CAPITOLO XI.

Martin si rimise a lavorare attorno all’articolo «I Pescatori di

perle», che avrebbe finito più presto se non l’avesse interrotto

frequentemente con i suoi saggi di poesia. I suoi versi erano,

s’intende, versi d’amore, ispirati da Ruth, e mai finiti. Non è

possibile, infatti, imparare in un giorno a cantare un così nobile

argomento. Già, per se stessi, ritmo, metrica e forma erano una

faccenda seria, senza dire che c’era inoltre una cosa intangibile,

impalpabile, che si sente in ogni bel poema e che egli non riusciva ad

afferrare. Era l’inafferrabile spirito della poesia stessa che non si

lasciava imprigionare. Egli se lo sentiva attorno come un fuoco fatuo,

come un calmo e molle vapore, a portata di mano, eppure fuori della

presa. Talvolta egli ne afferrava qualche lembo, uno strascico di nube,

e ne riteneva frasi che gli cantavano nel cervello e svanivano come

nebbia leggera. Era scoraggiante; egli era tormentato dal desiderio

di esprimersi liricamente, e non riusciva ad altro che a farfugliare

prosaicamente, come tutti! Lesse ad alta voce i suoi saggi: i versi

avevano il numero di sillabe voluto, le rime erano impeccabili, ma

l’ispirazione, il colpo d’ala mancavano. C’era da non raccapezzarcisi,

e così, stanco, disperato, depresso, vinto, egli si rimise attorno al

suo articolo. Certamente la prosa era più facile a trattare. Dopo «I

Pescatori di perle», scrisse un articolo sulla carriera del marinaio,

un altro sulla caccia alla tartaruga, e un terzo sugli alisei del

nord-est. Poi, per esercitarsi, tutta una breve novella e, giacchè

ci s’era messo, ne fece altre sei, ch’egli spedì a parecchi giornali

illustrati.

Scriveva senza tregua, dalla mattina alla sera, sino a notte tarda,

interrompendosi soltanto per recarsi in biblioteca a prendere dei libri

di abbonamento, o per vedere Ruth. Era profondamente felice; la vita

gli appariva intensa e bella. La sua febbre d’entusiasmo non cessò mai,

giacchè l’ebbrezza creatrice degli dei era in lui. Il mondo esterno,

il tanfo dei legumi putrefatti e di liscivia, l’aspetto rilassato di

sua sorella e la faccia ironica del signor Higgingbotham non erano

altro che un sogno. Il mondo vero era quello del suo cervello, e le

storie che scriveva erano la sola realtà possibile. I giorni erano

brevi. Voleva studiare tante cose! Non dormì più di cinque ore, che

gli parvero anche troppe, così che cercò di lesinare una mezz’oretta,

ma fu costretto, con suo gran rammarico, a ritornare alle cinque ore.

