CAPITOLO II.

_Si rompe aperta guerra tra FEDERICO e Papa GREGORIO, il quale in mille

guise oltraggiato dall'Imperadore, se ne muore di dolor d'animo._

Inasprisconsi per tali cagioni gli animi d'ambedui, e mentre per

opera del Papa si rubella Ravenna dall'Imperadore, e si dà in mano

de' Veneziani, che la difendono, Federico richiama in Italia il Re

Enzio suo figliuolo, il quale venuto di Sardegna, con grosso numero

di soldati pugliesi, tedeschi, siciliani e saraceni invade la Marca

d'Ancona, rompendo la guerra al Pontefice. Gregorio gl'inviò contro per

suo Legato il Cardinale Giovanni Colonna, acciocchè difendesse que'

luoghi, e nel mese di novembre di quest'istesso anno 1239 confermò

le censure già fulminate contro Federico, e scomunicò il Re Enzio con

tutti i suoi seguaci, per essere entrati ostilmente nella Marca, _quam

Juris esse dicebat Ecclesiae_, come narra Riccardo.

Sollecitò anche il Pontefice i Veneziani, perchè movesser guerra a

Federico, i quali scovertisi già di costui nemici, assalirono con

la loro armata la Puglia, ed avuta Federico notizia d'essersi per

queste mosse ribellati alcuni suoi Baroni, risolse di passar nel Reame

per la qual cosa munite di soldati tutte le più importanti città di

Lombardia, e passati gli Appennini pervenne a Lucca ed a Pisa, ove

dimorato alcuni giorni s'adoperò a fare, che i Pisani movessero aspra

guerra a' Genovesi partigiani del Pontefice, e che molti Popoli di

Toscana con lui si collegassero. Nello stesso tempo Frate _Elia_, uno

de' discepoli di S. Francesco d'Assisi, sdegnato col Pontefice, per

essersi dimostrato più favorevole ad alcuni Frati del suo Ordine,

co' quali avea nimistà, ed aspramente il travagliavano, che a lui,

anch'egli aderì a Federico, divenendo suo gran partigiano e difensore:

onde si veggono alcune lettere scritte dall'Imperadore a suo favore,

e particolarmente una d'esse al Re di Cipri, nella quale lodandolo di

somma bontà, dimostra averlo in molta stima.

Racconta Bernardino Corio, che prima di partir Federico da Lombardia,

per trattato de' Milanesi, congiurarono di torgli la vita nell'istesso

suo esercito, Pietro delle Vigne, Guglielmo di S. Severino, Teobaldo

Francesco Siniscalco del suo palagio, Andrea di Cicala, Pandolfo della

Fasanella e Jacopo di Morra, con altri molti de' suoi maggiori e più

stimati Baroni, e che avvedutosi l'Imperadore della lor fellonia,

facesse cavar gli occhi a Pietro, e gli altri in varie guise aspramente

morire: nel qual racconto prende il Corio un manifesto errore, per

seguir forse alcun Autore, che ciò con poco avvedimento scrisse prima

di lui, non leggendosi tal fatto, nè in Riccardo da S. Germano, nè in

altri Scrittori di que' tempi; anzi Andrea di Cicala, eletto dopo la

morte d'Errico di Morra Gran Giustiziero, per lungo tempo appresso

fedelmente il servì, e la ribellione de' S. Severini, di Teobaldo

Francesco, e di coloro della Fasanella, e d'altri Baroni, con la rovina

di Pietro delle Vigne, succedette in progresso di tempo nel Reame, e

con altra cagione di quella che il Corio racconta, secondo che appresso

diremo.

