Ancora una volta, Martin Eden ritornò in California, questa volta con
un’impazienza d’amante. Esaurite le sue risorse, s’era imbarcato come
marinaio di bordo sullo _schooner_ che andava in cerca di tesoro. Alle
Isole Salomone, dopo otto mesi di vane ricerche, la spedizione s’era
sciolta. L’equipaggio era stato congedato in Australia, e Martin aveva
immediatamente ripreso la via del ritorno, su un piccolo bastimento
diretto a S. Francisco. In quegli otto mesi aveva guadagnato non solo
quanto gli bastava per rimanere parecchio tempo a terra, ma anche del
denaro in più per leggere e studiare molto. Egli aveva una smania di
studiare, una grande facilità, una volontà indomabile, e soprattutto,
l’amore di Ruth come mèta. Egli s’era applicato alla grammatica
portata con sè, sinchè il suo cervello vergine non l’aveva posseduta
interamente. Il linguaggio scorretto che usavano i suoi compagni lo
urtava, ora, ed egli si divertiva mentalmente a correggere i loro
barbarismi. Con sua grande gioia, scoprì che l’orecchio gli si educava
e che avrebbe acquistato il senso della grammatica.
Egli s’era applicato allo studio del vocabolario, e aveva aggiunto
venti parole al giorno al suo dizionario. Fu un compito difficile:
al timone o in vedetta, egli si sforzava di ripassare indefinitamente
accenti e definizioni, e le ripeteva addormentandosi, per avvezzarsi a
parlare la lingua di Ruth. Un giorno, con sua grande sorpresa, osservò
che cominciava a parlare un inglese più corretto di quello che usavano
gli stessi ufficiali e quella specie di «gentiluomini avventurieri» che
avevano organizzato la spedizione.
Il capitano, un norvegese dagli occhi di pesce, possedeva, Dio sa per
quale caso, uno Shakespeare che non leggeva mai, e Martin, per ottenere
il permesso di leggere il prezioso volume, lavò la biancheria al
capitano. Quella lettura gli educava l’orecchio e gli faceva apprezzare
un inglese più raffinato; in cambio, accumulò molte parole arcaiche e
antiquate.
Insomma, quegli otto mesi erano stati bene impiegati; oltre ciò che
aveva studiato, egli aveva imparato parecchie cose che riguardavano
lui. Col senso della propria ignoranza, s’ingrandiva in lui il senso
della propria potenza. Egli sentiva una gran differenza fra i suoi
compagni di bordo e lui, ma era abbastanza assennato per riconoscere
che tale diversità consisteva più in possibilità che in fatti. Essi
avrebbero potuto fare ciò che egli faceva; ma in fondo a sè egli
sentiva un oscuro lievito che fermentava e che gli faceva presentire
di avere in sè qualche cosa di meglio e di più. L’adorabile splendore
del mondo lo affascinava, ed egli si augurava ardentemente di potere
goderne con Ruth. Decise di descriverle tutto quanto avrebbe potuto
delle bellezze dei mari del Sud. A questo pensiero, lo spirito creatore
ch’era in lui si svegliò, e gli suggerì di ricreare quelle bellezze
per un pubblico più numeroso. Allora, in un’aureola di splendore
e di gloria, nacque la grande idea: avrebbe scritto! Sarebbe stato
uno di quegli esseri privilegiati mediante i quali il mondo intero
vede, capisce e sente. Avrebbe scritto — che cosa? di tutto — versi e
prosa, romanzi e drammi come quelli di Shakespeare. Ecco la sua vera
carriera e il cammino verso la conquista di Ruth. I letterati erano
i conquistatori del mondo; e gli sembravano ben altrimenti ammirevoli
che non tutti i Butler che guadagnavano 150.000 lire l’anno; persone
che avrebbero potuto essere giudici nella Corte Suprema, se avessero
voluto.
