CAPITOLO VII.

_Spedizione di GREGORIO IX sopra il Regno di Puglia._

Papa Gregorio scorgendo, che questi sforzi non eran bastevoli ad

impedire i progressi del Duca, il quale avea già sottoposta la Marca

al dominio dell'Imperadore insino a Macerata, deliberò di muover

guerra nel Reame di Puglia e spinger le sue armi contra queste

province, acciocchè postele in isconvolgimento, dovesse per lor

difesa prestamente accorrere il Duca, e lasciar liberi i suoi Stati.

Congregati adunque nuovi soldati, ne creò Capitani Pandolfo d'Alagna

suo Legato, Ruggieri dell'Aquila Conte di Fondi e Tommaso Conte di

Celano ribelli e nemici di Federico.

Questi Capitani a' 18 gennaio del nuovo anno 1229 per la strada di

Cepparano, entrarono in Terra di Lavoro co' loro soldati, che eran

nomati _Chiavesegnati_; ed assalirono ed espugnarono in un subito il

castello di Ponte Solarato, che era allora la Porta del Regno ed il

primo luogo forte da quella parte a' confini dello Stato della Chiesa,

e l'aveva in guardia, per l'Imperadore, Adenolfo Balzano. La caduta

di questo castello cagionò sì fatto timore in Bartolommeo di Supino

Signore di S. Giovanni in Carrico, ed in Roberto dell'Aquila Signore

del castello di Pastena, che senza far altra difesa, di lor volere

anch'essi si resero; indi passato il fiume di Telesa s'avviarono li

soldati papali verso il Contado di Fondi.

Intanto Errico Morra Gran Giustiziero, avuta contezza della mossa di

cotal guerra, ragunati in un subito molti soldati, ne venne a San

Germano per contrastare colle genti del Pontefice, ed impedire di

far altro acquisto. Ma queste opposizioni poco valsero per impedire i

felici progressi dell'esercito del Pontefice, il quale scorrendo per

molti luoghi di questa provincia avea occupato molte Rocche e castelli

insino a Gaeta. Questa città, mentre si rendeano tanti luoghi al Legato

del Papa, fu sempre fedele all'Imperadore, resistendo agli sforzi

del Legato, apparecchiandosi valorosamente alla difesa, per la qual

cosa fu dal Cardinal Pelagio, Vescovo d'Albano e Legato del Pontefice

sottoposta all'interdetto. Si resero parimente al Legato Pontecorvo con

tutte l'altre Terre di Monte Cassino, la Rocca d'Evandro, Trajetto, e

Sugio e finalmente fu forza che si rendesse anche la città di Gaeta,

nella quale fu abbattuto e spianato il castello, che l'Imperadore

con molta spesa vi avea edificato, essendosene partiti, per non poter

far altro molti fedeli di Federico, che non vollero rimaner sudditi

del Pontefice; ed i Beneventani avuta contezza de' felici successi

dell'esercito Papale, rompendo anch'essi da quel lato la guerra, ne

andarono a far gravi danni e prede in Puglia di bovi ed altri animali,

e nel lor ritorno ruppero, e posero in fuga il Conte Raone di Valvano,

che lor s'era opposto; per la qual cosa il Gran Giustiziero con tutt'i

Baroni fedeli all'Imperadore andarono con lor soldati contra quelli di

Benevento e guastarono e distrussero molti lor poderi dalla banda di

Porta Somma, ove era posta la lor Rocca.

Non tralasciavano ancora i _Frati Minori_ ed i Monaci di S. Benedetto

portar lettere del Papa ed ambasciate a molti Baroni, Prelati e

Comunità delle città e castella, acciocchè si ribellassero dal

lor Signore e passassero dalla banda del Pontefice, pubblicando

falsamente, che Federico era morto e che però in Puglia non sarebbe

più tornato[326]; la qual novella fermamente creduta da molte di quelle

città, da lui si ribellarono, come avrebbono ancor fatto tutte l'altre,

secondo che scrive l'Abate Uspergense con uccidere quanti Oltramontani

vi dimoravano, se non l'avesse trattenuto l'essersi scoverta la frode,

e che Federico era per ritornar presto nel Reame; per la qual cosa

furono dal Duca di Spoleti scacciati dal Regno e da' loro monasteri

tutti i _Frati Minori_ e tutti i Monaci Cassinensi, de' quali parte

andarono via, altri buttando l'abito si nascondevano, vivendo da

secolari.

Intanto aveano il Re Giovanni ed il Cardinal Colonna, dopo vari

conflitti, costretto il Duca di Spoleto ad uscir dalla Marca, e

ricovrare in Apruzzi, dove da coloro seguito, era stato dentro la città

di Sulmona strettamente assediato: della qual cosa fatto consapevole il

Cardinal Pelagio significò al Re Giovanni che prestamente fosse venuto

a congiungersi seco per far con maggior sforzo la guerra in Terra di

Lavoro; il perchè il Re Giovanni, sciolto l'assedio da Sulmona, per

la Valle di Sangro venne nel Contado di Molise, e prese per istrada

Alfidena col suo castello, prese parimente Paterno con altri luoghi,

ed abbrugiò Castel di Sangro; e nello stesso tempo il Conte di Campagna

con buona mano di fanti e cavalli, assoldati novellamente dal Pontefice

per supplimento della guerra del Regno, gitone improviso sopra Sora in

un subito la prese, rimanendo però la Rocca in poter degl'Imperiali:

ed indi partito, colla stessa agevolezza, prese Arpino, Fontana e la

Valle di Sora con tutto il paese de' Marsi; e dall'altra parte il Re

Giovanni col Cardinal Colonna giunto in Terra di Lavoro e valicato il

fiume Volturno, si congiunse con l'esercito del Cardinal Pelagio, che

l'attendea presso Telesa, e così uniti andarono a campeggiare sopra

Cojazza.

