Dalla serata in casa di Ruth Morse, era trascorsa una settimana
impiegata soltanto nella lettura; ed egli non aveva ancora osato
ritornare da lei. Di tanto in tanto si faceva coraggio, ma davanti
ai dubbi che l’assalivano finiva coll’indietreggiare. A quale
ora bisognava andare? Nessuno poteva dirglielo, ed egli temeva di
compiere un’irreparabile sciocchezza. Liberatosi dall’ambiente e dalle
abitudini passate, e non avendo stretto nuove relazioni, non aveva
altra occupazione che quella di leggere, e ne abusava in modo che un
altro, dagli occhi meno resistenti, si sarebbe guastato la vista.
Inoltre il suo cervello, vergine in tutto ciò che si riferisse al
pensiero astratto, era maturo per una semina benefica, giacchè non
era affaticato da studi, e s’accaniva nel lavoro intellettuale, con
sorprendente tenacia.
Alla fine della settimana, gli parve, — tanto lontani egli vedeva
la sua vita passata e l’antico modo di vivere, — d’aver vissuto
cent’anni. Ma la mancanza di studi preparatorî lo impacciava molto.
Egli tentava di leggere cose che richiedevano anni di applicazione,
e poichè s’immergeva un giorno nella lettura d’un libro di filosofia
antica, il giorno dopo in un altro di filosofia ultra moderna, nella
testa gli turbinavano le idee più contradditorie. Con gli economisti,
era lo stesso. Nella stessa fila, nella biblioteca, trovò Carlo Marx,
Riccardo, Adamo Smith e Mill, e le idee astratte dell’uno non portavano
punto alla conclusione che le idee dell’altro fossero superate. Egli
era disorientato, ma assetato dal desiderio di istruirsi. In un giorno
solo, l’economia sociale, l’industria, la politica, lo appassionarono.
Nel Parco di City-Hall, aveva osservato un gruppo d’uomini in mezzo ai
quali declamavano una mezza dozzina di persone, col volto infiammato,
la voce eccitata, discutendo con calore. Egli si unì al pubblico ed
ascoltò il linguaggio, per lui nuovo, dei filosofi popolari. Il primo
era un vagabondo, il secondo un operaio, il terzo uno studente di
legge e gli altri operai ciarloni. Per la prima volta egli udì parlare
di socialismo, di anarchia, di tassa ridotta, e seppe che esistevano
filosofi sociali contraddittorî. Udì centinaia di parole tecniche
ignote, giacchè facevano parte di materie di studio ch’egli non
aveva ancora iniziate. Gli fu impossibile perciò seguire bene i loro
argomenti, e potè soltanto indovinare le idee espresse da frasi così
nuove. C’era anche un garzone di caffè, teosofo, un fornaio agnostico,
un vecchio che li confuse tutti con una teoria strana, affermando
che «ciò che è, ha ragione d’essere», e un altro vecchio che perorò
interminabilmente sul cosmo, sull’atomo-maschio, e sull’atomo-femmina.
Dopo parecchie ore, Martin Eden se ne andò completamente abbrutito,
e corse alla biblioteca per studiare la definizione di una dozzina
di parole inusitate. E ne uscì portando sotto braccio quattro volumi
della signora Blavatsky: _La dottrina occulta_, _Povertà e Progresso_,
_La Quintessenza del Socialismo_. Disgraziatamente egli incominciò
con _La Dottrina Occulta_, ogni rigo della quale era irto di parole
polisillabe ch’egli non comprendeva. Seduto sul letto, con un
dizionario aperto accanto al libro, egli cercava tante parole di cui
aveva già dimenticato il significato, quando gli si ripresentavano,
così che doveva cercarle nuovamente. Finalmente stanco, egli si decise
a scrivere quelle parole su un taccuino, e in breve ne riempì pagine
intere. Ma non capiva più di prima. Lesse sino alle tre del mattino;
il cervello pareva che gli dovesse scoppiare, senza essere riuscito
ad afferrare una sola idea essenziale del testo. E allora si fermò:
la camera parve beccheggiare, rullare, immergersi come nave in mare;
così che, furibondo, egli lanciò la _Dottrina Occulta_ per la camera,
bestemmiando sino a vuotare il sacco, spense il gas... e s’addormentò.
