva fatto
tollerare ciò che lei considerava come una stranezza di cervello; ora,
quel suo ticchio, la rendeva inquieta; le pareva che avesse un che di
folle. Martin lo sapeva e ne soffriva più che non soffrisse a causa
del disprezzo confesso e ostinato di Bernardo Higgingbotham. Eppure,
conservava la fede in se stesso; ma era il solo ad averla. Ruth non
ne aveva alcuna; essa augurava ch’egli continuasse gli studî e, senza
disapprovare apertamente i suoi scritti, non l’incoraggiava.
Egli non le aveva chiesto il permesso di farle vedere i suoi lavori,
per una discrezione eccessiva. D’altra parte, poichè lei lavorava molto
all’Università, gli ripugnava di farle perdere tempo. Ma, quando essa
ebbe sostenuti gli esami di diploma, con buon esito, fu lei stessa
a chiedergli di farle vedere qualche lavoro. Martin ebbe un accesso
di gioia e di ansia, insieme. Ecco finalmente un giudice! Essa era
laureata in lettere, aveva studiato la letteratura con dotti professori
e l’avrebbe trattato diversamente dagli editori. Forse questi erano
buoni critici, ma Ruth, se non altro, non gli avrebbe porto un rifiuto
stereotipato, se l’opera non le fosse piaciuta, pur riconoscendogli
magari un certo merito. Essa, infine, si sarebbe espressa in modo vivo
e gaio e, cosa più importante di tutte, avrebbe conosciuto il vero
Martin Eden. Avrebbe visto, lei, di che natura ne fossero il cuore e
l’anima, e sarebbe riuscita forse a capire qualche cosa, un tantino
tantino delle sue aspirazioni e della sua forza di volontà.
Martin scelse un certo numero delle sue novelle, poi, dopo un attimo
d’incertezza, aggiunse ad esse i «Poemi del Mare».
Un pomeriggio d’autunno, sul tardi, andarono a fare un giro in
bicicletta dalla parte delle colline. Era la seconda volta ch’egli
usciva solo con lei, e mentre essi pedalavano insieme, sventolati da
una brezza tiepida e salmastra, egli si disse che veramente il mondo
era bello e ordinato e che era un godimento vivere ed amare.
Scesero dalle loro macchine sui margini della strada, e s’arrampicarono
in cima a un poggetto dove l’erba bruciata dal sole aveva un odore
delizioso e riposante di messe matura.
— Il suo compito è finito, — disse Martin quando si furono collocati,
lei sul suo soprabito, lui disteso sulla terra tiepida, respirando
voluttuosamente l’odore soave dell’erba. — Non ha più ragion
d’essere, e quindi ha cessato d’esistere, — proseguì egli accarezzando
amichevolmente l’erba appassita. — Piena d’ambizione, essa è cresciuta
sotto le lunghe tempeste dell’ultimo inverno, ha lottato contro la
violenza della primavera, è fiorita d’estate seducendo api e altri
insetti, ha affidato al vento il suo seme, ha lottato con la vita e...
— Perchè analizzare sempre tutto in modo così terribile? — interruppe
lei.
— Perchè ho studiato l’evoluzione della materia, credo. Da poco tempo
ho degli occhi, insomma.
— Ma mi sembra che lei perda il senso della bellezza, in questo modo;
che la distrugga, come i bambini quando prendono le farfalle e ne
sciupano il velluto delle ali lucenti.
Egli scosse negativamente il capo.
— Sinchè ignoravo il significato della bellezza, che però s’imponeva
a me, senza che io ne capissi il come e il perchè. Ora comincio a
sapere. Quest’erba, ora che so perchè è erba, e come è diventata tale,
mi sembra più bella. E come! Ma è tutto un romanzo la storia del minimo
filo d’erba, e un romanzo d’avventure! La sola idea di ciò mi commuove.
Quando io rifletto a tutto questo dramma della forza e della materia,
e alla loro formidabile lotta, mi viene voglia di scrivere l’epopea del
filo d’erba!
— Come parla bene! — disse lei, con aria assente; ed egli osservò che
lei lo guardava con attenzione.