Nel medesimo tempo, che Gregorio travagliava il Regno, Federico in

Soria impiegava le sue forze per quella santa impresa; poichè giunto

non molto dopo la sua partenza nel mese di settembre in Accone[327],

indi passato in Cipro, dopo varie imprese, ne andò in Soria, e giunse

coll'esercito de' _Crocesignati_ in Joppe a' 15 novembre del passato

anno, e fortificò quella città, che era disfatta. Dimorò in cotal opera

tutta la quaresima, nella quale corse pericolo d'aver da abbandonar

l'impresa, ed andarsene per terra a Tolemaida, per mancamento di

vettovaglie, essendo dalla tempesta del mare impediti a condurvele i

suoi vascelli, che colà dimoravano; ma tranquillatosi poi ne ebbe in

gran copia. Pure, dopo aver fortificata Joppe, andò in Tolemaida, indi

passò al castel di Cordana, ove dimorando inviò Bagliano Signor di Tiro

ed il Conte di Lucerna per suoi Ambasciadori al Soldano d'Egitto, che

era attendato col suo esercito presso Napoli, avendo seco suo fratello,

a cui gli Ambasciadori, dati preziosi doni da parte dell'Imperadore,

esposero in cotal guisa la loro imbasciata; che Federico il volea per

fratello ed amico, se così di grado gli fosse, e che non era passato

in Soria per torgli niun luogo del suo Stato, ma solo per ricuperare

il Reame di Gerusalemme col Sepolcro di Cristo, il quale era stato già

posseduto da' Cristiani, ed ora per cagione di Jole sua moglie, che

n'era stata legittima Reina, spettava di ragione a Corrado lor comune

figliuolo. Alla quale proposta rispose il Soldano, che considerato il

tutto, avrebbe per suoi messi risposto all'Imperadore; ed onoratigli

con altri convenevoli doni gli accommiatò. In questo punto giunsero

al Patriarca di Gerusalemme le lettere, che Papa Gregorio gli mandava

per due _Frati Minori_, nelle quali gli ordinava, che dichiarasse

scomunicato Federico, e mancator di fede, per non esser passato in

Terra Santa nello stabilito tempo, nè col convenevole apparecchio,

proibendo a' Cavalieri dell'Ospedale e del Tempio, ed a' Teutonici, che

non l'ubbidissero in cosa alcuna.

Il Soldano ancorchè avesse contezza, che l'Imperadore avea mancamento

di vittovaglia, e che per essere in grave discordia col Pontefice, era

stato novellamente dichiarato scomunicato, e che era poco ubbidito da'

_Peregrini_ (così chiamavano que' soldati, che stavan continuamente

militando in Soria) pure temendo grandemente l'armi ed il valor de'

Cristiani, gli inviò suoi Ambasciadori con parole cortesi, e con multi

elefanti, camelli e cavalli arabi, ed altri nobilissimi presenti, senza

però veruna conclusione d'accordo, con dirgli, che gli avesse di nuovo

mandati alcuni suoi Baroni, che non avrebbe mancato di conchiudere

con loro quel, che giusto e convenevol sarebbe; onde l'Imperadore

gli spedì i primi uomini di sua Corte, i quali arrivati che furono

in Napoli, il ritrovaron di colà partito, con ordine, che l'avesser

seguito a Gaza, ma essi non volendo far ciò, se ne tornarono a dietro

all'Imperadore. Or come Cesare conobbe essere stato con astuzia

barbara deluso dal Soldano, che gli dava parole per menar la bisogna

in lungo, convocati in Tolemaida i primi della città, ed i Peregrini

e soldati, disse che voleva assalire il Zaffo per esser più presso a

Gerusalemme, ove potevan anch'essi venire. A tal proposta di Federico

risposero i Maestri dello Spedale e del Tempio in nome di tutti gli

altri, che non ostante, che dal Pontefice romano, al quale dovevano

ubbidire, fosse stato lor proibito il trattar seco, e secondarlo,

pure per l'utile di Terra Santa e del Popolo cristiano, eran pronti

a far con lui quell'impresa; ma volevano, che le grida e gli ordini,

che nel Campo si aveano a fare, si facessero _in nome di Dio, e della

Cristiana Republica_, senza che in essi di Federico sotto alcun titolo

sì facesse menzione; della qual cosa sdegnato Federico, non volle

in guisa alcuna consentirvi, e senza lor compagnia procedette avanti

sino al fiume Monder, che corre tra Cesarea ed Artus; significato ciò

a' Cavalieri dello Spedale ed a' Templarj, ed agli altri Peregrini,

considerando quel che conveniva al pubblico bene, e temendo non

fosse l'Imperadore offeso dal Soldano, che avea ragunato innumerabile

esercito, cominciarono alquanto da lontano a seguirlo, attendandosi

sempre a vista di lui per potere, se il bisogno il richiedesse,

prestamente soccorrerlo; ma l'Imperadore accortosi più chiaramente del

pericolo, che correa per tal divisione, da dura necessità fu costretto

a cedere al lor volere, e si contentò che senz'esser lui nominato, le

grida far si dovessero, _in nome di Dio, e della Repubblica Cristiana_;

onde con lor si congiunse ad un rovinato Castello, mentre cominciavano

a riedificarlo.

