Una terribile irrequietezza nervosa, una vera fame dell’anima,
tormentò Martin Eden. Egli aveva fame di vedere la giovane le cui mani
delicate s’erano impadronite della sua vita, e non riusciva a trovare
il coraggio di andarla a visitare. Temeva, andando da lei con troppa
precipitazione, di compiere una grave infrazione a quella spaventevole
cosa che si chiama etichetta. Egli passava lunghe ore nelle biblioteche
di Oakland e di Berkeley, e riempiva le cedole di abbonamento per
sè, per le sorelle Geltrude e Marianna, e per Jimmy, dai quali aveva
ottenuto il consenso, con qualche bicchiere di birra. Con la provvista
di libri che quattro cedole gli permettevano di portare a casa,
egli consumava tanto gas nella sua povera cameretta, che il signor
Higgingbotham gli fece pagare due franchi e cinquanta di supplemento.
Il cumulo di libri ch’egli lesse non gli servì ad altro che ad eccitare
la sua impazienza; la pagina d’ogni volume gli schiudeva appena un
minuscolo spiraglio del paradiso intellettuale, e l’appetito, stimolato
dalla lettura, aumentava in proporzione. Poi, egli non sapeva da qual
parte incominciare, e soffriva continuamente della mancanza di studî
preparatorî. I più semplici riferimenti (evidentemente compresi da
un lettore qualunque) gli sfuggivano. Lo stesso accadde per la poesia
ch’egli adorava. Lesse il libro di Swinburne prestatogli da Ruth, ne
lesse altri, capì _Dolores_ da cima a fondo, ma sentenziò, in cuor suo,
che Ruth non poteva capirlo! Come l’avrebbe potuto, vivendo una vita
così raffinata? Gli capitarono, per caso, alcuni poemi di Kipling,
il cui ritmo, slancio, estro, che trasformavano le minime cose, i
cui particolari più familiari, lo entusiasmavano. La comprensione
di quell’uomo, la sua psicologìa così evidente e netta lo stupivano.
«Psicologìa» era una nuova parola nel vocabolario di Martin. Il quale
aveva comperato un dizionario, facendo così una breccia alquanto grave
nei suoi risparmi, e anticipando la data dell’imbarco. Inoltre, ciò
irritava il signor Higgingbotham, che avrebbe preferito che quel denaro
andasse a lui.
Di giorno, egli non osava arrischiarsi nei dintorni di Ruth, ma, di
notte, s’aggirava come un ladro attorno alla casa dei Morse, guardando
furtivamente le finestre, intenerito soltanto alla vista dei muri
che la riparavano. Parecchie volte mancò poco che non fosse sorpreso
dai fratelli di lei, e una sera seguì il signor Morse in città,
studiandone la faccia al chiarore delle vie, e augurandogli di tutto
cuore un terribile accidente che gli permettesse di balzare in aiuto
e salvare il padre della sua prediletta. Un’altra volta la sua attesa
fu premiata, perchè potè intravedere il profilo di Ruth a una finestra
del secondo piano. Con le braccia sollevate, essa s’acconciava davanti
ad uno specchio. In realtà non ne vide che la testa e le spalle, in un
attimo, che gli parve un’eternità di delizie ardenti. Poi, lei fece
ricadere la tendina; ma ormai egli sapeva dov’era la camera di lei,
e ritornò a spiare di sovente, nascosto nell’ombra di un albero, sul
marciapiedi opposto, fumando innumerevoli sigarette. Un pomeriggio
incontrò la madre di lei, che usciva da una banca; e il particolare
gli mostrò nuovamente l’enorme distanza che lo separava da Ruth. Ella
apparteneva alla classe che si serviva delle banche. Egli non era mai
penetrato in uno di quei santuarî, e immaginava che potessero essere
frequentati solo dai milionari e dai potenti della terra.
Era soggetto a una specie di rivolgimento morale: la purezza, la
bellezza d’animo del suo idolo, avevano operato in lui una reazione,
sicchè provava un ardente bisogno di nettezza. Bisognava ch’egli fosse
pulito, per essere degno di respirare l’aria che essa respirava. Si
lavò i denti, si spazzolò le mani con una spazzola per pulir l’acciaio,
sino al giorno in cui, visto uno spazzolino per le unghie nella mostra
d’un droghiere, indovinatone l’uso, lo comperò. Il venditore, dato
uno sguardo alle unghie, propose l’acquisto d’una lima, ed egli fece
acquisto immediato di quel nuovo arnese per toeletta. Dopo aver scorso
un libro d’igiene personale, decise che gli occorreva un bagno freddo
tutti i giorni, facendo stupire Jim e indignare Higgingbotham che
non aveva alcuna simpatia per quelle invenzioni d’abracadabra e si
domandò seriamente se non era il caso di far pagare a Martin l’acqua
che consumava in più. Un altro progresso fu compiuto, riguardante la
piega dei calzoni. Martin, orientato verso quel genere di cose, osservò
subito la diversità fra i calzoni dell’operaio, che fanno ginocchiello,
e quelli la cui linea diritta segnata dal piede all’anca indica gente
di un ambiente più elegante. Egli agitò la questione e mise sottosopra
la cucina della sorella per cercare dei ferri e una tavola da stiro.