Egli cessava di scrivere per studiare, con rimpianto, e con rimpianto

cessava di studiare per andare in biblioteca, o si strappava di là,

dalla sala di lettura piena di opere di quegli scrittori fortunati

ch’erano riusciti a collocare la loro merce. Era un crepacuore, quando,

in casa di Ruth, bisognava alzarsi e andar via, ed egli galoppava

lungo le tetre viuzze per ritrovare il più presto possibile i suoi

cari volumi. Il più duro per lui era quando doveva chiudere i libri

di fisica e d’algebra, ordinare taccuino e matita e chiudere gli occhi

per addormentarsi. Egli odiava l’idea che cessava di vivere, sia pure

per poco tempo, e si consolava soltanto al pensiero che avrebbe udito

la sveglia cinque ore dopo. In somma, perdeva soltanto cinque ore, poi

la suoneria lo avrebbe fatto balzare, togliendolo dall’incoscienza

e avrebbe avuto nuovamente davanti a sè un’ammirevole giornata di

diciotto ore. Con tutto ciò, passavano le settimane e il denaro anche,

e non c’erano introiti. Un mese dopo l’invio al _Compagno della

Gioventù_, il seguito delle avventure per bambini gli fu rimandato

con parole di rifiuto così cortesi e accorte, ch’egli non provò

risentimento verso l’editore. Ma non accadde lo stesso con l’editore

della _Rivista di San Francisco_. Dopo avere atteso due settimane,

Martin gli aveva scritto. Ricominciò otto giorni dopo. Alla fine del

mese, andò a San Francisco, dall’editore, ma senza poter parlar con

questo autorevole personaggio, a causa d’un cerbero d’una dozzina

d’anni, dai capelli color carota, che custodiva la porta. Al termine

della quinta settimana, il manoscritto gli fu restituito per mezzo

della posta, senza commenti, senza spiegazioni, senza nulla. Gli altri

articoli gli furono rimandati nello stesso modo. Egli allora li spedì

immediatamente ad altri giornali illustrati dell’est, questa volta, che

li rinviarono rapidamente, accompagnandoli sempre con frasi di rifiuto,

stampate. Anche le novelle gli furono respinte. Egli le rilesse

parecchie volte e gli parvero ben fatte, così che non potè capire

la ragione del rinvio, sino al giorno in cui lesse in un giornale

che i manoscritti dovevano essere sempre scritti a macchina. Ecco la

spiegazione di tutto! S’intendeva che gli editori erano troppo occupati

per perdere il tempo a decifrare degli scritti. Martin noleggiò subito

una macchina da scrivere e possò un giorno a imparare a servirsene.

Tutti i giorni copiava l’ultima composizione e ricopiava i manoscritti

a mano a mano che glieli rimandavano. Fu stupito il giorno in cui

cominciarono a ritornare anche i manoscritti dattilografati. Egli

strinse le mascelle, sporse un po’ il mento, aggressivamente, e mandò i

manoscritti ad altri editori.

Giunse allora a domandarsi se era in grado di giudicare le proprie

opere, e le lesse a Geltrude, che lo guardò con occhi lucidi di

orgoglio e dichiarò:

— Eppure, è bello sapere scrivere delle cose come queste!

— Sì, sì, — fece lui, con impazienza. — Ma la storia? Come ti pare?

— Magnifica, assolutamente magnifica. E interessante anche. N’ero tutta

sconvolta.

Egli osservò che lei non esprimeva il suo pensiero; la sua buona faccia

era perplessa, ed egli attese.

— Ma di’, Martin, — fece lei dopo una lunga esitazione, — come

finisce?... Questo giovanotto così _poseur_ l’ha conquistata

insomma?...

Egli le spiegò la fine, che, pure, egli credeva così chiara, e

artisticamente curata. Allora lei dichiarò:

— Questo volevo sapere! Perchè non l’hai raccontato così nella storia?

Dopo aver letto un certo numero delle sue elucubrazioni, egli fu almeno

certo d’una cosa: che a lei piaceva il lieto finale.

— Questa storia è assolutamente magnifica, — fece lei, raddrizzando,

con un sospiro di stanchezza, il suo corpo pesante, curvo sulla tavola

da strofinare i panni, asciugando col dorso della mano rossa la fronte

che le sudava. — Ma mi fa diventare triste. Ho voglia di piangere. Ci

sono cose tristi nella vita, vedi, e io preferisco le storie allegre

che mi fanno ridere. Se l’avesse sposato, è vero?... e... Questo non

ti fa dispiacere, Mart? — interrogò lei, preoccupata. — Io ho questa

idea perchè sono stanca, credo. Ma, pure, la tua storia è splendida lo

stesso, molto splendida. Dove vai a venderla?

— Quanto a questo, è un altro paio di maniche, — fece lui ridendo.

— Ma se la vendi, quanto pigli?

— Oh! cinquecento lire, per lo meno, dato il valore di queste cose.

— Dio! spero che la venderai!

— Sono guadagnate facilmente, eh! — e aggiunse con orgoglio: — L’ho

scritta in due giorni, guadagnando così duecentocinquanta lire al

giorno.

Egli moriva dalla voglia di leggere la sua letteratura a Ruth, ma non

osò. Decise d’aspettare che uno dei suoi racconti fosse pubblicato;

allora lei avrebbe capito la ragione della sua ostinazione a scrivere.

E, aspettando quel momento, seguitò a lavorare con accanimento. Mai

il suo spirito avventuroso s’era lanciato con tanta passione in ciò

ch’egli chiamava l’esplorazione del suo cervello.