Era, quando queste cose successero, nel mezzo del verno, ed ecco che

sopraggiunse a Federico un veloce navilio, con un messo, rapportandogli

la novella che il Reame di Puglia era da' Capitani del Pontefice tutto

sconvolto, e che molte province erano state da coloro occupate, e che

l'altre correan gran pericolo di perdersi.

Questa rea novella fece precipitare le cose di Soria; poichè Federico

prestamente s'indusse a concordarsi col Soldano per tornare al soccorso

de' suoi Stati in Italia; onde a ragione scrisse Riccardo da S.

Germano: _Verisimile enim videtur, quod si tunc Imperator cum gratia,

et pace Romanae Ecclesiae transiisset, longe melius et efficacius

prosperatum fuisset negotium Terrae Sanctae, sed quanta in ipsa sua

peregrinatione adversa pertulerit ab Ecclesia, cum non solum ipsum

Dominus Papa excommunicaverit, verum etiam quod ipsum excommunicatum

scirent et tanquam excomunicatum vitarent eundem Patriarco

Jerosolimitano mandavit_. E l'Abate Uspergense[328] non potè parimente,

considerando questi fatti, non esclamare, e dire: _Quis talia facta

recte considerans non deploret, et detestetur, quae indicium videntur,

et quoddam portentum, et prodigium ruentis Ecclesiae?_

La pace conchiusa col Soldano, ancorchè fatta in tempo, che men si

conveniva per le cagioni già dette, fu nondimeno per quanto si potè,

per Federico vantaggiosa; essendosi accordati i seguenti capitoli.

Si conchiuse fra loro triegua per dieci anni, in virtù della quale il

Soldano restituiva a Federico la città di Gerusalemme con tutti i suoi

tenimenti; e si convenne, che il Sepolcro di Cristo dovesse essere in

custodia de' Saraceni: perchè quelli lungamente aveano usato ivi orare,

ma che ciò non ostante, il Sepolcro fosse esposto a' Cristiani, i quali

similmente potessero con tutta la lor libertà andar ivi per adorarlo;

gli restituì ancora la città di Bettelemme e di Nazzaret; e tutte le

ville, che sono per lo dritto cammino sino a Gerusalemme, e la città di

Sidone e Tiro, ed alcun'altre castella possedute già da' Cavalieri del

Tempio, con condizione, che potesse l'Imperadore fortificare, e munire

Gerusalemme con muri e torri a suo talento; fortificare il castel

di Joppe, e quel di Cesarea, Monteforte, e castel Nuovo. Che fossero

restituite a Federico tutte quelle cose, che erano state in potestà di

Balduino IV, e che gli furono tolte dal Saladino; e che si ponessero

senz'altra taglia in libertà tutti i prigionieri.

(Contro questa pace declamò tanto Gregorio IX che Federico trattasse

meglio i Maomettani, che i Cristiani; e da Lunig[329] si rapporta la

Bolla, che istromentò in quest'anno 1228 in Roma, dove vien imputato

Federico di molti delitti. All'incontro questo medesimo Collettore

rapporta alla _pag_. 879 le risposte, che i Vescovi e Principi di

Germania, e d'Italia fecero alle accuse di Gregorio, confutando una per

una le imputazioni ingiustamente fattegli. Questa pace si appartiene

solamente al Regno di Gerusalemme; poichè Federico nell'anno 1230 ne

conchiuse un'altra col Soldano, che riguarda la libera negoziazione tra

Cristiani e Maomettani in Corsica, Marsilia, Venezia, Genova e Pisa, e

la libera navigazione ne' porti d'Affrica, d'Egitto, ed altre regioni

adiacenti al mare Mediterraneo; l'istromento della quale vien anche

rapportato da _Lunig_[330]).