Dapprima non riuscì, bruciò un calzone e fu costretto ad acquistarne un
altro paio, anticipando così ancora la data dell’imbarco.
Ma il mutamento non avveniva soltanto all’esterno della persona, ma
in lui. Fumava ancora, ma non beveva più. Sino a quel tempo, egli
aveva pensato che un uomo dovesse bere e s’era vantato d’aver la testa
resistente; ciò che gli permetteva di vedere tutti i compagni andare a
finire sotto la tavola, mentre egli conservava un aspetto e contegno
apparentemente decenti. Quando, per esempio, incontrava un compagno
di bordo, ed egli ne aveva parecchi a S. Francisco, l’invitava, o
era invitato, come un tempo; ma ora non ordinava altro per sè, che
_ginger-ale_, o limonata, e sopportava allegramente i loro frizzi.
E, mentre essi diventavano brilli, e la bestia ch’era in loro saliva e
s’impadroniva della persona, egli li studiava e ringraziava Dio perchè
non rassomigliava a loro. Bisognava che dimenticassero le loro miserie;
e durante la loro ebbrezza quei bruti istupiditi si sentivano simili a
dei e regnavano nel loro paradiso d’attossicati.
D’altra parte, Martin non sentiva più bisogno d’alcool; era ebbro in
mille altri modi nuovi ma molto più gravi; ebbro di Ruth che gli aveva
acceso il cuore d’amore e di desiderio d’immortalità; ebbro di letture,
che avevano fatto sorgere in lui innumerevoli aspirazioni; ebbro,
infine, della propria forza, raddoppiata dalle cure ch’egli usava al
suo corpo e che gli davano un equilibrio gaio e magnifico.
Andò una sera a teatro sperando vagamente ch’ella vi andasse, ed
ecco, dalla seconda fila dov’era seduto, la vide a un tratto! La vide
arrivare per uno dei corridoi laterali, con Arturo e un giovanotto
interamente calvo e munito d’un paio d’occhiali, la cui vista lo fece
sprofondare in angosce di diffidenza e di gelosia. La vide sedere
nelle poltrone di prima fila, e in tutta la serata non distinse altro
che questo: delle delicate spalle bianche e una massa di capelli d’oro
pallido, fatti più pallidi dalla lontananza. Ma anche altra gente era
distratta, ed egli osservò, guardandosi intorno, due ragazze sedute non
lontano da lui, che gli sorridevano con aria sfrontata. Egli era stato
sempre uomo di facili avventure, per natura, giacchè non era solito
mandar via la gente. Un tempo avrebbe ricambiato il sorrisetto, e, con
l’atteggiamento, incoraggiato il loro sorriso; ma ora le condizioni
erano diverse. Egli rispose al sorriso; poi si volse e non guardò più
da quella parte. Pure, parecchie volte, senza farlo di proposito,
il suo sguardo incontrò il loro sorriso. Non ci si trasforma in un
giorno, ed egli non poteva modificare la gentilezza naturale del suo
carattere. Così che finì col sorridere alle ragazze, per puro bisogno
di cordialità espansiva. Che gli portavano infatti di nuovo? Egli
sapeva bene ch’esse tendevano verso di lui le loro mani carezzevoli,
ma... ma ora, laggiù, presso l’orchestra, era la donna unica, così
incredibilmente diversa da quelle due ragazze della sua classe,
ch’egli non poteva fare a meno di considerarle con senso di pena e di
pietà. Egli desiderava con tutto il cuore che gli fosse concesso di
possedere, fosse pure per un attimo, un po’ della bontà di Ruth e del
suo splendore morale. Ma per nulla al mondo avrebbe voluto ferirle per
i loro maneggi, che, d’altra parte, non lo lusingavano; egli risentiva
perfino una vaga vergogna della propria inferiorità, che giustificava
il loro contegno. Se egli fosse stato uno della classe di Ruth, quelle
ragazze non si sarebbero permesse alcuna familiarità; i loro sguardi
gli sembravano muniti di artigli minacciosi che s’aggrappavano a lui
per mantenerlo al loro livello.