Federico adunque avendo creato il figliuolo Enzio suo Vicario in

Italia, ed inviatolo con grosso numero di soldati ad occupar la Marca

d'Ancona, egli entrò col rimanente del suo esercito per un altro lato

nel Ducato di Spoleto, e negli altri luoghi del Patrimonio, essendo già

l'anno di Cristo 1240, e se gli diede in un subito Fuligno, Viterbo,

Orta, Civita Castellana, Corneto, Sutri, Montefiascone, e Toscanella

con molt'altre castella; il perchè sbigottito grandemente il Pontefice

ricorse alle orazioni, e cavate fuori le teste di S. Pietro e S. Paolo,

col legno della Croce di Cristo, con tutt'i Cherici, Prelati, e gran

parte del Popolo romano, gli condusse in processione da S. Giovanni

in Laterano insino a S. Pietro, ed ivi largamente favellato delle

miserie, che pativa la Chiesa di Dio per la malvagità, com'egli diceva,

di Federico, pubblicò contra di lui la Croce, come di crudelissimo

nemico di Dio e de' suoi Ministri, infiammando parimente con le sue

parole molti degli astanti a prenderla. Infatti ragunatisi di loro un

convenevole esercito con gli altri soldati del Pontefice, uscirono

contro all'Imperadore, e vennero più volte a battaglia; della qual

cosa Federico aspramente sdegnato, quanti dei _Crocesignati_ faceva

prigionieri, tanti faceva loro o fendere in quattro parti la testa,

o con ferro infocato segnare in fronte una croce; e dati a sacco, ed

abbruciati i territorj di Roma, se ne passò nel Reame, ove poco innanzi

avea inviata l'Imperadrice sua moglie in compagnia dell'Arcivescovo

di Palermo, ed andato egli in Puglia proccurò discacciar da que'

liti i Veneziani, i quali con venticinque galee scorrendo per quelle

riviere presero, e saccheggiarono Termoli, Campomarino, Vesti, Rodi,

ed altre castella. Anzi incontrata appresso Brindisi una nave, che

carica di soldati imperiali ritornava da Soria, dopo averla aspramente

combattuta, ma non presa, per averla ostinatamente difesa coloro, che

vi eran dentro, l'abbruciarono. A tai danni non potendo porger rimedio

Federico, fece in vendetta morire obbrobriosamente impiccato per la

gola in Trani in una torre presso la marina, Pietro Tiepolo figliuolo

del Duce a vista dei Veneziani, i quali danneggiarono quelle contrade

sino al mese d'ottobre, quando carichi di preda, senza ricever molestia

alcuna, addietro a Vinegia si tornarono.

Nell'istesso tempo per opra de' Cardinali, Papa Gregorio pensò di

convocare un general Concilio in Laterano nel giorno di Pasqua del

seguente anno, per trovar opportuno rimedio a' travagliati affari

della Chiesa, ed al soccorso di Soria, e spedì perciò Giacomo Pecoraro

di Pavia Cardinal di Preneste, ed Ottone Bianco de' Marchesi di

Monferrato suoi Legati in Ispagna, Francia, Inghilterra e Scozia a

convocare i Vescovi, ed i Prelati di que' Regni, che venissero al

Concilio a difendere le ragioni della Chiesa contro l'Imperadore

con dar loro contezza delle guerre e persecuzioni che ciascun giorno

sofferiva. Ciò inteso Federico, procacciò per ogni via di distorre

i Prelati oltramontani dal venirvi, scrivendo nel mese di settembre

al Re d'Inghilterra, che in guisa alcuna non avesse fatti partire

i Vescovi del suo Regno, e con gravi minacce tentò parimente di non

farvi intervenire gli Alemanni e gli Franzesi; ed acciocchè i fatti non

fossero stati dissimili dalle parole, inviò Enzio suo figliuolo con un

potente esercito nelle riviere di Genova, acciocchè proccurasse di non

far passare i Prelati, e facesse prigionieri tutti quelli, che alle

mani gli capitassero, e travagliasse con ogni suo potere i Genovesi

seguaci del Pontefice. Era allora Federico in grande e felice stato, e

potentissimo di gente e di denaro; tenendo al suo soldo cinque numerosi

eserciti.

(_Matteo Paris, pag._ 493 e 495 scrive, che fossero sei eserciti,

dicendo: _Habuit enim sex exercitus magnos, populosos, et

formidabiles_; ed annovera i luoghi, ov'eran posti, ed i Generali che

li comandavano. Vedasi Struvio Syntag. _Hist. Germ. dissert._ 20 § 15

_pag._ 658).

Perciocchè oltre a quello, che campeggiava in Faenza, e l'altro, che

avea inviato in Liguria, teneva il terzo nella Marca d'Ancona e nella

Valle di Spoleto, del quale, come si vede nelle Pistole di Pietro delle

Vigne, era general Capitano Marino d'Evoli. Era il quarto in Palestina

a difesa di que' luoghi, governato da Rodolfo suo Maresciallo, e del

quinto era Capitano suo figliuol Corrado, in Alemagna ragunato per

andare in soccorso di Bela Re d'Ungheria contro i Tartari, ch'eran poco

innanzi usciti dagli ultimi confini della Scizia, ed aveano a guisa

d'un diluvio scorsa e soggiogata la maggior parte dell'Asia: e così

vittoriosi e potenti si divisero in più eserciti, uno dei quali passato

in Europa avea vinto i Polacchi, i Russiani ed i Bulgari; onde il Re

Bela, chiedendo soccorso a Federico, fu cagione, che non sol facesse

dal figliuolo Corrado assembrar grosso esercito di Tedeschi per aiutar

quel Re, e scacciare i Tartari da' confini di Lamagna, ma ancora, che

ne scrivesse a' Senatori di Roma, dolendosi, che la discordia fra se e

Gregorio il distogliea dall'andar di persona a così importante impresa,

richiedendogli, che procacciassero di porlo con lui in concordia, come

a pieno si scorge nel primiero libro delle Pistole di Pietro delle

Vigne.