In cotal maniera fu conchiusa questa pace da Federico, contro il quale

non mancò chi lo dannasse, e biasimasse, perchè avesse lasciato il

sepolcro di Cristo in mano de' Saraceni, per cui era stata impresa

questa guerra: lo biasimarono ancora alcuni altri più moderni Autori

trattandolo da timidissimo e vile, opponendogli, che sofferse dal

Soldano, e da' suoi soldati mille obbrobriosi scherni. Ma la Cronaca

di Riccardo da S. Germano Scrittor contemporaneo a que' successi, ben

convince le costoro bugie e malignità contro quel Principe. Ed i nostri

Italiani, come ancora il Patriarca di Gerusalemme nelle sue lettere,

per esser stati la maggior parte Guelfi suoi nemici e partigiani, ed

aderenti del Pontefice, non meritano in ciò credenza alcuna. In fatti

per quel, che s'attiene al sepolcro di Cristo, Riccardo da S. Germano

attesta la necessità, che ebbe di lasciar la custodia di quello in

mano dei Saraceni, rapportando la cagione di questo articolo: _Quia_,

parlando de' Saraceni,_ diu consueverant orare ibidem, et ut liberum

introitum, et exitum habeant illuc accedentes orationis causa_: ma si

convenne ancora, che a' Cristiani fosse in libertà far il medesimo,

_et Christianis similiter orationis causa sit expositum_; donde si

convince quanto sfacciata sia la menzogna insieme, e l'adulazione

del Bossio[331], che nell'istoria della religione di Malta, dice, che

fu proibito a' Cristiani di potervi entrare. Ed il voler accagionare

Federico di timidezza e viltà, è contro tutta l'istoria; poichè fu egli

un Signor grande e valoroso, e di cuor feroce e magnanimo, come per

tant'imprese, che egli fece, chiaramente si scorge; nè par verisimile,

anzi è impossibil cosa l'aver voluto soffrire dagli effeminati Popoli

d'Egitto, e da' vilissimi Arabi quei dispregi ed oltraggi, che non

sofferì, nè da' Lombardi, nè dai Tedeschi, nè da tante valorose

Nazioni, delle quali ottenne più volte nobilissime vittorie per tutto

il tempo di sua vita.

Federico adunque, dopo la pace fatta, volendo partir di Soria, e

tornare al soccorso de' suoi Stati d'Italia e della Puglia, propose di

voler prima prender la possessione, e la Corona regale dell'acquistato

Regno di Gerusalemme; fece adunque, che Ermanno Saltza significasse

per sue lettere al Patriarca di Gerusalemme, che fosse andato per tal

affare insieme con lui in quella città; ma il Patriarca partigiano del

Pontefice, gli rispose, che ciò non potea farlo, se prima non vedesse

le capitolazioni dell'accordo seguito tra l'Imperadore ed il Soldano.

Il Maestro Ermanno tosto glie le inviò per un Frate di S. Domenico.

Veduto che ebbe l'accordo il Patriarca, negò d'intervenirvi, dicendo,

che non avea sicurezza alcuna di porsi nelle mani di quei barbari,

non facendosi nell'accordo menzione del Clero, nè essendo giurato

dal Soldano in Damasco, a cui quel Regno di ragione appartenea, e

che perciò non era nè sicuro, nè durabile: anzi col pretesto, che

il tempio ed il sepolcro di Cristo fosse rimasto in custodia dei

Saraceni, e per impedire, che Federico in quello si incoronasse, mandò

l'Arcivescovo di Cesarea per suo Legato, e fece dal medesimo di suo

ordine interdire tutta la città santa di Gerusalemme, e spezialmente

sottopose all'interdetto il sepolcro istesso di Cristo, vietando, che

non potessero ivi celebrarsi i divini Uffici.

(È singolare ciò, che Giovanni Vito Durano nella Cronaca al 1243

scrisse parlando della coronazione di Federico in Gerusalemme, dicendo,

che non ostante l'interdetto vi si cantò messa, e che il Soldano, che

stava a lato di Federico gli dimandò, che voleva dire quel pane in

mano del Sacerdote, e ch'egli adorava: udito che l'ebbe, mossesi ad un

sorriso, e con uno scipito motto schernì il Mistero. Seguitando la fede

di Durano rapporta ancora questo fatto il diligentissimo Aulisio[332]).

Onde Federico in cambio in questa impresa di riceverne benedizioni,

ebbe maledizioni, come dice Riccardo: _Primitias recuperationis ipsius,

non benedictione, sed anathemate prosecutus_; ma l'Imperadore poco di

ciò curando entrò a 17 marzo a Gerusalemme, e nel vegnente mattino con

convenevol pompa accompagnato dal Maestro Ermanno, e da tutti i suoi

famigliari ne andò alla chiesa del sepolcro, e dopo aver lungamente

orato, e dato grazie al Signore, scorgendo, che per l'interdetto

niuno ardiva celebrar la messa, nè si poteva far altro ufficio a

ciò bisognevole, non avendovi voluto intervenire nè anche gli stessi

Prelati tedeschi, che egli avea richiesto di ciò, con rispondergli, che

non volean per tal atto essere scomunicati dal Papa: prese egli colle

proprie mani la Corona dell'altare ove ella era, e se ne incoronò;

ed il Gran Maestro dei Teutonici orò lungamente in lode di Federico,

esagerando, che col suo avvedimento e valore quella città, ed il

suo Reame a' Cristiani restituito avea[333]; e coronato che fu, diè

subito provedimenti per fortificar Gerusalemme, e rifar le sue mura,

che da Corradino Soldano di Damasco erano state abbattute e disfatte.

Dopo la qual cosa, camminando velocemente per la novella del Reame di

Puglia invaso dal Papa, passò al Zaffo, e di là a Tolemaida, ove creò

due Capitani della gente, che avea a rimanere in presidio de' luoghi

acquistati; e de' Tedeschi, che aveano a navigar seco in Puglia, creò

Capitano il Maestro de' Teutonici, ed avendo in questo ritorno sofferte

e superate molte ostilità fattegli dal Patriarca di Gerusalemme, e dai

Maestri Ospitalieri e Templari, finalmente con felice viaggio capitò

prima di tutti gli altri, che seco venivano, nel mar di Brindisi.