Comperò libri di fisica e di chimica e, con l’aiuto dell’algebra,

s’immerse in problemi e dimostrazioni. La sua intensa potenza

d’immaginazione gli permetteva di comprendere le reazioni chimiche

senza vederne fare la prova, più facilmente della media degli

studenti che vanno al laboratorio. Martin proseguì da solo il cammino

attraverso pesanti testi di scienza, entusiasmato dalle spiegazioni

circa la natura delle cose, che trovava in essi. Prima accettava il

mondo qual era, senza cercare più lontano; egli ne comprendeva ora il

gioco e le correnti contrarie della forza e della materia. Soluzioni

spontanee sorsero nella sua mente, su tanti piccoli particolari del

suo mestiere di un tempo; le leggi della navigazione, secondo le

quali le navi seguono infallibilmente la loro via attraverso l’oceano

sconfinato, gli furono spiegate, come pure i misteri degli elementi;

ed egli si domandò se non avesse scritto, disgraziatamente, troppo

presto l’articolo sui venti alisei del nord-est. Comunque, comprese

che l’avrebbe fatto meglio, ora. Un pomeriggio, Arturo lo condusse

all’Università californiana, dove, trattenendo il respiro, e con un

rispetto quasi religioso, egli visitò i laboratori, fu presente a

delle prove e alla lezione di fisica d’un professore. Ma nulla gli

faceva trascurare lo scrivere. Un torrente di novelle scorse dalla sua

penna, ed egli si lanciò nei versi più facili, del genere di quelli

che vedeva nei giornali illustrati. Intanto, una tragedia in versi

liberi gli torturava il cervello; gli faceva perdere due settimane,

giacchè gli fu rimandata da una mezza dozzina di giornali, con una

celerità che lo sorprese. Poi scoprì Henley, il che gli fece scrivere

una serie di poemi marinari sul tipo delle «Impressioni d’ospedale»;

dei poemi semplici e romanzeschi, pieni di luce, di calore e d’azione,

ch’egli chiamò «Poemi del mare» e giudicò migliori di tutto quanto

aveva scritto precedentemente. Erano trenta, ed egli li terminò in un

mese, scrivendone uno al giorno, dopo aver finito il lavoro quotidiano,

che equivaleva a una settimana di lavoro d’uno scrittore comune. Il

lavoro non gli costava sforzo; per lui non era lavoro; egli non faceva

altro che dare semplicemente libero sfogo al tesoro di bellezza e

di meraviglia che, durante lunghi anni, le sue labbra suggellate non

avevano saputo esprimere.

I suoi «Poemi del mare» non furono fatti vedere a nessuno, neppure

agli editori, dei quali egli, d’altra parte, cominciava a diffidare.

Ma non era la diffidenza a impedirgli di sottoporre al loro giudizio i

«Poemi del Mare»: questi gli piacevano tanto, che sentiva il desiderio

di tenerli segreti, sino al giorno glorioso, lontano, purtroppo!,

in cui avrebbe osato farne partecipe la bellezza di Ruth. Li serbò

dunque per sè, rileggendoli ad alta voce, imparandoli a memoria. Egli

viveva intensamente le ore di veglia e le ore del sonno; anche queste,

giacchè la sua mente soggettiva, durante quelle cinque ore di tregua,

trasformava i pensieri e gli avvenimenti del giorno in grottesche

e fantastiche avventure. In realtà, egli non riposava mai; un

temperamento meno solido e un cervello meno equilibrato non avrebbero

resistito. Le visite del pomeriggio a Ruth erano rare, ora, giacchè

si approssimava il giugno e lei doveva sostenere gli esami di laurea

all’università. «Laureata in lettere». Sembrava che lei s’involasse a

lontananze tali, che non avrebbe potuto mai raggiungerla.

Essa gli concedeva un pomeriggio la settimana, ed egli, siccome andava

tardi, rimaneva di solito a pranzo; poi lei suonava della musica.

Egli segnava quel giorno con bianca pietra. L’ambiente della casa che

contrastava tanto con quella dove egli viveva, e la sola presenza

di Ruth, radicavano in lui, ogni volta più solidamente, la volontà

di salire in alto. Superiore al desiderio imperioso di creare della

bellezza era in lui il desiderio di conquistarla in una gran lotta.

Era un amante dell’amore, e la magnifica avventura della sua anima gli

sembrava più miracolosa di quella del cervello. La genesi del mondo era

per lui un miracolo minore della presenza di Ruth nel mondo. Per lui

nulla era così sorprendente, inaudito, come Ruth.

