CAPITOLO II.

Esame psicologico.

_Amnesie_. — A meglio fissare tale diagnosi, si aggiungono le

singolari amnesie (altro fenomeno speciale all'epilessia) che in lui

s'alternavano ad una meravigliosa memoria, sì da saper a mente quasi

tutto Virgilio ed Orazio; e perciò erano assolutamente morbose. E qui

le prove son numerose.

In mezzo ad una disputa di materia storica, gli viene in mente di

guardare che cosa dice in proposito il Gibbon, e trova il volume...

postillato da lui stesso. "_Ecco cos'è la mia memoria_!" esclama poi

ridendo.

Un'altra volta, spedisce un libro ad un amico "per la posta a foggia

di lettera", cagionando una spesa inutile e relativamente grave al

destinatario, a cui deve poi chiederne perdono[19].

Scrivendo al Fauriel gli accenna a un lavoro che egli avrebbe tra le

mani sopra gli stoici; l'amico, il quale pensa agli stoici come al Gran

Turco, casca, dalle nuvole ed egli se ne scusa in questo modo:

"_Je ne sais pourquoi je vous ai parlé des stoiciens, quand je savais

très bien que c'est à ce discours que vous travaillez. Mais c'est que

je parle quelquefois comme un oison_".

Dimenticanze e distrazioni gli avveniva di commettere persino in ciò

che più dappresso riguardava i suoi studi: nelle note storiche premesse

all'Adelchi, dopo il cenno del matrimonio di Desiderata o Ermengarda,

figlia di Desiderio, con Carlo Magno, aveva scritto che: "le cronache

di quei tempi variano perfin nei nomi, quando però li dànno". Federico

Odorici lo avvertì che ambedue i nomi in tedesco significavano "figlia

di Desiderio" e che perciò erano identici. Il Manzoni ringraziò e

promise di sopprimere nella nuova edizione l'immeritato rimprovero

a' cronisti; ma poi se ne dimenticò, ed ebbe a scusarsi della sua

"scapatagine" presso l'Odorici". (Bellezza o. c.)

Una volta, conversando con un amico, gli citò una sentenza che gli

pareva bella, ma non si rammentava più dove l'avesse trovata. _Sfido!_

gli disse l'amico: _è vostra!_ (_Dialogo dell'invenzione_); egli

restò confuso, corse al volume delle sue Opere Varie, e rispose un po'

balbettando: "_Quand'è così, la citazione non ha alcun valore._" E mutò

discorso. Nè questo è il solo né il più sorprendente esempio della sua

davvero "portentosa" dimenticanza di ciò ch'egli stesso aveva scritto.

Una sera, narra il Fabris, a chi gli citava due o tre versi del coro:

"_Dagli atri muscosi_", ecc. egli disse non ricordare punto quei versi.

Un'altra sera una signora, che aveva recitato stupendamente a Napoli

la parte d'Ermengarda, gli diede il proprio ritratto; con sotto scritti

alcuni versi di questo personaggio; invano i famigliari gli ricordavano

che eran suoi; egli sostenne risolutamente di non averli mai scritti;

finché dovette cedere alla evidenza: "quando gli additai (scrive

Fabris) il luogo preciso della tragedia dove si trovavano. Un'altra

volta lo trovai circondato da un mucchio di libri, e tutt'intento a

cercare un passo di un autore, ch'egli aveva in mente; e richiesto da

lui se lo sapessi trovare, gl'indicai una delle sue opere, al che egli

stentando a prestar fede, andò a cercare il volume, né si acquetò fino

a che non gli ebbi mostrata la pagina". (Bellezza, o. c.)

Era così misoneico, che non andò a vedere lo zio Beccaria morente, in

ferrovia, perchè quella allora era una novità. Già a 22 anni scriveva

(Epist. I, 72) del ribrezzo che gli metteva addosso il vedere nuove

facce; anche Stampa afferma, che il solo vedere una persona nuova

lo metteva sempre di malumore; e che estendeva il misoneismo ai

bicchieri, alle scatole del tabacco, alle cravatte, le cui forme non

mutò mai, come la madre sua non mutò mai le mode che avea portate nella

giovinezza.

