CAPITOLO V.

_ONORIO III sollecita l'Imperador FEDERICO per l'espedizione di Terra

Santa, ma è prevenuto dalla morte._

Intanto il nostro Federico dopo avere in cotal maniera illustrata

Napoli con sì famosa Accademia, non tralasciava in Sicilia di

combattere i Saraceni per isnidargli da quell'isola, per cagion

della qual guerra impose una taglia per tutto il Reame, con la quale

raccolse gran somma, essendosi cavato solo dalle terre della Badia di

S. Benedetto, per un certo Urbano da Teano, destinato suo Commessario

a raccorle, ben 300 oncie d'oro, somma notabile per que' pochi luoghi

in que' tempi; e perchè Onorio si chiamava gravemente offeso, che

nel taglieggiare, e nell'imporre delle gabelle non risparmiava gli

Ecclesiastici, nè le Chiese, Federico per racchetare in parte il suo

sdegno, ed averlo amico, inviò sue lettere nel Reame dirizzate al

Giustiziero di Terra di Lavoro, colle quali ordinò, che nel raccor le

collette, taglie, dazj, ed in ogni altro pagamento, facessero esenti

i Frati ed i Cherici, e tutte le altre persone, territorj, castelli, e

beni delle Chiese, secondo ch'erano a tempo del buon Re Guglielmo suo

consobrino[307].

Ma premendo tuttavia il bisogno della guerra contro i Saraceni di

Sicilia, fu costretto imporre un altro pagamento per lo Reame, ed

affinchè, quanto più potesse, meno s'offendesse Onorio, comandò,

che si raccogliesse dalle terre sottoposte a' Frati di S. Benedetto

l'istessa somma di 300 oncie d'oro, che s'erano in prima raccolte, ma

sotto nome di prestanza e non di pagamento. Qual sottil ritrovato,

fu ne' tempi che seguirono imitato da molti Principi, per non dover

spesso per ciò contendere co' romani Pontefici, che pretendono, che

non possa il Principe ne' bisogni più gravi dello Stato taglieggiar le

Chiese e gli Ecclesiastici, secondo le nuove massime, ch'erano state

da poco introdotte, le quali mal poterono sofferirsi da Federico, come

contrarie alla antica disciplina della Chiesa, ed alle supreme regalie

de' Principi.

Venne poscia, nel seguente anno di Cristo 1225, di Francia nel nostro

Reame il Re Giovanni di Brenna con Berengaria sua moglie di lui

gravida, e gitone a Capua vi fu d'ordine dell'Imperadore onorevolmente

raccolto, e poco stante colà dimorando nel mese di aprile partorì una

fanciulla, ed indi ne girono amendue in Melfi di Puglia ad attender

colà Federico, che in breve dovea passarvi da Sicilia.

Federico adunque, lasciato in quell'isola un numeroso esercito a

guerreggiar contro i Saraceni, passò in Regno; e nello stesso tempo

commise a Lodovico Duca di Baviera la cura degli affari d'Alemagna,

e del figliuol Errico, il quale aveva fatto creare Re dei Romani, e

prendere moglie Agnesa d'Austria, oltre all'avergli ceduto il Regno di

Sicilia, per osservar la promessa fatta al Pontefice.