Con gli altri tre volumi non ebbe maggior fortuna. Eppure non aveva un
cervello debole o pigro; avrebbe potuto comprendere quelle idee, senza
quella mancanza di abitudine alla riflessione, e senza l’ignoranza
dei mezzi tecnici per riuscirvi. Egli intuì questo, e si fermò un po’
nel proposito di non leggere altro che il dizionario, sino al giorno
in cui avesse potuto capire tutte le parole. La poesia, pure, era una
grande consolatrice per lui; egli ne leggeva molta, preferendo i poeti
semplici, che capiva meglio. Come la musica, la poesia lo commuoveva
profondamente; cosicchè, sebbene inconsciamente, egli preparava la
mente alla fatica più ardua che avrebbe dovuto affrontare. Le pagine
bianche della sua mente si riempivano di cose ch’egli amava, dimodochè
egli potè in breve, con sua grande gioia, recitare poemi interi che
gli piacevano. Poi scoprì i _Miti Classici_ di Gayely, e l’_Epoca
Mitologica_ di Bullfinch, che empirono di una grande luce la sua
totale ignoranza dell’argomento; e, più che mai, egli si mise a divorar
poesia.
In biblioteca, l’uomo dal pulpito aveva visto così spesso Martin,
ch’era diventato molto cortese, accogliendolo ogni giorno,
all’ingresso, con un sorriso e un cenno del capo. Incoraggiato da
questo atteggiamento, Martin, un bel giorno, s’arrischiò, e mentre
l’uomo appuntava le sue carte, egli lanciò con un certo sforzo:
— Dica un po’, io vorrei domandarle una cosa...
L’uomo sorrise e attese.
— Quando lei incontra una signora che la prega di andarle a far visita,
quando può andarci?
Martin sentiva che la camicia madida di sudore gli s’attaccava alle
costole, tanto era imbarazzato.
— Be’, quando vuole! — rispose l’uomo.
— Sì, ma il caso è diverso, — spiegò Martin — Lei... io... Senta,
la cosa è così. Può darsi che lei non sia in casa, giacchè frequenta
l’università.
— Ritorni, allora!
— Senta, non è proprio così, — confessò Martin, balbettando, deciso
a confidarsi interamente. — Ecco, io non sono altro che un povero
diavolo e non conosco gli usi della buona società. La signorina è tutto
quanto non sono io, e io non sono niente di tutto quanto è lei... Spero
che non creda che io voglia prenderla in giro, no? — interrogò egli
bruscamente.
— No, no, nient’affatto, gliel’assicuro. — protestò l’altro. — La sua
richiesta non è compresa precisamente tra i miei compiti, ma io sarò
molto lieto se potrò giovarle.
Martin lo guardò con ammirazione.
— Se io potessi essere così, la cosa andrebbe da sè! — fece.
— Come ha detto, scusi?
— Dico: se sapessi parlare come lei, facilmente, cortesemente, e via
dicendo.
— Ah! sì, — fece l’altro, con simpatia.
— A quale ora bisogna andarci? Il pomeriggio, non tanto presto, dopo
colazione?... O la sera? o una domenica?...
— Senta! — fece il bibliotecario. — Perchè non la chiama per telefono?
— È una buona idea! — disse Martin, prendendo i libri. E, fatti due
passi, si voltò:
— Quando lei rivolge la parola a una signorina, supponiamo, alla
signorina Lizzie Smith, deve dire: signorina Lizzie, o signorina Smith?
— Dica signorina Smith! — dichiarò il bibliotecario, con autorità. —
Dica sempre signorina Smith, sinchè non la conosce meglio.
E così Martin risolse la quistione.
— Venga quando vuole, ci sarò tutto il pomeriggio, — fu la risposta di
Ruth al telefono, quand’egli ebbe domandato, balbettando, il giorno in
cui poteva riportarle i libri prestatigli.
Lo ricevette lei in persona sulla soglia del salotto, osservando con
occhi femminili, immediatamente, la piega dei calzoni e un mutamento
indefinibile ma certo, in tutta la persona di lui. La colpì anche il
viso; una forza violenta, sana, emanava da lui e sembrava scorrere
verso di lei con onde possenti. Nuovamente, ella sentì il desiderio
di chinarsi verso quella forza, per riscaldarvisi, e si stupì ancora
dell’effetto che produceva su di lei la sua presenza. Ed egli, a sua
volta, risentì la divina sensazione di beatitudine infinita solo al
contatto della mano di lei. C’era però diversità fra loro due: lei era
fredda e calma, e lui rosso sino alla radice dei capelli. Egli la seguì
vacillando, impacciato come la prima volta, ondeggiando e oscillando
con le spalle in modo inquietante. Ma quando fu seduto nel salotto, si
sentì più libero, più che non s’aspettasse. Lei lo aiutò come meglio
potè, con una buona volontà graziosa che gliela rese più follemente
cara che mai. Parlarono dapprima dei libri prestati, di Swinburne,
ch’egli adorava, e di Browning che non aveva capito, e lei condusse
la conversazione da un argomento all’altro, domandando come potesse
essergli utile. Spesso, dopo il loro primo colloquio, ella aveva
pensato a lui. Egli aveva destato in lei una pietà, una tenerezza che
nessuno le aveva mai fatto provare prima, più che per la compassione
ch’egli poteva ispirare, per un incosciente sentimento materno. La sua
pietà non poteva essere banale, giacchè l’uomo che gliela ispirava era
troppo virile, per non turbare il suo pudore e l’animo, stranamente.