_Paure_. — Egli, poi, fondeva il misoneismo alla panofobia: aveva paura

di tutto, delle strade ferrate, del colera, del dentista; provava _vero

spavento a visitare_ un paese straniero.

_Paradossi_. — È strano ch'egli, così equilibrato in ogni suo

lavoro, si piacesse così spesso (Cantù, op. cit.) di quei paradossi,

_ove_ (le son frasi Manzoniane): _la salsa è tutto_; e non solo in

letteratura, anzi più spesso ancora che in letteratura, in politica,

e in economia, come quando voleva che si lodasse l'architetto Mengoni

per le difficoltà vinte nel costrurre la Biblioteca Ambrosiana sopra

area limitata e disuguale, e poi suggeriva di... demolirla. Alcuni

eran geniali come: quando proponeva smetter gli ambasciadori, essendo

divenuti ora inutili: e come quando affermava — "esservi mancanze, le

quali, lungi dal far perdere a un autore il titolo di galantuomo, gli

acquistano spesso quello di benemerito" — e che: — "l'accusa di plagio

è stata fatta sempre agli scrittori che hanno detto il più di cose

nuove" — e che: — "la rappresentazione delle passioni che non eccitano

simpatia, ma riflessione sentita, è più poetica d'ogni altra".

E nel parlare e nello scrivere in Italia constata che, "per non dare

nello strano, bisogna tenersi lontano dal naturale"; e ciò per "non

saper come fare per dire una cosa che si dice ogni momento".

Son queste tutte, in vero, delle trovate più paradossali in apparenza

che non in realtà, e che possono parere tali solo all'uomo volgare. Ma

però egli si piaceva troppo in altre sentenze, peggio che paradossali,

solo basate sulla forma, sul suono, sul contrasto dell'espressione —

come quando pretendeva _la moda una libertà portata dal Cristianesimo_,

che, viceversa, perpetua, perfino nelle cocolle del frate, la veste

delle plebi Romane; e quando parla del vezzo del pubblico, il quale

s'ostina "a demander des explications sur ce qui n'avait que le défaut

d'être trop clair", e che "l'osservar poco è.... il mezzo più sicuro

per concludere molto": e come quando trovava la seconda Gerusalemme

di Tasso "indubbiamente migliore della prima, sia riguardo ai versi,

sia riguardo alle altre correzioni", e quando in una lettera al

Bonghi sostiene che il Baretti "quell'Aristarco, che ebbe e ha ancora

la riputazione di critico incontentabile, peccò piuttosto di troppa

indulgenza"!!

Chiamava i ladri i più gran partigiani del diritto di proprietà,

perchè... arrischiano la vita per ottenerla. Discorrendo col Torti del

vino e dei suoi componenti conchiudeva: "IN FINE DEI CONTI, LA BASE DEL

VINO È L'ACQUA".

La frequenza di questi paradossi o meglio dei bisticci che come vedremo

formano non scarsa parte del suo contenuto letterario in prosa, è tanto

più strana in lui che in alcune severe sentenze ne riprovava l'uso come

perniciosissimo al giusto ragionamento (v. sotto).

_Abulia_. — Come accade in molti geni, la profondità del pensiero,

che malgrado tante mende era in lui mirabile, ne aveva depressa

la robustezza della volontà e il senso pratico, il che chiaramente

confessò in questa lettera a Briano giustificando con ciò il rifiuto

dell'offertagli deputazione (V. _Epistolario_, Vol. II — Milano, 1883 —

pag. 176).

"Il senso pratico dell'opportunità, del saper discernere il punto o

un punto dove il desiderabile si incontri col riescibile; e attenersi

sacrificando il primo con rassegnazione non solo, ma con fermezza

fin dove è necessario, salvo il diritto si intende, è un dono che

mi manca a un segno singolare: e per una singolarità opposta, ma che

non è nemmeno un rimedio, perchè riesce non a temperare ma a impedire

ciò che mi pare desiderabile, mi guarderei bene dal saperlo non che

dal sostenerlo. Ardito nel mettere in campo proposizioni, che paiono

e saran paradossi, e tenace non meno nel difenderle, tutto mi si fa

dubbioso, oscuro e complicato, quando le parole possono condurre a una

deliberazione.

