_Spedizione di FEDERICO per Terra Santa._
Morto il Pontefice Onorio, nel seguente giorno fu da' Cardinali eletto
in suo luogo Ugolino de' Conti, figliuol di Tristano d'Alagna fratello
d'Innocenzio III de' Conti di Segna, a cui posero nome _Gregorio_
IX. Questi tantosto che fu eletto, inviò lettere per tutto il Mondo
della sua promozione, e della morte del suo predecessore, ed inviò
Fra Guglielmo Frate Dominicano all'Imperadore, dandogli contezza per
sua lettera della sua elezione, esortandolo a riverire e difendere la
Chiesa di Dio, ed a badare al buon governo dei Popoli a lui soggetti,
e ad abbracciare la guerra di Terra Santa, chiedendogli parimente che
gli facesse da' Regnicoli portar vettovaglie ed altre cose bisognevoli
per fornire le sue galee, che intendea inviare in Palestina, ciocchè
Federico per mezzo d'Errico Morra Gran Giustiziero prestamente fece
eseguire[320]. Simone Scardio rapporta una lettera, scritta da Gregorio
in questo primo anno del suo Ponteficato all'Imperador Federico,
ripiena di molti encomj ed eccelse lodi, che questo Pontefice dava a
quel Principe, il quale avendo convocati tutti i Giustizieri delle
province de' suoi Regni di Sicilia diede lor contezza di ciò, che
Gregorio gli avea scritto, acciocchè s'apparecchiassero al passaggio
d'oltremare; per la qual cagione impose una general taglia a' suoi
vassalli, ed indi significò ad Errico suo figliuolo in Alemagna, che
dovesse ragunare una Dieta in Aquisgrana, per dar contezza a' Baroni
tedeschi del general passaggio, che egli intendea fare in Soria nella
metà del vegnente mese d'agosto: giorno in cui si celebra la salita
al cielo di Nostra Signora, acciocchè coloro, che gir seco volessero,
postisi all'ordine, fossero venuti in Puglia, ove sopra i navilj per
ciò apprestati s'aveano ad imbarcare, ed ei gli attendea. Inviò di là
al Pontefice l'Arcivescovo di Reggio, e Fra Ermando Saltza Gran Maestro
de' Cavalieri teutonici, a significargli, che egli era all'ordine per
imbarcarsi, ed a condurgli le vettovaglie, ed ogni altra provigione,
che per le galee gli avea chiesto.
Intanto convocatasi da Errico l'Assemblea in Aquisgrana, secondo
il comandamento del Padre, per invitare i Tedeschi al passaggio
d'oltremare, vi convennero Signori e Prelati in gran numero, fra' quali
furono Sifridio Arcivescovo di Magonza, Teodoro Arcivescovo di Treveri,
Errico Arcivescovo di Colonia, con gli Arcivescovi di Salsburg, di
Magdeburg e di Brema, e con tutti i Vescovi a loro soggetti. Vi furono
i Duchi d'Austria, di Baviera, di Carintia, di Brabante e di Lorena:
Errico Conte Palatino del Reno, Lodovico Lantgravio di Turingia, e
Ferdinando Conte di Fiandra, quello stesso, che preso dal Re Filippo
nella battaglia di Tornay, dopo esser dimorato ben dodici anni nella
prigione di Parigi, per opra del Pontefice, e d'altri Signori, che
il favorivano, n'era alla fine uscito. Tutti costoro per esortazione
di Errico Re d'Alemagna, e per la pietà cristiana, s'apprestarono
prontamente a così pietosa impresa; onde tra per questi che in buona
parte vi vennero, e per gli altri invitati da diversi Frati ed altri
Ecclesiastici inviati dal Pontefice per la Cristianità ad esortare i
Popoli, che prendessero la Croce nel tempo stabilito, infinito numero
di Fedeli concorse in Brindisi, e nelle circostanti regioni, in guisa
tale, che solo dall'isola d'Inghilterra, scrive l'Abate Uspergense, che
ne vennero ben sessantamila. Ma sopraggiunto intanto il calor grande
della state in quegli aridi siti di Puglia, cominciarono, non avvezzi
a ciò, e sofferendo ogni sorte di disagio, ad infermare e morire i
soldati oltramontani a migliaja, insieme co' quali di questa vita
passarono i Vescovi d'Angiò e d'Augusta, ed il Lantgravio di Turingia,
onde afflitti da così gravi mali, s'avviarono per ritornare indietro
a' lor paesi, ma invano, perciocchè la maggior parte per lo cammino
perirono[321].
