Passarono parecchie settimane, durante le quali Martin Eden s’applicò
alla grammatica, ripassò il libro delle buone maniere e divorò i volumi
che lo attraevano. Non vide nessuno del suo ambiente. I frequentatori
assidui del Club del Loto si domandavano che cosa gli fosse accaduto,
e opprimevano Jim di domande, e qualche giovanotto, di quelli che
soperchiavano nel «Kiley’s», si rallegrava dell’assenza di Martin.
Egli aveva fatto in biblioteca la scoperta di un nuovo tesoro. Come
la grammatica gli aveva mostrato la composizione della lingua, quel
tesoro gli mostrò quella della poesia, ed egli potè così imparare
delle nozioni circa la metrica, la rima, la forma, insomma delle cose
che gli piacevano. Un altro volume trattava della poesia come arte
rappresentativa, con tante citazioni tratte dalle opere più belle.
Nessun romanzo lo aveva appassionato come quei libri; e il suo cervello
di vent’anni, maturo per il lavoro intellettuale, riteneva quelle
letture con un potere di assimilazione insolito in cervelli anche
meglio preparati.
Allorchè egli guardava al passato, dall’alto del cammino percorso,
il vecchio mondo da lui conosciuto, il mondo della città e del mare,
dei marinai e delle ragazze facili, gli appariva molto meschino;
eppure, quel vecchio mondo si congiungeva col nuovo, così che egli
rimase stupito nello scoprire i punti di contatto che li univano.
L’altezza del pensiero, tutta la bellezza ch’egli trovava nei libri,
lo nobilitavano, ed egli ne era cosciente, al punto di credere, più
fermamente che mai, che nella classe di Ruth e della sua famiglia
tutti pensassero in modo così elevato e bello e vivessero nello stesso
modo. Nella suburra dov’egli viveva, stava la bruttura, ed egli decise
di purificarsi delle brutture che avevano lordato tutta la sua vita
passata e di innalzarsi sino a quelle elevate regioni nelle quali
vivevano le classi superiori. La sua infanzia e la sua adolescenza
erano state continuamente turbate da una vaga irrequietezza; senza
sapere ciò che desiderasse, egli desiderava qualche cosa che aveva
cercato invano, sino al giorno in cui aveva incontrato Ruth. Ora
quell’irrequietezza era diventata acuta, dolorosa, giacchè sapeva
finalmente, chiaramente, che cosa gli occorresse: la bellezza, la
cultura intellettuale e l’amore.
Durante alcune settimane, vide Ruth cinque o sei volte, e ogni volta
fu un nuovo progresso. Lei lo aiutava a parlare correttamente,
ne correggeva l’inglese, e gli fece incominciare lo studio
dell’aritmetica. I loro colloquii non erano, d’altra parte, limitati a
quei secchi studi elementari. Egli aveva visto troppe cose, aveva la
mente troppo matura, per contentarsi di frazioni, di radici cubiche,
d’analisi e di coniugazioni; parlavano, a volte, degli ultimi libri
ch’egli aveva letti, dell’ultimo poema studiato. E quando lei gli
leggeva ad alta voce i suoi brani prediletti, egli era al colmo della
gioia. Non aveva sentito mai voce come quella: la minima intonazione lo
inebriava, e ogni parola che lei pronunziava, lo faceva rabbrividire
in tutta la persona. Ascoltando, egli ricordava le vociferazioni
acute delle femmine selvagge, delle megere avvinazzate, e — meno
atroci, ma ugualmente sgradevoli nel ricordo — voci acute e stridule
di popolane. Poi le rivide nell’immaginazione; le vide sfilare
come gregge miserabile, ognuno dei quali esaltava, al confronto, le
qualità di Ruth. E il sentire che leggendo le opere che aveva letto
lei poteva vibrare delle stesse gioie, gli raddoppiava il godimento.