S’alzò prima che calasse il sipario, per tentare di vedere Ruth.
C’era sempre della gente sotto il peristilio del teatro, così che,
calcandosi il cappello sugli occhi, lei non lo avrebbe riconosciuto.
Egli uscì per primo tra la folla; ma s’era appena avviato all’uscita,
quand’ecco apparire le due ragazze. Esse lo avevano seguito, era
evidente; e là per là egli maledisse il fascino che esercitava sulle
donne. Esse avanzavano lentamente, nel più folto della folla, così che,
sfiorandole, una d’esse s’accorse di lui. Era una flessuosa ragazza
bruna, dagli occhi cupi, pieni di sfida. Tutt’e due gli sorrisero, ed
egli rispose loro.
— Oh! chi si vede! — diss’egli automaticamente, come aveva fatto
in tanti casi simili! D’altra parte, non gli era possibile agire
altrimenti, data la sua grande indulgenza e il bisogno di cordialità
inerenti alla sua natura. La ragazza dagli occhi neri rinforzò
il suo sorriso e fece l’atto di fermarsi, come anche l’amica che
l’accompagnava e che rideva, torcendosi. Egli riflettè rapidamente.
Bisognava evitare che «Lei», uscendo, lo vedesse in compagnia di quelle
ragazze. Con molta disinvoltura, egli manovrò in modo da spingere
la bruna verso l’uscita. Là, era libero di sè, e a suo agio; anzichè
manifestare impaccio o timidezza, egli scherzò allegramente, usando
con un certo brio il gergo e il complimento gentile, preliminari
obbligatori in quel genere di avventure rapide. Al cantone, egli
volle lasciar la folla che seguiva la strada, per prendere una via
trasversale, ma la ragazza dagli occhi neri lo prese pel braccio, ed
esclamò trascinando la compagna:
— Fermatevi! Bill! dove correte con tanta fretta?... Non ci vorrete
piantare così?...
Egli si fermò, rise, fece un voltafaccia. Al disopra delle loro spalle
vedeva la folla che si moveva, passare sotto i riverberi di luce. Il
punto in cui si trovava non era illuminato, così che poteva vederla
passare senz’essere visto. Lei doveva passare di là, giacchè quella era
la via di casa sua.
— Come si chiama? — domandò alla compagna indicando la ragazza bruna...
— Domandaglielo! — rispose lei.
— Dunque, come vi chiamate? — domandò egli, voltandosi alla ragazza.
— Voi non mi avete ancora detto il vostro nome, — ribattè quella.
— Non me l’avete chiesto, — fece lui sorridendo. — D’altra parte
l’avete indovinato: mi chiamo proprio Bill.
— Là! Là! — E lei lo guardò negli occhi, mentre i suoi s’intenerivano.
— È proprio vero?...
Lei seguitava a fissarlo; l’eterna femminilità luceva negli occhi
eloquenti. Ed egli la scrutava, negligentemente, sapendo già che se
egli si fosse mostrato aggressivo, lei si sarebbe messa in guardia,
con riserbo e pudore a un tratto, ma pronta a invertire le parti
s’egli avesse indietreggiato. Da uomo qual era, egli però ne sentiva
l’attrattiva e nell’intimo apprezzava quella lusinghiera insistenza.
Ah! come conosceva tutto ciò! sin troppo bene, dall’A alla Z... Lei
era bella come una dea; sì, come una dea può essere in quell’ambiente,
quando si lavora faticosamente, si è mal pagati e si disdegna di
vendersi per vivere meglio, e si è ardentemente assetati d’un sorso di
felicità per allietare la propria triste vita, e non si ha davanti a
sè altra alternativa che una penosa eternità di lavoro o il cupo gorgo
d’una miseria anche più terribile, ma che uccide presto ed è meglio
pagata.
— Bill, — rispose egli scotendo il capo. — Ve l’assicuro: Bill o Pietro.
— Seriamente?
— Non si chiama affatto Bill, — interruppe l’altra.
— Che ne sapete voi? — disse lui. — Voi non mi conoscete.
— Non c’è bisogno di conoscervi per sapere che dite una bugia.
— Seriamente, Bill, qual è il vostro nome? — disse la bruna.
— Bill mi sta benissimo, — rispose Martin.
Essa gli prese il braccio ridendo.
