_Papa ALESSANDRO III riconosciuto da tutti per vero Pontefice, morto
l'Antipapa VITTORE, ritorna in Roma; ed il Re GUGLIELMO, dopo aver
sedati nuovi tumulti accaduti nel suo palazzo, se ne muore in Palermo
l'anno 1166._
Intanto mentre questi avvenimenti accaddero nelli Regni di Sicilia e
di Puglia, altri assai più notabili avvennero in Francia ed in Italia
fra il Pontefice Alessandro, e l'Imperador Federico; poichè Alessandro,
dopo esser dimorato in Alagna, passò a Genova, ed indi imbarcatosi se
ne andò in Provenza: la di cui partita intesa dall'Antipapa Vittore,
che dimorava a Segna, fu cagione, che se ne passasse prestamente in
Lombardia a ritrovar Federico, col quale per alcun tempo dimorò, a
fargli sapere, Alessandro esser già passato in Francia: l'Imperadore
ciò inteso, temendo non fosse colà ricevuto da Lodovico Re di Francia
come vero Papa, v'inviò il Conte Errico suo Ambasciadore, perchè
trattasse tra di loro un abboccamento presso la città d'Avignone
per potere dar sesto e riforma agli affari della Chiesa. Cercava
l'Imperadore con quest'occasione, vedendo che l'Antipapa non avea
quel seguito che Alessandro, almeno che si dovesse deporre l'uno
e l'altro, e creare un nuovo Pontefice, acciò che Alessandro suo
scoverto inimico non fosse alla fine stato come vero Papa da tutti
adorato; ed avendo persuaso al Re francese, uomo d'animo schietto,
e facile ad esser ingannato, il ridusse con pochi de' suoi a venir
per tale effetto al luogo destinato, e Federico con grande esercito
vi giunse il giorno seguente; e pose col suo venire così poderoso di
soldati in grave angustia il Pontefice ed il Re, che si avvidero tardi
del suo ingannevol pensiero; e sarebbero mal capitati, se Errico Re
d'Inghilterra prode e cristianissimo Principe, presentiti i disegni di
Federico, non fosse accorso in Francia con grossa armata a soccorrere
Alessandro ed il Re Lodovico. La cui opportuna venuta pareggiando le
forze di Federico, fece che il suo pensiero non ebbe effetto alcuno,
onde dopo vari trattati, sdegnato l'Imperadore d'esser riusciti vani
i suoi pensieri, se n'andò col suo Antipapa in Alemagna; ed Alessandro
rimasto libero di così grave periglio, fu dal Re d'Inghilterra, e dal
Re Lodovico, e da tutti i lor Reami, come vero Pontefice riconosciuto e
riverito. E passato poi in lor compagnia a Parigi, racchetò e compose
alcune differenze, ch'eran tra quelli Re, facendogli far insieme lega
e compagnia. Celebrò parimente in quest'anno 1163 un general Concilio
in Turone, ove intervennero tutti i Prelati d'Inghilterra, di Scozia,
di Francia, di Spagna e di Ibernia, con alcuni Prelati tedeschi,
e riordinò in esso molte cose, e tolse altri abusi appartenenti al
governo della Chiesa. Intanto l'Antipapa, non ostante l'impegno di
Federico, gito con lui in Alemagna, non potè nemmeno essere ubbidito
da que' Vescovi; onde ritornossene in Italia, ed andato a Lucca ivi
dimorò insino alla sua morte, che poco da poi gli sopravvenne. Ma non
per questo s'estinse lo scisma: poichè per opra di Rinaldo Cancellier
di Federico, che colà dimorava, gli fu subito dato successore, e
fu rifatto in suo luogo Guido da Crema, che Pascale III nomossi. I
Romani avendo udita la morte dell'Antipapa, inviarono prestamente loro
Ambasciadori in Francia a richiamare Alessandro, pregandolo che se ne
fosse ritornato in Roma, che l'avrebbero con ogni amor ricevuto; onde
il Pontefice conoscendo esser utile alla sua Chiesa, ch'egli risedesse
nella sua principal sede, imbarcatosi su i vascelli di Francia,
campando dalle insidie, che tra via per opera di Cesare gli aveano con
lor galee tese i Pisani per farlo prigione, giunse a salvamento con
tutti i suoi Cardinali, e con l'Arcivescovo di Magonza, che 'l seguiva,
alla città di Messina: la cui venuta significata al Re Guglielmo,
che allor dimorava a Palermo, il mandò prestamente a visitar per suoi
Ambasciadori, che gli recarono in suo nome ricchi doni, e cinque galee
armate, su le quali imbarcatosi il Pontefice, andò prima a Salerno, e
di là ne venne colle stesse galee sino al Tevere, ed alla chiesa di S.
Paolo, ove gli uscirono all'incontro tutto il Popolo, e i Cherici di
Roma, i quali con nobil pompa al Laterano il condussero[46].