Ficcatasi questa idea nella testa, egli la possedette interamente,
e fece quel viaggio di ritorno a San Francisco come in un sogno. Era
ebbro di forze inconscie e incatenate. Ed ecco, un giorno, sul vasto
mare deserto, nascere in lui il senso della prospettiva. Per la prima
volta, nettamente, vide Ruth e il suo ambiente, come una cosa che
si può prendere con le mani, girare e rigirare a piacere. C’erano,
veramente, dei punti vaghi, nebulosi, nella sua visione di quel mondo,
ma ne intravedeva l’assieme, non i particolari, e vedeva anche il modo
di possederlo. Scrivere!... Arso da questo pensiero, cominciò appena
ritornato. Prima di tutto avrebbe descritto il viaggio dei cercatori
di tesori; e avrebbe portato lo scritto a un giornale qualunque, a
San Francisco, senza dir nulla a Ruth, che sarebbe rimasta sorpresa e
contenta nel vedere stampato il nome di lui. Pure scrivendo, avrebbe
continuato a studiare. I giorni non erano fatti di ventiquattro ore?
Egli era invincibile. Sapeva come si lavora, e le cittadelle più
imprendibili sarebbero cadute davanti a lui. Egli non avrebbe corso più
il mare — almeno in qualità di marinaio — e per un momento ebbe persino
la visione d’un _steam-yacht_. S’intende, diceva fra sè, prudentemente,
che non sarebbe riuscito subito, e per qualche tempo si sarebbe dovuto
contentare di guadagnare con la letteratura quanto gli sarebbe bastato
per proseguire gli studî. Poi, dopo un tempo indeterminato — molto
indeterminato, — fatta la necessaria preparazione, avrebbe scritto una
grande opera, e il suo nome sarebbe diventato celebre.
Ma non basta: oltre tutto questo trionfo, c’era dell’altro; egli
si sarebbe mostrato degno di Ruth. La gloria, va bene, ma Ruth era
la realizzazione di un sogno divino. Non era un arrivista, lui, ma
«l’amante folle d’amore»... semplicemente.
Quando fu a Oakland, con un somma rotondetta in tasca, frutto della
paga, rioccupò la vecchia camera in casa di Bernardo Higgingbotham
e si mise al lavoro, senza far conoscere il suo ritorno neppure a
Ruth. Sarebbe andato a trovarla quando avesse finito l’articolo sui
cercatori di tesori. L’eccitamento violento prodotto dall’estro,
gli avrebbe fatto sentire meno il peso di quell’assenza volontaria.
D’altra parte, la natura stessa dell’argomento che trattava, gliela
rendeva meno lontana. Non sapendo bene quale dovesse essere la
lunghezza dell’articolo, egli si regolò su un articolo di due pagine
del supplemento della _Rivista di San Francisco_, di cui contò le
parole. Dopo tre giorni di lavoro da forsennato, ecco il lavoro
finito; ma quando l’ebbe accuratamente copiato, con una larga scrittura
infantile, facile a leggersi, vide in un libro di retorica trovato in
biblioteca, che esistevano certe cose chiamate «paragrafi» e «rinvii».
Ricominciò dunque il lavoro con l’aiuto del libro di retorica, e in
un giorno seppe circa il comporre, più di quanto apprende uno scolaro
medio in un anno. Dopo aver ricopiato l’articolo una seconda volta e
averlo preziosamente arrotolato, lesse in un giornale una notizia, in
alcune avvertenze ai dilettanti, che prescriveva che i manoscritti
non dovevano essere arrotolati, nè scritti su tutt’e due le pagine
del foglio. Egli aveva dunque violato doppiamente la norma. Secondo
quell’avvertenza, gli articoli di prim’ordine erano pagati cinquanta
lire la colonna. Si consolò, quindi, ricopiando il manoscritto per la
terza volta, col pensare che gli spettavano cinquanta lire moltiplicate
per dieci, cioè cinquecento lire, e decise in cuor suo che quello
era un affare migliore del navigare. Senza errori, avrebbe finito
l’articolo in tre giorni. Cinquecento lire in tre giorni!... Sul
mare avrebbe dovuto lavorare tre mesi e di più per guadagnare tanto.
Com’era idiota fare il marinaio quando è possibile fare il letterato!
— concluse. Però, egli non teneva al denaro pel denaro, ma perchè
dà l’indipendenza, dei vestiti decenti, e perchè poteva avvicinarlo,
infine, il più presto possibile, alla fragile e pallida giovane che gli
aveva rivelato il senso della vita e l’aveva ispirato.