— Io so che voi mentite, ma, pure, siete gentile lo stesso.
Egli prese la mano che s’offriva, ne sentì subito i segni e le
deformazioni famigliari.
— Da quanto tempo avete abbandonato la fabbrica di conserve? — domandò.
— Come lo sapete?... Be’, è uno stregone! — esclamarono le ragazze, a
coro.
Mentr’egli scambiava con loro tutte le stupidaggini solite, sentiva
passare e ripassare nella mente gl’innumerevoli scaffali della
biblioteca dove si accumulavano le meraviglie dei secoli passati. E
l’incoerenza dei suoi pensieri lo fece sorridere.
Intanto i segni intimi e la celia ch’egli simulava non gl’impedivano
di tener d’occhio l’uscita del teatro. E ad un tratto scorse Ruth,
nella luce, tra il fratello e il giovanotto dagli occhiali; e il
cuore parve che gli si fermasse. Come aveva sperato quel momento! Ebbe
appena il tempo di scorgere il velo leggero che velava la persona di
lei nell’abbigliamento, quando lei rialzò la gonna: poi essa sparve ed
egli si ritrovò di faccia alle due operaie con i loro vani tentativi
di eleganza e di nettezza, accanto ai loro vestiti a buon mercato e
ai loro gioielli da bazar. Sentì che gli tiravano il braccio, sentì
vagamente che gli parlavano:
— Svegliatevi, Bill, che vi succede?
— Che?... dicevate?...
— Oh! niente! — rispose la bruna, con un cenno vivace del capo. —
Dicevo soltanto fra me...
— Che cosa?...
— Be’, dicevo fra me e me che sarebbe una buona idea se conduceste con
noi un amico... per lei, (e indicò la compagna) e allora andremmo in
qualche luogo a prendere un «ice-cream soda» o qualche altra cosa.
Una nausea morale lo scosse. Accanto agli occhi arditi di quella
ragazza, egli vedeva i chiari occhi luminosi di Ruth, il suo sguardo
angelico che veniva a lui dalla più profonda purezza. Egli si sentì a
un tratto superiore a quell’avventura. La vita aveva per lui un altro
significato: non si limitava a degli «ice-cream sodas» in quattro.
Egli ricordò che aveva sempre coltivato, come in un giardino segreto,
pensieri rari e preziosi. Quando aveva tentato di farne partecipe
qualcuno, non aveva trovato nè donna nè uomo capaci di comprenderlo.
E poichè quei pensieri superavano la comprensione di quella gente,
egli ne concludeva, ora, che doveva essere superiore ad essa. Egli
strinse i pugni. Giacchè la vita significava per lui molto di più,
toccava a lui domandare molto di più alla vita; ma non ci voleva quella
compagnia; gli arditi occhi neri non gli potevamo offrire nulla di
nuovo. Egli sapeva ciò che riserbavano: _ice-cream_ o altro del genere.
Ma gli occhi angelici, laggiù, gli offrivano molto di meglio e più
che non potesse immaginare; libri e pittura, riposo e bellezza, tutte
le eleganze fisiche e morali d’una vita raffinata. Egli conosceva a
mente ciò che dissimulavano così malamente quegli occhi neri; vedeva,
come in un interno d’orologio, tutte le rotelle della povera meccanica
cerebrale; il basso piacere n’era lo scopo, il cupo piacere che portava
alla morte definitiva d’ogni speranza. Ma negli occhi angelici, si
offrivano il mistero, l’incanto, l’al di là; in essi era il riflesso
d’un’anima e anche un po’ dell’anima sua.
— Il programma va bene, ma c’è un _ma_: sono impegnato.
Gli occhi neri della bruna lo fulminarono.
— Dovete assistere un amico malato, certamente? — fece lei
beffardamente.
— No, ho un «appuntamento» con — ed egli esitò — con una ragazza.
— Mi prendete in giro? — disse lei con gravità.
Egli la guardò negli occhi e rispose:
— Niente affatto, ve lo assicuro. Ma non potremmo vederci un altro
giorno? Non m’avete detto ancora il nome vostro nè dove abitate.
— Lizzie, — rispose lei, raddolcita, e appoggiandosi a lui gli premeva
il braccio. — Lizzie Connolly. E abito a Fifth and Market.
Egli chiacchierò qualche altro minuto e augurò loro la buona notte. Ma
anzichè tornare direttamente a casa, andò sino all’albero, all’ombra
del quale aveva sognato tante volte, alzò la testa verso la finestra e
mormorò:
— L’appuntamento era con voi, Ruth. Son venuto.