Ma ecco che il Re Guglielmo, mentre si credea esser d'ogni parte
sicuro, per cagione che men si pensava, corse gravissimo periglio di
perder la vita; perciocchè alcuni pochi prigioni, disperando di poter
più ricuperar la loro libertà per la malvagità di Matteo Notaio, che
s'era scoverto non men crudele e tiranno di Majone; e fastiditi della
noia, che lor recava l'orror delle prigioni, tentarono di mettersi in
libertà, ovvero di dar fine con la morte a i lor mali. Per la qual
cosa, corrotti i custodi, quando era men frequentato il palagio,
uscirono fuori, e benchè fossero picciol numero, diedero nondimeno
con disperato ardimento sopra i custodi delle porte, ed entrati più a
dentro nel palagio, posero in iscompiglio tutto l'Ostello regale, con
intendimento d'aver in loro mani il Re, ovvero i suoi figliuoli; ma
al rumore essendo accorso grosso numero di soldati con Odone Maestro
della stalla del Re, furono dopo qualche resistenza, alla fine tutti
l'un dopo l'altro uccisi, ed i lor cadaveri d'ordine della real Corte
dati a mangiare a' cani, vietando che lor si dasse sepoltura. Si smarrì
grandemente il Re di tal caso, e considerando che due fiate i prigioni
del castello l'avean condotto a gran rischio di perder la vita; fece
tantosto cavar di là que' che vi eran rimasi, e trasferì le carceri
in altra Rocca presso al mare, ed in altre Fortezze dell'isola. E
dopo questo si diede sì fattamente all'ozio ed alla quiete, che vietò
espressamente a' suoi famigliari, che non gli significassero cosa
alcuna, che noia e travaglio recar gli potesse; onde da questo suo
non volere udir nulla degli affari del Regno si cagionò, che Gaito
Pietro, e gli altri Eunuchi del palagio con molti lor partigiani
afflissero, con rapine e con straziargli nelle persone, grandemente
i Siciliani; onde presso i medesimi acquistò il nome di Guglielmo il
_Malo_, che tanto più si rese divolgato, quanto che sperimentarono
poi il suo successore altrettanto buono. Il Re tutto intento a' suoi
piaceri, ripensando che suo padre Ruggiero avea edificato due palagi
di diporto in Palermo, volle egli fabbricarvi il terzo, superando di
gran lunga quegli del padre non solo nella magnificenza e ricchezza
dell'ostello, ma anche ne' vaghi giardini e ne' dilettevoli fonti e
peschiere, che da tutti i lati il cingevano. Ma appena fu terminata
quest'opera, che gli fu vietato il goderne da quella, che tutti gli
umani disegni termina ed interrompe; poichè nel principio di quaresima
di quest'anno 1166 si ammalò di flusso, che grandemente il travagliò,
il qual crescendo tuttavia, presi con divozione i Sacramenti della
Chiesa, fece liberare molti di coloro, che tenea in prigione, e levò
via parimente una nuova imposta di moneta, che avea fatta porre sopra
la città e terre di Puglia; ed avendo a se chiamati tutti i Magnati
della Corte, e gli Arcivescovi di Salerno e di Reggio, dettò, essi
presenti, il suo testamento, nel quale lasciò erede del Reame Guglielmo
suo maggior figliuolo, e confermò all'altro nomato Errigo il Principato
di Capua, del quale già prima avealo investito[47]; ed alla Reina
sua moglie lasciò la cura ed il baliato del Regno, finchè i figliuoli
fossero giunti a perfetta età; e l'impose, che si fosse in tutti gli
affari di quello valuta del consiglio del Vescovo di Siracusa, di Gaito
Pietro e di Matteo Notaio; e crescendo tuttavia il male fece venire a
se Romualdo Guarna Arcivescovo di Salerno suo stretto parente, ch'era
secondo l'uso di que' tempi assai dotto in medicina, il quale, benchè
gli ordinasse molti rimedi valevoli al suo male, e' nondimeno non ponea
in opera se non quelli, che a lui parevano; per la qual cosa s'accelerò
il morire, poichè il sabato che va innanzi all'ottava di Pasqua[48],
fu assalito da una grave febbre, per la quale non guari da poi uscì
di vita d'età di 46 anni, dopo averne regnato sedici, due mesi e tre
giorni, da che in vita del padre fu incoronato Re di Sicilia.
La Regina temendo, che sparsa tra' Palermitani la novella improvisa
della sua morte, non cagionasse alcun periglioso movimento, il fece
segretamente riporre entro il palagio, simulando che ancor vivea, sin
che fossero giunti i Baroni, ch'erano stati già chiamati, e ch'eran
di mestiere per incoronare il novello Re. La qual cosa posta in
effetto fra pochi giorni, si pubblicò poscia in un medesimo tempo, che
Guglielmo era morto e che 'l figliuolo regnava; e tolto il cadavero
con molto onore il portarono alla cappella di S. Pietro, ed ivi gli
celebrarono per tre giorni continui nobili e pompose esequie, ove
intervennero tutti i Baroni e Vescovi, che in Palermo si trovarono;
ed in processo di tempo fu trasportato il suo corpo dentro la chiesa
di Monreale, ch'edificò poscia il Re suo figliuolo, ove la Regina sua
moglie gli eresse un ricco avello di porfido, il qual sino ad oggi si
vede senza iscrizione alcuna.
Fu Guglielmo, come narra Romualdo, un Principe di nobile, e signorile
aspetto, oltre modo cupido di onori e valorosissimo in guerra: vinse
più volte in mare ed in terra i suoi nemici; ma nella pace fu di
poco avvedimento, ed oltre modo amico dell'ozio ed infingardo. L'aver
inclinato alla crudeltà, e l'essere stato troppo bramoso d'accumular
denaro, ed avaro in ispenderlo, lo fece parer cattivo appresso i
Popoli; del rimanente stimò e careggiò i suoi amici, e gli esaltò
a grandi onori, e largamente premiò: ed all'incontro perseguitò
aspramente i suoi nemici, de' quali molti fece crudelmente morire,
ed altri cacciò fuori e sbandì da' suoi Stati: fu assai religioso ed
amator del culto Divino, e riverente a' Pontefici romani, coi quali,
toltone Adriano nel principio del suo Regno, non ebbe con altri
contese.