Martin Eden, ancora irritato dal contrasto col cognato, seguì
nell’oscurità il corridoio ed entrò in camera sua, una specie di
nicchietta che conteneva a malapena un letto, un lavandino e una
poltrona. Il signor Higgingbotham, da quell’uomo sin troppo pratico
ch’era, si guardava bene dall’assumere una domestica, giacchè aveva
la moglie. D’altra parte, la camera per la domestica gli dava modo di
tenere, anzichè uno, due pensionanti.
Martin posò i volumi di Swinburne e di Browning sulla poltrona;
si tolse il soprabito e sedette sul letto risentendo lo stridore
lamentoso delle molle sotto il suo peso. S’era curvato per togliersi
le scarpe, ma si fermò a un tratto e incominciò a fissare dirimpetto
il muro di gesso che la pioggia, filtrando dal tetto, aveva rigato di
lunghe bavature brune. Su quel misero sfondo, riapparvero le visioni,
come immagini luminose. Egli dimenticò le scarpe e rimase lungamente
immobile, sino al momento in cui le sue labbra tremanti mormorarono:
Ruth!
Ripetè questo nome infinite volte, come un talismano, una parola
magica. Ogni qualvolta lo pronunziava, infatti, il volto amato gli
appariva davanti agli occhi, illuminava il povero muro d’un chiarore
radioso. E questo chiarore invadeva tutte le cose, gli trasportava
l’anima verso di Lei su raggi incandescenti... Tutto quanto era di
meglio in lui s’ampliava, magnificamente nobilitato e purificato...
Sensazione stranamente nuova!... Mai una donna lo aveva migliorato;
anzi! Eppure, molte fra loro avevano fatto il possibile per ciò, ed
egli non se n’era accorto. Egli ignorava, privo di vanità com’era,
l’attrattiva che esercitava sulle donne la sua bella giovinezza;
spesso, anzi, se n’era stancato. Curandosi poco dell’amore, non gli era
mai venuto il pensiero d’aver potuto rendere migliori certe donne. Sino
a quel giorno era vissuto in perfetta indifferenza; ora gli pareva di
aver avuto rapporti solo con persone basse e amori avvilenti; il che
era ingiusto per esse e per lui. Ma poichè acquistava coscienza di sè
per la prima volta, non era in condizioni da giudicare serenamente, e
sprofondava totalmente nella vergogna di ciò ch’egli credeva ricordi
infami.
Bruscamente egli si alzò e si sforzò di guardarsi nello specchio
offuscato del lavabo. Lo deterse, poi si guardò nuovamente a lungo
e minuziosamente, per la prima volta in vita sua. Ora i suoi occhi
sapevano vedere; ma sino a quel momento egli se n’era servito soltanto
per guardare il mondo nei suoi panorami sempre mutevoli, e non aveva
mai speso del tempo per guardare se stesso.
Ciò che vide — senza che egli sapesse rendersene conto — fu il
viso d’un giovanotto di vent’anni, dalla fronte quadrata, convessa,
incorniciata da una massa folta di capelli castani, i cui riccioli
leggermente inanellati dovevano tentare le mani carezzevoli delle
donne. Ma egli non degnò d’alcuna attenzione un oggetto così indegno
di Lei, limitandosi a studiare a lungo la sua gran fronte quadrata,
sforzandosi di penetrarla, di valutarne il contenuto. Che razza di
cervello stava lì dentro? Di che cosa era capace? Sino a che punto
avrebbe potuto condurlo? Sino a Lei?... Egli si domandò che cosa
riflettessero i suoi occhi di acciaio, talvolta azzurri, avvivati dalla
brezza salina dei mari soleggiati. Che cosa aveva pensato Lei di quegli
occhi? Egli tentò di sostituirsi a Lei... inutilmente. Che sapeva lui
del modo di giudicare di Lei? Come avrebbe potuto indovinare uno solo
dei suoi pensieri? In Lei tutto era incantamento e mistero.
Ebbene, concluse, sono occhi onesti, senza sottintesi e senza astuzia.
Il colore del suo viso lo sorprese; egli non lo credeva così
abbronzato dal sole. Subito, egli rimboccò la manica della camicia per
rassicurarsi. Sì, la sua pelle era bianca, in fin dei conti, quantunque
le sue braccia fossero anch’esse d’un color tané. Egli tese il braccio
e ne tastò i muscoli e cercò il punto meno toccato dal sole... Bene:
era bianchissimo... Il pensiero che un tempo il suo viso era stato così
bianco, lo fece ridere. Non immaginò neppure per un attimo che poche
donne bionde potessero vantarsi d’avere la pelle così bianca e così
dolce come la sua, nei punti dove era sfuggita ai raggi del sole.
Aveva la bocca infantile, quando le labbra turgide, sensuali, non si
contraevano con troppa durezza sui denti, che allora diventava severa
e persino ascetica quella bocca sensuale veramente fatta per l’amore
e per la lotta... Si sentiva ch’essa era capace sia di gustare le
dolcezze della vita, sia di rinunziare ad esse per dominar la vita.