"Un utopista e un irresoluto son due soggetti inutili, per lo meno, in

una riunione in cui si tratti di conchiudere; io sarei l'uno e l'altro

nello stesso tempo.

"Il fattibile più volte non mi piace e dirò anzi mi ripugna; ciò che mi

piace non solo parrebbe fuor di proposito e fuor di tempo agli altri,

ma sgomenterebbe me medesimo, quando si trattasse non di vagheggiarlo

o lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo in effetto; e d'averne poi

sulla coscienza una parte qualunque delle conseguenze."

Son le parole stesse con cui espressero la loro abulia Cardano, Newton

e Rousseau, e recentemente Renan ed Amiel[20].

L'abulia lo lasciava preda del suo ambiente, favoriva la sua

suggestionabilità, il che spiega perché fino a che fu sotto l'influenza

della madre vedesse dei geni nei suoi amanti e non s'accorgesse

dell'indelicatezza nel farne egli l'elogio; appena caduto nel dominio

dei preti passa ad un fanatismo bigotto così esagerato come era

forse esagerato l'anticristianesimo e l'odio dei preti quando era

sotto l'influsso degli enciclopedisti. Vedremo presto come alla sua

conversione abbia contribuito molto la suggestione della moglie, della

madre, di due preti e d'una... vicina di casa.

Questa abulia ed insieme la poca affettività che fra poco dimostrerò,

spiegano la sua ripugnanza a scrivere agli amici, a rispondere loro

anche in cose importantissime.

Se il prendere la penna era per lui sempre una "_azione eroica_" — così

confidava egli al Grossi, — quando poi si trattava "di scrivere una

lettera di cerimonia", allora "l'_impresa_" (è ancor egli che parla),

_si facea addirittura "erculea"_. Questa lettera diventava per lui una

vera calamità! Vi pensava delle settimane senza mai sapersi risolvere

a mettersi alla scrivania; oppure vi si metteva varie volte... per non

scrivere poi altro che qualche linea (Bellezza o. c.).

Finalmente, dopo esitanze, meditazioni e perdite di tempo deplorabili,

finiva a scriverla e a spedirla; e allora ridiventava di buon umore,

non senza rimpiangere tutto il tempo che vi aveva perduto; però non di

raro dopo scrittala era oppresso dal tormento dei pentimenti; sicchè

molte volte mandava il servo a ritirarla dalla Posta per paura gli

fosse sfuggito qualche errore. — Quando ristampò la sua lettera famosa

a Cesare D'Azeglio intorno al Romanticismo, ne volle rivedere le bozze,

chi dice quattro, chi dice tredici volte...; e si trattava di una

ristampa (V. Barbiera, op. cit., pag. 364).

_Senso pratico_. — Questa abulia era in lui peggiorata dall'assenza

di ogni senso pratico della vita o _senso comune_. Quindi, erede d'un

forte patrimonio, venutogli inaspettato — quello dell'Imbonati, — non

sa valersene per migliorare il proprio censo, sicchè finisce a dover

vendere tutti i poderi aviti, ai quali era affezionatissimo: autore

d'un'opera coronata da un immenso successo come i _Promessi Sposi_,

venduta in poco tempo a due mila copie, — cosa straordinaria in quei

tempi — riesce invece a rimettervi 80 mila lire quando se ne fa egli

l'editore per non volersi adattare a dare alcuno sconto ai librai, che

è la condizione _sine qua non_ d'ogni smercio librario. Finalmente,

proprietario agricolo, manca della previdenza più semplice — quella di

prendere un'assicurazione sugl'incendi.

