Esame somatico e biologico.
Alessandro Manzoni era di alta statura, m. 1. 67, con apertura delle
braccia (carattere questo degenerativo) molto maggiore della statura
1.75; circonferenza del capo molto vasta — 580mm.; — fronte larga
alla base 110, ma sfuggente. Ebbe acutezza visiva grande fino a tarda
età, che contrastava coll'ottusità notevole del gusto e dell'odorato,
che non lo lasciava accorgere dei cibi che sapessero di fumo; la
poca sensibilità musicale contrastava ad una strana iperacusia,
specie, notturna. — Moderato nel cibo, salvo quando avesse dei grandi
dispiaceri; occasioni queste, in cui, all'inverso dei più, mangiava
assai. Come i nevropatici aveva grande sensibilità meteorica. "_È
tranquillo, è buono, salvo quando vuol mutare il tempo e quando non
ha emozioni_", scriveva di lui, giovane, la madre Giulia a Fauriel,
(Cantù, o. c., II, 160).
Soffriva di balbuzie iniziale specialmente davanti agli estranei ed
in alcuni giorni più che in altri; fu in preda a continui disturbi
nervosi, — mali di stomaco, lombaggini, mali di denti, di testa,
un'impossibilità di lavorare più di 5 giorni in un mese, inquietudini,
angosce, — che provocavano in lui strani scoraggiamenti.
Era insieme claustrofobo ed agorafobo, sicchè una strada grande gli
dava una sensazione penosa, e doveva camminarvi sempre rasente il
muro, appoggiandosi dall'altra parte ad un amico; e mentre gli era
fisicamente e moralmente impossibile di rimanere da solo in una camera
chiusa a chiave e di rimanere nella folla, dichiarava star bene solo
camminando; e camminava così rapido, che meglio poteva dirsi corresse.
"Ieri mattina, — scriveva egli, per es., a Fauriel, — sentendomi bene,
andai a piedi a Brusuglio, e dopo avere corso nelle vie e nel giardino
quasi quattro ore, ne sono rivenuto a piedi". Però era incapace di fare
un solo passo fuori di casa da solo; per cui, pochi potendolo seguire
nel suo passo stranamente affrettato, dovette anche da giovinetto, come
ne informa sua madre, passare molti giorni in angoscia, per non poter
uscire.
E tutti questi mali partivano o si riflettevano su e dai centri
nervosi: così evidentemente nevrotico era il suo mal di stomaco che
non gli lascia _forza d'intendere ciò che scrive_, e talvolta non gli
lascia pigliar la penna in mano.
_Doppia personalità_, — Presentò in tutta la vita, non che passando
dalla giovinezza all'età adulta, una vera doppia personalità: ora
timida, ora audace, ora bigotta, ora Voltairiana, ora affettuosa, ora
muta d'affetto.
Avea una vera forma di follia circolare: giorni nefasti, come egli
li chiamava, di angosce, inquietudine, di singolari scoraggiamenti,
durante i quali non poteva nemmeno passeggiare, e giorni tranquilli.
_Scrittura_. — La doppia personalità di Manzoni si riflette nella
scrittura ora nitida e calma ora procellosa, come aveva già intraveduto
Bonghi. Se noi esaminiamo, per es., l'autografo di quel frammento sul
Corpus Domini pubblicato nel _Carteggio fra Rosmini e Manzoni_ (vedi
n. 1), e la dichiarazione premessa in età adulta al giovanile _Trionfo
della libertà_; ed il ms. del _Trionfo della Libertà_, (Bonghi. Opera
inedita di Manzoni, Vol. I, p. 30, Fig. 2-3, e le note al Canto I.,
idem, Fig. 4), vediamo nelle ultime, ma più specialmente nella prima,
che crederei scritta nel 53, un tipo comune agli ecclesiastici,
che risulta da un'eguaglianza monotona di tutte le lettere, curve e
filetti, senza risalto alcuno di filetti, nè di hampe allungate nè
di curve personali, nè di volute, nè di tagli del _t_, senza pendenze
spiccate a destra nè a sinistra.
Invece l'autoritratto (Fig. 5) ha un tipo artistico spiccato, che
ricorda quello di Raffaello e anche Mantegazza, Calderini, Mazzini,
Bistolfi con belle maiuscole, con curve artistiche, col taglio del
_t_ qualche volta al di sopra, qualche volta all'indietro o al davanti
della lettera, con accentuati filetti e i grassetti.
Tutti questi caratteri differiscono stranamente dalla scrittura del
5 maggio (Fig. 6 e 7) e così anche dall'_Inno delle Pentecoste_ che
parrebbero assolutamente vergati da un altro. Qui la scrittura è ora
diritta, ora assolutamente pendente a sinistra, appuntata invece che
curva, legata invece che giusta-posta, colle lettere piccole e le hampe
in confronto molto grandi, colle linee serpeggianti e spaziate, con
qualche voluta, con macchie e scarabocchi, e correzioni a masse e in
cui si accentua la nota appassionata e la grande irrequietudine dello
spirito in contrasto colla impassibile eleganza ed apatia delle altre,
per cui al minimo possiamo trovare nel Manzoni tre caratteri speciali
che covavano già nella sua giovinezza e divennero spiccatissimi
nell'età matura.
