Schopenhauer.
Nè qui finisce la lista dei geni malati. Così negli studi recenti di
Möbius su Schopenhauer nuove prove troviamo da aggiungere a quelle da
me addotte nell'Uomo di Genio 13. 21. 33. 36. 93. 122, 213. 222. 253.
393. 535. 547. 615, sulla sua psicosi messa in dubbio da tanti, specie
in Germania.
_Schopenhauer_. — Scrive MÖBIUS (_Uber Schopenhauer_, Leipzig, Barth,
1899): Gli Schopenhauer derivano dall'Olanda; il nonno del filosofo,
Andrea, era un fine intenditore d'arte e si era formato una bella
collezione di quadri; egli sposò l'olandese Anna Renata Soermans, la
quale dopo la morte del marito, fu dichiarata debole di mente e posta
sotto tutela; e finì in età avanzata nella demenza. Andrea contava fra
gli zii paterni, uno imbecille, l'altro quasi pazzo, il terzo tisico;
la madre sua era coltissima scrittrice ma atrofica nel sentimento, la
sorella somigliantissima al padre.
Dei quattro suoi figli, uno, Michele Andrea, fu imbecille dalla
nascita; un altro, Carlo Gottfried, era molto eccentrico; di un terzo,
Giovanni Federico, non si hanno chiare notizie. Enrico, il primogenito
dei figli di Andrea e Anna Renata, il padre del filosofo, fu grande
e forte, con viso corto, gran bocca e mandibole sporgenti; sordastro
in buona età, era considerato da tutti come eccentrico; uomo d'onore,
però, nel miglior senso della parola, si sposò in età avanzata con
Giovanna Enrichetta Trosiener, che pure non lo amava, ma che parlò
sempre di lui con grande stima, quantunque gli riconoscesse non pochi
difetti, come eccessivo amor proprio, pedanteria, durezza nei modi.
Schopenhauer stesso scrisse aver avuto molto a soffrire, da giovane,
per le asprezze del padre.
Il Möbius fa osservare qui la singolare somiglianza tra la famiglia di
Goethe e quella di Schopenhauer; in entrambe: un uomo maturo sposa una
donna giovane piena di spirito, la quale stima suo marito, ma non lo
ama, in entrambe si osservan frutto di questo connubio un uomo di genio
ed una figliuola buona, ma anomala.
Enrico Schopenhauer era molto appassionato pei viaggi, era divenuto
negli ultimi anni irritabile e violento; a 58 anni morì in seguito ad
una caduta in un canale; nè si esclude che la caduta fosse volontaria e
che si sia trattato d'un suicidio.
La sorella del filosofo, Luisa Adele, era come il fratello, di
carattere violento ed orgoglioso, di temperamento melanconico.
La madre del filosofo, mentre ne era incinta, fu quasi continuamente
costretta a viaggi difficili per quei tempi e d'inverno molto incomodi,
per la Germania, il Belgio, la Francia e l'Inghilterra.
Schopenhauer ereditò dal padre la smania del vagabondaggio, sicchè
girava da Berlino a Napoli e viceversa continuamente. Möbius, che pure
tenta mettere in forse la realtà della sua psicosi, conviene poi che
mancava di misura, che diffidava di tutti, prendeva tutto in cattiva
parte, vedeva in tutto il lato triste, era violento, e non già per
difettosa educazione, ma per tendenza congenita, il che l'avvicina
assai al lipemaniaco; ed infatti egli stesso a Stramenstadt che gli
chiedeva, per spiegare il suo pessimismo, se avesse molto sofferto da
bimbo, rispose: essere stato sempre malinconico.
In un viaggio in Italia, nel 1819, parlava continuamente di morire e
di far testamento. Alle volte, e fin dall'età di 6 anni, per minime
cause si vedeva assalito da un'angoscia che confinava colla manìa e che
noi sappiamo ora esser la base delle fobie e delle idee fisse; infatti
spesso l'angoscia si associava ad idee ipocondriache o meglio a vere
ossessioni: a Berlino si credette per lungo tempo spacciato; a Napoli
fu assalito dalla paura del vaiuolo; a Verona credette d'aver preso
tabacco avvelenato.
