CAPITOLO I.

_ERRICO Re di Alemagna si ribella contro l'Imperadore FEDERICO suo

padre: vinto, s'umilia; e FEDERICO move guerra a' Lombardi in Italia,

al che s'oppone Papa GREGORIO, da chi finalmente ne fu di nuovo

scomunicato._

Per queste procedure di Gregorio, pur troppo inclinate a favorir

le città nemiche di Federico, diede egli sospetto, che essendosi in

quest'anno 1234 rubellato Errico contro l'Imperador suo padre, fosse

ciò proceduto per opera del Pontefice, e Berardino Corio seguitato

da' moderni Scrittori lo narra come cosa indubitata, dicendo ch'Errico

primogenito di Federico e di Costanza d'Aragona, che ancor fanciullo

era stato per opera del padre creato Re de' Romani, e poi casato con

Agnesa d'Austria figliuola del Duca Leopoldo; per opera di Gregorio si

collegasse co' Milanesi, e con l'altre città della Lega di Lombardia

contro suo padre, e che gli avesser promesso i Milanesi, giunto ch'e'

fosse in Italia, di farlo coronare colla Corona di ferro.

Il Sigonio in altra guisa narra il fatto, e dice che la ribellione

d'Errico non cominciasse in Italia, ma in Alemagna (nel che va

d'accordo con Riccardo da S. Germano[360]) ove con alcuni Baroni

congiurò contro l'Imperadore, e trasse dalla sua parte, tra per amore

e per forza, molte città di quelle regioni, onde i Milanesi, e l'altre

città collegate della Lombardia, volendo valersi di sì buona occasione,

mandarono ad offerirgli la Corona di ferro, che avean negata al padre,

e grosso ajuto di soldati e d'armi, se fosse venuto in persona a

guerreggiar in Italia.

Il Campo nell'Istoria di Cremona aggiunge, che vennero in Italia il

Maresciallo Anselmo Isticense, e Valcherio Tanvembro Arcidiacono

d'Erbipoli per ricevere in nome d'Errico, come Re de' Romani,

il giuramento di fedeltà; e che giunti in Milano a' 19 dicembre,

convocarono un'Assemblea, ove convennero i Milanesi, il Marchese

di Monferrato, e Bresciani, Bolognesi, Lodegiani, e Novaresi, e

congiurarono tutti contro Federico, e contro Cremona, Padova, e l'altre

città sue partigiane, lasciando da parte solamente di far dare il

giuramento ad Errico Re de' Romani, e conchiusero, che sarebbero stati

fedelissimi a lui. Ma nè il _Sigonio_, nè il _Campo_ adducono cagion

alcuna di tal discordia tra Errico e l'Imperadore; ed essendo tutti

questi Autori moderni, bisogna rinvenir la certezza di cotal fatto

in più antico Scrittore. Riccardo da S. Germano, accennando solamente

tal sedizione d'Errico, non rapporta nemmeno egli le cagioni, le quali

però si leggono nella Cronaca del Monastero di S. Giustina di Padova

fatta da un Frate di quel monastero, che visse a tempo di Federico, e

scrisse con molto avvedimento le sue gesta, e gli avvenimenti d'Italia

insino all'anno di Cristo 1270, la qual Cronaca si conserva nel detto

monastero, e si vede impressa nel volume dell'Istorie dette _Rerum

Germanicarum_. Narrasi in questa Cronaca, che la cagione, la qual mosse

Errico a far tal rivoltura contro il padre, fu follia, e disdegno per

invidia, che Federico amava Corrado suo secondo figliuolo partoritogli

di Jole, più che lui, e con effetto negli scritti di Riccardo, ed in

altri Autori di que' tempi si scorge, che Federico amasse teneramente

Corrado, e facesse più stima di lui, che di tutti gli altri suoi

figliuoli[361].

Federico intanto, essendo entrato il nuovo anno 1235, avuta contezza

della ribellion del figliuolo, e come tentava di movergli guerra

in Italia, s'inviò verso Alemagna, e giunto a' confini di quella

fu incontrato da alcuni Signori tedeschi, e ragunato un competente

esercito, ebbe grave guerra col figliuolo, il quale era da molti

Baroni e città seguito; ma abbandonato poscia da quelli, e quasi che

solo rimasto, gitone agli alloggiamenti del padre, piangendo a' piedi

di lui si gittò, chiedendogli mercede. Federico lo ricevè, ma fatto

accorto per gli passati successi del suo feroce ingegno, il condusse

seco prigione in Vormazia[362], ove, o che con effetto tentasse ciò

fare, o oppostogli, che avesse voluto avvelenar Federico, fu in più

stretta prigione dal padre sostenuto, dandolo prima in custodia al

Duca di Baviera, e poscia, volendo affatto torlo da que' paesi, al

Marchese Lancia di Lombardia, che con Margherita sua moglie, e co'

suoi figliuoli d'ordine di lui il condusse in Puglia, e nella Rocca di

S. Felice il racchiuse[363], la cui disavventurata morte a suo luogo

racconteremo.