Egli mise il manoscritto in una busta grande e lo indirizzò all’editore
della _Rivista di San Francisco_. Pensava che tutto quanto era
accettato da un giornale fosse immediatamente pubblicato; così
che, avendo spedito il manoscritto il venerdì, s’aspettò di vederlo
apparire la domenica seguente. Sarebbe stato magnifico far sapere in
quel modo il suo ritorno a Ruth! La domenica, nel pomeriggio, sarebbe
andato a trovarla. Gli era venuta anche un’altra idea particolarmente
morale, prudente e modesta, che lo lusingava. Avrebbe scritto una
storia d’avventure per bambini, e l’avrebbe mandata al _Compagno della
gioventù_. Nella sala della biblioteca popolare, egli passò in rivista
la collezione del Compagno della gioventù. Le storie d’appendice
vi erano regolarmente pubblicate in cinque parti, di tremila parole
ciascuna, circa. Qualche storia era in sette parti; ed egli si decise
di scriverne una di uguale lunghezza. Aveva fatto su una baleniera
un viaggio antartico, alcuni anni prima, viaggio che doveva durare
tre anni e che era terminato con un naufragio, dopo sei mesi. Con
un’immaginazione piena di fantasia, talvolta da sognatore, quale egli
aveva, e col suo amore fondamentale per la verità, si sentiva spinto
a descrivere le cose viste. Egli, che conosceva la pesca della balena,
con la sua esperienza vissuta presa come dato, incominciò a raccontare
la storia fittizia di due ragazzi. Un’opera facile — diss’egli a se
stesso — il sabato sera. La sera stessa aveva finito la prima parte,
di tremila parole, con gran divertimento di Jim e tra i sarcasmi del
signor Higgingbotham che si beffò, durante tutto il pranzo, dello
«scribacchino» che avevano scoperto in famiglia.
Martin si contentò di immaginare la sorpresa di suo cognato quando,
la domenica mattina, aprendo la _Rivista_, avrebbe visto l’articolo
sui cercatori di tesori. Di buon’ora, quel giorno, era sulla soglia
dell’uscio, scorrendo nervosamente i numerosi fogli del giornale.
Ricominciò una seconda volta con molta cura, poi lo ripiegò, e lo
lasciò dove lo aveva trovato. Per fortuna, non aveva parlato a nessuno
dell’articolo! Riflettendo sulla cosa, egli concluse col dire che
s’era ingannato circa la rapidità con la quale le cose si pubblicano.
D’altra parte, il suo articolo non era forse d’urgente attualità, e
molto probabilmente l’editore gli avrebbe scritto prima di pubblicarlo.
Dopo colazione, lavorò attorno alla sua storia. Le frasi gli
scorrevano dalla penna, sebbene s’interrompesse spesso per consultare
il dizionario o il libro di retorica. Componeva capitoli interi e si
consolava pensando che, anche se non avesse scritto le grandi cose
ch’egli sentiva in sè, avrebbe, se non altro, imparato a comporre
e si sarebbe allenato nel formare delle immagini e nell’esprimere
dei pensieri. Lavorò fino alla notte, poi andò nella biblioteca a
sfogliare riviste e giornali illustrati sino in fondo. Tale fu il suo
programma durante una settimana. Ogni giorno scriveva tremila parole,
e ogni sera spigolava nei giornali illustrati, prendendo appunti sulle
novelle, sugli articoli e poemi. Una cosa era certa: che ciò che quella
moltitudine di scrittori faceva, anch’egli poteva fare; se ne avesse
avuto il tempo, avrebbe fatto di meglio. Rimase incantato leggendo nei
«Libri nuovi», una notizia riguardante il compenso degli scrittori
di riviste, non già dal fatto che pagavano a Rudyard Kipling cinque
lire la parola, ma che il minimo pagato dai giornali illustrati più
apprezzati era di due soldi la parola. Il _Compagno della gioventù_
era certamente uno dei meglio apprezzati; comunque, le tremila parole
ch’egli aveva scritte quel giorno gli avrebbero fruttato trecento lire,
cioè quanto due mesi di paga sul mare.