Giunto appena Federico in Brindisi, inviò suoi Ambasciadori al

Pontefice Gregorio, che furono gli Arcivescovi di Reggio e di Bari,

col Gran Maestro Ermanno, i quali andati prima a Cajazza, ove erano ad

assedio il Cardinal di S. Prassede, ed il Cardinal Albano, ed avute da

amendue lettere per lo Pontefice, a Roma da lui n'andarono; e datogli

conto di quel, che s'era fatto in Palestina, gli chiesero poi in nome

dell'Imperadore, che l'avesse assoluto dalla scomunica, e si fosse

pacificato seco.

Ma Gregorio adirato di quel, che contro l'Imperadore gli avea scritto

il Patriarca di Gerusalemme, dicendo, che l'accordo col Soldano era

fatto in pregiudizio de' Cristiani, non volle far nulla di quanto gli

chiesero gli Ambasciadori; per la qual cosa rimastosi in Roma il Gran

Maestro, ritornarono gli altri due Arcivescovi nel Reame.

Intanto si resero all'Imperadore per opera di Adinolfo, e di Filippo

d'Aquino le castella d'Atino e di Celio; ed essendo Federico col

suo esercito de' _Crocesegnati_ venuto in Terra di Lavoro contro il

Re Giovanni, ed i Cardinali Legati, che stavano coll'esercito de'

_Chiavesegnati_ all'assedio di Cajazza, pose sì fatto timore colla sua

venuta, che sciolto l'assedio, ed abbruciate le macchine, si ritrassero

frettolosamente a Teano, andandone in Roma il Cardinal Colonna a

chieder moneta al Pontefice per pagare i soldati, e l'Imperadore ne

venne a Capua, ove alloggiato il suo esercito, passò a Napoli e chiese,

ed ottenne da' Napoletani soccorso d'armi e di soldati[334].

Racconta ancora Riccardo, che il Cardinal Pelagio non avendo modo

per sostener l'esercito, si prese tutto il tesoro, ed ogni altro

suppellettile d'argento e d'oro, che era in Monte Cassino, per farne

moneta, ed intendendo fare il medesimo nella chiesa di S. Germano,

gli Ecclesiastici di quel luogo si composero in una certa somma di

danari, perchè il Cardinal Pelagio non si pigliasse il tesoro della lor

chiesa: ed intanto l'Imperadore ritornato da Napoli a Capua, n'andò poi

a Calvi, la qual città prese a forza, e molti soldati del Pontefice

che la difendevano, fece crudelmente morire impiccati per la gola, e

quantunque il Re Giovanni cercasse impedirgli il cammino, passò per

Riardo a S. Maria della Ferrata, ove per tre giorni dimorato, ebbe in

sua balia Vairano, Alife, Venafro e tutto lo Stato de' figliuoli di

Pandolfo, per li cui felici progressi sgomentato il Re Giovanni col

Cardinal Pelagio, per la strada di Venafro se n'andò a Mignano, ed indi

con veloce cammino se n'andò a S. Germano; ma sentendo che l'Imperadore

frettolosamente veniva a quella volta, tosto fu disciolto l'esercito

papale, e passò frettolosamente in Campagna di Roma, e tutti gli altri

Prelati partigiani del Pontefice eran passati col Re Giovanni a Roma.

L'Imperadore intanto entrato col suo esercito nelle Terre della

Badia di Monte Cassino, prese, e diede a sacco a' soldati la villa

di Piedemonte, con dar la sua Rocca a' Signori d'Aquino. Tentò poi di

prender Monte Cassino, ma ne fu ributtato da' difensori; e mentre colà

dimorava, per opra di Taddeo di Sessa Giudice della sua Gran Corte, se

gli rese la città di Sessa. Se gli rese ancora Presenzano, la Rocca

d'Evandro, Isernia, Arpino, e Fontana, con tutte l'altre Terre di S.

Benedetto; alla fine se gli rese anche S. Germano colla sua Rocca. E

volendo dar poi sesto agli altri suoi affari d'Italia, e trattare di

concordarsi col Pontefice, fece chiamare tutti i Potestà e Comuni delle

città di Lombardia, significando loro la sua venuta nel Reame, e le

sue vittorie con una sua lettera scritta da San Germano, che si legge

presso Riccardo, nella quale fra l'altre cose si leggono queste parole:

_Nos de ultramarinis partibus prospere per Dei gratiam redeuntes,

de inimicis nostris, qui Regnum nostrum invaserant foeliciter

triumphavimus, dum audientes nos contra eos in manu valida, et potenti

venturos, non expectatis, aut expertis viribus nostris, in Campaniae

finibus, fugae sibi praesidium elegerunt. Sicque Domino cooperante,

et nos comitante justitia, qui de coelo prospexit, quod ipsi de Regno

nostro, nobis absentibus, per anni dimidium occupaverant, nos brevi

dierum spatio recuperavimus, et revocavimus ad demanium, et dominium

nostrum._

Dopo la qual cosa se gli rese la città di Teano, con patto, che

il suo Vescovo potesse a suo talento o partirsi, o colà rimanere.