Intanto, entrato l'anno 1241, Federico per togliere ogni sospetto, che

il Papa potesse per mezzo de' Frati rendere insidie nel Reame, fece

scacciare di suo ordine da quello tutti i Frati Cordeglieri, e quei

di S. Domenico, rimanendone sol due di loro, naturali del medesimo

Reame, per monastero, e la città di Benevento fu prestamente assediata,

siccome scrive Riccardo, la quale avendo per nove mesi continui

sostenuto valorosamente l'assedio, alla fine da fame costretta si rese,

e furono per ordine dell'Imperadore abbattute le sue mura e le torri

insino al suolo, e tolte l'armi a' cittadini.

Nello stesso tempo Giovanni Colonna Cardinal di S. Prassede Legato di

Gregorio nella Marca, venuto con lui in discordia, divenne partigiano

di Federico, e gli sottopose buon numero delle sue castella presso

Roma. Erano, mentre ancor durava l'assedio di Faenza, ritornati di

là da' monti, e d'Inghilterra e di Scozia in Genova i Cardinali con

grosso numero di Vescovi, Arcivescovi, ed altri Prelati per venire al

Concilio, e trovarono in quella città Gregorio di Romagna, parimente

Legato del Pontefice, da lui inviato a' Genovesi per lo stesso affare

del Concilio. Or questi Prelati temendo di gire per terra a Roma per

le gravi minacce di Federico, conchiusero di far cotal passaggio su le

galee de' Genovesi condotte da Guglielmo Ubriachi loro Ammiraglio, non

ostante, che Federico gli avesse invitati a venire a lui; perciocchè

bramava, o fargli consapevoli delle sue ragioni riversando la colpa

della discordia al Pontefice, o distorgli da gire nel Concilio; onde

imbarcati su la detta armata de' Genovesi ebbero all'incontro il

Re Enzio con venti ben armate galee, tra quelle del Reame, e quelle

de' Pisani, che vennero in suo soccorso sotto il comando di Ugolino

Buzaccherini da Pisa espertissimo Capitano di mare[375]; ma venute

alle strette le due armate il giorno terzo di maggio tra Porto Pisano,

e l'isola di Corsica non lungi dall'isoletta della Meloria (per non

aver voluto li Capitano de' Genovesi allargarsi in mare, con più lungo

viaggio sfuggendo l'incontrarsi co' nemici, giunger senz'altro intoppo

in Roma) per lo valor de' soldati Regnicoli e de' Pisani, e del lor

Capitano ne ottenne Enzio notabil vittoria. Furono in quell'occasione

fatti prigionieri i tre Legati, e tutti i Prelati, che eran colà

convenuti, e grosso numero d'Ambasciadori di diversi Principi e città,

che anch'essi andavano al Concilio, con mettere a fondo tre galee

nemiche, e prenderne ventidue, tredici delle quali fur particolarmente

prese da vascelli regnicoli, e l'altre da' Pisani, e con fare altresì

ben quattromila Genovesi prigioni, essendo stato fra i Prelati cattivi

l'Arcivescovo di Roano con altri molti Vescovi inglesi e francesi, ed

altri Prelati minori: alcuni de' quali furono crudelmente mazzerati

in mare presso la Meloria, ed altri posti in prigione in Napoli, in

Salerno, ed in altri luoghi della Costa di Amalfi, ove molti di essi

di fame e di stento miseramente perirono, e gli altri furono rimessi in

libertà ad istanza di Lodovico Re di Francia, del Re d'Inghilterra e di

Balduino Imperadore di Costantinopoli. Vedesi ancora un'epistola[376]

di Federico scritta ad alcuni suoi Baroni, ove particolarmente favella

della presa di Faenza, e di cotal vittoria ottenuta dalle sue galee,

la quale così comincia: _Adaucta nobis continuae felicitatis auspicia,

etc._

Dopo il quale avvenimento, Andrea di Cicala, che era Gran Giustiziere

e General Capitano del Reame, d'ordine del suo Signore convocò tutti

i Prelati regnicoli a Melfi di Puglia, e da loro volle consignati in

suo potere tutti gli arredi delle loro chiese, così i vasi d'argento

ed oro, come le gemme, e le vesti di seta, di porpora, e l'altre cose

destinate al culto divino, gran parte delle quali condotta in una

chiesa di S. Germano, fu data in custodia a dodici uomini de' più

agiati, e migliori di quella terra, essendosi particolarmente tolte

due tavole, una d'oro e l'altra d'argento purissimo dall'altar di S.