Intanto Onorio travagliato in Roma per gli tumulti e rivolture, che

vi cagionava Parenzo Senatore, uscito da quella città, erasi a Tivoli

ritirato[308], ove Federico gl'inviò il Re Giovanni di Brenna, ed

il Patriarca di Gerusalemme a chiedergli maggiore spazio di tempo di

quel, che gli avea conceduto per passare in Palestina, per cagion che

gli affari del Reame, e la ribellione de' Saraceni di Sicilia glie

le impedivano, ed anche perchè dubitava, che i Milanesi e i Bolognesi

nella sua assenza non fossero per sollevargli la Lombardia. Ottennero

il Re, ed il Patriarca favorevol risposta dal Pontefice, la quale

significata a Federico, questi insieme co' Prelati del Regno, a' 22

luglio portatosi in S. Germano[309], ricevette colà Pelagio Calvano

Cardinal Albano, e Giacomo Gualla di Biccheri da Vercelli Cardinal

di S. Silvestro, e Martino inviatigli da Onorio, acciocchè giurasse

di nuovo in man loro di passare in Terra Santa: fecero que' Cardinali

nella stessa chiesa di S. Germano leggere a Federico i capitoli fatti

da Onorio per tal passaggio, i quali fra l'altre cose contenevano,

che senz'altra dimora, di là a due anni, che avean da compire nel

mese d'agosto dell'anno 1227, andasse a guerreggiare in Soria, con

portar seco e sostenere a sue spese per due anni mille soldati, cento

_Chelandri_[310], nome di naviglj che in que' tempi si usavano, e

cinquanta galee ben armate e provvedute di ciò, che avean mestiere, e

che dovesse dar passagio sopra i suol legni a due altri mila soldati

con le lor famiglie, che dovean parimente colà valicare, contando tre

cavalli per ogni soldato, con altre cose, secondo scrive Riccardo.

Uditisi questi capitoli da Federico, promise compiutamente sotto

pena di scomunica osservargli, in presenza di molti Prelati, ed altri

Signori tedeschi e Baroni regnicoli, che v'intervennero[311], e così

in suo nome gli fece giurare da Rinieri Duca di Spoleto, e dopo tal

atto fu assoluto da' Cardinali predetti dell'altro giuramento, che in

Veroli aveva fatto: e ritornato prestamente in Puglia inviò sue lettere

a' Signori di Lamagna, ed a quelli d'Italia, significando loro, che

nella vegnente Pasqua di Resurrezione venir dovessero in Cremona[312],

ove intendea di celebrare una general assemblea. Raccolse egli poi di

nuovo, pur sotto nome d'imprestanza, altra grossa somma di moneta per

tutto il Regno, facendo particolarmente riscuotere nelle terre di Monte

Cassino ben 1300 oncie d'oro da Pietro Signor d'Evoli, e da Niccolò di

Cicala Giustiziero di Terra di Lavoro.

Non guari da poi nacquero alcuni disgusti tra Federico ed Onorio,

perchè, secondo scrive Riccardo da S. Germano[313], vacando le Chiese

di Consa, di Salerno, d'Aversa e di Capua, e la Badia di S. Vincenzo

a Volturno, Onorio, _inscio et irrequisito Imperatore_, previde da

Roma cinque Prelati per occupar quelle Chiese: questi furono il Prior

di S. Maria della Nuova di Roma per Vescovo di Consa: il Vescovo di

Famagosta per Arcivescovo di Salerno: il Cantor d'Amalfi per Vescovo

d'Aversa: il Vescovo di Patti per Arcivescovo di Capua: ed un Frate di

S. Benedetto, nomato Giovanni di S. Liberatore per Abate di S. Vincenzo

a Volturno. Federico, sdegnato del torto fattogli d'essere stati quelli

eletti senza sua saputa e consentimento, con tanto pregiudizio de'

suoi diritti, non volle, che alcun di loro fosse ammesso nelle Chiese

ottenute[314]; e gitone poscia in Sicilia fece il simigliante a Fra

Niccolò da Colle Pietro, creato Abate di S. Lorenzo di Aversa, non

ostante che recasse lettere particolari di Onorio; e Federico mandò

perciò Legati al Papa a querelarsene[315].

Intanto la novella Imperadrice _Jole_ sposa di Federico imbarcatasi

sulle galee, con felice viaggio pervenne a Brindisi, ove di Sicilia

tornato l'Imperadore l'attendeva, e con nobilissima pompa furono ivi

a' 9 novembre le nozze celebrate: ed in memoria di questa celebrità

fece coniare quivi nuove monete, chiamate _Imperiali_, annullando

l'antiche[316].

Nacque in quest'anno a Federico, Enzio suo figliuol bastardo, il quale

egli da poi nell'anno 1239 coronò Re di Sardegna; e divertendosi

l'Imperadore alle caccie di Puglia, in quest'istesso anno 1225 per

occasione d'un cignale ucciso da lui di smisurata grandezza, fece

apprestar una cena in quel luogo stesso, dove fu poi edificata una

Terra, chiamata perciò sino a' nostri tempi _Apricena_.

