La mattina dopo, allo svegliarsi, i profumi snervanti dei suoi sogni
d’oro s’erano dileguati per dare luogo a un grave odor di liscivia
e di biancheria sudicia, che pareva l’emanazione stessa d’una vita
miserabile e lamentevole. Uscendo di camera, egli sentì uno scroscio
d’acqua, un’esclamazione irritata e il rumore sonoro d’uno schiaffo che
sua sorella regalava ora all’uno ora all’altro membro della numerosa
figliolanza. Gli strilli del bambino gli urtarono in modo spiacevole i
nervi. Egli sentì che tutto ciò, e persino l’aria che respirava, era
sordido e ripugnante. Quanta diversità dall’atmosfera pacifica della
casa di Ruth! Laggiù tutto era spirito: qui, tutto era materia, e bassa
materia.
— Vieni qui, Alfredo, — diss’egli al fanciullo che piangeva; e frugava
intanto nella tasca dei calzoni, dove, secondo il solito, teneva il
denaro. Ne trasse fuori dieci soldi ch’egli mise nella mano del piccino
dopo averlo vezzeggiato un po’. — Va’, subito, corri a comperare delle
caramelle d’orzo, e non dimenticare di darne anche ai fratellini e alle
sorelline. Soprattutto, cerca di comperare di quelle che durano molto!
Sua sorella sollevò la faccia accalorata, che teneva china sul bucato e
lo guardò.
— Bastavano due soldi — disse. — È ben fatto, di’? Non hai alcuna idea
del valore del danaro. Il ragazzo ne avrà un’indigestione.
— Va bene, sia. — rispose Martin allegramente. — Quei dieci soldi
stanno bene dove sono. Se tu non fossi così occupata ti darei un bacio.
— Aveva voglia di essere affettuoso con sua sorella che era buona e
l’amava a suo modo. Ma, più gli anni passavano, più essa mutava, più
lo sconcertava. Egli pensò che fosse a causa del lavoro così faticoso,
dei numerosi bambini, delle eterne grettezze del marito, e gli parve a
un tratto ch’essa rassomigliasse un po’ ai suoi legumi sfatti, a quella
liscivia, a tutta quella moneta sporca che maneggiava da mattina a
sera.
— Va’! va’ a far colazione! — fece lei di cattivo umore, ma contenta in
fondo, giacchè di tutti quanti i suoi fratelli nomadi, egli era stato
sempre il prediletto. — Be’, in fin dei conti, ti voglio dare un bacio!
— aggiunse lei, col cuore un po’ intenerito.
Col dorso della mano ella pulì la spuma del sapone che le scolava dalle
braccia, e, quand’egli, abbracciatane la persona massiccia, l’ebbe
baciata su tutt’e due le gote, si sentì gli occhi pieni di lacrime,
non tanto per la tenerezza quanto per la stanchezza. Poi lo respinse
subito, ma egli vide le tracce dell’intenerimento di lei.
— Troverai la colazione nel forno, — fece lei precipitosamente. — Ormai
Jim dev’essere alzato. È stato necessario alzarmi presto per lavare.
Ora va... e cerca di uscir di casa prestino. La casa non dev’essere
sottosopra, oggi che Tom è andato via e Bernardo è costretto a guidar
la vettura.
Martin se la battè in cucina, con un peso sul cuore: la vista del
volto congestionato di sua sorella e del suo corpo rilassato, gli
faceva male. Egli finì col concludere che lei gli avrebbe voluto molto
bene se ne avesse avuto il tempo; ma, in realtà, lavorava in modo
da creparne. Bernardo Higgingbotham era un bruto, giacchè le faceva
rompere lo schiena a quel modo. D’altra parte egli non potè fare a meno
di riconoscere che quel bacio datole era privo di qualsiasi gusto. Vero
è ch’era molto insolito; da lungo tempo, egli la baciava solo quando
partiva o ritornava dal viaggio. Quel bacio col sapore di spuma di
sapone mancava d’ogni attrattiva; non era un bacio fraterno e cordiale.
Essa lo aveva baciato come una donna così stanca, dopo un tempo così
lungo, che pareva avesse dimenticato che cosa fosse un bacio. Egli se
la ricordò quand’era giovinetta, lei, e ballava tutta la notte, con le
migliori danzatrici, dopo un’aspra giornata di lavatura di biancheria,
senza preoccuparsi del duro domani. Poi pensò a Ruth e immaginò
la dolcezza delle sue labbra. Il bacio di lei doveva rassomigliare
alla stretta di mano e allo sguardo: doveva essere sostenuto e soave
insieme. Sì, egli osò evocare la visione della bocca di lei sulla
sua, e questo così al vivo, che fu colto da vertigine e gli sembrò di
turbinare in una nuvola di petali di rose profumate.