Come la prima volta, la nuca di lui l’affascinava, e lei frenava il
desiderio di posarvi le mani su. Era un istinto impudico, sia pure; ma
ormai lei si era assuefatta a quell’idea.
Non immaginava neppure un momento che un sentimento simile potesse
essere il principio dell’amore, e neppure che potesse trattarsi
d’amore. Credeva d’interessarsi a lui come a un raro campione che
possedeva certi poteri occulti, e si compiaceva persino nel credere
che si trattasse di filantropia. Ignorava il desiderio. Egli, invece,
sapeva di amarla, e la desiderava come mai aveva desiderato nessuna
al mondo. Amava la poesia perchè gli piaceva la bellezza; ma dacchè
l’aveva incontrata, le porte d’oro che davano accesso ai campi divini
dell’amore, s’erano aperte. Più che Bullfinch e Gayley, lei sapeva
fargli capire le cose dell’amore. Una settimana prima, egli non
avrebbe neppure rilevato questa frase: «L’amante folle d’amore, che
muore d’un bacio». Ora, ne era assillato; si meravigliava di trovarla
così vera, e contemplando Ruth, sentiva che sarebbe morto volentieri
d’un bacio di lei. Il fatto solo di sapersi un amante folle d’amore
lo inorgogliva come il possesso d’un titolo nobiliare. Finalmente
conosceva il senso della vita e perchè era sulla terra! A mano a mano
che la guardava e l’ascoltava, i suoi pensieri diventavano più audaci.
Egli ricordò la gioia viva che gli aveva dato la stretta di mano
di lei, quand’era entrato, e la desiderò ancora appassionatamente.
Ma non c’era nulla di materiale e di grossolano in quel desiderio:
egli risentiva un piacere squisito nello studiare ogni movimento, la
minima piega delle sue labbra, che gli parevano diverse da tutte le
altre, fatte d’altra sostanza. Erano le labbra d’un puro spirito; e
il desiderio ch’egli ne risentiva, non rassomigliava al desiderio che
aveva potuto avere per altre labbra di donna... Se egli avesse dovuto
mai baciare quella bocca, l’avrebbe fatto col fervore e colla pietà
con cui si bacia la veste di Dio. Egli non si rendeva conto di quella
trasposizione di valori in lui e non immaginava che la lucentezza del
suo sguardo era simile a quella che avviva lo sguardo del maschio
preso da desiderio d’amore. Non conosceva l’ardore del suo sguardo
la cui fiamma ardente dissolveva a poco a poco l’ordine sapiente e
ben composto di quel cervello di vergine savia. Il profumo di castità
ch’essa spandeva, esaltava i suoi sentimenti, ne camuffava l’essenza
materiale, così che egli fu molto sorpreso nell’accorgersi che la
lucentezza del suo sguardo avviluppava come in onde calde la giovane,
comunicandole una fiamma sottile che la conturbava... Parecchie volte,
senza saper perchè, quelle ondate di delizia ruppero il filo delle sue
idee, la costrinsero a parlare a casaccio, come veniva! Essa parlava
di solito con grande facilità: e quel turbamento anormale l’avrebbe
impacciata molto, se, di proposito, non ne avesse attribuito la causa
all’individualità notevole di Martin. Essendo sensibilissima, non
doveva parere strano il fatto che l’irradiamento psichico di quel
pellegrino d’un altro ambiente l’aveva impressionata.
Però risorgeva sempre il problema di sapere come potergli essere utile;
così che lei avviò la conversazione in tal senso. Martin stesso, del
resto, le porse l’occasione.
— Io mi domando se lei potrebbe darmi un consiglio, — diss’egli, e
il segno di assenso ricevuto gli fece balzare il cuore dalla gioia. —
Ricorda che l’altra sera le ho detto che non potevo parlare di libri
e d’altre cose del genere, perchè non so come regolarmi? Ebbene,
da allora ho riflettuto molto. Ho passato il tempo in biblioteca;
ma la maggior parte dei libri che ho letto, sono troppo difficili.