_Affettività_. — Aveva, come accennai, comune coi folli morali la

poca affettività; fu ingrato col Foscolo (Lettera al Trechi), col

Torti; amico intimo del Grossi, non volle pronunciare due sole parole

che avrebbero potuto salvarlo da gravissime noie nelle polemiche coi

critici pei suoi _Lombardi alla prima Crociata_; amico antico del

Fauriel, ne divenne dopo qualche anno quasi un estraneo; poco e male

si preoccupò dei figli, non dandosi il menomo pensiero della loro

educazione e collocazione. Come Beccaria, dopo aver amato caldamente la

prima moglie, ne sposa dopo 3 anni un'altra; al figlio Pietro che gli

domanda una raccomandazione per riavere un impiego, risponde con una

lettera che parrebbe diretta ad un ignoto, in cui protesta non avere

relazione con alcuna persona influente, il che non era vero perchè lo

vediamo — quasi contemporaneamente (Epist. II) — raccomandare persona

affatto a lui estranea nè gran che più meritevole.

_Precoce_. — Fu (De Gubernatis, op. cit.), precoce come sono tutti i

degenerati; a 15 anni aveva scritto il _Trionfo della libertà_, a 18

le _Armonie giovanili_, e non mancava nei suoi primi anni di quella

megalomania così frequente nei giovani ma che contrasta stranamente

coll'eccessiva umiltà e modestia della età matura, in cui avea tanto

più ragioni d'insuperbire: come provano questi versi nel _Trionfo della

Libertà_, dettato a 15 anni:

Ed io pur anco ed io vate _trilustre_

Forse ahi! che spero la seconda vita

Vivrò se alle mie forze inferme e frali....

E più sotto...

È forse a somma gloria ogni via chiusa

Che ancor non sia d'altre vestigia folta?

Dante ha la tromba e il cigno di Val Chiusa

La dolce lira....

mettendosi, come si vede, in troppo buona compagnia.

_Contraddizione. Bigottismo_. — Nel 1810, a 26 anni circa, colui che

era stato fino allora, non solo Voltairiano convinto, come mostrò in

quei due poemi e nelle corrispondenze, ma fin eccessivo odiatore del

prete, colui che si lagnava che al letto del moribondo suo Arese,

appena allontanati gli amici, si fosse fatta affacciare l'_orribile

figura del prete_, che andò nel 1806 precisamente per questo, a Parigi,

comechè, diceva: "in Italia uno non potere vivere nè morire come vuole,

mentre in Francia almeno sono indifferenti", passò all'improvviso al

cattolicismo più esagerato. La causa predisponente pare ne fosse in

parte l'equivalente psichico di uno dei suoi accessi epilettoidi.

Secondo il Barbiera (_Il Salotto della contessa Maffei e Camillo

Cavour_ — 6. Edizione, Baldini e Castoldi, Milano, p. 359), in un

momento di delirio il Manzoni che avea smarrito per le vie di Parigi

la moglie, sarebbe entrato angoscioso e tremante nella chiesa di S.

Rocco esclamando: — "Dio mio, se esisti, rivèlati a me; e fammi trovare

Enrichetta". Secondo Stampa, che forse ne ebbe informazioni più esatte

e dirette dalla seconda moglie, egli, nel 1810, mentre passava vicino

alla chiesa di S. Rocco, fu colpito dal solito deliquio o paura che

fosse di deliquio, e mal reggendosi in piede potè ripararsi in quella

chiesa; vi si sentì subito meglio e trovò un immenso conforto nel

trovarsi in un luogo sacro. E da allora comincia la sua conversione.

Chi conosce il colorito terrifico religioso[21] frequente

nell'epilessia, la sua facilità a polarizzare gli animi di chi ne sia

colpito nelle direzioni più contradditorie, trova invece più naturale

che questa malattia in lui da anni radicata, benché come vedemmo in

forma frusta[22] riuscisse a polarizzarne completamente la personalità

psichica nel senso contrario al proprio passato positivista, anzi

antireligioso; come in S. Paolo, e come vedemmo in molti altri

epilettici e geni, Swedenborg, p. e., Pascal, Rousseau, Cardano (Uomo

di Genio Parte II e III).

E ciò tanto più facilmente, perchè in quegli anni era, come scrive

la madre, assai più del solito in preda ai suoi disturbi nervosi, in

seguito alla paura incontrata assistendo all'incoronazione di Napoleone

(siamo di nuovo a manifestazioni panofobiche) nelle vie di Parigi, ove

credè di essere soffocato dalla folla.