Intanto Federico coll'Imperadrice _Jole_ da Sicilia era passato in
Otranto nel mese d'agosto, donde, avendo quivi lasciata l'Imperadrice,
passò in Brindisi, ove era l'esercito de' Crocesignati, e quantunque
fosse rimasto con picciol numero di soldati per la mortalità seguita,
e per lo ritorno di molti, fece imbarcar nell'armata apparecchiata
molta gente nel stabilito giorno dell'Assunzione per dover egli da poi
seguirla; e ritornato in Otranto, ove avea lasciata l'Imperadrice, per
prender da lei congedo, quivi infermossi[322]: ma non ostante la sua
infermità, riavutosi appena, tornò in Brindisi, ed ivi imbarcossi:
ed avendo navigato tre giorni, non potendo soffrire per la sua
convalescenza l'agitazione del mare, volse le prore addietro, e a
Brindisi ritornò. Il Fazzello narra, che Federico giugnesse in questa
sua navigazione sino allo Stretto dell'isole della Morea e di Candia,
e che da' venti contrarj, e dalla sua infermità fosse stato costretto
con coloro, che eran in Lacedemonia far ritorno a Brindisi insieme
con quarantamila persone di quelle, che si erano imbarcate, se diam
credenza a ciò, che ne scrive il Sigonio.
(Sigonio seguitò la fede di Matteo Paris, il quale ad An. 1227,
pag. 286 scrisse: Animo nimis consternati, in eisdem navibus, quibus
venerant, plusquam XL armatorum millia sunt reversi).
Gregorio IX dimorando in Anagni, avendo inteso il ritorno di Federico,
attribuendolo a poca volontà del medesimo, trasportato da fiero sdegno,
il penultimo giorno di settembre, in cui si celebrava la festa della
dedicazione di S. Michele Arcangelo, dichiarò esser Federico incorso
nella scomunica, che da Onorio in S. Germano gli era stata minacciata,
se non passava in Soria, fulminando contro di lui la censura[323], la
cui sentenza vien riferita dal Bzovio e da Carlo Sigonio, che comincia:
_Imperatorem Federicum qui nec transfretavit, etc_.
Aggiunge lo Bzovio, che Gregorio, non solamente per lo sturbato
passaggio di Terra Santa, ma per molte cagioni ancora avea motivi di
sdegno contro Federico; poichè oltre all'aver rapiti i beni degli
Ecclesiastici da' suoi Regni, con far loro pagare tutte le taglie
e gabelle, che egli imponeva, aveva di vantaggio, per vendicar suo
privato sdegno, con la cagione del passaggio d'oltremare, fatto gir
per forza in Soria il Vescovo d'Aversa e Ruggieri Conte di Celano
suoi nemici, e posto il figliuolo del Conte in una stretta prigione,
con altri mali che di Federico racconta Gio. Villani; ma perchè
quest'Autore non rapporta, onde ciò ricavato se l'abbia, se non
l'autorità del detto Villani, non merita veruna fede; poichè il Villani
come straniero negli avvenimenti del Reame e massimamente in quelli di
Federico, come Guelfo e di fazione a lui nemica, o per poco avvedimento
o per mal talento infiniti errori commise, scrivendo cose che non
mai avvennero, per non favellarne niuno degli altri Autori che allora
vissero, come furono Riccardo ed altri che con molta diligenza le cose
de' lor tempi raccolsero.
Federico recandosi a gravissima ingiuria cotal sentenza, partendosi
di Puglia, ove ancor dimorava per dar più chiare pruove, che egli
era infermo, ne andò a' bagni di Pozzuoli, secondo scrive Riccardo,
per curarsi dalla sua infermità, e di là inviò a Roma, ove il Papa
da Anagni era passato, l'Arcivescovo di Reggio e quel di Bari con
Rinaldo Duca di Spoleto ed Errico di Malta per suoi Ambasciadori al
Pontefice a scusarsi perchè non era passato oltremare, significandogli
la cagione della dimora: ma fu tutto vano, perciocchè il Pontefice
non dando credenza alcuna a tutto ciò che egli in sua difesa addusse,
ragunando in Roma i Prelati oltramontani e quanti del Regno unir
potè, nell'ottavo giorno dopo la festa di S. Martino lo dichiarò di
nuovo pubblicamente scomunicato, interdicendo i suoi Regni, e mandò
lettere generali per tutto l'Occidente a tutti i Principi e Signori
della Cristianità pubblicandolo per tale. La qual cosa risaputasi
da Federico, scrisse anch'egli a Lodovico Re di Francia del torto
fattogli da Gregorio, come si legge nell'epistole di Pietro delle
Vigne ed in Carlo Sigonio, con le seguenti parole: _Gregorius
IX sub ea occasione quod nos in termino nobis dato, infirmitate
gravati, transire nequivimus ultramare, contra justitiam primitus
excomunicationi subjecit_. Dal che si vede, che essendo la primiera
volta stato scomunicato da Gregorio, è vanità e bugia tutto quel
ch'hanno scritto il Villani ed altri Autori, che Onorio l'avesse
un'altra volta scomunicato, contro quel che ne riferisce Riccardo.