Nel nuovo anno 1226 mandò Onorio a sollecitar Federico, che dopo

gli sponsali celebrati in Brindisi era passato in Troja di Puglia,

perchè s'apprestasse alla spedizione di Terra Santa; onde l'Imperadore

comandò a' suoi Baroni, che si trovassero all'ordine a Pescara,

per accompagnarlo in Lombardia per la Dieta di Cremona, intimata

nell'anno precedente. Passato indi in Terra di Lavoro, e lasciata sua

moglie in Terracina castello vicino a Salerno, ora disfatto; ritornò

in Puglia, e commesso il Governo del Reame ad Errico di Morra Gran

Giustiziero, passò a Pescara, e di là con tutto il suo esercito nel

Ducato di Spoleto, ove ordinò a' Spoletini, che il seguissero armati

in Lombardia[317]; la qual cosa negando coloro di fare senz'ordine

del Pontefice, comandò di nuovo sotto gravi pene, che ubbidissero;

ma costoro avendo mandate le lettere di Federico al Papa, questi, che

per altre cagioni stava crucciato con Federico, così per lo fatto de'

Prelati, a' quali non volle dar possesso delle loro Chiese, come per

essersi Federico collegato con Ezzelino, e per aver pubblicata una

sua Costituzione, per la quale voleva che i Frati e i Preti, che gravi

omicidj, o altri enormi delitti avessero commesso fosser castigati da'

suoi Magistrati secolari, e per non osservar loro dovuta franchigia,

ch'e' pretendeva per gli Ecclesiastici nelle gabelle e dazj: acceso

da ira gravissima scrisse asprissime lettere a Federico, dolendosi

acerbamente con lui di queste cose. Federico riputando troppo arroganti

queste lettere, gli rispose con pari ardimento; onde Onorio montato in

maggior stizza gli scrisse di nuovo con maggior asprezza ed arroganza

e con gravi minacce.

(Si legge presso _Lunig_[318] questa lunga lettera esprobratoria

d'Onorio III scritta a Federico).

Federico, che non voleva ora brighe col Papa, per placare il suo animo

gli rescrisse umilmente _in omni subjectione_, come dice Riccardo: onde

rappacificatisi insieme, il Papa gli mandò per Legato Cinzio Savello

Cardinal di Porto per trattar di comporre le lor contese, affinchè non

s'impedisse perciò l'espedizione di Terra Santa, e si quietassero le

cose di Lombardia. Indi Federico partito di Spoleto ne andò a Ravenna,

ove celebrò la Festa di Pasqua di Resurrezione, e scrisse ad Errico

suo figliuolo in Alemagna, che ragunata potente armata fosse venuto a

ritrovarlo in Lombardia, e lasciato il cammin di Faenza, ch'era città

sua nemica, ne andò col suo esercito nel castel di S. Giovanni, ne'

tenimenti di Bologna, ed indi ad Imola, ed entrando ne' confini di

Lombardia, solo que' di Modena, di Reggio, di Parma, di Cremona, di

Asti e di Pavia, gli mandarono Ambasciadori, e s'offerirono pronti

al suo servigio. L'altre città, non solo non gli usarono cortesia

alcuna, ma d'avantaggio contro di lui si collegarono: queste furono,

secondo scrive Riccardo, Milano, Verona, Piacenza, Vercelli, Lodi,

Alessandria, Trivigi, Padua, Vicenza, Torino, Novara, Mantua, Brescia,

Bologna e Faenza, con Goffredo Conte di Romagna, e Bonifacio Marchese

di Monferrato, ed altri luoghi della Marca Trivigiana, le quali con

formato esercito ne andarono incontro ad Errico per vietargli il passo

a piè dell'Alpi, acciocchè non fosse entrato in Italia. Passò poscia

l'Imperadore a Cremona, e vi fu da que' cittadini con grande onor

ricevuto, e vi celebrò l'Assemblea già statuita, ma con poca gente,

non vi essendo gito niun Barone, nè Ambasciador delle città collegate

contro di lui.

Ritornato poscia a Parma fu da molti Conti e Cavalieri di quelle

regioni, e da' Lucchesi e Pisani, e particolarmente da' Marchesi

Malespini visitato e riverito, molti de' quali armò Cavalieri di sua

mano, onoranza di molta stima in que' tempi, ed indi nel Borgo di

S. Donnino si congiunse col Legato del Pontefice, da lui richiesto

perchè gli agevolasse la sua incoronazione della Corona di ferro, come

intendea di fare.