Essa gli lesse una gran parte de _La Principessa_, e spesso vide i
suoi occhi pieni di lacrime, tanto la sua natura estetica risentiva
della bellezza. In quei momenti egli si sentiva simile a un Dio! La
guardava, l’ascoltava, gli pareva di vedere il viso stesso della vita
e di scoprirne i segreti. Allora, cosciente del grado di sensibilità
acquistato, egli si diceva che in ciò consisteva veramente l’amore,
sola ragione d’essere al mondo. Egli ripassava nella mente il ricordo
di tutti i brividi sentiti, delle fiamme d’un tempo, e dell’ebbrezza
dell’alcool, dei baci delle donne, degli occhi violenti, della febbre
dei colpi dati e ricevuti, e tutto ciò gli sembrava triviale e basso,
accanto a quel sublime ardore che lo trasportava.
Quanto a Ruth, era una condizione di cose molto buia. Essa non aveva
alcuna esperienza personale delle cose del cuore, essendo stata avvezza
dalle sue letture a vedere i fatti soliti della vita trasposti, da una
letteratura fantastica, nel dominio dell’irreale. E lei non immaginava
che quel rude marinaio le s’insinuasse nel cuore, dove s’accumulavano a
poco a poco energie latenti che, un bel giorno, l’avrebbero infiammata
tutta quanta. Lei non s’era ancora scottata al fuoco d’amore, ma aveva,
dell’amore, una conoscenza puramente teorica, concependolo come la
fiamma leggera, soave, d’una lampada fedele, come una fredda stella
lucente nel cupo velluto d’una notte d’estate. Le piaceva immaginarselo
come un placido affetto, come il dolce culto d’una creatura in
una atmosfera calma, profumata di fiori, dalle luci attenuate. Non
immaginava neppure vagamente le vulcaniche scosse dell’amore, l’ardenza
divoratrice dei suoi fuochi e i suoi deserti di cenere. Le forze
dell’amore le erano ignote; gli abissi della vita si trasformavano per
lei in oceani d’illusioni. L’affetto coniugale tra i suoi genitori
le sembrava l’ideale delle affinità tra innamorati, e aspettava
tranquillamente il giorno in cui, senza scosse nè complicazioni, lei
sarebbe passata, dalla sua vita di giovanetta, a una vita in due, dello
stesso genere, pacifica e tenera.
Martin Eden le apparve come una novità bizzarra, una persona strana, e
considerò anche come una novità e bizzarria l’effetto ch’egli produceva
in lei. Insomma, non era naturale tutto ciò? Lei s’interessava di
lui, come si sarebbe interessata delle belve di un serraglio o dello
spettacolo d’una tempesta che l’avesse fatta rabbrividire coi suoi
lampi. Come le belve, l’uragano, la folgore, egli era una forza libera
della natura; le portava come odor di lontananza e il respiro dei
grandi spazî, il riflesso del sole tropicale sul suo viso accalorato,
e nei muscoli rigonfi, tutto il vigore primordiale della vita. Egli era
tutto improntato di quel misterioso mondo di rudi marinai e d’avventure
anche più aspro, delle quali lei non poteva immaginare neppure la più
mediocre. Era incolto, selvatico, e lei era lusingata dalla vanità
di vederlo accostare così prontamente ai suoi cenni, e si divertiva
nell’addomesticare la belva feroce. In fondo in fondo, quasi senza
accorgersene, ella sentiva il desiderio di rimodellare quell’argilla
informe, a simiglianza di suo padre, che rappresentava ai suoi occhi
l’ideale maschile. E la sua inesperienza assoluta le impediva di capire
che l’attrattiva che la spingeva verso di lui era la più istintiva
delle attrattive, quella la cui potenza fa precipitare uomini e donne
gli uni nelle braccia delle altre, spinge gli animali ad uccidersi fra
loro durante la stagione della foia e costringe gli stessi elementi a
congiungersi.
La rapidità dei suoi progressi era una fonte di sorpresa e d’interesse.