A 17 anni Schopenhauer era così compreso della vanità della vita,
come se avesse già conosciuto la malattia, la vecchiaia; fin d'allora
era persuaso non aver il mondo alcun valore, e volentieri s'isolava.
L'improvvisa morte del padre, nel 1805, ne aumentò in modo la mestizia
che poco differiva da una vera melanconia; egli sfogava il suo dolore
in lettere desolate alla madre: ma non perdeva la lena dello studio.
A 27 anni (nel 1814) aveva formulato tutti i dogmi del suo sistema, a
30 anni sembra avesse già composto l'opera sua capitale: _Il mondo come
volontà e come rappresentazione_.
Il 21 marzo 1824 scriveva all'amico Osann: "Ho passato tutto l'inverno
in camera ed ho molto sofferto". Egli aveva allora un tremore alla
mano, tanto che solo con gran fatica poteva rispondere alle lettere, e
l'orecchio destro era completamente sordo.
Scorgeva pericoli anche là dove non esistevano. Di notte, ad ogni
piccolo rumore si svegliava ed afferrava la spada o la pistola,
che teneva costantemente caricata; ingrandiva all'infinito le più
piccole contrarietà, così che ogni rapporto colle persone gli riesciva
difficile: scriveva in greco, in latino ed in inglese tutto quanto si
riferiva ai suoi dolori. Faceva passare le sue carte di valore, come
_Arcana medica_, per difendersi dai ladri, e le nascondeva tra le
vecchie carte o documenti, e sotto il calamaio dello scrittoio, finendo
per dimenticarle. Non si fidò mai del rasoio del barbiere.
Temeva sempre di essere corbellato nelle sue relazioni d'affari. Per
timore dell'incendio, abitava dal 1836 al piano terreno. Tutte queste
sono prove dell'esistenza in lui di una follia del dubbio, o di _fobie_
sian pure rudimentali.
Come molti pazzi prestava fede ai sogni: nella notte del 7 settembre
1830 sognò che il padre gli appariva ad annunciargli una grave
malattia, la quale, infatti, si avverò nell'inverno.
Di più, egli ebbe quattro periodi di vera melancolia o come lo vuole
Möbius depressione psichica: nel 1805, dopo la morte del padre; nel
1813, quando scrisse la sua dissertazione; nel 1823, quando abitò
a Monaco; nel 1831-32, a Francoforte; qui però gli si aggiunse
verosimilmente una malattia somatica.
Möbius finisce per ammettere in lui l'esistenza di una forma periodica
di depressione psichica, con intervalli della durata di 7 a 10 a 17
mesi quando toccò i 25, i 35, i 43 anni, il che in lingua povera si
traduce in melomalia intermittente con fobie.
Ma nell'età matura scomparvero questi accessi, divenne allegro e la
salute migliorò molto; non sì che non gli si ridestassero molti ticchi
paranoici persecutivi e molte fobie.
Siccome i suoi libri per lungo tempo non gli fruttarono nulla, egli
opinava che i filosofi ed i critici avessero fatto contro di lui una
vera congiura di silenzio.
Mentre egli credeva di poter vivere ancora venti anni, morì
improvvisamente a 72 anni per paralisi cardiaca. Egli aveva proibito
che gli si facesse l'autopsia, e solo si conosce che l'enorme capacità
cranica — 1676 — faceva sospettare d'idrocefalia, e l'indice quasi di
trococefalia.
Goethe.
_Goethe._ — Goethe è il genio che pareva finora poter sfuggire ad
ogni sospetto di nevrosi: e ci si oppone, appunto, contro la teoria
della psicosi geniale, ma gli ultimi studi, però, vanno modificando le
opinioni in proposito.
E, prima di tutto, in quel fronte olimpico che a tutti parve il modello
più puro dell'Uomo di genio, si scoperse l'assimetria.
Sadgar, nell'articolo _Goethe era egli un fenomeno patologico_?
dimostra che la metà destra del suo frontale presentava una singolare
depressione e l'occhio destro era pure depresso.