Era tale la confusione, ch’egli arrossì sino ai capelli.
— Spero di far progresso, — balbettò. — C’è tante cose in me che vorrei
dire! Ma non posso riuscirvi. Mi sembra a volte che l’universo intero
abiti in me e m’abbia scelto per cantarlo.
Sento — ah! non posso descriverglielo!... — sento la grandezza di tutto
ciò, e non posso far altro che balbettare come un neonato. È un compito
grandioso esprimere sentimenti e sensazioni con parole scritte o
parlate, che daranno a colui che ascolta o legge la stessa impressione
che n’ebbe il creatore. Guardi! io affondo la mia faccia nell’erba, e
l’odore che aspirano le mie narici evoca in me mille pensieri, mille
sogni. È il respiro dell’universo che ho respirato, la sua canzone e il
suo riso, il suo dolore, le sue lacrime, la sua lotta e la sua morte.
Mi piacerebbe dirle, dire a lei, all’umanità tutta quanta, le visioni
evocate in me da questo odor d’erba.... Ma come potrei? La mia lingua è
legata! Ho cercato di descriverle ciò che evocava in me questo profumo,
e non ho fatto altro che farfugliare pietosamente. Oh! — e fece un
gesto disperato, — è impossibile! impossibile!
— Ma lei parla benissimo, — insistè Ruth. — Guardi quanto progresso
ha fatto dacchè la conosco! Il signor Butler è un oratore notevole;
il Comitato di cui fa parte lo prega sempre di parlare nelle riunioni
pubbliche durante la lotta elettorale. Eppure, lei parla non meno
bene di lui; soltanto, lui ha più sangue freddo. Lei, lei si eccita
troppo; col tempo si modererà. Dio mio! sa che sarebbe un buon oratore?
Lei farebbe molta strada se volesse. Avrebbe dell’autorità di cui si
saprebbe servire per condurre gli uomini: lei può riuscire in tutto
ciò che vuole, se lo fa con passione come ha fatto lo studio della
grammatica. Perchè non diventare avvocato? o uomo politico? Chi
le impedisce di diventare un secondo signor Butler?... dispepsia a
parte!... — aggiunse lei sorridendo.
Chiacchierarono: lei come al solito, mite e testarda, ritornando
sempre all’idea dell’importanza di una solida base di studî e dei
vantaggi del latino come materia fondamentale di qualsiasi carriera.
Essa delineò l’uomo arrivato, un che di misto fra suo padre ed il
signor Butler, ed egli ascoltò appassionatamente, disteso sul dorso,
guardandola, godendosi il minimo movimento delle labbra di lei. Ma il
suo cervello era soltanto vagamente attento; nulla, nei campioni che
essa gli mostrava, l’attirava; ed egli risentiva nell’ascoltarla una
specie di delusione dolorosa; il suo amore ne era esasperato sino alla
sofferenza. In tutto ciò che lei diceva non entravano i suoi lavori; e
i manoscritti ch’egli aveva portati giacevano a terra, dimenticati.
Finalmente, durante una pausa, egli guardò il sole come per misurarne
l’altezza sull’orizzonte, e il gesto ch’egli fece raccogliendo i suoi
manoscritti richiamò il loro ricordo.
— Avevo dimenticato, — disse lei pronta. — E dire che sono tanto
impaziente di ascoltare!
Egli le lesse dapprima una novella che gli piaceva più di tutte le
altre; era intitolata «Il Vino della Vita», e l’ebbrezza che gli era
salita al cervello scrivendola, l’invase, nel rileggerla. La concezione
era originale; egli l’aveva adornata di frasi colorate e d’immagini
luminose. Trascinato dall’ardore della concezione originaria, egli
non s’accorgeva nè degli errori nè delle lacune. Ma lo stesso non
accadeva a Ruth; il suo orecchio esercitato rilevava le debolezze e
le esagerazioni, l’enfasi del novizio, la mancanza di ritmo, oppure
la forma troppo infiorettata. Insomma, era il lavoro d’un dilettante.
Ma lei, anzichè dirgli questo, si limitò, quand’egli ebbe finito la
lettura, a criticare alcuni difetti lievi, dichiarò che la storia le
piaceva.