Un più recente studio (E. Degola: per De Gubernatis) spiega meglio

questa sua strana condotta o meglio forse aggiunge un altro più potente

a questi moventi. — Secondo il carteggio dell'Ab. Degola, un santo

uomo sempre in cerca di proseliti, avendo costui convertito una certa

Geymüller e poi sua figlia, protestanti, amici, correligionari e quasi

coinquilini della Blondel in quell'epoca (1810) a Parigi — questa

ultima ne fu così impressionata da decidersi subitamente ad imitarla e

si convertì il 22 Maggio; — Manzoni prima la lasciò fare senza molto

esserne scosso, ne disputò anzi un poco con Degola, — poi cominciò

a subirne l'azione suggestiva, come è prova l'aver consentito il 15

Febbraio 1810 a rinnovare il rito nuziale; poi a quella di Degola si

aggiunse l'opera di Monsig. Tosi — ma pure al 28 Agosto 1810 non era

convertito che a metà. — "Il già sì fiero Alessandro (scrive il suo 2º.

domatore Tosi a Degola) quantunque _mostri molta docilità_ non è ancor

conquistato alla fede." — Ma i preti convertono anche la madre Donna

Giulia, che s'accosta alla mensa della B. V.; e la suggestione quindi

aumenta sempre più; — benché il 22 Febb. 1811, Tosi volesse vederlo

_più docile all'insinuazione dolcissima della moglie e della madre_.

Ma sotto quattro suggestionatori di quella forza finiva per cader, non

solo ma andar al polo opposto dell'ascetismo morboso. — Il 7 Marzo

1811, ossia 15 giorni dopo, Manzoni ne era già preda completa, era

secondo la mite formula di Lojola _perinde ac cadaver_ e scriveva di

sè: Soffrire giusto questo castigo per chi non solo dimenticava Iddio,

ma ebbe la _disgrazia, l'ardire_ di negarlo.

Nel 1817 ancor però tremavano i due convertitori e le due loro

alunne che tornando a Parigi potesse venir meno la loro potente

azione suggestiva — da cui solo evidentemente credevano dipendesse

la conversione e deploravano ch'egli — un grande egoista nel fondo

anche con tutta la sua religione — "_non si consigliasse se non con

le sue convulsioni contro cui credea unico rimedio il viaggio_". (De

Gubernatis, S. E. Degola).

Ma checchè affermino Magenta che ne tentò un'apposita dimostrazione per

Tosi, e De Gubernatis che sotto altra forma e con maggiori documenti la

riconformò a quasi esclusivo vantaggio di Degola, se giovinetto Manzoni

non avesse fatto ricerche filosofiche elevatissime e osservazioni fin

troppo dal vero, delle scuole pretesche, di cui si dichiarò vittima per

parecchi anni[23], e se non avesse avuto per maestri ed amici, Cabanis

e Tracy, al cui confronto Tosi e Degola erano troppo poca cosa, il

fatto potrebbe parere strano, ma non istraordinario.

