CAPITOLO IV.

_De' Giureconsulti, che fiorirono fra noi a questi tempi._

Si rese ancora più celebre Napoli, per la sapienza e dottrina de'

nostri Giureconsulti, e de' Giudici, che Federico prepose alla Gran

Corte. _Pietro delle Vigne, Taddeo da Sessa, e Roffredo Beneventano_,

famosi Giureconsulti di questa età, la illustrarono sopra tutte

le altre. Abbiamo ancora tra l'epistole di Federico, una scritta

a Roffredo, per la quale l'invita ad andar tosto a Napoli a regger

la sua Corte, di cui egli l'avea eletto Giudice[296]. E Riccardo di

S. Germano[297] narra, aver Federico impiegato questo Giureconsulto

in affari assai più rilevanti, avendolo mandato a Roma, perchè lo

difendesse dalle censure che Gregorio IX aveagli scagliate contro. Così

da questo tempo Napoli, per l'eccellenza di quest'Accademia, e per

gl'illustri Professori, che in quella istruivano la gioventù, per lo

Tribunale di questa Gran Corte, e per li Giudici, che vi presiedevano

insigni Giureconsulti, cominciò a distinguersi sopra tutte le altre

città del Regno, onde meritò poi, che Carlo I d'Angiò collocasse quivi

la regia sua sede, tal che resa capo e metropoli di tutte le altre

fosse divenuta col lungo correr degli anni tale, quale oggi tutti

ammirano.

Quindi avvenne ancora, che le leggi longobarde cominciassero nel nostro

Reame a cedere alle romane, e pian piano cedendo andar poi ne' secoli

seguenti in disuso ed in oblivione; poichè avendo istituito Federico

quest'Accademia in Napoli, ed avendo già in tutte l'altre Università

d'Italia, come in Bologna, Padova, ed in altre posto gran piede le

Pandette, e gli altri libri di Giustiniano, tal che pubblicamente ivi

si leggevano, ed i Professori tratti dall'eleganza dell'orazione,

e dalla sapienza di quelle leggi, abborrendo come barbare le leggi

longobarde, si diedero allo studio di quelle, onde oltre a coloro,

che fiorirono a' tempi di Federico I si renderono a questi tempi

di Federico II celebri _Accursio_ fiorentino, e tanti altri: così

ancora avvenne presso di noi, dove in quest'Accademia i Professori di

legge, non meno che nell'altre città d'Italia, spiegavano que' libri

nelle loro Cattedre. E dalle Cattedre per conseguenza si passò poi a'

Tribunali, i Giudici de' quali instrutti in quella Scuola, ricevevano

molto volentieri quelle leggi, e così pian piano si cominciarono ad

allegar nel Foro, e ad acquistar presso di noi forza e vigor di legge.

Non è però, che le longobarde allora affatto mancassero, già che Andrea

Bonello da Barletta Avvocato fiscale di Federico II in questi tempi

compilò quel suo trattato delle differenze dell'une e l'altre leggi, di

che a bastanza si è discorso nel libro decimo di quest'Istoria.

Fiorirono presso noi in questa età, oltre Andrea Bonello, altri insigni

Giureconsulti, secondo che comportavano questi tempi; d'alcuni de'

quali ci sono rimasti ancora vestigi delle loro opere. Di_ Pietro

d'Ibernia, di Roberto da Varano_, e di _Bartolommeo Pignatello_

Professori di leggi e di canoni nell'Università di Napoli, non abbiamo

altro riscontro di quello, che Federico istesso ce ne dà, d'essere

stati _civilis scientiae professores, magnae scientiae, notae virtutis,

et fidelis experientiae_[298].

Il famoso _Pietro delle Vigne_ da Capua, chi non sa essere stato un

insigne Giureconsulto di questi tempi, e che per la sua eminente

dottrina, ingegno ed eloquenza, ancorchè nato in Capua da umili

parenti, fosse stato innalzato da Federico a' gradi più sublimi del

Regno, di suo Consigliero, e intimo Secretario, di Giudice della Gran

Corte, di Protonotario dell'Imperio e Luogotenente d'amendue i Reami di

Puglia e di Sicilia; e, quel ch'è più, reso degno della sua privanza?