Essa scopriva in lui possibilità inaspettate, fiorenti tutti i giorni
come piante in un suolo fertile. Spesso, leggendogli dei versi di
Browning, essa si meravigliava delle strane interpretazioni ch’egli
dava a certi brani discutibili e non poteva comprendere come, con la
sola conoscenza dell’umanità e della vita, le interpretazioni di lui
fossero spesso più giuste delle sue. La concezione ch’egli aveva delle
cose, le pareva ingenua, sebbene ella fosse tante volte elettrizzata
dall’audacia del suo slancio che seguiva un volo dalla traiettoria così
tesa, che lei non poteva seguirla. Essa si contentava allora di vibrare
all’urto di quella potenza inconscia.
Essa suonò al pianoforte — per _lui_, non _contro_ di lui, questa
volta, — e lo provò con un genere di musica la cui profondità
sorpassava, d’altra parte, le sue stesse capacità di comprensione. Come
un fiore al sole, l’animo di Martin si aprì all’armonia, e fu rapido
il passaggio dai «rag-times» e dai «two-steeps» del suo ambiente di una
volta, ai capolavori classici ai quali essa lo iniziava oggi. Però egli
dedicò a Wagner — quand’essa gliene ebbe dato la chiave, — al preludio
del _Tannhaüser_, particolarmente, un’ammirazione essenzialmente
democratica: del repertorio di Ruth, nulla lo attraeva tanto, giacchè
era la personificazione stessa della vita sua sino a quel tempo,
giacchè per lui il motivo del Venusberg significava la sua vita
passata, e Ruth era identificata nel coro dei Pellegrini.
Con le domande che le rivolgeva talvolta, egli giungeva a farla
dubitare delle proprie definizioni e della sua comprensione musicale;
ma egli non ne discuteva il canto; il suo canto era lei tutta quanta.
Il timbro angelico del suo puro soprano l’estasiava sempre; egli non
poteva far di meno di paragonarlo ai pigolii acuti, ai tremolìo gracile
delle operaie malaticce, e al vocìo avvinazzato delle ragazze dei covi
di marinai.
A Ruth piaceva suonare e cantare per lui. In verità, era la prima volta
che lei aveva un’anima fra le sue mani, e l’argilla di quell’anima
era delicata nel modellarla, giacchè lei immaginava di modellarla, e
aveva buone intenzioni. D’altra parte, la sua compagnia le riusciva
piacevole; egli non la spaventava più; quel primo spavento, dovuto
in realtà alla scoperta del suo io ignoto, era svanito. Essa, ora,
sentiva di avere dei diritti sui di lui, ed egli esercitava su di lei
un influsso tonico. Dopo lo studio nell’Università, uscendo fuori di
quei libri polverosi, essa si abbandonava al soffio fresco e forte
della personalità di lui. La forza! Essa aveva bisogno di forza, ed
egli gliene dava generosamente. Essere accanto a lui, parlargli, era
come bere dell’essenza di vita. Dopo la sua partenza, essa ritornava ai
suoi libri con un interesse più vivo e una nuova provvista di energia.
Sebbene conoscesse profondamente Browning, non aveva mai pensato che
potesse essere pericoloso giocare con un’anima. A mano a mano che
aumentava il suo interessamento per Martin, essa si appassionava sempre
più all’idea di rimodellarlo.
— Lei conosce Butler, vero? — gli disse lei un pomeriggio, quando
lo studio della grammatica, dell’aritmetica e della poesia fu
finito. — Ebbene, i suoi inizi furono molto difficili. Suo padre
era cassiere in una banca, ma, ammalatosi di petto, vegetò a lungo,
e morì nell’Arizona; dimodochè, alla sua morte, Butler — Carlo
Butler — si trovò solo al mondo e senza un soldo. Suo padre era
australiano; dunque, egli non aveva alcun parente in California.