Dopo la qual cosa l'Imperadore prese per moglie Isabella figliuola del

Re d'Inghilterra, colla quale, condottala in Vormazia, a' 13 agosto

magnificamente si sposò: ciò che avvenne sett'anni appunto dopo la

morte di Jole. Ben è vero, che Giovanni Cuspiniano, Autor tedesco

di molta stima, nel suo libro _de Caesaribus, atque Imperatoribus

Romanorum_, dice che Federico ebbe sei mogli legittime, riponendo fra

Jole, e questa Isabella, Agnesa figliuola d'Ottone Duca di Moravia, la

quale da lui ripudiatasi maritò con Udalrico Duca di Carintia; _Rutina_

figliuola d'Ottone Conte di Wolhertzhausen in Baviera; ed _Isabella_

figliuola di Lodovico Duca di Baviera; e di niuna di queste tre, dice,

aver generato figliuoli.

Ma che si fosse di ciò, fece imporre Federico, dopo questo suo

matrimonio, una general colletta nel Reame, e fatto creare, e coronare

in Colonia Re de' Romani Corrado suo secondogenito in luogo del

deposto Errico, e lasciato in Alemagna l'Imperadrice, calò col Re

Corrado in Italia, ed andatone a Rieti dove era il Pontefice, volle

Federico, ch'il figliuolo alla sua presenza giurasse al Papa d'esser

sempre fedele ed ubbidiente a Santa Chiesa; e premendo col Pontefice,

che l'ajutasse contro i Lombardi suoi fieri nemici, contro i quali

era disposto a mover guerra; Gregorio, che non gli volea domati, lo

dissuadea, dandogli grandissime speranze, che l'avrebbe egli accordati,

e postigli sotto la sua ubbidienza; ed essendo già scorsi otto anni

della tregua, che Federico avea conchiusa col Soldano per dieci

anni, Gregorio, che voleva rinovar questa guerra, e con ciò distornar

Federico da quella contro i Lombardi, rinovò gli ordini, comandando,

che ciascuno dovesse prender la croce per così santa impresa di là a

due anni, con significarlo per sue lettere particolari de' 9 settembre

a tutt'i Principi e città del Cristianesimo. Ma Federico bramoso di

guerreggiare in tutti i modi in Lombardia, appena giunto nel Reame,

ritornò di nuovo in Alemagna all'esercito per tosto ricondursi in

Lombardia, come scrive il Sigonio. Riccardo di S. Germano senza

far menzione di cotal andata dell'Imperadore a Rieti, dice, che in

quest'anno 1236 Federico lasciato il figliuolo e la moglie in Alemagna,

con convenevole esercito, valicate l'Alpi, venisse a Verona, il che

parimente fu vero; ma Riccardo scrivendo con particolar diligenza gli

avvenimenti di Federico nel Reame, va solo accennando gli stranieri;

onde per questi, è mestieri seguire il Sigonio[364], il quale raccolse

cotai notizie da più altri antichi Scrittori, e particolarmente da

Pietro Girardo padovano, Autor di veduta nella vita di Ezelino.