Questi mutamenti grafologici si possono trovare anche nel ms. di una
stessa ode; p. es. nel 5 maggio (fig. 6 e 7) è curioso il notare in
B il carattere calmo e quasi apata della correzione della 2ª. strofa,
che è ben più poetica della prima gettata[12] e che assomiglia molto
a un'altra scrittura che qualche volta usa il Manzoni, quale si
trova nella lettera a Federico Gonfalonieri n. 8 e che, se frequente,
costituirebbe quasi un quarto tipo grafologico.
_Balbuzie_. — La sua balbuzie era, come la chiama Stricker una balbuzie
psichica, _Gedanken-Stottern_, che s'arrestava ad un tratto davanti ad
una parola difficile a pronunciare; e davanti a cause che aumentassero
la sua naturale timidezza, sicchè egli come già Cartesio, Newton,
Cornelio, era incapace di pronunciare davanti a molti fosse anche
una sillaba sola. Questo arresto psichico emotivo pare si estendesse
qualche volta anche alla scrittura, se con Bellezza si interpretano
alcune frasi della figlia, e della madre, che p. es. dicono,
"_Strappiamo la penna_ ad Alessandro che pensa _troppo_ per dirvi in
due parole quanto potrebbe dirvi." "Scrivo invece del padre perché
l'occasione instessa e precipitosa _non gli dà il tempo di scrivere da
sè_," prova bellissima che il fenomeno è completamente corticale.
_Assenze epilettoidi_. — Soffriva fieri mali di capo, con senso
di congestione, per cui si sentiva invadere la testa da un gran
caldo[13] e insieme assenze _epilettoidi_. Queste erano segnalate dal
camminare e leggere senza accorgersi di quanto accadesse e si dicesse
intorno a lui: e dalle vertigini epilettoidi; le quali solo posson
spiegare gli svenimenti o l'apprensione continua degli svenimenti;
espressione questa, o meglio eufemismo, con cui spesso gli epilettici
designano i loro accessi; tanto più che l'esame medico accurato
fatto eseguire dalla madre, escluse ogni altra affezione cardiaca o
cerebrale o gastrica, che potesse spiegarli: e che, persino un giorno,
bizzarramente attribuiva al clima di Parigi[14] dove, viceversa, era
andato appositamente per guarirne[15].
Portava con sé del forte aceto, per scongiurare questi accessi o
deliqui; ed un giorno sentendoseli venire, mentre era lontano da casa,
se ne gittò addosso con tanta precipitazione, da guastarsi per qualche
tempo la vista. — Ed era questa del deliquio o accesso che fosse altra
causa per cui non ardiva uscire da solo.
Lo Stampa racconta come una volta parve al Manzoni che il suo maestro
di tedesco, certo Ekerlin, fosse caduto in deliquio durante la lezione;
e che donna Giulia pregò quest'ultimo di astenersi dal frequentare il
figlio, perché quello spettacolo ne aveva peggiorato lo stato nervoso.
E a proposito del timore ond'era sempre assediato di svenire lontano di
casa, lo Stampa, op. cit., osserva: "Il risvegliarsi da uno svenimento,
col sentimento di _esser stato fuor di sè_, circondato da persone
straniere che lo guardavano con un curioso interesse, era un accidente
che sopra un temperamento veramente _nervoso_ e _convulso_, dovea fare
una brutta e profonda impressione."
Tutto questo non può spiegarsi[16], soprattutto a chi sappia che
la vertigine quando non sia effetto di complicazioni gastriche
o cardiache, è il fenomeno più costante dell'epilessia, specie
dell'epilessia psichica[17], ch'è come una forma di accessi
istero-epilettici. Aggiungasi che la più ispirata delle sue liriche, —
il 5 maggio, — fu composta in un vero accesso di epilessia psichica.
La notizia della morte di Napoleone I gli giunse il 17 Luglio a
Brusuglio, mentre era nel giardino; si chiuse nel suo studio e scrisse
in 2 giorni l'inno (V. Op. ined. e rare di A. Manzoni, Vol. I. —
Avvert. p. 14 — edite dal Brambilla) mentre tutti i precedenti altri
inni furono stentati per 6 od 8 mesi di seguito; "i famigliari dissero
che in quel giorno pareva impazzito.., che dettò l'inno in soli 2
giorni di _straordinaria irrequietudine_, durante i quali faceva
suonare continuamente al piano la sua signora qualunque aria, pur che
non s'interrompesse"[18]. E lo stato spasmodico in cui era quando lo
dettava è provato anche grafologicamente (v. s).