Inviò altresì ducento soldati ne' Marsi, con Bertoldo fratello del

Duca di Spoleto, ed ottenne agevolmente tutta quella regione; e dopo

essersi trattenuto sette giorni in S. Germano passò ad Aquino, donde

scrisse sue lettere a tutti i Signori e Principi della Cristianità,

per difendersi dalla sinistra opinione, che di lui s'era conceputa e

divulgata intorno all'accordo fatto col Soldano, dando lor conto degli

affari di Terra Santa, con mostrare ch'eran passati altrimenti di

ciò, che figurati gli avea il Patriarca di Gerusalemme al Pontefice,

chiamandone in testimonio i Vescovi di Vintona, e di Lancastro, i

Maestri dello Spedale e de' Teutonici, e di molti altri Cavalieri

degl'istessi Ordini, ed ancora dei Frati Predicatori, che intervennero

in quell'accordo. Nell'istessa città andarono a ritrovarlo alcuni

Ambasciadori romani, per rallegrarsi seco del suo ritorno, da parte del

Senato e del Popolo, e per trattare d'altri loro affari, i quali dopo

tre giorni a Roma di nuovo se ne ritornarono. E fatto in miglior forma

fortificare S. Germano, si partì d'Aquino, ed andò ad assediar Sora, la

quale per essersi voluta difendere prese a forza ed abbruciò con morte

e ruina de' suoi cittadini.

Intanto Ermanno Saltza, ch'era restato in Roma per trattar la pace

col Pontefice, partito di là, insieme con Giovanni Cardinal di Santa

Sabina, e con Tommaso Cardinal di Capua Legati del Pontefice, andarono

tutti e tre a ritrovar l'Imperadore in Aquino, ove era da Sora

ritornato il quarto giorno di novembre, e dopo aver favellato con lui,

la stessa sera passarono a Monte Cassino, e persuasero al Cardinal

Pelagio, che di colà partisse co' soldati, che vi aveva introdotti

senza ricever noja alcuna. Fu ancora conceduto a' Vescovi il ritornar

senza molestia alcuna alle loro sedi. Restituì ancora Federico tutt'i

luoghi tolti all'Abate di Monte Cassino Adenolfo, commettendone però

la cura al Gran Maestro Ermanno, sinchè si fosse compiuto il trattato

della pace col Pontefice; ed Ermanno dovendo ritornare in Perugia,

ove di nuovo andò col Cardinal Pelagio per accordare alcuni capitoli

della pace, vi sostituì un tal Fra Lionardo Cavalier teutonico insino

al suo ritorno. E Federico passato indi a Capua, ove celebrò la festa

del Natal di Cristo, diede libertà a molti cittadini di Sora, che avea

fatti imprigionare dopo la presa di quella città.

Con tai successi compiuto l'anno di Cristo 1229 nel seguente anno 1230

nel mese di gennajo comandò l'Imperadore al suddetto Fra Lionardo

sustituito Governador della Badia, che da quelle Terre raccogliesse

eletti soldati, e gli ponesse in guardia di Monte Cassino, facendogli

dare il giuramento d'averlo a custodire, e difendere con tutt'i beni,

ed i Frati che vi eran dentro, nè consignarlo ad altri, che al Gran

Maestro Ermanno. E poco da poi l'Arcivescovo di Reggio, il Gran Maestro

de' Teutonici, ed il Cardinal Pelagio, dopo esser più volte andati

e tornati da Roma in Puglia per lo trattato della pace, celebrarono

finalmente un'Assemblea in S. Germano, ove parimente convennero il

Patriarca d'Aquileja, i due suddetti Legati, Giovanni Cardinal di

Santa Sabina e Tommaso Cardinal di Capua, e Eberardo Arcivescovo di

Salsburg, Sifrido Vescovo di Ratisbona, Leopoldo Duca d'Austria e di

Stiria, Bernardo Duca di Moravia, con Fra Lionardo Cavalier Teutonico,

nella quale, dopo varj discorsi, diedero cominciamento alla pace, che

poco da poi, come diremo, si conchiuse fra l'Imperadore ed il Papa. Ed

intanto si diedero all'Imperadore alcune città della Puglia, le quali

nei passati tumulti se gli erano ribellate, come Civitate, Larino,

S. Severo, Casal nuovo e Foggia. Nè si dee dar fede all'Autor della

scrittura intitolata _Itinerario dell'Imperador Federico_, perchè è

piena di favole e di sogni, convincendosi di sfacciata menzogna sin

dal suo incominciamento; poichè Federico dimorò in Terra Santa solo

sei mesi, e non tre anni; non assediò Gerusalemme, perchè il Soldano

glie la diede subito; non fu in Sicilia quando tornò d'oltremare, ma

solo a Brindisi, la qual città non fu mestieri soccorrere, perchè non

era altrimenti cinta d'assedio, nè per tal cagione assoldò Saraceni

nell'isola de' Gerbi, mentre potea averne di vantaggio in Sicilia ed in

Puglia.

Intanto mentre l'Imperadore celebra in Foggia la Pasqua del Signore,

Gregorio nel giovedì santo scomunica Rinaldo Duca di Spoleto, ed il suo

fratello Bertoldo, come assalitori della Marca, ed altri luoghi della

Chiesa.