"È uno schiaffetto che m'impresse la natura", soleva egli dire in
proposito. Ora è noto che l'assimetria facciale è uno dei caratteri più
frequenti dell'epilessia. ("_Deutsche Revue_", aprile 1899)
L'eredità morbosa si disse mancare in Goethe: però nella recente
monografia di Möbius (_Ueber das Pathologische bei Goethe_, Leipzig,
1898) si nota la poca affinità tra la madre sua, giovine e gaia, ed
il padre, maturo, accigliato; e la eredità morbosa ad ogni modo negli
affini, figli o fratelli: una sorella di Goethe aveva lineamenti
maschili: il fratello soleva dire di lei che era composta di forza e
di debolezza, di caparbietà e di arrendevolezza, che era senza fede,
senz'amore e senza speranza; e il Möbius la considera come una natura
patologica per la nessuna propensione all'amore, per le tendenze
ipocondriache, per l'esagerata sensibilità meteorica; morì in età ancor
giovane; come giovine e semi alcoolizzato, forse suicida, morì l'unico
figlio di Goethe, Augusto, essendo i tre altri figli morti nel nascere.
Nella giovinezza, Goethe ebbe idee ipocondriache, irritabilità nervosa,
stanchezza della vita, tendenza al suicidio, e per poco non divenne
alcoolico.
Una volta, prima di addormentarsi, provò ad immergersi un pugnale acuto
nel seno, ma tosto smise e ne rise..., e scrisse il _Werther_ in istato
quasi incosciente, in 4 settimane: l'alta ispirazione poetica del
_Werther_ deriva quindi dalle sue condizioni patologiche.
Ebbe, infatti, dei veri periodi di eccitamento intellettuale abnorme,
di _Zwangsdichten_ (poesia coatta), di veri _impulsi coatti alla
poesia_, com'egli li chiamava, che duravano da due in due anni, sicchè
appena svegliato, venivagli in mente un canto e correva allo scrittoio
per scriverlo. Una volta lo scricchiolìo della penna lo risvegliò dal
suo sonnambulismo poetico e non potè più scrivere che pochi versi. In
questi periodi aveva anche uno strano eccitamento sessuale; e fu allora
che cadde in amori di donne indegnissime.
Nell'età virile i momenti patologici in Goethe scemano; egli guadagnò
sia in profondità che in grandezza di pensiero e così pure in fermezza
di carattere, sebbene qualche volta soffrisse qualche ritorno alle
nevrosi di gioventù.
Così, per molto tempo non potè sopportare i forti rumori; gli ripugnava
tutto quanto avesse rapporto con malattie, e quando si trovava in alto
soffriva vertigini con ansia; era in continua ebollizione mentale,
dormiva pochissimo, abusava di alcoolici; nei momenti di collera
rompeva le stoviglie e stracciava i libri.
Ebbe gravi malattie, specie polmonari, che lo condussero più d'una
volta all'orlo della tomba; ma fu attivo fino agli ultimi istanti della
vita.
E qui ricordo con Patrizi che Goethe rappresenterebbe "un caso lieve,
ma puro, di criminalità estetico-scientifica".
"L'imperatore di Russia, narra Lewes, aveva favorito a Dobereiner, il
grande chimico, una bacchetta di platino; essa fu consegnata a Goethe,
perchè l'esaminasse, facesse gli esperimenti che più gli piacesse fare,
e la restituisse poi a Dobereiner. Goethe, di cui è nota la passione
pei minerali, la "manìa collezionista", collocò tra i suoi tesori la
sbarra di platino, e tanto si dilettò a contemplarla, che non riuscì
più a privarsene". E per quanto il chimico scrivesse per riaverla, e'
si trovò in posizione molto simile a quella del professor Büttner, che
avendo prestato a Goethe i prismi e altri strumenti d'ottica, invano
spedì lettere, perchè tornassero a casa, finchè fu costretto d'inviare
il servo coll'ingiunzione di portarli via a forza". Goethe non restituì
la sbarra[47]. È anche da sapersi che Goethe asportò dalla collezione
Knebel circa cento incisioni di Alberto Dürer per istudiarle con comodo
in casa; ma quelle incisioni Knebel non le rivide più".