Intanto la distanza che li separava seguitava a opprimerlo. Come

superarla? Nel suo ambiente egli aveva avuto molti buoni successi

con le donne, senza affezionarsi mai particolarmente ad alcuna, ma

amava Ruth, e la considerava non solo come una creatura d’una classe

superiore, ma come un essere particolare, talmente singolare, che

ignorava il modo di poterla avvicinare. Pure, più si educava, e più le

si accostava, parlando lo stesso linguaggio, comunicando con le stesse

idee e con gli stessi godimenti intellettuali. Ma nulla di tutto ciò

riusciva a soddisfare la nostalgia del suo cuore. La sua immaginazione

d’innamorato l’aveva fatta diventare troppo ideale, perchè potesse

sognare d’accostarsi a lei altrimenti che con lo spirito. Il suo stesso

amore lo allontanava da lei e glielo rendeva inafferrabile; l’amore

stesso gli rifiutava la sola cosa ch’egli desiderasse.

E un bel giorno, bruscamente, fu lanciato un ponticello sull’abisso,

che, sebbene continuasse a esistere, divenne meno ampio. Avevano

mangiato delle ciliege nere e lucenti, dal succo color di vino nero.

Dopo, mentre lei leggeva un brano della «_Principessa_«, egli osservò

che le ciliege le avevano macchiate le labbra. In un momento, là

per là, la sua essenza divina svaporò. Lei era fatta d’argilla,

in sostanza, come lui, come tutti! Le sue labbra erano d’una carne

simile alla sua poichè il sangue delle ciliege le avevano macchiate

ugualmente. Lei era donna interamente, come tutte le donne! Questa

rivelazione lo sbalordì. Gli sembrò che il sole morisse nel cielo, che

pure le stelle si spegnessero.

Quindi egli si rese conto del significato di ciò, e il suo cuore si

mise a danzare, ed egli pensò a far la corte a quella donna, giacchè

era, non già un puro spirito, ma una semplice donna le cui labbra

potevano essere macchiate dalle ciliege. L’audacia di questo pensiero

lo fece tremare, ma l’anima sua cantava lietamente, e il buon senso,

trionfalmente, proclamava che egli aveva ragione. Ruth dovette sentire

un po’ questo cambiamento che s’operava in lui, giacchè interruppe

la lettura, lo guardò e sorrise. Gli occhi di Martin scivolarono dai

suoi occhi turchini alle labbra, e la vista del loro colore purpureo

e sanguinoso gli fece perdere la testa. Mancò poco che non aprisse

le braccia e le richiudesse su di lei, come faceva un tempo, al

tempo della sua vita sregolata! Essa si chinava su di lui e sembrava

attendere... Con uno sforzo di tutta la sua volontà egli si frenò.

— Lei non ha sentito neppure una parola! — fece lei, con voce

imbronciata. Poi diede in uno scroscio di risa, rapita dalla sua

confusione, e quand’egli la guardò negli occhi, vide che lei non aveva

indovinato nulla di quanto era accaduto in lui. Allora ebbe vergogna:

veramente il suo pensiero era andato troppo oltre. Tutte le donne

ch’egli aveva conosciuto si sarebbero accorte della cosa. Ed ecco la

diversità fra loro e Ruth: Ruth non aveva capito nulla.

Egli fu nuovamente desolato della sua grossolanità, religiosamente

commosso dall’innocenza squisita di Ruth, e si ritrovò all’altra sponda

dell’abisso. Il ponticello era stato rotto.

Però quell’incidente li accostò. Quand’egli si sentiva particolarmente

scoraggiato, il ricordo di quel minuto gli tornava alla mente, ed

egli lo gustava avidamente. Sì, l’abisso era meno profondo; egli aveva

compiuto quel giorno una cosa molto più difficile dell’addottoramento

in lettere e di tutti i dottorati del mondo. Essa era pura, divinamente

pura, è vero, ma... delle ciliege avevano macchiato le sue labbra. Lei

era soggetta alle leggi dell’universo, inesorabilmente, tale quale lui.

Bisognava che mangiasse per vivere, e quando si bagnava i piedi, si

buscava un raffreddore. Ma la questione non era lì. Se lei risentiva

gli stimoli della fame, della sete e del freddo, poteva ugualmente

risentire quelli dell’amore, dell’amore per un uomo. E perchè non

poteva essere lui quell’uomo?... «Questo dipende da me, — mormorò

Martin con fervore. — Io voglio essere quest’uomo. Sarò quest’uomo!»

Martin Eden(#73373) · 第 23 / 69 题