Come Leopardi, Manzoni e Byron, Verlaine (Verlaine intime, 1898)
discende da una famiglia patrizia; e com'essi, anch'egli ebbe una
strana precocità. A cinque anni era innamorato di una bimba di
quattro: però restando il penultimo della scuola, fino all'università.
La tendenza poetica nacque in lui alla pubertà e gli fece dettare
a imitazione del Baudelaire i _Poemes saturniens_, ma a 20 anni si
diede all'ubbriachezza comechè, diceva egli, "il vino tendeva le fibre
del suo cervello come corde di violino, sicchè le minime impressioni
sensorie facevano da archetto e ne spiccavano note fine, delicate,
pungenti"; ma più in ragione del valore fonetico che del morale,
cadendo già nell'osceno.
Innamoratosi precocemente, si ammogliò; ma tre settimane dopo, la sposa
ritenendolo un ubriaco abituale lo abbandonò.
Divenne sotto la Comune direttore dell'ufficio della stampa, e
poco dopo contrasse amicizia oscena col poeta Rimbaud, con cui si
ubbriacava, rissava e vagabondava; e quando questi volle abbandonarlo,
lo colpì con una palla al braccio: sicchè ben comprendesi com'egli
cinicamente definisse nel romanzo _Sodoma_, la sua perversione sessuale
come l'effetto di un'esaltazione intellettuale con intendimento
classico, esagerato dalle disillusioni dell'amore. Incarcerato,
passò d'un tratto alla religione più feticista: voleva confessarsi,
comunicare, ogni momento, dettava versi mistici, interrotti ogni tanto
da immagini ignobili e lubriche, come nel sonetto: _A propos d'un
saint_. E la tendenza religiosa idillica continuò per poco in casa
della madre, che era accorsa a ritirarlo dal carcere. Ma anche con
questa non durò in armonia che per un mese, trascendendo poi perfino a
vie di fatto; e ripresa la vita vagabonda, rimpiangeva come un paradiso
perduto il carcere del Belgio, e perfino l'ospedale dove dopo d'allora
veniva ogni tratto ricoverato un po' per reumi e un po' per paralisi
alcooliche, molto per miseria non avendo altro soccorso che quello
dell'editore Vannier, che male gli pagava i versi, e ch'egli colla sua
mancanza di senso morale, male a sua volta ripagava, vendendo ad altri
editori i manoscritti già cedutigli.
Nè usciva dall'ospedale che per abbandonarsi ad una vilissima
prostituta, con cui amoreggiava in gergo, e che assistè alla sua
agonia ubbriacandosi con una compagna e derubandolo degli ultimi soldi
stentatamente guadagnati come poeta mestierante.
Nè la pazzia morale e l'alcoolismo lo condussero solo alle risse
ed ai pervertimenti sessuali, ma anche alla megalomania; sicchè,
ancora sconosciuto, credeva che i suoi libri dovessero esser letti a
migliaia di copie, oppure credeva di essere un grande agricoltore, un
accademico, un deputato, un senatore.
Quest'ultimo delirio infierì sempre nella sua arte a intermittenza, e
si manifestava nei suoi scritti in cui, com'è uso dei paranoici[46],
si ritrattava tutto coperto di medaglie o con un campanello in mano con
sotto la scritta: "_Presidente del Senato_" ecc. E come nei paranoici,
tutti i suoi quaderni sono pieni a zeppo a sinistra e destra di figure
simboliche che alludono alle sue glorificazioni. E dappertutto vi
spicca quella contraddizione che offrono tutti i suoi versi e tutta
la sua vita. In 22 lettere mandate all'ultima amasia in due settimane
si passa dall'epiteto di _cherie_ a quelli di _sale put_,... nè manca
il caso che il nome dell'amante ultima sia scambiato con quello della
rivale.
A corroborare e completare le dimostrazioni della congenita
degenerazione, giova il suo ritratto, con il cranio idrocefalico,
tutto a rilevatezze e avvallamenti, le orecchie ad ansa, gli zigomi
voluminosi (V. Donos. Verlaine Intime, 1898).