In cucina trovò Jim, l’altro pensionante, che mangiava la minestra
con aria dolente e gli occhi distratti e vaghi. Jim era apprendista
piombatore: il suo mento floscio e il temperamento linfatico congiunti
a una certa apatia nervosa, non erano certo segno ch’egli dovesse
arrivar prima nella corsa al pane e al companatico.
— Perchè non mangi? — diss’egli, mentre Martin immergeva con disgusto
il cucchiaio nella minestra di avena fredda e mal cotta. — Eri
nuovamente ubriaco ieri sera?
Martin scosse negativamente il capo; la sconcezza di tutto ciò lo
disanimava. Ruth Morse gli sembrava sempre più lontana.
— Io, lo ero, — proseguì Jim, con un ghigno rumoroso, — e come un
asino! Oh! che bella figliuola! Billy m’ha ricondotto a casa.
Martin fece un cenno affermativo (era solito ascoltare sempre colui che
parlava) e si versò una tazza di caffè tiepido.
— Vai al ballo del Club del Loto? — domandò Jim. — Avranno della
birra e se viene la banda del Temescal, vi sarà del chiasso. Però,
io me infischio. Comunque, conduco con me la mia amica! Zitto! acqua
in bocca! — E fece una smorfia e sentì il dovere di correggere quel
cattivo gusto con del caffè.
— Conosci Giulia?
Martin fece segno di no.
— È la mia amica, — spiegò Jim. — Un amore! Te la presenterei
volentieri, ma me la prenderesti. Non so davvero che fai tu alle
donne... ma le sgraffigni ai compagni in un modo scoraggiante.
— Io non t’ho mai tolto nessuna, — rispose Martin indolentemente, tanto
per dire qualche cosa.
— Proprio? — affermò l’altro con calore. — Maggie, per esempio.
— Non c’è stata mai nessuna relazione tra noi. Ho ballato con lei
soltanto quella notte.
— Appunto! E questo è stato la causa di tutto! — esclamò Jim. — Tu
hai ballato con lei e l’hai guardata semplicemente, e basta: fatta!
Certamente, tu non dai molta importanza alla cosa... Ma questo non
impedisce il fatto che sono stato soppiantato! Lei non mi ha degnato
più neppure di uno sguardo. Chiedeva d’allora in poi, sempre, prima te,
che me. Bastava che tu ti chinassi, per prenderla, se avessi voluto.
— Ma non volevo.
— Pure, lei m’ha piantato lo stesso. — E Jim lo guardò con ammirazione.
— Come fai, di’, Mart...
— Io me ne infischio, — fu la risposta.
— Tu fai credere loro che te ne infischi? — interruppe Jim vivamente.
Martin riflettè un istante, poi rispose:
— È un buon sistema, ma per me è diversa la cosa. Io non me ne sono
mai curato troppo... Se tu potessi far finta, andrebbe bene lo stesso,
credo.
— Avresti dovuto venire al cascinale di Riley, — dichiarò Jim, le
cui idee mancavano di nesso logico. — C’era un mucchio di gente in
baldoria. C’era un tipo meraviglioso di West-Oakland, che si chiama «Il
Topo», agile come un’anguilla. Nessuno ha potuto farlo cadere. Noi ti
abbiamo rimpianto. Dov’eri dunque, in conclusione?
— A Oakland, — rispose Martin.
— Allo spettacolo?...
Martin respinse il piatto e si alzò.
— Verrai al ballo questa sera? — gli gridò l’altro.
— No, non credo, — rispose egli.
Uscì e respirò l’aria a pieni polmoni. Quell’atmosfera lo aveva
soffocato e la chiacchiera dell’apprendista l’aveva esasperato. In
alcuni momenti aveva dovuto lottare con se stesso per non ficcargli la
testa nella zuppa. Più l’altro ciarlava più Ruth sembrava allontanarsi
da lui. Come avrebbe potuto, in quel gregge di bruti, diventar degno
di Lei? Il compito che si era assunto lo atterriva, tanto si sentiva
ostacolato dall’atavismo della sua classe. Tutto era coalizzato contro
di lui per impedirgli di elevarsi: la sorella, la casa di sua sorella
e la famiglia, Jim l’apprendista, tutti i conoscenti e i minimi vincoli
relativi. Ed egli sentì che la vita aveva un sapore amaro per lui. Sin
allora egli l’aveva accettata quale era, e trovata buona; non l’aveva
interrogata, tranne nei libri; ma quei libri erano per lui come favole
d’un mondo impossibile e magnifico. Ora che aveva visto quel mondo
come reale e possibile, un mondo di cui quel fiore di donna, Ruth, era
il centro, tutto il resto non era che amarezza, desiderî dolorosi e
disperazioni esasperate dalla stessa speranza.