Benedetto in Monte Cassino, con altri preziosi abbigliamenti ornati

d'oro e di gemme, e vasellamento d'argento, e danari contanti in grosso

numero; ma di queste sì profanamente ragunate spoglie, alcune furono

ricomprate da' luoghi onde erano state tolte, e l'altre fur condotte a

Grottaferrata per farne moneta in servigio dell'Imperadore; il quale

soggiogata Faenza, e tutti gli altri luoghi di Romagna, e lasciato

il figliuolo Enzio suo Vicario in Lombardia passò nella Marca, ed

assalito Fano, Assisi, e Pesaro, non potè insignorirsene; onde posti

a ruina i lor territorj, ne andò a Spoleti, che con Narni, ed altri

luoghi dell'Umbria tantosto se gli diedero, mentre il Conte Simone di

Chieti suo Capitano con un'altra parte dell'esercito avea parimente

preso Chiusi, e Viterbo; poi verso Roma prese e distrusse Monte Albano,

Tivoli ed altre castella, sollecitatone dal Cardinal Colonna, che

come detto abbiamo, era divenuto ribello e nemico del Pontefice, il

quale afflitto da tanti mali, dopo aver creato Senatore di Roma Matteo

Rosso uomo d'avvedimento e valore, acciocchè s'opponesse a' moti del

Cardinal Giovanni e dell'Imperadore, poco stante infermando d'una

grave malattia, per affanno e per dolore trapassò di questa vita a' 21

agosto, secondo scrive Riccardo da S. Germano.

Morto il Pontefice Gregorio, Federico scrisse sue particolari lettere

al Re d'Inghilterra, e ad altri Re e Signori di Cristianità, dicendo

che sperava per la morte di Gregorio d'impor fine alle discordie, che

avea avute con la Chiesa, e gire in lor compagnia contro i Tartari,

che, come abbiam detto, in quei tempi travagliavano l'Ungheria,

l'Alemagna ed altri luoghi de' Cristiani. E ragunati dopo la morte

di Gregorio i Cardinali per creare il nuovo Papa, non essendo più che

dieci, spedirono Ambasciadori a Federico, perchè si fosse contentato

di mandare con quelle condizioni che gli fossero parute convenevoli

i due Cardinali, che teneva prigioni; il perchè fattigli condurre a

Tivoli da Teobaldo di Dragone, gl'inviò liberi in Roma con giuramento,

siccome scrive il Sigonio, d'aver a ritornare in prigione fatta la

novella elezione, fuorchè, se alcuno di loro fosse creato Pontefice.

Così, lasciato buon numero di soldati in Tivoli, per la via di Campagna

venne nel Regno, e fermatosi all'Isola, comandò che s'edificasse una

nuova città all'incontro di Cepparano, e ne diede la cura a Riccardo

di Monte Negro Giustiziero di Terra di Lavoro, comandando agli uomini

d'Arce di S. Giovanni in Carico, dell'isola di Ponte Scellerato, e

di Pastena, che dovessero colà andare ad albergare; e per operarj

del nuovo edificio volle, che vi andasse certo numero d'uomini de'

vassalli di Monte Cassino, e di quello di S. Vincenzo a Vulturno, del

Contado di Fondi, di Comino, e del Contado di Molise, scambiandosi

in giro settimana per settimana. Ma Riccardo, che ciò scrive, non fa

menzione nel detto luogo del nome imposto alla novella città, se non

che, per quanto egli poco appresso dice, e per quel, che si legge nella

Cronaca del Re Manfredi, fu nominata _Flagella_, quasi volesse con tal

nome inferire, che era fondata per travagliar Cepparano, e gli altri

circostanti luoghi della Chiesa; nondimeno di tal città non appare

oggi reliquia, nè vestigio alcuno, nè trovo essere stata altra volta

menzionata ne' tempi appresso, o perchè non finisse d'edificarsi, o

perchè fosse disfatta poco dopo il suo cominciamento.