Dopo tutto questo ritornarono di Roma, ove erano andati dopo

l'Assemblea tenuta in S. Germano, tutti quei Prelati e Signori, che

abbiam nominati nel trattato della pace, e con essi i Cardinali Legati,

per assolvere l'Imperadore della scomunica, i quali commisero al

Maestro de' Teutonici, che significasse all'Imperadore, che venisse

a Capua, ove essi perciò l'averiano atteso con tutt'i Prelati, che

per timor di lui s'eran fuggiti dal Reame; ma avendo poscia avuta

contezza, che egli avea fatto abbattere le mura di Foggia, S. Severo e

Casal nuovo, e che partitosi di Puglia veniva a Capua con intenzione,

che tra gli articoli della pace s'accordasse ancora, che Gaeta e S.

Agata ritornassero sotto il suo dominio, e non già rimanessero in

balia della Chiesa, come pretendea il Pontefice: fecero ritornare

tutti i Prelati regnicoli a Cepparano, ed essi se ne girono coll'Abate

Adinolfo a Capua, nella qual città a' 30 maggio arrivò poscia Federico,

con cui abboccatisi i Cardinali, disconvenendo nell'articolo di

Gaeta e S. Agata passarono a Sessa, ed avendo trattato con quelli di

Gaeta, fecero venire da loro Pietro delle Vigne, e Filippo di Citro

Contestabile di Capua; ma non potendo effettuar la pace, per le nuove

cagioni e difficoltà, che ogni giorno sopravvenivano, fu mestiere,

che l'Arcivescovo di Reggio ed il Maestro de' Teutonici più volte

andassero, e ritornassero da Roma a Cesare; onde alla fine, per l'opera

d'un tal Fra Gualdo dell'Ordine dei Predicatori, essendo il Pontefice

venuto al monastero di Grotta-Ferrata, e l'Imperadore a S. Germano,

per esser più da presso, si conchiuse con comune letizia la pace, e se

ne fecero dimostrazioni d'allegrezza in S. Germano, e ne' circonvicini

luoghi, e per darvi compimento, vennero il nono giorno di luglio i

Cardinali Legati nella maggior chiesa di S. Germano, ove parimente

convennero il Patriarca d'Aquileja, l'Arcivescovo di Salisburg,

il Vescovo di Ratisbona e quel di Reggio, i Duchi di Carintia e di

Moravia, Principi dell'Alemagna; e del nostro Reame v'intervennero

gli Arcivescovi di Palermo, quel di Reggio di Calabria, e quel di

Bari, l'Abate di Monte Cassino, ed altri molti Prelati, ch'eran via

fuggiti in Roma, Rinaldo Duca di Spoleto, Tommaso d'Aquino Conte della

Corra, Errico di Morra Gran Giustiziero con altri Baroni e Ministri

imperiali in gran numero, in presenza de' quali promise l'Imperadore

di soddisfare alla Santa Romana Chiesa in tutte quelle cagioni per le

quali era stato scomunicato, facendolo così giurare da Tommaso Conte

della Cerra, e da tutti quei Prelati e Signori Alemani, i quali fecero

la scrittura colle Capitolazioni dell'accordo, che vien inserita da

Riccardo nella sua Cronaca, la qual contiene i seguenti Capitoli.

I. Che per quel che s'attiene alle città di Gaeta e S. Agata fra

un anno s'abbia da trovar modo da comuni arbitri eliggendi, di dar

compimento a questo articolo; e di trattar la forma, affinchè facciano

ritorno all'ubbidienza dell'Imperadore Gaeta e S. Agata e tutti

i Regnicoli, co' loro beni nel Regno; ed intanto l'Imperadore non

offenderà le città predette, nè gli uomini di quelle; nè permetterà

farle offendere dai suoi.

II. Che l'Imperadore rimetterà ogn'offesa a' Teutonici, Lombardi,

a coloro della Toscana, e generalmente a tutti gli uomini de' Regni

di Sicilia, ed ai Franzesi, i quali hanno aderito alla Chiesa romana

contro di lui, nè permetterà che siano per detta cagione offesi da'

suoi.

III. Il suddetto Imperadore rimetterà tutte le sentenze, costituzioni

e bandi contro di loro promulgati coll'occasione della suddetta guerra.

IV. Promette ancora, che le terre della Chiesa nel Ducato di Spoleto

e nella Marca, ed in altri luoghi del patrimonio della medesima, non

saranno invase, nè devastate per se, o per altri.

Promettendo i suddetti Principi d'Alemagna, essere mallevadori di

quanto ne' suddetti articoli s'era convenuto.