Narra adunque il Sigonio, che Federico, oltremodo sdegnato per la

pertinace ribellione fatta contro di lui dalla maggior parte d'Italia,

scrisse sin da Alemagna al Pontefice, non poter più sostenere

l'ingiurie continuamente fattegli da' Lombardi; onde il pregava,

che o avesse proccurato comporre tai rumori con fargli pacificare

onorevolmente coll'Imperio, o che gli avesse prestato ajuto contro

di loro, e particolarmente contro i Milanesi autori di tutt'i mali,

e favoreggiatori degli Eretici, e dell'altre persone di mal affare,

essendo ben giusto, che egli lo corrispondesse di quello, che avea

più volte fatto a favor della Chiesa contro i Romani e i Viterbiesi,

e gli altri suoi ribelli, i quali per sua opera eransi ridotti alla

sua ubbidienza. Ma Gregorio, che avea fini all'intutto contrarj a

quei di Federico, ricevuta la lettera, rispose al medesimo, che non

dovea pensare di guerreggiare in Italia, ma più tosto disporsi alla

guerra di Terra Santa, e non frastornare con ciò il passaggio, che

allora ardentemente si preparava di fare da' Lombardi in Soria; e che

notificasse a lui le querele, che contro i Lombardi avea, perciocchè

gli avrebbe fatta compiuta giustizia; e lo stesso gli significò di là

a poco per Giacomo Pecorari di Pavia Cardinal di Preneste. Federico

sdegnato di questa risposta, e conoscendo più apertamente i disegni

del Papa, gl'inviò una forte lettera rapportata dal Sigonio[365],

che comincia, _Italia haereditas est mea, etc._, e non facendo conto

delle parole del Papa, scrisse ancora il medesimo ad un altro Principe

suo amico, aggiungendo voler nell'està vegnente passar in Italia, e

tenere nel giorno di San Giacomo general Corte in Parma, e rendere

il compenso a ciascuno delle passate ingiurie. Nè fur diverse l'opere

dalle parole; perciocchè nel proposto tempo con potentissimo esercito

di Tedeschi, Regnicoli, Siciliani, e Saraceni di Puglia, che avea

assembrato in Alemagna, venne in Augusta, ove fu incontrato da Ezelino,

che maggiormente l'accese a far guerra; e valicate le Alpi, il cui

passo tentarono invano impedirgli i Milanesi, giunse a Trento, e di

là a Verona[366]. Indi passò nel Mantovano, e quivi congiuntisi seco

i Cremonesi, Modanesi, ed altri Popoli a lui fedeli, venne a' confini

de' Bresciani, e dopo avergli posto a sacco ed a fuoco ne andò a

Cremona nel mese d'agosto, e di là a Parma, ove ragunò l'Assemblea di

tutti i Principi e città amiche, e veggendo che i suoi nemici voleano

fermamente persistere nella Lega, si conchiuse nel Parlamento, che far

loro si dovesse aspra guerra. Fu presa Vicenza, e data a sacco ed alle

fiamme, con morte e ruina di buona parte de' Vicentini suoi nemici:

devastati poscia i campi di Padova, assediò Trivigi, ma non potè allora

conquistarla, perciocchè fu da Pietro Tiepolo suo Podestà valorosamente

difesa, e Salinguerra Signor di Ferrara cognato di Ezelino, lasciata

la parte de' Lombardi, co' quali era in lega, passò all'ubbidienza di

Cesare.

In questo vennegli avviso, che in Alemagna s'era contro di lui

ribellato Federico detto il Bellicoso, Duca d'Austria, onde temendo

non potesse ciò recargli alcun grave danno, lasciato a' suoi Capitani

convenevole esercito in Italia, tornò prestamente in Alemagna, ove

secondo che scrive Giovanni Cuspiniano nella sua Austria, dopo breve

guerra, tolse al Duca Vienna, e tutti gli altri più importanti luoghi

del suo Stato, con l'ajuto d'Ottone Duca di Baviera, del Vescovo di

Bamberga, e di molti altri Prelati e Baroni tedeschi; ed il figliuol

Corrado navigando all'ingiù per lo Danubio con nobilissima compagnia

venne a ritrovar il padre, e seco tre mesi in Vienna dimorò; e

veggendo, che al Duca ribello non rimanevano, che alcuni pochi luoghi

del suo dominio, creò Vienna città imperiale, e le diede per insegna

l'aquila d'oro coronata in campo negro, la qual fin oggi ancor usa.

Celebrò poi una general Corte in Ratisbona; ed il Duca Federico dopo

varj avvenimenti, avendo ricovrato in processo di tempo il suo Stato,

venne con ducento ben armati Cavalieri a Verona, e gittatosi a piè

dell'Imperadore, fu da lui non solo caramente accolto, perdonandogli

i commessi falli, ma anche di nuove dignità e prerogative ornato, come

nel privilegio rapportato da Cuspiniano si vede.

Ezelino intanto co' Capitani di Federico prese Pavia e Trivigi con

altri luoghi di Lombardia e della Marca, usando orribilmente in tutti

que' luoghi crudelissime stragi contro i nemici di Cesare, scacciando

ancora dalle lor Chiese Giordano Prior di S. Benedetto, ed Arnaldo

Abate di Santa Giustina.