Scrisse ancora a' Cardinali, dolendosi aspramente con loro, che non
fossero stati in nulla uditi i suoi Ambasciadori. Scrisse a tutti i
Principi e Signori d'Alemagna; e mandò un'altra sua epistola a tutti
i Re e Principi del Mondo, gravandosi di cotal scomunica, con scusarsi
de' falli imputatigli e narrando la cagione, perchè l'avea il Pontefice
scomunicato, e gl'impedimenti che l'avean trattenuto dal non passare
in Soria, dolendosi di tutti i Prelati e ministri della Chiesa,
riprendendo acerbamente i Romani, che a cotal sentenza non s'erano
opposti. Ordinò parimente a tutti i Giustizieri di Sicilia e di Puglia,
che facesser celebrar da' Preti e da' Frati le messe nelle lor province
e che non gli facessero partir dal Regno, nè gire da un luogo ad un
altro senza loro licenza, nelle quali scritture si serviva della penna
di Pietro delle Vigne suo Secretario: uomo, come si è detto, in quei
tempi di somma dottrina ed avvedimento, e a lui carissimo, secondo che
si scorge nel libro delle sue epistole che più volte abbiamo nomato.
Dopo la qual cosa convocò un general Parlamento a Capua di tutti i
Baroni del Regno, a cui impose, che ciascun di loro pagar gli dovesse
per ogni Feudo che possedea, otto oncie d'oro, e per ogni otto Feudi un
soldato, acciocchè ragunar potesse esercito per passare in Terra Santa
nel seguente mese di maggio, nel qual tempo intendeva andarvi, posposta
ogni altra dimora. Statuì ancora un'altra Assemblea da ragunarsi per
tal cagione a Ravenna nel prossimo mese di marzo, ove convocò tutte
le città e signori d'Italia e suoi partigiani; ed indi inviò in Roma
Roffredo Epifanio da Benevento, famoso Giureconsulto di que' tempi, con
le discolpe, che egli in suo favore adducea, le quali Roffredo, come si
disse, fece pubblicamente leggere in Campidoglio di volontà del Senato
e del Popolo romano.
Federico nel principio del seguente anno 1228 convocò in Puglia tutt'i
Prelati e Baroni, che seco avea per passare in Palestina, e venuto il
giorno di Pasqua, quella celebrò con grandissima pompa ed allegrezza
in Barletta; perciocchè aveva avuta contezza, che Tommaso d'Aquino
Conte dell'Acerra, che dimorava per suo Maresciallo in Soria, venuto
a battaglia con Corradino Soldano di Damasco l'avea vinto e ucciso, e
ritornando dopo questo il Conte nel Reame, inviò per soccorso in Terra
Santa Riccardo di Principato, parimente suo Maresciallo, con altri
cinquecento soldati che imbarcatisi in Brindisi passarono felicemente
in que' paesi.
In questo mentre i Francipani e gli altri partigiani di Federico
in Roma, essendo Gregorio, dopo aver celebrata la Pasqua in S.
Gio. Laterano, passato nella chiesa di S. Pietro, per rinovar le
censure contro Federico, gli mossero contro il Popolo, mentre faceva
quell'atto, con grave sedizione e tumulto, e dopo averlo oltraggiato
con molte ingiuriose parole, lo scacciarono dalla città e 'l
costrinsero a ricovrar fuggendo a Perugia, ove per alcun tempo dimorò.
Federico intanto raccolta per l'espedizione di Terra Santa molta
moneta dalle Chiese e dalle persone ecclesiastiche, non ostante che
il Pontefice avesse ordinato per sue lettere, che nulla pagassero,
s'avviò verso Barletta, ove intendea celebrare un general Parlamento, e
giunto ad Andria, l'Imperadrice, che era seco partorì ivi un fanciullo,
a cui fu posto nome _Corrado_, il quale fu dal padre, più di ciascun
degli altri suoi figliuoli teneramente amato, ed indi a non molto,
come sovente avvenir suole, se ne morì per li travagli del parto nella
medesima città[324].
La morte di questa Imperadrice vien da Gio. Villani e da altri moderni
Autori, che l'han seguito, descritta con molte favole e novelle, le
quali non meritano fede alcuna; perciocchè Riccardo il veritiere
Cronista di que' tempi, altro non racconta, salvo che la morte
dell'Imperadrice nel parto; e lo stesso scrisse il Corio nell'istorie
di Milano e Carlo Sigonio ed il Frate di Santa Giustina, e niun degli
altri Autori, che con la dovuta diligenza scrissero gli avvenimenti
di que' tempi, fan menzione, che ella morisse in prigione battuta
dall'Imperadore come dice il Villani, e pur quelli non tacendo l'altre
malvagità commesse da lui, avrebbero registrata ancor questa, se
fosse stata vera; oltre che pare impossibil cosa aver potuto Federico
amar tanto il figliuolo Corrado, come nel progresso di quest'Istoria
si vedrà, se avesse in prima così acerbamente odiata la madre, che
l'avesse ridotta a morire, come costoro raccontano.