Egli aveva esitato fra la Biblioteca popolare di Berkeley e quella di
Oakland; si decise per quest’ultima, perchè Ruth abitava a Oakland.
Si poteva sapere?... Una biblioteca era un punto dov’ella capitava,
ed egli avrebbe potuto incontrarla. Poichè egli ignorava il modo
di regolarsi là, errò fra innumerevoli scaffali di romanzi, sino al
momento in cui la gentile ragazza dall’aspetto francese che sembrava
preposta al luogo, gli disse che il servizio delle informazioni era
in alto. Egli, che non era abbastanza sicuro per rivolgersi all’uomo
dal pulpito, si arrischiò nella sala riservata alla filosofia. Aveva
sentito parlare di filosofia, ma non immaginava che tanti libri fossero
stati scritti su questa materia. Gli alti palchetti che si piegavano
sotto il peso dei grevi volumi, l’umiliarono e lo stimolarono nello
stesso tempo. Quale buon compito pel suo cervello vigoroso! S’imbattè
in libri di trigonometria nella sezione di matematica, li sfogliò e
contemplò, incantato, formule e figure incomprensibili... Certo, egli
comprendeva l’inglese, ma quell’inglese gli sembrò ebraico. Norman e
Arturo conoscevano quella lingua; l’avevano parlata davanti a lui.
Ed erano i fratelli di lei! Egli abbandonò la sala della filosofia
disperato. Da tutti i lati i libri sembravano accostarsi a lui per
dileggiarlo, sopraffarlo. Mai non s’era immaginato che la scienza
umana potesse costituire una massa così imponente di libri, e questo
lo spaventava. Come avrebbe potuto il suo cervello immagazzinare tutta
quella roba?... Poi ricordò che altri, molti altri, lo avevano fatto;
e, sottovoce ardentemente egli giurò a se stesso di far produrre al suo
cervello ciò che altri avevano saputo far produrre al loro.
Vagò nuovamente, ora depresso, ora sperando, visitando gli scaffali
zeppi di scienza. In una sezione di «varie» mise gli occhi addosso a
un _Epitome_ di Norric, e lo scorse con deferenza; finalmente, ecco
un linguaggio che capiva; come lui, quell’uomo parlava del mare. Poi
trovò un Bowditch e dei libri di Leckey e di Marshall. Ecco, imparava
la navigazione. Cessato di bere, avrebbe lavorato e sarebbe diventato
capitano, avrebbe potuto sposarla, se ella lo avesse voluto. E se non
avesse voluto, be’, avrebbe vissuto una vita migliore fra gli uomini,
a causa di Lei, e non avrebbe cessato meno di bere. Poi ebbe presenti
gli assicuratori e gli armatori — padroni forzosi del capitano —
che avrebbero potuto vessarlo e i cui interessi erano diametralmente
opposti ai suoi. Egli lanciò uno sguardo attraverso la sala e abbassò
gli occhi davanti ai diecimila volumi. Non più il mare per lui; c’erano
infinite ricchezze in tutti quei libri, e se egli fosse riuscito a
trarne grandi cose, le avrebbe compiute sulla terra. D’altra parte un
capitano non può condurre con sè la moglie.
Venne mezzogiorno, poi il pomeriggio. Egli si dimenticò di mangiare
e seguitò a cercar libri sulle buone maniere; giacchè, oltre che
dalla scelta d’una professione, la sua mente era assillata da un
problema più immediato; questo: _se una signorina vi dice di farle
visita, quando potete andare?_ Ma imbattutosi nella scansia dei
libri in questione, cercò invano una risposta. I mille e uno arcani
dell’etichetta lo confusero molto, ed egli si smarrì in un labirinto
di casi vari riguardanti lo scambio di carte da visita fra gente della
buona società. Egli si diede per vinto senza essere riuscito a trovare
ciò che cercava, ma scoprendo che non basta la vita di un uomo per
acquistare una perfetta conoscenza del modo di saper trattare, e che
egli, personalmente, avrebbe dovuto consumar tutta la sua esistenza
prima di imparare a diventare una persona di modi distinti.
— Ha trovato ciò che cercava? — gli domandò l’uomo del pulpito,
quand’egli uscì.
— Sì, signore, — rispose. — Lei ha lì una bella biblioteca.
L’uomo fece un segno di assenso.
— Avremmo molto piacere di rivederla spesso. È marinaio lei?
— Sì, signore, sono marinaio, — rispose Martin. — Ritornerò.
— Come ha fatto a vederlo? — si domandò egli scendendo le scale.
E lungo la via, durante alcuni minuti, si sforzò di procedere con
un’andatura rigida, compassata, goffa, sino al momento in cui, assorto
nei suoi pensieri, egli riprese quel grazioso ondulamento che gli era
solito.