Questi progressi dell'armi di Federico dispiacquero grandemente

al Pontefice, il qual vedendo ogni giorno debilitarsi le forze de'

Collegati, ed all'incontro elevato l'Imperadore in maggiore alterigia

per la vittoria, che avea riportata del Duca d'Austria, pensò rattener

il corso di tante vittorie con frappor trattati d'accordo; ed in fatti

mandò a Federico il Protonotario Gregorio da Montelongo, perchè gli

significasse, che se avea cara la pace della Chiesa, e la sua grazia,

ricevesse sotto la sua fede i Lombardi, con le stesse condizioni,

con le quali l'avolo suo Federico nella pace fatta a Costanza, ed il

padre Errico ricevuti gli aveano, e che a sua richiesta dovesse lor

cortesemente rimettere alcuna delle ragioni che vi avea. Ma Federico

pien di cruccio, veggendo, che quando dal Pontefice dovea aspettar più

tosto ajuto contro i Milanesi nel suo ritorno in Italia, ora usasse

intercessione a lor beneficio, non ostante d'esser quelli nemici, non

pur suoi, ma della Chiesa istessa, come macchiati la maggior parte

di varie eresie, non volle sentire gli progetti fattigli dal suo

Messo; onde Gregorio composti, come potè meglio i rumori e tumulti

contro di lui eccitati in Roma per opera di Pietro Frangipane, per

potere con maggior forza attendere alla difesa di Lombardia, assai

più chiaramente si scoverse nemico di Federico: ed ancorchè un'altra

volta si ripigliassero questi trattati, e per parte dell'Imperadore si

trattassero per mezzo del Gran Maestro de' Teutonici, e Pietro delle

Vigne; e per quella del Pontefice, per mezzo del Cardinal Rinaldo de'

Conti nipote di Gregorio, e del Cardinal Tommaso di Capua destinati dal

Papa Legati per trattar questa pace fra l'Imperadore ed i Lombardi: fu

però ogni trattato vano, perciocchè gli animi d'amendue le parti erano

così pieni di baldanza e d'orgoglio, che non solo nulla si conchiuse,

ma anco di là a poco si cominciò fra di loro quella rinomata e crudel

guerra, nella quale succedette la famosa battaglia di Cortenuova con

total ruina de' Milanesi, e dell'altre città collegate, descritta da

molti Autori[367], e perciò da noi volentier tralasciata, della quale

Federico avendo riportata piena vittoria si gloriò, e più d'ogni altro,

d'avervi fatto prigione Pietro Tiepolo figliuolo di Giacomo Doge di

Venezia suo crudel nemico, ch'era Podestà e Governadore di Milano; ed

in Cremona, a guisa degli antichi Romani volle entrar in trionfo, e nel

_Carroccio_, che prese a' Milanesi, ove in que' tempi stava riposta la

gloria della vittoria[368], fece legar ad un legno il Podestà Tiepolo

con un laccio alla gola, che poco da poi fece impiccare.

Questa vittoria, siccome recò a Federico grandissima riputazione, così

diede a tutta la Lombardia tale spavento, che da Milano e Bologna in

fuori, tutte le altre città di quella al suo dominio si sottoposero,

sgomentandosi ancora gli scolari dello Studio di Bologna, i quali

contro l'ordine dell'Imperadore, che d'indi partir dovessero ed andare

a Napoli, pur vi dimorarono, per trovarsi in cattivo stato ridotto lo

Studio di quella città a cagion delle continue guerre.

Mentre l'Imperadore era in Lodi, venne a lui di Napoli nobile

Ambasciaria a pregarlo in nome sì del Comune, come de' Maestri

e Scolari, che dovesse far con effetto riformare e riporre detto

Studio in quel lodevole stato, che conveniva; a' quali Ambasciadori

lietamente di ciò, che gli chiesero compiacque, e comandò di nuovo a'

suoi Ministri, che il tutto ordinassero, vietando sì bene il poter ivi

venire i Milanesi, Bresciani, Piacentini, Alessandrini, Bolognesi e

Trivigiani, rubelli suoi e dell'Imperio, e che dalla Toscana, dalla

Marca, dal Ducato di Spoleti e da Campagna di Roma quelli solo vi

potessero andare, che erano stati seguaci e partigiani d'Enzio Re di

Sardegna suo figliuolo da lui creato General Vicario in Italia, come

si scorge da alcune scritture del registro di Federico, ch'è l'unico

di detto Imperadore, che si conserva nel reale Archivio; poichè fra le

poche memorie, che de' Principi svevi si ritrovano nei reali Archivi di

questa città per essere stati da' vincitori franzesi a tempo di Carlo

I tolte vie e mandate a male, vi è solamente rimaso un intero Registro

di Federico dell'anno di Cristo 1239 in cui si favella delle lodi della

nostra città e delle franchigie degli scolari, e de' modi particolari,

come esso Studio s'avea da governare.