Bisognerebbe forse cominciare dal principio. Me n’è mancata sempre
l’occasione. Da bambino ho incominciato a lavorar duramente, e dacchè
vado in quella biblioteca e leggo con nuovi occhi, nuovi libri, ho
capito che non ho mai letto ciò che bisognava leggere. Così i libri che
si trovano nei quadrati e nella dispensa di bordo, non rassomigliano
ai vostri, capite? Ebbene, io ero avvezzo a questo genere di letture.
Eppure, non per vantarmi, sono stato sempre diverso dai miei compagni.
Non già perchè io sia migliore dei marinai o dei bovari con i quali
lavoravo... Sì, per un po’ di tempo sono stato bovaro, ma perchè m’è
piaciuto sempre leggere, leggere tutto ciò che mi capitava sottomano,
e... Dio mio! credo di pensare diversamente dalla maggior parte di
quella gente! Ora, ecco la conclusione alla quale volevo giungere:
non ero mai entrato in una casa come questa. Quando sono venuto la
settimana scorsa e ho visto tutto questo, vostra madre, voi, i vostri
fratelli e tutto il resto, tutto ciò mi è piaciuto! Mi avevano detto
che questo esisteva e c’erano libri che lo raccontavano; vedendo la
vostra casa, ho capito che i libri dicevano la verità. Ma, veramente
volevo dire questo: tutto ciò m’è piaciuto. E me n’è venuto subito un
gran desiderio. Io voglio respirare un’atmosfera simile, un’atmosfera
di lettura, di quadri e di belle cose, dove la gente ha la voce dolce,
vestiti puliti e pensieri decenti. L’atmosfera che ho sempre respirato
puzzava di bettola, di alloggio d’infimo ordine, di rifiuti, d’alcool,
e là non ho mai sentito parlare d’altro che di questo. Dio! quando lei
ha attraversato la camera per baciare la mamma, è stata la cosa più
bella che abbia mai visto. E ne ho viste di cose in vita mia! molte
di più di quante ne avessero viste i miei compagni. Mi piace vedere,
e voglio vedere di più e voglio imparare a vedere in modo diverso. Ma
questa non è ancora la questione! Ecco! io voglio percorrere la mia
strada verso una direzione come la sua. Nella vita non c’è altro che
sbornie, un lavoro che rompe le reni, e vagabondaggio. Solo, qual è
il modo di arrivarvi? Come cominciare? Io non domando di meglio che di
pagare di persona, sa! e quando si tratta di lavorare faticosamente, io
vinco gli altri. Una volta amato, lavorerò giorno e notte... Forse deve
sembrarle un po’ buffo che le domandi tutto ciò? Lei è l’ultima persona
alla quale dovrei rivolgermi, ma non conosco altri... tranne Arturo;
forse avrei dovuto domandarlo a lui. Se fossi... — La voce gli si
spense; i suoi propositi venivano meno davanti all’orribile impressione
d’aver forse commesso una goffaggine non rivolgendosi ad Arturo, e
d’essersi reso ridicolo. Assorta, Ruth non rispose immediatamente; essa
si sforzava d’armonizzare quel discorso maldestro, incerto, barocco ed
ingenuo, con ciò che gli vedeva sul viso. Non aveva mai visto degli
occhi esprimere tanta energia: con la potenza espressa da quel viso,
quell’uomo poteva riuscire in tutto. Ma come stonava col modo com’egli
esprimeva il suo pensiero! Pareva un gigante legato che si dibattesse
per rompere i suoi vincoli.
Quando lei parlò lo fece con gran simpatia.
— Di ciò che le occorre, lei stesso si rende conto. Lei dovrebbe
ritornare a scuola, studiar la grammatica, poi seguire i corsi
superiori e quelli dell’università.
— Ma occorre del danaro per questo! — interruppe lui.
— Ah! non avevo pensato a questo! — esclamò lei. — Ma lei avrà i
genitori, qualcuno che possa aiutarla.
Egli scosse la testa.
— Mio padre e mia madre sono morti. Ho due sorelle, l’una maritata, e
l’altra che lo sarà in breve, credo. E poi ho una sequela di fratelli
— io sono il minore, — che però non hanno aiutato mai nessuno. Vanno in
giro pel mondo, in cerca di buoni affari. Il maggiore è morto in India;
due sono nell’Africa del Sud, un altro pesca le balene, un altro lavora
in un circo, fa gli esercizi al trapezio. Quando è morta mia madre
avevo undici anni, e sono rimasto abbandonato a me stesso. Bisogna
dunque che mi metta a lavorar da solo, e bisogna che sappia di dove
incominciare.