Come ne rimase deluso! Le sue critiche erano giuste; ed egli lo
confessò a se stesso, pur dicendosi che egli non le leggeva il
lavoro al solo scopo di farselo correggere, come uno scolaretto. Che
importavano i particolari? Avrebbe imparato da sè a correggerli.
L’importante era questo: egli aveva tratto dalla vita una cosa grande
che aveva tentato di racchiudere in quel racconto; era riuscito o no
a fargliela vedere come i suoi occhi l’avevano vista? Il suo cervello
l’aveva compreso, il suo cuore l’aveva sentita?... Giudicò che non
era riuscito. Forse gli editori avevano ragione. Egli dissimulò il
suo cruccio, e fu talmente d’accordo con quelle critiche, che lei non
potè immaginare la profonda delusione che egli ne provava in fondo
all’anima.
— Questo l’ho intitolato «La Marmitta» — diss’egli spiegando un
altro manoscritto, — Quattro o cinque giornali illustrati l’hanno già
rifiutato, ma io credo però che non sia mal fatto. In realtà, non so
che cosa pensarne di preciso: mi sembra originale... Ma forse lei non
sarà dello stesso parere. È breve: di duemila parole soltanto.
— Che spaventevole cosa! — esclamò lei, quando fu terminata la lettura.
— È orribile oltre ogni dire!
Con una segreta soddisfazione, egli ne osservò il pallore, lo sguardo
teso e dilatato, le mani contratte. Egli era dunque riuscito a
comunicarle ciò che esso risentiva. Aveva fatto colpo. Che le fosse
piaciuto o no, era un’altra faccenda; certo, lei era rimasta colpita,
afflitta; questa volta non avrebbe badato a particolari.
— È la vita, — disse lui; — e la vita non sempre è bella. Eppure, sarà
perchè sono fatto in modo strano! Trovo qui dentro qualche cosa di
splendido. Mi sembra proprio che la...
— Ma perchè quella disgraziata donna non ha... — e s’interruppe
disorientata. — Poi riprese indignata: — Oh! quanto pervertimento!
quanta infamia! che brutture!... quanta villania!
Là per là, gli parve che il cuore cessasse di battere. «Villania»!:
egli non se l’aspettava; tutta la novella gli parve scritta in lettere
di fuoco, ed egli vi cercò invano qualche cosa che esprimesse bruttura.
Poi l’angoscia cessò; non ne aveva colpa. Intanto Ruth aveva ripreso:
— Perchè non scegliere un bell’argomento? Noi tutti sappiamo che nel
mondo vi sono delle cose brutte, ma questa non è una ragione...
Essa seguitava a sfogare la sua indignazione, ma egli non l’ascoltava
più; sorridendo in se stesso, egli le guardava il viso virgineo
d’una purezza così viva che gli pareva che penetrasse in lui, e lo
illuminasse d’un raggio fresco, soave, limpido come una luce stellare.
«Tutti sappiamo che vi sono delle cose brutte nel mondo». Egli immaginò
ciò che lei potesse, suppergiù, sapere, ed ebbe voglia di ridere, come
d’uno scherzo. Poi, ad un tratto, sospirò pensando all’immensità delle
cose «brutte» che aveva conosciute, studiate, e le perdonò di non
aver capito nulla di quel racconto. Non era colpa sua. E ringraziò Dio
d’averne così protetto il candore. Ma egli che conosceva la vita, nelle
sue brutture e nella sua bellezza, nella sua grandezza, a dispetto del
fango che la insudiciava, per Dio! l’avrebbe espressa qual era. I santi
del paradiso possono veder altro se non bellezza, purezza? Ma dei santi
in mezzo al fango, ecco il miracolo eterno! Ecco ciò che dà valore alla
vita! Veder la grandezza morale svincolarsi dal fango; intravvedere la
bellezza attraverso una cortina di fango; poi, a poco a poco, sorgente
dall’abisso d’incoscienza, di vizio, vederla salire, aumentar di forza,
verità, splendore.
Egli afferrò a volo una delle critiche di lei.