Comandò ancora la stessa riforma dello Studio per una sua particolar

lettera al Capitano del Regno di Sicilia, rapportata da Pietro delle

Vigne[369]; ed avendo parimente ordinato, che si dismettessero nel

Reame ed in Sicilia ogni altro Studio pubblico, scrive poi per altre

sue lettere al Giustiziero di Terra di Lavoro, che non dia per cotal

ordine molestia alcuna a' Maestri, che leggeran grammatica, i quali

come bisognevoli a' primi ammaestramenti de' fanciulli, non volea, che

in esso ordine fossero compresi.

Nel medesimo tempo per aver dimostrato Ezelino nella battaglia di

_Cortenova_ e nell'altre guerre avvenute in Italia sommo valore e fede,

seguitando le parti dell'Imperadore, Federico per essergli grato, il

volle per suo genero e gli diede per moglie una sua figliuola bastarda

nomata Selvaggia.

Federico ancorchè vittorioso, ed a cui quasi tutta l'Italia erasi resa

ubbidiente, meditava però soggiogarla all'intutto e conquistar Milano,

Piacenza, Bologna, Faenza, ed alcune altre città, che ancor duravano

nella ribellione; onde partito da Italia ritornò di nuovo in Alemagna

per ragunare colà di nuovo grosso esercito e ritornare nella seguente

Primavera in Italia.

Il Pontefice Gregorio amaramente soffriva questi disegni di Federico,

e temea non la sua potenza in Italia ponesse anche lo Stato della

Chiesa in sconvolgimento; onde pensò, non avendo a chi ricorrere

in Italia, d'implorare l'aiuto de' Principi stranieri: inviò perciò

suoi Ambasciadori a Giacomo Re d'Aragona, detto il _Conquistatore_,

Principe sopra ogn'altro di grandissima stima in questi tempi per

le magnifiche e valorose imprese da lui fatte in discacciando i Mori

da molti Regni di Spagna, acciocchè il richiedessero in nome di lui

e delle città collegate sopraddette, che venisse a guerreggiare con

Federico, che l'avrebbero creato Signore di Lombardia, con pagargli

tutte quelle rendite e fargli tutti quegli onori che si solevano

fare agl'Imperadori. Dimorava allora il Re Giacomo all'assedio di

Valenza tenuta da' Mori e sdegnato con Federico per la prigionia del

suo figliuolo Errico, il quale per cagion della madre Costanza gli

era fratello consobrino concorse nel voler del Pontefice e promise di

venire in suo soccorso con dumila cavalli e con altre condizioni, le

quali vengono rapportate da Girolamo Zurita; ma poscia, qual che se ne

fosse la cagione, il Re Giacomo non venne mai in Italia, ma sì bene

da poi ci venne il Re Pietro suo figliuolo, benchè contro la volontà

de' seguenti Pontefici e con le ragioni della Casa di Svevia che la

sua moglie Costanza gli avea recate, dal quale, secondo che appresso

diremo, fu la Sicilia valorosamente signoreggiata.