Egli entrò in una stamperia — gliene ho sentito parlare parecchie
volte — con uno stipendio di quindici lire al mese. Ora guadagna
150.000 lire all’anno. Come ha fatto? È stato onesto, devoto, economo
e lavoratore; ha rinunziato a tutti i piaceri dei giovanotti della
sua età. Si costringeva a mettere da parte un tanto per settimana, a
costo di qualsiasi sacrificio. S’intende che in breve ha guadagnato
più di quindici lire al mese, ma a mano a mano che aumentavano i suoi
guadagni, aumentavano in proporzione i suoi risparmi. Egli lavorava
di giorno in ufficio e la sera studiava. Non perdeva mai di vista il
suo avvenire. In seguito, frequentò, la sera, i corsi superiori. A
diciassette anni guadagnava eccellenti paghe come tipografo; ma era
ambizioso. Voleva fare strada, non rimanere un povero diavolo che
sbarca il lunario, e poco gl’importava di sacrificare le comodità
dell’oggi per quelle future. Egli scelse gli studi di diritto, ed entrò
nello studio di mio padre come fattorino — pensi un po’! — con venti
lire la settimana. Ma aveva imparato ad essere economo, e fece economia
anche sulle venti lire.
Essa si fermò per riprender fiato e per vedere come Martin ascoltava.
Egli sembrava vivamente interessato dalla giovinezza difficile del
signor Butler, ma un aggrottamento delle sopracciglia rivelò una certa
agitazione.
— Per un giovanotto, vivere tutti i giorni così non dev’essere stato
molto simpatico, evidentemente, — fece lui. — Venti lire la settimana!
Come poteva vivere con venti lire? Certo, non era in condizione di
comprarsi delle calze di seta! Ebbene, io pago ora venticinque lire la
settimana per la pensione, e le assicuro che non c’è da godere troppo.
Egli doveva vivere come un cane. Il suo vitto...
— Se lo preparava da sè, — interruppe lei, — cucinando su un
fornelletto a petrolio.
— Il suo nutrimento doveva essere peggiore di quello dei marinai sui
peggiori trabiccoli, e certo non ve n’è di più infetto al mondo.
— Ma pensi che cos’è diventato ora! — esclamò lei con entusiasmo. —
Pensi quanto guadagna! È mille volte ricompensato delle privazioni
passate.
Martin la guardò attentamente.
— Senta, — fece lui, — il signor Butler, diventato ricco, non è più
allegro per questo! S’è stretta la cintola per anni e anni, e sono
sicurissimo che il suo stomaco si vendica, ora.
Essa abbassò gli occhi davanti allo sguardo interrogativo di lui.
— Scommetto che soffre di dipsepsia! — disse Martin.
— Sì, è così, — confessò Ruth, — ma...
— E scommetto — aggiunse Martin — ch’è solenne e triste come un vecchio
gufo, e che non si diverte, sebbene guadagni 150.000 lire all’anno.. E
scommetto che non deve provare alcun piacere nel vedere che gli altri
si divertono. Ho ragione, o no?
Essa fece segno di sì, e s’affrettò a spiegare:
— Ma non è uomo da divertirsi. È naturalmente calmo e serio; ed è stato
sempre così.
— Di questo n’ero sicuro, — proclamò Martin. — Quindici lire la
settimana, poi venti, da ragazzo; cucinare su un fornello a petrolio,
economizzare sempre, lavorare tutto il giorno, studiare tutta la notte,
lavorare, insomma, sempre e non divertirsi mai, non saper neppure
in che consista il divertimento, per poi guadagnare 150.000 lire!
Naturalmente le 150.000 lire sono giunte troppo tardi!
Con la sua immaginazione accesa, egli aveva visto immediatamente i
mille particolari di quella vita giovanile e del suo povero sviluppo
intellettuale, che avevano ottenuto lo scopo di fare un uomo che valeva
150.000 lire di rendita. In un batter d’occhio, tutta la vita di Carlo
Butler gli apparve come su uno schermo cinematografico, nel cervello.
— Lei sa che io compiango il signor Butler, — diss’egli. — Era troppo
giovane per sapere, ma egli ha rinunziato alla vita per amore delle
150.000 lire l’anno, di rendita. Ebbene! Tutto questo denaro non gli
servirà neppure per comperare ciò che avrebbe potuto avere — con i
quattro soldi che risparmiava —: caramelle d’orzo, il divertimento al
bigliardo o dei posti al Guignol.