— Il diapason di tutto ciò è basso. E vi sono tante cose elevate! Per
esempio! «In memoriam».
Egli ebbe voglia di suggerirle «Locksley Hall», e l’avrebbe fatto se,
guardandola nuovamente, non l’avesse meravigliato questo fatto strano:
Ruth, la donna della sua razza, era uscita dal fermento originario;
era salita, larva informe, rampicante, lungo la scala infinita delle
incarnazioni successive, durante migliaia e migliaia di secoli, per
arrivare finalmente in cima e diventare quella Ruth tanto bella e pura,
quasi divina, la Ruth che gli aveva fatto conoscere l’amore e aveva
fatto aspirare alla purezza, alla divinità un uomo come lui, Martin
Eden, uscito anch’esso dagli abissi senza fondo della creazione. Ecco
una cosa romanzesca, fantastica, sovrannaturale! Ecco ciò che bisognava
scrivere, se avesse potuto trovare parole tanto belle!
I santi del paradiso?! Non erano altro che santi, in fondo, incapaci di
cavarsela! Ma lui era un uomo!
Egli udì che lei diceva:
— Lei ha della potenza; ma della potenza non regolata.
— Un toro in un negozio di porcellane! — suggerì lui. Un sorriso gli
rispose.
— E bisogna acquistar discernimento, gusto, finezza, senso di misura.
— Ho troppa audacia, — mormorò lui.
Ella approvò con un sorriso e si riadagiò in attesa d’un nuovo racconto.
— Io non so che penserà di questo, — diss’egli scusandosi. — È una
cosa bizzarra: temo d’aver sorpassato le mie forze, ma l’intenzione
era buona. Non si fermi sui particolari, ma cerchi di afferrarne il
sentimento, che ha della grandezza e della verità. Può darsi il caso,
disgraziatamente, che non sia riuscito a rappresentarli.
Egli lesse, spiando il volto di lei. Finalmente aveva raggiunto lo
scopo. Immobile, senza distogliere lo sguardo, respirando a stento,
egli la credette presa, incatenata dalla magìa della sua evocazione.
Quella storia si chiamava «Avventura» ed era l’apoteosi dell’avventura,
non già della banale avventura dei libri d’immagini, ma della vera
avventura infedele e capricciosa, — guida feroce, formidabile nelle
sue punizioni e formidabile nelle sue ricompense, — quella che esige
una terribile pazienza e la fatica che uccide, che offre un trionfo
soleggiato o la morte lugubre dopo la fame e i deliri angosciosi della
febbre tra sudore, sangue e putredine, quella che conduce, tra ignobili
confronti, alle cime magnifiche e al dominio del mondo.
Egli aveva messo tutto questo e di più, in quella storia, e credette
che lei la comprendesse. Con gli occhi dilatati, e un rossore che
le si diffondeva per le gote pallide, essa ascoltava un po’ ansante,
veramente appassionata. Ma non era la storia ad appassionarla: era lui.
Di quel racconto lei non pensava gran che, ma risentiva la volontà di
Martin, la sovrabbondanza della sua forza, come una festuca di paglia è
trascinata e travolta da un torrente. Quando proprio credeva di essere
trascinata da quel racconto, era in realtà trascinata da una cosa
totalmente diversa, da un’idea insensata, pericolosa, quale le appariva
a un tratto nella mente. S’era sorpresa nel pensiero del matrimonio;
e, cosa orribile, s’era compiaciuta di quell’idea, l’aveva accarezzata
ardentemente. Era indegno di lei. Sino ad allora, lei aveva vissuto
nel paese dei sogni poetici di Tennyson, inaccessibile persino alle sue
delicate allusioni alla materialità possibile nei rapporti fra regine e
cavalieri. Lei dormiva nel suo castello incantato, ed ecco che la vita
batteva imperiosamente alla porta. Esitante fra il timore e l’istinto
di donna essa era combattuta fra il desiderio di sprangare quella porta
e la voglia di spalancarla per far entrare il visitatore ignoto.
Martin attendeva il verdetto con una certa soddisfazione. Egli lo
conosceva già; pure, fu sorpreso quando la udì che diceva:
— È bello....