Dopo la qual cosa l'Arcivescovo di Salisburg favellò lungamente del

buon voler dell'Imperadore verso la Chiesa romana, con iscusarlo

dalle passate discordie, a cui rispose con pari eloquenza il Cardinal

di Santa Sabina. E nell'istesso giorno i Cardinali Legati in nome

del Papa fecero giurare all'Imperadore di restituire ciò, ch'egli

avea occupato, o fatto occupare da' suoi Capitani nella Marca, e

nel Ducato di Spoleto, ed in ogni altra parte del patrimonio della

Chiesa, e tutt'i territori e castelli de' monasteri, o Badie, e

particolarmente del monastero di S. Chirico d'Introducco, e tutt'i

beni de' Cavalieri del Tempio e dello Spedale, e di qualsivoglia

altro Barone, e d'altri Nobili del Reame, che fossero stati aderenti

e partigiani del Pontefice, e di rimettere parimente nelle loro sedi

l'Arcivescovo di Taranto, e tutti gli altri Vescovi e Prelati, che

avea scacciati dal Reame. E di vantaggio gli fecero giurare; _Ut de

caetero nullus Clericus in civili, vel in criminali causa conveniatur,

et quod nullas talleas, vel collectas imponat Ecclesiis, Monasteriis,

Clericis, et viris Ecclesiasticis, seu rebus corum; et quod electiones,

postulationes, et confirmationes Ecclesiarum, ac Monasteriorum libere

fiant in Regno secundum statuta Concilii Generalis_[335].

Dopo questo, d'ordine del Papa fu tolto l'interdetto da Frate Gualdo,

con dar libertà di celebrare i divini Ufficj alle Chiese di S. Germano,

ed all'altre Terre della Badia di Monte Cassino, e di tutti gli altri

luoghi, ove dal Cardinal Pelagio era stato posto, escludendo però di

potere esser uditi come scomunicati dal Duca di Spoleto, e da tutti

gli altri, che in sua compagnia avevano guerreggiato nella Marca. E

l'Imperadore, per eseguire il concordato fatto, restituì indi a poco

Trajetto e Suggio col Contado di Fondi a Ruggieri dell'Aquila, ed il

monastero di Monte Cassino, e Rocca Janola all'abate Adinolfo, con

patto sì bene, che detta Rocca dovesse esser custodita da Rinaldo

Belenguino di Sant'Elia insinattanto, che fosse l'Imperadore assoluto

dalle censure. E passato Federico alla Rocca d'Arce, fece restituire

all'Abate Adinulfo da' Signori d'Aquino, a cui commessi gli avea, Ponte

Corvo, Piedemonte, e Castel Nuovo, e di là passò a Cepparano con buon

numero di suoi soldati, e quivi nella cappella di S. Giustina il dì di

S. Agostino nel mese di agosto, fu Federico assoluto dalla scomunica

dal Cardinal di Capua Vescovo Sabinense, e nell'ultimo del detto mese

andò a trovar Gregorio, che in Alagna l'attendea, avendo nello stesso

tempo inviato per lo Reame sue lettere favorevoli per la libertà de'

monasteri e delle Chiese, delle persone Ecclesiastiche, e dei beni di

quelle, ordinando a' Conti, Baroni, Giustizieri, Camerarj e Baglivi

del Regno di Sicilia, che niuno _Monasteriis, Ecclesiis, personis

Ecclesiasticis, aut rebus eorum talleas, vel collectas praesumat

imponere, salvis illis servitiis, ad quae certae Ecclesiae, vel

personae tenentur nobis specialiter obligatae_, come dal suo diploma

trascritto da Riccardo nella sua Cronaca.

Federico attendatosi col suo esercito fuori delle mura d'Alagna, il

primo giorno di settembre vi entrò, accolto, ed incontrato con ogni

onore da' Cardinali, e da tutti gli altri Prelati e famigliari del

Pontefice, dal quale fu invitato a mangiar seco, e per tre continui

giorni dimorarono insieme favellando de' loro importanti affari in

presenza solo del Maestro de' Teutonici. Accommiatato poscia caramente

da Gregorio ritornò a' suoi alloggiamenti, ove dimorando diede a Gio.

di Poli il Contado d'Albi in luogo del Contado di Fondi, che gli avea

tolto, per restituirlo a Ruggieri dell'Aquila; ed allora l'Abate di S.

Vincenzo, ed i Prelati, che si trovavano scomunicati per aver aderito

all'Imperadore, furono a preghiere del medesimo dal Papa assoluti.

Ed intanto i Vescovi di Tiano, d'Alife, di Venafro, e tutti gl'altri

Prelati, ch'erano usciti del Regno, alle proprie sedi ritornarono, e

li Prelati e Principi d'Alemagna ritornarono a' loro paesi. Aggiunge

il Bzovio ne' suoi annali, che alcuni Autori tedeschi scrivono, che

l'Imperadore per pacificarsi col Pontefice gli pagasse per gli danni,

che con la guerra avea patiti, cento e ventimila oncie d'oro. Girolamo

dalla Corte nell'istoria di Verona, dice non essere stati più che

dodicimila ducati; ma Riccardo, che particolarmente scrive questo

fatto, non favella in guisa alcuna di tal pagamento.

Conchiusa dunque in cotal maniera questa pace, l'Imperadore partito

d'Alagna ritornò a S. Germano, e di là per la strada di Capua passò

in Puglia, e nella città di Melfi fermossi, e disbrigato dagli affari

di questa guerra, quietato il Regno, pensò poi nel seguente anno 1231

a ristabilirlo con varj provedimenti, e ad ordinar nuove leggi per la

quiete e tranquillità del medesimo, e per ristorarlo da' passati danni.

(Nell'anno stesso 1230 fu questa pace confermata da' Principi di

Germania, i quali n'entrarono mallevadori; e l'istromento della

garantia è rapportato da Lunig[336]).

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 37 / 58 题