Mentre Federico per S. Germano, Alifi e Benevento se n'andò in Puglia,

con aver comandato, che tutti i mobili raccolti dalle Chiese fossero

a lui condotti a Foggia, elessero i Cardinali, ch'eran ragunati al

Conclave in Roma, trenta giorni dopo la morte di Gregorio, per nuovo

Pontefice Goffredo Castiglione milanese Cardinal Vescovo Sabinense,

vecchio ed infermo, ma di somma bontà, a cui poser nome _Celestino

IV_, il quale appena diciassette giorni dopo la sua elezione passati, e

prima di consegrarsi, di questa vita trapassò; onde i Cardinali venuti

fra di loro in discordia, non crearono per lungo tempo altro Papa, con

grave danno della Chiesa, anzi molti di loro temendo della fierezza

di Federico, fuggitisi nascostamente di Roma, in Alagna, ed in altri

luoghi si ricoverarono.

Venuto poscia il mese di dicembre, l'Imperadrice Isabella dimorando

coll'Imperador suo marito in Foggia, soprappresa da improviso male, in

breve tempo morì, e fu sepolta in Andria.

Nel seguente anno 1242 Federico impose un'altra grossa taglia di

moneta nel Regno, e tolto l'Ufficio di Giustiziero di Terra di

Lavoro a Riccardo di Monte Negro, vi fu creato in suo luogo Gisulfo

da Narni. Fece poscia abbatter tutte le torri, ch'erano in Bari,

per aver sospetta la fede de' Baresi, e mandò suoi Ambasciadori a

Roma a comporre la pace fra' Cardinali, che colà erano, e trattar

dell'elezione del nuovo Pontefice, il Gran Maestro de' Teutonici,

l'Arcivescovo di Bari e Maestro Ruggiero Porcastrello.

Nello stesso tempo Errico, che lungamente fu prigione in Puglia

nel Castel di S. Felice, e poi condotto in Calabria nella Rocca di

Nicastro, e di là a Martorano, morì quivi in prigione di natural morte,

secondo che scrive Riccardo da S. Germano. Ma Giovanni Boccaccio Autore

vicino a quei tempi, e chiaro per la dottrina e per l'altre virtù,

che in lui fiorirono, ne' casi degli uomini illustri, dice, che mentre

Errico era ancor sostenuto in Martorano, fu dal Padre, mosso oggimai

a compassion di lui, ordinato, che gli fosse innanzi condotto per

riporlo in libertà: onde Errico, che di ciò nulla sapea, temendo non il

padre avesse mandato a prenderlo per saziare in più fiera guisa la sua

crudeltà contro di lui, mentre da' suoi Custodi era a cavallo menato

all'Imperadore, al valicar d'un ponte del fiume, che tra via ritrovò,

di suo volere con tutto il cavallo in esso si gittò, e prestamente

affogato morì: della cui morte, comunque ella s'avvenisse, certa cosa

è che Federico grandemente si dolse, piangendo morto colui, che mentre

visse avea così acerbamente travagliato. Tal dimostrazione appunto ne

fece egli con sue lettere appo tutti i Prelati del suo Regno, dolendosi

della morte di lui, e dicendo loro, che celebrassero pompose esequie

per un mese con Messe ed altri sacrificj a Dio, in emenda de' falli del

morto figliuolo, rapportate da Riccardo, che cominciano: _Fridericus,

etc. Abbati Cassinensi, etc. Misericordia, etc._

Lasciò Errico, di Margherita figliuola di Leopoldo Duca d'Austria,

detto il _Glorioso_, sua moglie, secondo che scrive Giovanni

Cuspiniano, due figliuoli gemelli, cioè Errico e Federico: a' quali,

ed alla madre Margherita non volendo Iddio, che alcuno di cotal

disavventurata Casa sopravvivesse, i medesimi infortunj di Errico

avvennero, perciocchè i figliuoli in età di dodici anni furono col

veleno fatti morir da Manfredi, e Margherita sopravvivuta al padre,

al marito, ed a' suoi fratelli, che tutti senza prole finirono, e

rimasta erede del Ducato d'Austria, come unico germe di quel lignaggio,

si rimaritò con Ottochiero figliuolo del Re di Boemia, col quale

non generò figliuoli; anzi venuta seco in processo di tempo in grave

discordia, fu da lui repudiata; ed Ottochiero sotto pretesto d'averne

avuta dispensa dal Pontefice, il quale avea egli con molti doni ed

offerte invano a ciò sollecitato, s'ammogliò di nuovo con Cunigonda

nipote di Bela Re d'Ungheria, e confinata Margherita in Austria nella

Terra di Krembs, poco stante ne la fece anche col veleno morire, per

la qual cosa succedute gravissime guerre, venne alla fine il Ducato

d'Austria in potere della Casa de' Conti d'Aspurg, da' quali preso il

cognome _d'Austria_, fino a' nostri tempi col dominio di altri Regni e

province, è felicemente posseduto.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 43 / 58 题