— Mi sembra che lei debba, per prima cosa, procurarsi una grammatica.
Il suo modo di parlare è... — lei aveva intenzione di dire «orribile»,
ma attenuò dicendo: — molto scorretto.
Egli arrossì, e la fronte gli s’imperlò di sudore.
— Lo so, io parlo in gergo, dico un cumulo di parole che lei non
comprende. Ma ecco... Sono le sole parole che sappia pronunziare, in
realtà. Nel mio cervello ho altre parole diverse, parole spigolate nei
libri, ma siccome non le so pronunziare, non me ne servo.
— Non è tanto ciò che lei dice, ma il modo di dirlo. Non le dispiace la
mia franchezza? Non vorrei ferirla.
— No, no, — esclamò lui, benedicendola nel suo animo. — Diamine!
bisogna che io sappia, e preferisco mille volte saperlo da lei!
— Ebbene! lei dice «un atmosfero» invece di «un’atmosfera» che è
femminile, e «che io so» per «ch’io sappia». Lei fa delle «doppie
negazioni»...
— Che significa una doppia negazione? — domandò egli, aggiungendo
umilmente: — Vede, non capisco neppure le sue spiegazioni.
— La verità è che non gliel’ho spiegato, — fece lei sorridendo. — Si
avrebbe una doppia negazione quando, per esempio, ecco, lei dicesse:
«Non saprei non spiegartelo». La prima parte della frase è negativa, la
seconda parte è anch’essa negativa; secondo la regola che due negazioni
formano un’affermazione, il significato della sua frase sarebbe questo:
che lei saprebbe spiegarlo.
— È chiarissimo! non ci avevo mai pensato, — fece lui dopo aver
ascoltato attentamente, — e certo non commetterò mai più un errore come
questo.
La rapidità con la quale egli comprendeva sorprese lei e le fece
piacere.
— Lei troverà tutto ciò nella grammatica, — continuò lei. — E poi,
un’altra cosa, ho osservato nel suo modo di parlare. Lei dice: «Che i
ho detto», invece di «che gli ho detto». Non le urta l’orecchio: _che i
ho detto_?
Egli riflettè un momento, poi confessò con semplicità: — N’ posso dire
che mi urta.
— Perchè, a proposito, non dice: _non_ posso dire? — aggiunse lei. E il
modo col quale lei si mangia metà delle parole è terribile!
Egli si piegò davanti, tentato dal desiderio d’inginocchiarsi davanti a
una creatura così meravigliosamente istruita.
— Senta, mi è impossibile correggerla in tutto. Le occorre una
grammatica. Gliene cercherò una e le mostrerò come deve cominciare.
E lei si alzò e lui fece altrettanto, esitando tra il vago ricordo
d’una norma di buon contegno letto in un libro di buone maniere e il
timore che lei credesse che andasse via.
— A proposito, signor Eden, — fece lei nell’uscire dalla camera, — che
cos’è una «cotta»? Lei l’ha ripetuta parecchie volte.
— Oh! una cotta? — esclamò lui ridendo. — È una parola del gergo!
— Senta! non usi in questo caso il pronome «si» ma «io», — obbiettò la
giovane scherzosamente.
Quando lei tornò colla grammatica, accostò la poltrona (egli si domandò
se doveva aiutarla) e sedette accanto a lui. Leggendo insieme, le loro
teste chine si sfioravano; così ch’egli poteva a malapena seguire
le sue spiegazioni, tanto quella vicinanza deliziosa lo turbava. Ma
quando lei incominciò a mostrargli l’importanza delle coniugazioni,
egli dimenticò tutto. Non aveva mai udito parlare di coniugazioni, e fu
meravigliato di quanto intravedeva, circa la composizione della lingua.
Egli si chinò di più sul libro, e i capelli biondi gli accarezzarono
la guancia. Una volta sola era svenuto, nella vita, e poco mancò che
non svenisse la seconda volta; respirava a stento; tutto il sangue
parve che gli affluisse alla gola dal cuore, come per soffocarlo. Mai
lei gli era sembrata così accessibile; pel momento, era gettato come
un ponte sul baratro che li separava. Eppure il suo rispetto per lei
non era punto diminuito; lei non era discesa dalle altezze; ma era lui
a innalzarsi fra le nubi verso di lei, tanto il sentimento rimaneva
fervido e immateriale. Gli sembrò di avere illecitamente toccato
un tabernacolo sacro, e con premura allontanò la sua testa da quel
contatto delizioso che l’aveva elettrizzato in tutta la persona, senza
che lei s’accorgesse minimamente della cosa.