Federico dopo la morte di Jole celebrò il Parlamento in Barletta, ed
intento al passaggio di Terra Santa, prima di partire, volle provedere
a' suoi Regni nel caso, che venisse egli a mancare; onde in presenza
de' Prelati e Grandi del Regno, ed infinita moltitudine accorsavi,
fece ad alta voce leggere i seguenti capitoli formati da lui in
modo di testamento rapportati da Riccardo. Primo, voleva che tutti i
Regnicoli tanto Prelati, quanto Signori e loro sudditi vivessero in
quella pace e tranquillità, ch'eran soliti di vivere al tempo del buon
Re Guglielmo II, e perciò lasciava per suo Vicario e Balio del Regno
Rinaldo Duca di Spoleti. Secondo, se egli nella guerra che intendea
di fare in Soria, fosse mancato di vita, gli succedesse nell'Imperio
e nel Regno il suo maggior figliuolo Errico, al quale, se fosse morto
senza prole, succedesse Corrado suo minor figliuolo e se costui ancor
senza figliuoli fosse mancato, succedessero gli altri figliuoli da
esso Imperadore procreati di legittima moglie, facendo giurare a
Rinaldo Duca di Spoleti, ad Errico Morra, ed agli altri più stimati
di coloro, che erano ivi adunati che se non fosse venuto a morte, ed
altro testamento non avesse da poi fatto quel che allora avea statuito
compiutamente osservassero. Terzo, che niuno del Regno per dazio,
ovvero colletta fosse obbligato dare alcuna cosa, se non per l'utilità
del Regno, e per le necessità che potevano occorrere.
Letti questi capitoli e fattigli giurare in suo nome dal Duca di
Spoleti e da Errico Morra suo Gran Giustiziero, l'undecimo giorno del
mese di giugno si imbarcò in Brindisi sopra venti galee, secondo che il
Bzovio e l'Abate Uspergense scrivono, ed avendo in prima comandato, che
tutti i vassalli che con lui navigar dovevano, si fossero assembrati a
S. Andrea dell'Isola, ivi con lor si congiunse, e passò ad Otranto, ed
indi in Terra Santa, dove di là a poco felicemente giunse ed a nobili
imprese si accinse.
Gregorio IX ch'era in Perugia, udita la partenza dell'Imperadore, senza
che prima da lui fosse stato assoluto dalle censure, come pretendea, si
accese di tanto sdegno, che scrisse lettere al Patriarca di Gerusalemme
ed al Maestro dello Spedale del Santo Sepolcro in Soria, colle quali
premurosamente gl'incaricava, che si guardassero di Federico, nè loro
prestassero aiuto, poichè era partito scomunicato, e che potea perciò
apportar loro grave danno; di vantaggio stimolò in Italia i Milanesi
nemici di Federico a collegarsi con lui a' suoi danni, dividendo
l'Italia in fazioni, onde crebbero in maggior numero i Guelfi; e medita
intanto per l'apparecchio d'una nuova espedizione sopra il Regno
di Puglia, per toglierlo a Federico nell'istesso tempo, che questo
Principe era lontano ed inteso all'impresa di Terra Santa.
Dall'altra parte Rinaldo Duca di Spoleti lasciato da Federico per
Vicario del Regno, per impedire i disegni del Papa ed intricarlo con
una guerra ne' propri Stati, invase col suo esercito la Marca, ed il
suo fratello Bertoldo assalì da un altro lato i tenimenti di Norcia e
distrusse il castello di Brusca, che si era a lui ribellato, dando gli
abitatori in potere de' Saraceni, che seco di Puglia avea condotti, i
quali con vari tormenti gli fecer tutti crudelmente morire[325].
Questi avvenimenti significati a Papa Gregorio, e come il Duca
era entrato ostilmente nello Stato della Chiesa, e fatti quivi
gravissimi danni, lo ammonì, che via si partisse, lasciando in pace
i suoi sudditi; ma il Duca facendo poco conto di cotal ordine, irato
il Pontefice lo scomunicò con tutti i suoi seguaci: e vedendo che
nulla giovavano le censure, ragunò grosso esercito con gli aiuti de'
Milanesi, e di tutte l'altre città della Lega di Lombardia, e chiamata
la milizia di Cristo, l'inviò contro il Duca Rinaldo creandone Capitano
Giovanni di Brenna già Re di Gerusalemme ed inimico di Federico, ed il
Cardinal Legato Giovanni Colonna.