Tanto più che ad ogni modo non giungerebbe mai un pensatore, sia

pure convertito, fino all'esagerazione di cacciare di casa le opere

più pregiate del Voltaire ornate di autografi suoi; e giustificarsi

dell'amore che vi aveva sempre posto, col dire che non ne aveva

prima letto le confutazioni d'un volgarissimo critico (Guenèe); nè

giungerebbe mai alle morbose effusioni ascetiche, simili a quelle

in cui si abbandona Manzoni quando scrive al Tosi: "Col Padre della

Misericordia si ricordi di questo _povero uomo, la cui miseria le è

nota_". E più tardi: "Si ricordi innanzi a Colui che ascolta; tribolati

di chi ha _tanto bisogno di essere perdonato_"; o quando scrive nelle

lettere al Tosi pubblicate dal Magenta: "Ringrazio vivamente il Signore

che ci ha offerto questo fortunato mezzo di propiziazione per noi

peccatori" (_sic_!) e "ringrazio pure di cuore la bontà di lei del cui

santo ministero si vale per tutto ciò che io possa fare. Dico e senza

esitare questa parola, se malgrado la mia profonda indegnità (_ecco

la linea che segna il delirio di indegnità e di peccato dalla comune

umiltà_), sento quanto possa in me operare la Onnipotenza della Divina

Grazia, (_D_ e _G_ grandi). Si compiaccia di pregare il buon Gesù che

non si stanchi di farne risplendere i miracoli in un cuore che ne ha

tanto bisogno. Mi tenga sempre suo umilissimo e affezionatissimo figlio

in Gesù Cristo. — Alessandro Manzoni".

Notisi che la lettera, riguardava non un atto ignobile od equivoco, od

almeno indifferente che abbisognasse di scusa; ma una buon'azione, una

opera di carità commessa in segreto!!

Oh! non ti par di vedere un vecchio instupidito dall'età, accasciato e

curvo ai piedi del prete?! — Eppure qui si tratta di un giovane baldo

ch'era pochi anni prima audace pensatore, e perfino _schernitore_ di

preti.

Giustamente avvertiva il De Gubernatis, che non è certo alienista

nè amico degli alienisti, ed in un'epoca in cui tali questioni non

si toccavano ancora, anzi non si sognava nemmeno dai letterati che

esistessero, tanto erano digiuni d'ogni scienza psicologica non che

psichiatrica; non potersi spiegare tutto ciò se non per un delirio: ed

io aggiungerò per il delirio così detto d'indegnità, o di _peccato_ che

è una nota varietà della lipemania.

E ciò è ribadito dalla lettura di questi suoi _pensieri_ mandati al

Tosi: "Felici noi se sappiamo comprendere che l'unica vera gioia e

l'unico sapere viene dallo spirito che il Padre ci manda nel nome di

Gesù Cristo." — E poi: "Gesù Cristo, nostro esemplare, (_sic_) ha

proferito parole che noi dobbiamo ripetere; e quante volte quelle

parole sono per noi terribili da proferirsi, perchè racchiudono la

nostra condanna e svelano la funesta parola, contraddizione, tra il

nostro esemplare e la nostra condotta". (Magenta o. c.)

Ora un simile delirio di peccato può passare anche per naturale effetto

dell'età in un uomo disfatto dagli anni, ma in un giovane geniale, già

Voltairiano per giunta, è evidentemente morboso.

Il Tosi suo confessore si era completamente impadronito di lui; secondo

lui, per redimere il suo passato peccaminoso (eppure a dire il vero,

peccato non aveva egli che di idee), non sarebbe bastato dettasse

dodici inni sacri, tanti cioè quanti erano i mesi dell'anno, ma doveva

scrivere _La Morale cattolica_ in difesa della religione. E il Magenta

pretende (non è però ben provato, e Cantù e Stampa lo negherebbero)

che più volte il Tosi chiudesse il Manzoni nel suo studio, come uno

scolaretto, dichiarando che non lo avrebbe lasciato uscire da lì

fino che non avesse scritto un certo numero di pagine; certo è che

pretendeva che il Manzoni mettesse in versi oltre che quella collana di

Inni mensili "la storia di Mosè, e tracciasse un lavoro ascetico in cui

si dovea dimostrare che l'uomo abbandonato a sè cerca la soddisfazione

in una scienza vana, felice viceversa se sappia comprendere che l'unica

vera gioia e l'unica scienza vengono dallo Spirito che il Padre ci

manda in nome di Gesù Cristo".

Infine per comprendere fino a qual punto giungesse il fanatismo suo e

del suo convertitore, Tosi, basti dire che trovò peccaminoso fino quel

brano bellissimo dei Promessi Sposi in cui il Padre Cristoforo assolve

Lucia dal voto, brano che fu salvato per miracolo più tardi dalla

scancellatura al cessare dell'acuzie della crisi psichiatrica.