I Germani tentarono d'involarci questo Giureconsulto, facendolo non

già capuano, ma tedesco (non altrimenti che i Franzesi fecero da poi

del nostro _Lucca di Penna_), e Giovanni Tritemio[299] chiaramente lo

scrisse, ingannato forse dal suo cognome, che credette averlo preso

da _Vigna_ celebre monastero di Svevia, posto non molto lungi da

Ravenspurgo. Ma egli è chiaro più della luce del giorno, che fosse nato

in Capua, com'è manifesto dalle sue medesime lettere[300], e da una

scritta a lui dal Capitolo capuano, che veggiamo inserita ne' sei libri

delle sue epistole[301].

(Fra i Codici Filosofici MS. che si conservano nell'Augusta Biblioteca

Cesarea di Vienna n. 179 pag. 80 si legge una epistola d'Errico

d'Isernia Notajo d'Ottocaro Re di Boemia, il quale per aver seguito

le parti di Corradino, essendo stato scacciato dal Regno, scrive

al Vescovo Blomucense, pregandolo, che interceda per lui presso il

Re Carlo I d'Angiò, ed infra l'altre cose gli dice: _Si autem ad

aetatis modernae tempora nostrae mentis aciem convertemus, inveniemus

equidem, quod Magistrum Petrum de Vineis exilibus Parentibus editum,

et fama reconditum obscura, ad ipsius Petri postulationem Panormitanus

Archiepiscopus apud Imperatorem promovit Fredericum, eumque splendore

clari nominis titulavit_. E nell'Epistola scritta dell'istesso affare

ad un tal _Frate Bonaventura_, che si legge alla pag. 82 pur gli

raccorda, _quod Panormitanus Archiepiscopus Petrum de Vinea olim

egregium Dictatorem, et totius Linguae Latinae jubar, pro unica tantum

Epistola, quam eidem misit Archiepiscopo, Imperatori affectuosissime

commendaverit Federico, licet nunquam prius ipsius Petri habuisset

notitiam, et jaceret tunc temporis mole inopiae consternatus_.)

Fu egli peritissimo nelle leggi romane, e tutto inteso a restituirle

nel loro antico splendore; onde avvenne, che in queste nostre parti

cominciasse a piacere lo studio delle Pandette e del Codice, e ne'

Tribunali cominciassero ad allegarsi le leggi in que' volumi comprese.

Ecco ciò, che di lui ne disse l'istesso Federico[302]: _Nam legis

armatus peritia, digesta digerit, et Codicis scrupolositates elimat_.

Ond'è, che presso i nostri Autori de' tempi più bassi, fu riputato

uno de' più dotti e sublimi Giureconsulti di questi tempi, come lo

qualificano Matteo d'Afflitto[303], ed altri.

Quindi fu, che Federico commise a lui la compilazione delle nostre

_Costituzioni del Regno_, della quale più innanzi farem parola; e che

della di lui opera si servisse nelle cose più ardue e difficili, e che

per la sua fedeltà l'impiegasse negli affari più gravi e riposti dello

Stato, onde Dante nella sua Comedia introducendolo a parlare gli fe

dire:

_Io son colui che tenni ambo le chiavi_

_Del cuor di Federico, ec._

Compose, oltre i libri delle nostre _Costituzioni_, sei libri

d'_Epistole_, così in nome suo, come del suo Signore, scritte con

molta eleganza, per quanto comportava l'uso di quest'età; nelle quali

vi sono molte cose utili e commendabili, e quel ch'è più, danno molto

lume all'istoria di questi tempi; e Giovanni Cuspiniano chiarissimo

Istorico e Poeta ci testifica, che da questi suoi libri si cavano con

molta chiarezza quasi tutte le azioni di Federico, e gli avvenimenti

di questi tempi; ond'è che i più diligenti e accurati Istorici, come

Teodorico di Niem, Nauclero, ed altri non solo di quelle vaglionsi

nella descrizione delle gesta di Federico, ma spesso le citano per gli

altri punti della istoria d'altri successi. Stettero questi libri in

obblivione per molto tempo, insin che Simone Scardio dalle tenebre gli

cavò fuori alla luce del Mondo, e nell'anno 1566 gli fece imprimere in

Basilea, dei cui esemplari oggi si è resa ancor rara la notizia.

Scrisse ancora questo Giureconsulto un libro Apologetico intitolato:

_De Potestate Imperatoris et Papae_, in difesa delle ragioni imperiali

contro i romani Pontefici; e narrasi che Innocenzio IV s'avesse presa

la briga di confutarlo[304]. Compose molte _Orazioni_ in difesa di

Federico contro le scomuniche, che si lanciavano contro di lui da'

romani Pontefici, e ne recitò in Padua una assai dotta ed elegante, su

la scomunica, che Gregorio IX avea fulminato all'Imperadore. Compose

anche alcune vaghe _Canzoni_ italiane, che ancor oggi si leggono con

quelle di Federico, ed Enzio suo figliuol bastardo Re di Sardegna.