Federico intanto, assoldata gross'armata in Alemagna, commise al

figliuol Corrado che a Verona con essa il seguitasse; ed egli passato

innanzi soggiogò senz'alcun contrasto Vercelli, Torino e tutte

l'altre città e luoghi circostanti; e nel seguente mese di luglio,

passate l'Alpi, venne il Re Corrado con molti Prelati, e Signori

tedeschi e numeroso esercito a Verona, dove il padre l'attendea e di

là passò a Cremona, ed indi a Padova, ove tenne una general Corte. I

Milanesi spaventati per tant'apparati, per vedersi rimasti con poca

compagnia, pregarono il Pontefice, che per loro s'adoperasse appresso

l'Imperadore: inviarono Ambasciadori a chiedergli umilmente la pace,

con offerirgli diecimila soldati, per mandargli in soccorso di Terra

Santa, purchè egli avesse conservata la città in quella libertà,

nella quale allor vivea. Della cui proposta facendosi beffe Federico

allor rispose, che egli gli avrebbe ricevuti, purchè senza alcun patto

essi e la lor città se gli rendessero a suo arbitrio e volontà; ma i

Milanesi temendo della ferocia di Federico, risolvettero morir meglio

sotto l'armi in campo combattendo da valorosi soldati, che o bruciati,

o di fame in prigione, o impiccati per la gola; onde ostinati alla

difesa rinforzarono le mura ed i fossi della città, e la munirono di

soldati e di armi, collegandosi con chiunque poterono. Ma Federico,

compiuta ch'ebbe l'Assemblea, divise in due parti l'esercito, e con

una assediò Brescia e l'altra inviò sopra Alessandria, ed amendue con

continui assalti travagliando distrusse e rovinò il lor territorio; e

mancandogli denaro per sostenere sì crudel guerra per mezzo di suoi

Ministri imponeva taglie e dazj sopra i beni delle Chiese e degli

Ecclesiastici, di che isdegnato Gregorio, mentre l'Imperadore dimorava

in quest'assedio gli significò, che lasciasse stare in pace le ragioni

della Chiesa: onde Federico stimò per racchetarlo e per difendersi da

tali accuse, mandare in Alagna, ove allor dimorava, l'Arcivescovo di

Palermo, il Vescovo di Reggio, Taddeo da Sessa e Ruggiero Porcaprello

suoi Ambasciadori: i quali favellando col Pontefice il ritrovarono

oltremodo crucciato; onde rimandarono in Lombardia l'Arcivescovo di

Palermo a significare a Federico quel che bramava Gregorio, il quale,

non ostante tante rivolture in Italia, che obbligavano Federico a

non partirsi da quella, non tralasciava però di promuovere in questi

tempi l'espedizione di Terra Santa, con invitare al passaggio molti

Principi; e Federico al contrario intento alle cose d'Italia, non

volea intricarsi in tale impresa; anzi compiuto il tempo della tregua

col Soldano, la rinnovò per altri dieci anni, ed ordinò a Rinaldo di

Baviera suo Vicario in quel Regno, che in guisa alcuna non movesse

l'armi contro i Saraceni. Nè per questo si rimase Gregorio, poichè

mandò molti Frati in diverse province della Cristianità ad esortare

i Popoli a prender la Croce per passare in Soria, laonde s'assembrò

grosso numero di Fedeli così d'Alemagna, come d'Italia e di Francia; ma

quest'espedizione fu molto infelice, poichè, ancorchè Federico l'avesse

dato libero il passaggio per lo suo Reame, non essendovi armata di

mare, nè navi sufficienti per così gran numero di persone, la maggior

parte dell'esercito s'avviò per terra, ove di disagi quasi tutti

perirono.

Nel medesimo tempo sopravvenne una nuova cagione di disturbo tra

il Pontefice e Federico: Enzio suo figliuol bastardo, secondo che

racconta Riccardo da S. Germano, si casò in Sardegna, per cagione

del qual maritaggio occupò poi il Giudicato di Torre e Galluri: se

n'offese Gregorio, il quale pretendea anch'egli que' luoghi esser per

antiche ragioni della Chiesa; onde allegando per messi particolari

più volte il diritto, che vi pretendea, richiese Federico, che quelle

ragioni fossero restituite alla Chiesa; ma l'Imperadore replicava,

che quell'isola appartenea all'Imperio e che l'avolo suo Barbarossa,

riconoscendone il dominio n'avea investito con titolo di Principe

_Guelfo_ suo zio materno, e poi con titolo di Re Barisone Judice

d'Arborea, ed indi in processo di tempo i Pisani, e' Genovesi; sicchè

non solo non glie le volle rendere, ma ne creò allora Re Enzio suo

figliuolo, il quale tolta la Corona di quel Regno, operò, che alcuni

potenti Baroni dell'isola occupassero molti territori e castella,

che i Vescovi di quel Regno s'aveano appropriate. Per queste nuove

cose, mal sofferendo il Pontefice, che Cesare divenisse più potente,

entrato il nuovo anno 1239 inviò sue lettere a Federico, esortandolo a

lasciar stare in pace le ragioni della Chiesa; ma avendogli risposto

l'Imperadore che infino da che fu coronato, avea proposto di riporre

in piedi le ragioni dell'Imperio e che perciò avea fatto occupare que'

luoghi a se spettanti, e che ciò non dovea aver egli a male, essendo

lecito a ciascuno ricuperar il suo. Gregorio sdegnato gravemente

gli comandò di restituirgliele sotto pena di scomunica, la qual

parimente dispregiata da Federico, fu cagione che nel giovedì santo

di quest'anno lo scomunicasse pubblicamente in Roma alla presenza di

tutti i Cardinali, e di numeroso Popolo a cotal atto ivi concorso.