Questo modo di giudicare le cose sorprendeva Ruth, giacchè non solo
le riusciva nuovo e contrario ai suoi sentimenti, ma conteneva
particelle di verità che minacciavano di sgretolare e modificare
le sue convinzioni. A 14 anni, forse le sue idee avrebbero potuto
cambiare, ma a 24 anni, conservatrice per natura ed educazione qual
era, fissata nell’ambiente dov’era nata e che l’aveva formata, i
ragionamenti bizzarri di Martin la turbavano là per là, ma essa li
attribuiva alla stranezza di quella esistenza, e li dimenticava subito.
Tuttavia, pur disapprovandoli, la convinzione con cui li manifestava,
il lampeggiar degli occhi e la gravità del volto, la turbavano ogni
volta e l’attiravano verso di lui. Lei non avrebbe mai immaginato, in
quei momenti, che quell’uomo venuto da luoghi così lontani e così bassi
la sorpassasse, per grandezza e profondità di convinzioni. Come tutti
gli spiriti limitati che non sanno far altro che riconoscere dei limiti
agli altri, essa giudicò che le sue concezioni della vita erano davvero
vastissime, che le diversità del modo di vedere che li separavano
segnavano i limiti dell’orizzonte di Martin, e sognò di aiutarlo a
vedere come vedeva lei, d’ingrandirgli la mente in misura della sua.
— Ma non ho finito il racconto della sua vita, — fece lei. — Mio padre
afferma che non ha mai visto un lavoratore della forza del signor
Butler, quando questi era fattorino. Era sempre pronto al lavoro;
non soltanto non si presentava mai in ritardo, ma veniva di solito in
ufficio alcuni minuti prima dell’ora. E con tutto ciò, trovava il modo
di studiare, a tempo perso. Studiava la contabilità, la dattilografia
e prendeva lezioni di stenografia la notte, facendo fare dei dettati
a un cronista giudiziario, che aveva bisogno di esercitarsi. Divenne
rapidamente commesso e rese inestimabili servigi. Fu papà a spingerlo
a studiare diritto. Divenne notaio, e appena ritornò in ufficio, papà
lo associò. È un uomo notevole. Ha rifiutato parecchie volte di entrare
nel Senato degli Stati Uniti, e papà dice che può essere nominato
giudice della Corte Suprema di Cassazione, alla prima votazione, se
ne ha voglia. Una vita simile è un bell’esempio per ciascuno di noi;
essa prova come, con la volontà, ognuno possa elevarsi al disopra
dell’ambiente nel quale vive.
— È un uomo notevole, — disse Martin, sinceramente.
Ma gli parve che in quella storia ci fosse qualche cosa che urtava il
suo senso di bellezza e della vita. Non riusciva a trovare una ragione
sufficiente alla vita di stenti e di miseria del signor Butler. Se
l’avesse fatto per l’amore d’una donna o d’un ideale di perfezione,
l’avrebbe compreso. «L’amante folle d’amore» fa qualsiasi cosa per un
bacio, ma non per 150.000 lire di rendita. Fatta questa riflessione, la
carriera del signor Butler non lo soddisfaceva. In fondo, aveva qualche
cosa di meschino! 150.000 lire di rendita sono una gran bella cosa!...
ma la dispepsia e l’incapacità d’essere felice, tolgono, di colpo,
molto del loro valore.
Egli spiegò tutto ciò a Ruth, la scontentò e la persuase più che mai
della necessità d’un rimaneggiamento totale della sua persona. Essa
aveva una mentalità come ce n’è tante; di quelle menti persuase che
le loro credenze, i loro sentimenti e le loro opinioni sieno le sole
buone, e che la gente che pensa diversamente è della povera gente da
compiangere. Questa forma mentale produce oggi il missionario che se
ne va in capo al mondo per sostituire il suo Dio agli altri dei di cui
un’infinità di brava gente si contenta molto bene. A Ruth, questa forma
mentale diede il desiderio di formare quell’uomo secondo un’essenza
diversa, a simiglianza delle banalità che la circondavano e le
rassomigliavano.