Alcuni anche credettero, che fosse stato egli l'Autore del libro _De

tribus Impostoribus_; ma questa è un'impostura, anzi vi è ancor chi

dubita, se mai questo libro vi fosse stato, o sia al Mondo, tanto è

lontano, che Federico per opra di lui l'avesse fatto comporre.

Ma l'infelice fine, ch'ebbe questo insigne Giureconsulto, sarà un

chiaro documento dell'istabilità delle mondane cose, del quale ci

toccherà ragionare più innanzi nell'anno 1243 come in proprio suo

luogo.

Fiorì ancora in questi tempi _Taddeo da Sessa_, che cotanto si distinse

nel Concilio di Lione, pur egli chiaro Giureconsulto e Giudice della

Gran Corte ed adoperato da Federico, non meno che Pietro, negli affari

dello Stato; ma di costui niente abbiamo, che lasciasse alla memoria

de' posteri.

Non così fece _Roffredo Epifanio da Benevento_. Fu questi famosissimo

Dottore, ed uomo così insigne, che nella Corte di Federico, di

cui era Giudice, tra tutti i dotti avea il vanto. Compilò molti

trattati, che in questi tempi grandemente illustrarono la disciplina

legale; compose un trattato _De libellis, et ordine Judiciorum_;

il quale divise in questo modo: _I De Praetoriis actionibus. II De

Interdictis. III De Edictis. IV De Actionibus civilibus. V De Officio

Judicis. VI De Bonorum possessionibus. VII De Senatusconsultis.

VIII De Constitutionibus_. Nelle stampe moderne vi sono aggiunti,

_Libellorum opus in Jus Pontificium, ac quinquaginta quatuor Sabbatinae

quaestiones_. Oltre di queste opere, il Vescovo Liparulo[305] afferma

ne' Commentari alla somma di Odofredo che appresso il famoso legista

Bartolommeo Camerario si conservavano dodici grossi volumi di materie

civili e canoniche, composti da Roffredo, e per quanto si credea,

scritti di propria sua mano, i quali il Camerario teneva pensiero di

mandargli in luce.

Egli dalla sua giovanezza portossi per apprender leggi in Bologna,

dove per la celebrità di quell'Accademia concorrevano tutti i giovani

delle città d'Italia; ed ebbe per maestri i principali Dottori, che

fiorissero in questi tempi. Il primo, per quel che rapporta Odofredo,

il quale lo commenda cotanto, fu _Ruggieri_, uno de' primi Chiosatori

delle nostre Pandette. Appresso fu _Azone_, e poi _Kiliano_, _Ottone

Papiense_, e _Cipriano_, tutti famosi legisti, com'egli in più luoghi

afferma. Fatti maravigliosi progressi in questi studj, fu nell'anno

1215 (com'egli stesso testimonia nella prima delle sue quistioni

Sabatine) invitato in Arezzo per interpretar le leggi. Ed avendo

conosciuto, che le _Quistioni_ di Pileo, che si recitavano in Bologna

per ammaestrare i giovani alla difesa delle cause, poco profitto

facevano, lasciate queste in disparte, pensò di esporre a' suoi scolari

quelle quistioni, che alla giornata accadevano nel Foro, le quali per

averle recitate in ogni sabato, pose loro nome di _Quistioni sabatine_.

Tornato poi nel Reame, fu nell'anno 1227 trascelto da Federico per

suo Avvocato, e mandato in Roma per le contese insorte con Gregorio

IX. La sua fama presso i posteri crebbe tanto, che sulla credenza,

che Papiniano fosse di Benevento, gli diedero perciò nome di secondo

Papiniano. Giace egli sepolto in Benevento, ove, per quel, che ne

scrive il moderno Scrittor di Sannio[306], s'addita il suo tumulo nella

chiesa di S. Domenico, che quivi egli fece edificare.

Fiorì ancora negli ultimi tempi di Federico _Andrea di Capua_ Avvocato

fiscale della sua Corte, che fu padre di Bartolommeo, grande e famoso

Dottor dei suol tempi, che con la sua virtù e valore pose il suo

legnaggio in quella fortuna e grandezza, nella quale ai presente il

veggiamo.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 34 / 58 题