Il giovedì sera, la storia in sette parti fu finita, e comprendeva
ventunmila parole. Egli calcolò che, a due soldi la parola, avrebbe
avuto 2100 lire, che non rappresentavano una brutta settimana! Non
aveva mai avuto tanto denaro in una volta. Come spenderlo? Aveva
scoperto una miniera d’oro in apparenza inesauribile.
Egli fece il disegno di comperare parecchi abiti, di abbonarsi a
qualche giornale illustrato e di comperare una quantità di cataloghi
che era costretto a consultare in biblioteca.
Tutte queste folli spese però avrebbero a malapena intaccato la
somma di 2100 lire. Come spendere il resto? A forza di tormentarsi il
cervello, ebbe l’idea di pagare una cameriera per Geltrude e comprare
una bicicletta a Marianna.
Il voluminoso manoscritto fu spedito al _Compagno della gioventù_,
e il sabato, nel pomeriggio, dopo aver elaborato il disegno d’un
articolo sulla pesca delle perle, andò a visitare Ruth, dopo averla
avvertita per telefono. Lei stessa lo ricevette, sulla porta; così che
come allora, il fresco soffio di sana vitalità che emanava da lui la
penetrò deliziosamente; le parve che un liquido ardente s’infiltrasse
nelle sue vene e facesse vibrare i suoi nervi come corde tese. Egli
arrossì violentemente quando si strinsero la mano, ed egli incontrò il
suo sguardo azzurro, ma la recente abbronzatura di quegli otto mesi di
sole, nascose quel rossore, sebbene egli fosse impotente a nascondere
la striscia rossa prodotta dal colletto sul collo potente. Essa si
divertì nell’osservare quest’ultimo particolare, poi, continuando
l’esame si stupì: il vestito gli stava benissimo; era — per la
prima volta — fatto su misura, e lo faceva apparire più agile e più
disinvolto. Il berretto era stato sostituito con un feltro floscio,
ch’ella lo pregò di rimettere sul capo per giudicare dell’assieme; e
si congratulò con lui. Non ricordava d’essere stata mai così contenta;
quel mutamento era opera sua, e ne era orgogliosa, e sempre più
desiderosa di essergli utile.
Ma rimase soprattutto meravigliata del suo progresso nella lingua. Il
mutamento, qui, era radicale; egli non solo parlava correttamente,
ma con maggiore scioltezza, scegliendo le parole, tranne quando
s’accalorava troppo, chè allora ricadeva nelle vecchie abitudini.
Talvolta, anche quando cercava parole nuove, esitava, impacciato.
D’altra parte, egli dava prova di una leggerezza, d’uno spirito che
l’incantarono.
Quell’»humour», quell’ironia leggera, l’avevano reso popolare tra
i compagni, un tempo, ma sino a quel giorno egli non aveva potuto
darne prova a lei, per mancanza di parole adatte e per timidezza.
Ora cominciava a orientarsi, a sentirsi padrone di sè. Si lanciava,
trascinando Ruth sulle ali della fantasia e della gaiezza, senza però
osare di sorpassarla. Le raccontò ciò che aveva fatto, le parlò dei
disegni riguardanti i suoi studi; ma, qui, fu deluso; parve che lei non
approvasse i suoi propositi.
— Capirà, — disse lei francamente, — che lo scrivere è un mestiere come
gli altri. Io non so nulla di preciso, s’intende, ma l’ho sentito dire.
Per diventare fabbro, bisogna lavorare tre anni, o cinque, non ricordo
bene. E poichè gli scrittori sono pagati meglio dei fabbri, deve
esservi molta gente alla quale piacerebbe scrivere... e...
— Ma perchè non dovrei avere speciali attitudini allo scrivere?
— insistè lui, incantato, nel suo interiore, dall’eleganza della
frase usata, giacchè la sua immaginazione vivace gli richiamava, per
contrasto, scene della sua vita passata, grossolane, rudi, crude e
bestiali.