Il mento, la mascella, forti e un po’ aggressivi, la sensualità, la
tonificavano in certo qual modo. E i denti, bianchi regolari e solidi,
non avevano avuto mai bisogno dell’opera del dentista; com’egli
osservò con piacere proseguendo l’esame. Ma un pensiero lo turbò ad
un tratto: non c’era della gente che si lava i denti tutti i giorni?
gente superiore a lui, di molto, certamente, gente appartenente
alla classe sociale di cui faceva parte Lei... Lei, naturalmente,
si lavava i denti tutti i giorni... Che avrebbe pensato di lui se
avesse saputo che durante tutta la sua vita egli non se li era mai
puliti? Decise, dunque, di comperare uno spazzolino da denti e di
prendere quell’abitudine dal giorno dopo. Dei tentativi eroici, non
sarebbero bastati a conquistarla: bisognava un’educazione compiuta in
tutte le cose; avvezzarsi persino a portare il colletto duro, sebbene
gli bastasse pensar questo per sentire un vero vincolo alla sua
indipendenza.
Egli stese la mano, ne tastò col pollice la palma callosa e contemplò
il grassume che vi si era incrostato, ribelle a qualsiasi pulizia.
Com’era diversa la palma della mano di Lei! Egli ebbe un tremito
delizioso a quel ricordo. Essa era d’un color di petalo di rosa —
diss’egli a se stesso — e fresca e dolce come un fiocco di neve. Come
mai una semplice mano di donna poteva essere così adorabilmente soave?
Immaginando ciò che potesse essere la carezza d’una mano simile,
egli arrossì come colto in fallo, si rimproverò un tale pensiero,
incompatibile con la venerazione mistica ch’egli votava a quella
creatura eterea. Però la soavità di quella mano lo assillò; egli era
avvezzo alla pelle rugosa delle operaie e delle donne del popolo. Pure!
egli sapeva perchè le mani di queste erano aspre! La mano di Lei era
liscia perchè non aveva mai lavorato. L’abisso che li separava si scavò
di più, al pensiero conturbante di alcuni che non avevano bisogno di
lavorare per vivere. Egli concepì tutto ad un tratto l’aristocrazia;
cioè la gente che non ha bisogno di far nulla, e sul muro, davanti
agli occhi. Lei assunse forma d’una possente statua di bronzo che
lo sfidava con tutta la sua gigantesca statura. Egli aveva sempre
lavorato, come tutta la sua famiglia. E Geltrude... quando le sue mani
non erano indurite dalle faccende domestiche, erano rosse e screpolate
dal bucato. E sua sorella Marianna! Aveva lavorato in una fabbrica di
conserve l’estate precedente, e le sue belle mani fini erano tutte
tagliuzzate pel taglio dei pomodori. L’altro inverno l’estremità di
due dita era stata asportata da una macchina in una manifattura di
scatole di cartone. Egli ricordò le mani rugose di sua madre, stesa
nella bara... E suo padre, che aveva lavoralo sino all’ultimo respiro:
l’epidermide delle sue mani doveva avere lo spessore di un centimetro,
quand’egli morì... Ma le mani di Lei erano lisce, come quelle della
madre e dei fratelli. Quest’ultimo pensiero lo stupì; era quello un
segno terribilmente preciso della loro casta superiore e dell’enorme
distanza che li separava da lui.
Egli risedette sul letto, con un riso amaro. Era pazzo: un viso
di donna, le mani bianche e morbide di una donna lo avevano
ubriacato. Poi, sul muro screpolato, un’altra visione apparve. Egli
si vide davanti una sinistra casa di alloggio, una notte a Londra,
nell’East-End. Davanti a lui stava Maggie, una piccola operaia di
fabbrica, di quindici anni. Egli l’aveva accompagnata a casa, dopo il
«beanfeast», in quella sinistra casa dove lei abitava e che i porci
avrebbero rifiutato. Egli le avevo teso la mano dicendo buonasera,
ed essa gli aveva porto le labbra. Ma lei aveva rinchiuso la sua
mano su quella di lui e l’aveva stretta febbrilmente. Egli sentiva i
calli delle sue mani sfregarsi su quelli di Lei, e una gran pietà gli
gonfiava gli occhi. Vedeva quegli occhi affamati, pieni di desiderio
e il povero corpo di giovane femmina mal nutrita, d’una maturità
precoce già appassita. Allora, dolcemente, l’aveva circondata con le
due braccia, s’era abbassato e l’aveva baciata sulle labbra. Risentiva
ancora negli orecchi il piccolo grido felice di lei e la sentiva che si
strofinava addosso a lui come una gatta. Povera piccola disgraziata! La
visione di quella notte lo perseguitava; le carni gli rabbrividivano
ancora come allora quando lei s’era attaccata a lui disperatamente, e
il suo cuore era inondato da pietà. Era una sera grigia, d’un grigio
sporco, con una pioggia triste che insudiciava il suolo. Poi una luce
calda illuminò il muro, sostituendo a quella visione il bianco viso
dell’Altra, incoronata d’oro, lontana, inaccessibile come una stella.
Egli prese i volumi di Browning e Swinburne sulla poltrona e li baciò.
— Eppure m’ha detto di tornare, — fece tra sè. E guardatosi nello
specchio per l’ultima volta, dichiarò ad alta voce solennemente: —
Martin Eden, domattina, presto, andrai alla biblioteca popolare e
imparerai le buone maniere. Capito?...
Spense il gas, e le molle cigolarono lamentosamente sotto il suo peso.
— Ma bisogna smettere di bestemmiare, Martin, ragazzo mio; bisogna
smetterla assolutamente, — concluse.
Poi s’addormentò e fece sogni simili a quelli dei mangiatori di
haschich.