Questa scomunica, che contiene molte accuse contro Federico, vien

rapportata da Carlo Sigonio[370], e dagli Annali del Bzovio e comincia:

_Excommunicamus et anathematizamus ex parte Dei Omnipotentis, etc._

Dopo aver Gregorio con terribili formole dichiarato scomunicato

l'Imperadore, diede contezza di cotal scomunica a Balduino Imperador di

Costantinopoli, a Giacomo Re d'Aragona, a Ferdinando Re di Castiglia,

a Lodovico Re di Francia, ad Errico Re d'Inghilterra, al Re di Scozia

ed a tutti gli altri Re e Principi cristiani, inviando altresì ordine

a tutti i Prelati, e particolarmente a quelli d'Alemagna, che nelle

loro Chiese pubblicassero per iscomunicato l'Imperadore, assolvendo i

sudditi dal giuramento di fedeltà, e sottoponendo all'interdetto tutti

coloro, che l'ubbidivano. E narra Matteo Paris[371], che Gregorio dopo

aver assoluto i sudditi dell'Imperadore dalla sua ubbidienza, scrisse

a Roberto fratello di Lodovico Re di Francia, offerendogli l'Imperio;

ed il Re di Francia su quest'offerta, fece convocare a consiglio tutti

i Principi della Francia, per risolvere ciò che dovesse farsi, i quali

detestando questo sforzo del Pontefice in pubblica Assemblea così

esclamarono: _Quo spiritu vel ausu temerario Papa tantum Principem,

quo non est major inter Christianos, non convictum, et confessum

de objectis sibi criminibus exheredavit, et ab Imperiali apice

praecipitavit? Scimus quod Domino Jesu Christo fideliter militavit,

moriens, et bellicis se periculis confidenter opponens, tantum

religionis in Papa non invenimus. Imo qui eum debuit promovisse, et Deo

militantem protexisse, eum conatus est absentem confundere, et nequiter

supplantare. Nolumus nos metipsos in tanta pericula praecipitare,

ut ipsum Federicum tam potentem impugnemus, quem tot Regna contra

juvabunt, et causa justa praestabit adminiculum. Quid ad Romanos de

prodiga sanguinis nostri effusione, dummodo irae suae satisfecerimus,

si enim per nos, et alios devicerit omnes Principes mundi, conculcabit

sumens cornua jactantiae, et superbiam, quoniam ipsum Federicum

Imperatorem Magnum contrivit._

Era l'Imperadore nella città di Padova, celebrando ivi con gran

festa la Pasqua di Resurrezione, quando gli venne novella il lunedì

d'essa, come il giovedì santo era stato dal Pontefice pubblicamente

scomunicato; ed ancorchè espressamente se ne dolesse nell'interno,

pure simulò il contrario, e riputando la censura ingiusta, tantosto

convocò un'Assemblea de' più stimati cittadini padovani, ed altri

Signori italiani e tedeschi nel palagio del Comune, ed ivi, secondo

scrive Pietro Girardo, favellò Pietro delle Vigne suo Gran Cancelliero

lungamente in difesa di lui, lagnandosi di Gregorio, con cominciare

il suo discorso da questa sentenza: _Leniter ex merito quidquid

patiere ferendum est: quae venit indigne poena, dolenda venit_;

dicendo che Federico governando sì giustamente il suo Imperio, n'era

in sì fatta guisa oltraggiato dal Pontefice, e che non perchè l'avea

egli scomunicato così iniquamente dovesse riputarsi fuori del grembo

di Santa Chiesa, essendo egli prontissimo a sottoporsi alla Sede

Appostolica in tutte quelle cose, che ricerca la divina giustizia, non

già al capriccio d'un uomo, essendo egli vero e fedel Cristiano[372].

Per la qual cosa niente curando di quella scomunica, partito da Padova

con nobilissima compagnia di Baroni n'andò a Trivigi, ove onorevolmente

ricevuto scrisse sue lettere a' Cardinali ed a' Romani, rampognandogli,

come avean consentito, che Gregorio ingiustamente lo scomunicasse.

(Queste Lettere di Federico scritte nel 1239 si leggono presso _Lunig.

Cod. Ital. Diplom. Tom._ 2 _pag._ 887, 889 e 898, siccome in contrario

un Breve di Gregorio IX drizzato al Card. Ottone _pag_. 895).

Scrisse ancora a tutti i Re e Principi di Cristianità, purgandosi delle

malvagità oppostegli dal Pontefice, gravando lui di gravissime colpe

con tutti i Cardinali; e veggonsi sin ad oggi l'epistole di Federico

ne' libri di Pietro delle Vigne, per le quali egli mostra, quanto a

torto fosse stato così oltraggiato dal Pontefice. E ritornato poscia a

Padova ingegnossi con ogni suo potere farsi partigiani ed amici i più

stimati Signori d'Italia, per valersene contro il Pontefice, ed alla

guerra d'Italia pose tutti i suoi pensieri.