In un lampo rapido, sfilano visioni e spariscono senza interrompere
la conversazione nè il calmo incanto dei suoi pensieri. Egli si vede,
seduto accanto a quella bella e soave giovinetta, a chiacchierare
in inglese di buon gusto, in una stanza piena di libri e di quadri,
doviziosa e raffinata, respirando solida ricchezza ed eleganza.
E attraverso un nebbione ondeggiante, trapassato dai raggi diabolici
d’una lampada rossa, egli si vede in un bar, con alcuni _cow-boys_ che
bevono del _whisky_. Come loro, egli bestemmia selvaggiamente, sotto
la lampada a olio fumosa, mentre sulla tavola sbattono le carte tra
il rumore di vetri infranti, nella atmosfera greve di fumo e di fiati
avvinazzati... Egli si vede sul castello di prua della _Susquehanna_,
nudo sino alla cintola, con i pugni stretti, il giorno del suo grande
scontro col _Rosso_ di Liverpool, e si vede sul ponte insanguinato del
_John Roggers_, il giorno dell’ammutinamento, un triste mattino grigio,
col vecchio nostromo che s’aggrappava al mezzo ponte, negli spasimi
della morte, e il capitano che, con la rivoltella in pugno, abbatteva
gli uomini dalle facce di bruti, i quali cadevano urlando bestemmie.
Egli vide tutto ciò, poi si ritrovò nella luce soave del gran salotto,
a conversare con Ruth, fra libri e quadri, non lontano dal pianoforte a
coda, che essa avrebbe aperto fra poco, e udì l’eco della propria voce
che diceva con parole scelte:
— Ma perchè non dovrei avere particolari attitudini allo scrivere?
— Anche un fabbro può avere particolari attitudini pel suo mestiere!
— fece lei ridendo, — ma non ho mai sentito dire che possa fare senza
apprenderlo.
— Che mi consiglia lei? — domandò lui. — Non dimentichi che io sento
quest’attitudine allo scrivere. Non posso spiegarglielo esattamente, ma
sento soltanto che l’ho.
— Le occorre tutto un corso di studî, — rispose lei; — si dedichi o
no alla letteratura. Qualsiasi carriera lei voglia seguire, questa
istruzione è indispensabile, e bisogna che sia profonda e seria. Lei
dovrebbe frequentare la scuola superiore.
— Sì, — fece lui. — Ma lei l’interruppe per aggiungere:
— S’intende che, intanto, lei potrebbe seguitare a scrivere.
— È necessario, — fece lui con tono reciso.
— Perchè?
E lo guardò gentilmente perplessa, giacchè non le piaceva punto
l’ostinazione con la quale egli perseguiva quell’idea.
— Perchè se non scrivessi, addio università. Bisogna che viva, che
comperi dei libri e dei vestiti, sa!
— Avevo dimenticato questo particolare, — disse lei ridendo. — Perchè
non è nato con delle rendite?
— Preferisco avere una buona salute e dell’immaginazione, — rispose
lui. — Quanto alle rendite, me ne frego; posso cavarmela lo stesso,
facendone senza; quanto al resto... — Stava per dire: Non giungerei mai
sino a lei, ma corresse la frase: — Non riuscirei a nulla.
— Non dica: me ne frego, — esclamò lei, con una impertinenza
civettuola. — È una frase di gergo popolare, orribile!
Egli arrossì, balbettò:
— È giusto. Vorrei che lei mi correggesse, ogni volta.
— Io... io vorrei con piacere, — fece lei esitando. — Lei ha tante
buone qualità, che la vorrei perfetta.
Egli divenne allora come una cera molle nelle mani di lei, tanto
impaziente d’essere modellato da quelle mani, quant’ella era desiderosa
di foggiarlo secondo il suo ideale maschile. Quando lei gli fece
osservare che bisognava affrettarsi, giacchè gli esami di ammissione
alla scuola superiore cominciavano il lunedì seguente, egli si dichiarò
pronto ad affrontarli.
Poi lei suonò e cantò per lui, mentre egli se la beveva con gli occhi,
inebriandosi della sua bellezza, e sorpreso di non vedere attorno a
lei una folla di ammiratori ad ascoltarla e a desiderarla, com’egli
l’ascoltava e la desiderava.