— È bellissimo. — ripetè lei con enfasi, dopo un silenzio.
Sì, era bello; ma lì dentro c’era più che la bellezza; c’era qualche
cosa di superiore e di più penetrante. Bocconi sull’erba, silenzioso,
egli sentiva salire davanti ai suoi occhi l’orribile visione di un
gran dubbio. Non era riuscito; non aveva saputo esprimere una cosa
ammirevole e sentita.
— Che ne pensa del... — Egli si fermò, esitante nell’uso d’una parola
nuova. — Del... motivo?
— È confuso, — rispose lei. — È questo il solo punto critico,
generalmente parlando. Io ho seguito la trama, ma, vede, il racconto
è troppo verboso. Lei soffoca l’azione introducendo particolari
superflui.
— Io parlo del motivo principale, — si affrettò ad aggiungere lui,
— del grande motivo cosmico ed universale. Ho cercato d’impedire che
sorpassasse il racconto stesso, che non è altro che un pretesto, ma,
senza dubbio non ho potuto trattarlo come si doveva. Non son riuscito
a suggerire ciò che volevo. Sarà per un’altra volta. — Lei non lo
seguiva; era laureata in lettere, ma egli l’aveva sorpassata; e lei non
l’immaginava neppure, attribuendo la sua incomprensione all’incoerenza
di Martin.
— Manca di concisione, — disse lei, — ma a tratti è molto bello.
La sua voce gli giunse vagamente, giacchè egli si stava domandando
se era il caso di leggere i «Poemi del Mare». Egli rimaneva là,
scoraggiato, mentre lei l’osservava, turbata dalle sue idee di
matrimonio.
— Lei vuol diventare celebre? — interrogò bruscamente.
— Sì, — confessò lui. — Questo fa parte dell’avventura. Ma non tanto
l’essere celebre, quanto il modo di riuscire importa. In fondo, per me,
la celebrità non è che un mezzo per giungere ad altro. Io desidero di
essere celebre, anche per... esserlo. — Stava per aggiungere «anche per
lei», e l’avrebbe fatto se lei avesse mostrato entusiasmo per le sue
opere.
Ma lei era troppo occupata a scegliergli una carriera possibile, perchè
le venisse in mente di domandargli la ragione del suo «anche».
La letteratura non era cosa per lui; n’era convinta. Egli l’aveva
provato poco prima, con la sua prosa dilettantesca, da collegiale.
Certo, egli parlava bene, ma non sapeva esprimersi letterariamente.
Essa lo paragonava a Tennyson, a Browning e ad altri prosatori
prediletti, e le apparve assolutamente inferiore. Pure, non gli disse
apertamente il suo pensiero, giacchè lo strano interesse ch’egli
suscitava in lei la induceva a temporeggiare. Il suo desiderio di
scrivere non era altro, in sostanza, che una piccola debolezza, che gli
sarebbe passata, col tempo. Egli si sarebbe dedicato allora a faccende
più serie, n’era sicura. Con quella forza di volontà, non poteva non
riuscire.... se però avesse cessato di scrivere.
— Vorrei che lei mi facesse vedere tutto ciò che scrive, signor Eden, —
disse lei.
Egli arrossì di piacere; sicuramente lei s’interessava a ciò che egli
faceva, perchè non solo non gli aveva dato delle ripulse stenografate,
ma aveva trovato belle certe parti dell’opera sua, dandogli così il
primo incoraggiamento.
— Lo farò. — disse lui ardentemente. — E le prometto, signorina Morse,
che giungerò al successo. Ho progredito, lo so, e ho ancora molta
strada da percorrere e la farò magari in ginocchio. — Egli le mostrò un
fascio di manoscritti. — Ecco i «Poemi del Mare». Quando lei tornerà a
casa, glieli lascerò, perchè possa leggerli con comodo. Soprattutto mi
dica la sua impressione. Io ho bisogno soprattutto di sentir la voce
della critica. La prego, sia sincera!
— Sarò assolutamente sincera. — promise lei, pensando, con una specie
di disagio, che non lo era stata quella sera e forse non lo sarebbe
neppure un’altra volta.