Ma poichè il Pontefice, dopo questa scomunica per mezzo di Monaci

e Frati, tentava di sconvolgergli questo Reame, Federico ancorchè

intrigato nella guerra di Lombardia, vi diede però riparo, per mezzo di

vari ordinamenti, che vi drizzò, discacciando dal monastero di Monte

Cassino tutti que' Monaci, a riserba di solo otto Frati, che sopra

il Corpo di S. Benedetto i divini Uffici celebrassero, mandandovi

per custodia di quel monastero molti soldati a guardarlo: ed il munì

a guisa di forte Rocca, con toglierne l'antico tesoro ed i sacri

vasi d'argento e d'oro, che dopo molt'anni vi furono riposti per la

previdenza de' Frati, e per la magnificenza de' passati Re ed altri

Signori e Baroni del Regno. Tolse parimente a' Padri Pontecorvo e Rocca

Janala. Ordinò ancora che tutti i Regnicoli, che si trovavano nella

Corte romana partir dovessero da Roma, fuorchè quelli, che dimoravano

a' servigi del Cardinal Tommaso e di Giovanni da Capua suoi vassalli.

Discacciò dalle loro Chiese e dal Regno i Vescovi d'Aquino, di

Carinola, di Teano e di Venafro. E da tutte le Chiese cattedrali, e dal

monastero Cassinense, e da' suoi sudditi fece esigere un _adjutorio_

per l'Imperadore, dando la cura a Ruggiero di Landolfo ed a Giacomo

Gazzolo, a ciò eletti per lo Giustizierato di Terra di Lavoro, di

raccorre la metà delle loro rendite, con parte delle quali sostentò i

soldati, che dimoravano a guardia di Monte Cassino e di Pontecorvo.

E nell'istesso tempo furono da Federico ordinati gl'infrascritti

Capitoli da doversi pubblicare nel Regno, e da osservarsi

irremissibilmente, rapportati da Riccardo[373].

Primo, che tutt'i Frati di S. Domenico ed i Frati Minori di S.

Francesco, nativi delle terre rubelle di Lombardia, uscissero

prestamente da' suoi Stati, e da tutti gli altri Religiosi si togliesse

sicurezza di non trattar cos'alcuna in disservigio di lui. II Che

tutt'i Baroni e Cavalieri, che per l'addietro avessero seguito le

parti del Pontefice, e particolarmente quelli, che aveano le loro

Baronie a' confini d'Apruzzo e di Campagna, dovessero andare in ordine

con armi e cavalli in Lombardia per servirlo in Campo a loro spese,

e quegli che non eran agiati di moneta, col soldo, che egli avrebbe

lor fatto pagare. III Che dalle Chiese cattedrali s'esigesse per lui,

e s'imponesse per l'imperial Corte un _adjutorio_ secondo il modo e

potere delle loro ricchezze, e parimente da' Canonici e Preti sudditi

di quella diocesi e da' Cherici ancora, secondo le loro facultà: ed il

medesimo si dovesse esigere dagli Abati, Monaci negri e bianchi. IV

Che tutti quei che sono nella Corte romana, eccetto gli esclusi ed i

sospetti debbiano ritornare tosto nel Regno, e facendone il contrario,

i loro beni saranno confiscati e dopo la citazione, se non ubbidiranno,

non si permetterà loro più ritornare. V Che i beni ed i beneficj di

quelli Cherici, che non sono del Regno, debbiano tutti confiscarsi.

VI Ordinò, che niuno potesse nè gire dal Regno in Roma, nè venir da

Roma nel Regno senza licenza de' Giustizieri delle province d'Apruzzi

e di Terra di Lavoro. VII Che si stabilissero esploratori acciocchè

niuno, sia mascolo o sia femmina, entrando nel Regno, portasse lettere,

o altre scritture del Papa contro di lui, e che se fossero trovati,

fossero fatti morire o Chierico o Laico che egli si fosse.

Ma non perchè queste ostilità fra di loro si praticassero, tralasciò

Federico di mandare a Roma li Vescovi di S. Agata e di Calvi per

trattar co' Cardinali di trovar modo di composizione; ma tosto che

Gregorio seppe la lor venuta in Roma, furono da lui discacciati, e

ritornarono indietro nel Reame senza conchiuder cosa alcuna[374].

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 42 / 58 题