Conservavasi questa Corona di ferro in Monza in poter de' Milanesi;

co' quali non fu bastevole qualunque mezzo, che vi si adoperasse, a

disporgli per introdurlo per far cotal atto nella lor città, memori

delle antiche ingiurie ricevute dall'avolo Barbarossa: il perchè

reggendo Federico di non potere nè coloro, nè alcuna dell'altre città

contro di lui unite, rivocare al suo partito con preghiere e cortesie,

venuto in grandissimo sdegno, diede a tutte il bando imperiale,

dichiarandole rebelle, e le fece interdire dal Legato, e togliendo lo

Studio da Bologna, quello in Napoli, ed in Padova trasferì, ordinando

a tutti gli Scolari, che da Bologna partissero, ed in quelle due città

andassero a studiare; ma rapporta il Sigonio, che il suo comandamento

non fosse stato da niuno ubbidito.

L'Imperadore, non potendo per allora far altro progresso in Lombardia,

partitosi di là andò a Rieti a ritrovare il Pontefice, e querelatosi

con lui della contumacia de' Lombardi, se ne passò nel nostro Reame

di Puglia; da dove inviò nuovo soccorso di soldati in Terra Santa; ed

avendo rinunziato l'Ufficio di Giustiziere di Terra di Lavoro Pietro

Signor d'Evoli, e Niccolò di Cicala, furono creati in lor vece Ruggiero

di Gallura, e Marino Capece napoletano. Allora fu, che essendo già

pacificato col Pontefice, diede il possesso delle lor Chiese a tutti

que' Prelati, che il Papa avea creati, cioè agli Arcivescovi di Capua,

di Consa e di Salerno, al Vescovo d'Aversa, ed all'Abate di S. Lorenzo

di quella città[319].

Bramava ardentemente il Pontefice, che si facesse il passaggio in Terra

Santa, il qual veniva frastornato, ed impedito per nemistà, ch'era

tra l'Imperadore, e le città collegate: e Federico avea perciò fatto

pubblicare un editto, col quale faceva noto, che per la discordia

d'Italia, s'impediva l'impresa di Terra Santa; ed avendo inviato suoi

Ambasciadori al Papa per tal affare, Onorio vi s'adoperò in guisa tale,

che alla fine per allora gli accordò; onde l'Imperadore per compiacere

al Pontefice, promise d'inviar prestamente altri quattrocento soldati

in soccorso de' Cristiani in Soria. Passò da poi Federico con _Jole_

sua moglie in Sicilia; ed il Pontefice vedendo, che il Re Giovanni di

Brenna, per la nemistà, che avea col genero, onde era stato costretto

a partire da' suoi Reami, vivea con molta strettezza, gli concedette

in Governo tutto quello spazio di paese, che è da Viterbo a Monte

Fiascone; ed in tanto l'Imperadore per mezzo d'Errico Morra suo Gran

Giustiziero, pubblicò nuovi Ordini e Statuti da lui fatti, per la

quiete e tranquillità de' suoi sudditi, rapportati da Riccardo di S.

Germano. Morì ancora in quest'anno _Francesco_, chiaro per miracoli

e santità di vita, il quale fondò la religione de' _Frati Minori_ in

Assisi sua patria, e fu in processo di tempo ascritto al numero de'

Santi.

Il Pontefice Onorio, secondo la Cronaca di Riccardo, nel mese di marzo

di questo nuovo anno 1227 trapassò in Roma, dopo aver governata la

Chiesa di Dio dieci anni, sette mesi e tredici giorni, e fu in Roma

sepolto nella chiesa di S. Maria Maggiore in umil sepolcro.

Le discordie, ch'ebbe questo Papa con Federico, ancorchè gravi e

spesse, nulladimanco non furono così atroci, che obbligassero questo

Pontefice di scomunicarlo, come falsamente scrissero alcuni. I primi,

che scagliarono contro Federico questi fulmini furono Gregorio IX ed

Innocenzio IV suoi successori, come più innanzi diviseremo.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 35 / 58 题