Secondo De Gubernatis, che però qui vuolsi da alcuni esageri un fatto

vero, da quell'anno 1810, l'anno della conversione, fino al 1818; e,

lasciando la cronologia che potrebbe esser inesatta, certo nei migliori

e più fecondi anni della vita, egli fu completamente sterile;[24]

men che qualche piantagione agricola, qualche disegno di villa e gli

stentati e sterili primi inni sacri, e due canti patriottici classici,

egli non avrebbe fatto nulla di grande; e ciò perchè il bigottismo più

gretto invase e guastò quella nobile anima (come persino il clericale

Cantù dovette confessare), sostituendosi, non che al positivismo, al

vero sentimento religioso. E il bigottismo che ha abbattuto due grandi

nazioni, la Spagna e la Francia, ha forza che basti per annichilire

anche il più grande dei geni.

Vero è che lo Stampa pretende confutare in proposito ambedue quei

biografi: ma la sua invece che una confutazione ne è una riconferma;

perchè deve ammettere che il Manzoni pregava tre volte al giorno,

che recitava i _paternoster_ alla sera con quelli della sua famiglia,

che suggeriva a un malato un santone che guariva con benedizioni, che

avrebbe voluto baciare i piedi al Papa, infine, che ne sosteneva la

completa infallibilità in questioni religiose, il che si vede del resto

nell'Epistolario (vol. 4), egli, che non foss'altro dalla condotta

del Vaticano col suo grande Rosmini, torturato moralmente in vita, e

forse spento dal noto a Sarpi _stylum Romanae Ecclesiae_ avrebbe dovuto

almeno per ragione di sentimento, per ragion d'amicizia, comprendere la

terribile fallibilità della Chiesa.

Certo che: se il delirio religioso sorto a poco a poco — prima in

grazia ad un accesso epilettoide e poi mercè la suggestione della

moglie, della madre e del Tosi, e Degola in un organismo debole e

predisposto a passare agli eccessi opposti dalla nevrosi dominante

e dagli incidenti che questa ingrandiva, — se quel delirio avesse

continuato ad imperversare a questo modo sull'anima di quel grande, noi

del Manzoni non avremmo più avuto, toltone i bei versi giovanili, che

quei poco felici primi inni e l'importazione di qualche pianta esotica

d'alto fusto.

Ma nel 1818, a rompere la prepotente suggestione altrui e la propria

— gli sorse contro una di quelle grandi sventure che omeopaticamente

spesso servono di rimedio alle più gravi psicopatie: in causa della

pessima amministrazione sua, se egli, malgrado la lauta eredità

Imbonati, quasi 300,000 lire, (secondo Petrocchi o. c.,) volle

conservare Brusuglio, dovette vendere la casa e villa paterna, cui era

affezionatissimo e nel cui villaggio, come è confermato dai colloqui

del Manzoni con la Maffei (v. Barbiera, p. 362) egli impostò la scena

principale dei Promessi Sposi. Il dolore dovette essere acerbo, "il

più grande dispiacere", disse[25] egli, "della mia vita": Egli ne ebbe,

perciò, come appare dalle lettere della madre e di lui stesso al Tosi,

un aggravamento nella nevrosi, e nelle vertigini. — Ma sotto quella

grande scossa morale riacquistò completamente la sua attività poetica,

nuova prova del legame di questa colla nevrosi. E fu appunto allora

che stese con novo stile l'inno della Pentecoste, l'unico veramente

perfetto fra i suoi inni religiosi; ed in breve tempo; fu allora che

concepì il Carmagnola e poi l'Adelchi; e si noti che nel _Carmagnola_

anche a sfogo della sua melanconia introduce i cori per poter parlare

(come confessò) in persona propria e senza prestare ai veri personaggi

i propri sentimenti; e infatti egli sfogò molti dei suoi segreti

rimpianti nel dipingere quest'eroe d'animo grande e desideroso di

grandi imprese, che si dibatte con la piccolezza dei suoi tempi.

Un altro campo...

Correr degg'io, dove in periglio sono

Di riportar, forza è pur dirlo, il brutto

Nome d'ingrato, l'insoffribil nome

Di traditor.

Nuovi studii sul genio vol. I (da Colombo a Manzoni) · 第 21 / 60 题