CAPITOLO III.

_Il Re GUGLIELMO posto in libertà ripiglia il governo del Regno: morte

di Ruggiero suo primogenito; e nuovi tumulti in Palermo ed in Puglia,

che finalmente si quietano per la morte del Bonello e degli altri

congiurati._

Apportò questo avvenimento in breve tempo asprissime calamità alla

Sicilia; perciocchè non solo molti nobilissimi Baroni per tal cagione

mal capitarono, e ne andarono a male buona parte de' tesori reali,

ma ne morì parimente il Duca Ruggieri, che sin d'allora dava chiari

segni d'aver a riuscir ottimo Principe, il quale mentre nel tumulto

fatto dal Popolo con poco avvedimento sporgendo il capo in fuori d'una

finestra guardava coloro, che assediavano il palazzo, fu ferito d'una

saetta tirata, siccome fu allora costante fama, da Dario portiero del

Re; la ferita però non sarebbe stata bastevole a farlo morire, se il

padre Guglielmo veggendoselo gir lieto dinanzi dopo esser stato posto

in libertà, sdegnato, che l'avesser anteposto a lui, non badando, che

il figliuolo non vi aveva colpa alcuna, non l'avesse sconciamente nel

petto d'un fiero calcio percosso; onde raccontando Ruggiero quel che

gli era col Re avvenuto alla Regina sua madre, non guari da poi uscì di

vita.

Ravveduto Guglielmo della vergogna del misfatto, e degli altri mali

che patiti avea, dimenticatosi d'esser Principe, e deposta la veste

reale vilmente piangendo traea dolorosi guai, ed uscito quasi di

se stesso non faceva, che dolersi amaramente, e con le porte aperte

a chiunque entrar volesse, raccontava la sua sciagura; onde traeva

lagrime eziandio da' suoi nemici medesimi. Ma alla fine avvertito da'

famigliari e da' molti Prelati, ch'eran venuti a consolarlo, fece un

giorno convocar il Popolo nella Corte del suo palazzo ove egli disceso,

rese primieramente lor grazia della fedeltà dimostrata: indi gli esortò

a durar nella medesima fede, e riputando essergli tutto ciò accaduto da

giusto castigo, che gli dava meritamente Iddio, sarebbe da indi innanzi

altrimenti vivuto; nè potendo, impedito dal dolore e dalle lagrime,

dir più oltre; Riccardo Eletto di Siracusa, uomo di somma dottrina e di

maravigliosa eloquenza, manifestò a quelle turbe più apertamente quanto

il Re avea detto, e per testimonianza del suo buon volere concedette

allora a' Palermitani molti privilegi e franchigie; la qual cosa tanto

più fu lor gratissima, quanto che ottenuta in tempo, che men se 'l

pensavano.

Avea intanto il Bonello intesa la novella della liberazion del Re, e se

bene simulando il contrario mostrasse al medesimo il suo dispiacere,

e che egli non vi avea tenuto parte, ed il Re parimente accomodandosi

al tempo, lo dissimulasse; pure l'unione scoverta a Cacabo di molti

Baroni insieme con lui, non potè più dissimularsi, poichè il Conte

Simone, Tancredi Conte di Lecce, Guglielmo Conte di Lesina, Alessandro

Conte di Conversano, Ruggieri Sclavo, e tutti gli altri che avean posto

il Re in prigione, si erano uniti a Cacabo con Bonello, ed avean con

loro grosso numero di gente armata: il perchè Guglielmo inviò messi al

Bonello a dimandare che volea dinotar quell'unione e que' soldati, e

se egli non s'era mischiato co' consigli de' congiurati, come poi gli

avea albergati nel suo castello: alla qual ambasciata egli rispose, che

sarebbe stata gran crudeltà la sua a scacciar tanti Grandi del Regno,

ch'erano ricorsi da lui per non esporsi alla sua indignazione, e che

non poteva lasciare di dirgli, che se ben esaminasse i fatti suoi si

sarebbe maravigliato, come potessero tanti uomini illustri soffrire

il giogo di tante leggi gravose, che avea imposte, per opprimere

la loro libertà: e fra l'altre, come potessero soffrire vedersi le

loro figliuole in tutto il tempo della lor vita rimanere nelle loro

case con perpetua virginità, non dando loro il permesso di poterle

maritare, se non quando fossero senza speranza di prole, acciocchè

i feudi ricadessero a lui: laonde se voleva ch'egli insieme con li

congiurati vivessero seco in pace, che togliesse via le tante leggi,

che nuovamente avea fatte per opprimere la loro libertà e restituisse

le lodevoli costumanze, che furono nel Regno introdotte dagli avoli

suoi Ruggiero Conte di Sicilia e dal famoso Roberto Guiscardo, e

quelle osservasse, perchè altrimenti essi avrebbero procacciato di

fargliele osservare per forza d'armi[44]. Dispiacque al Re sì ardita

risposta, facendo loro incontanente significare, ch'egli prima si

sarebbe contentato perdere il Reame e la vita appresso, che per tema

di loro avesse a far cos'alcuna di quel che chiedevano; ma se deposte

le armi, e rimessisi al suo arbitrio, dimandassero cose ragionevoli,

egli agevolmente glie le avrebbe accordate. Al che non volendo essi

in modo alcuno consentire, s'avviarono armati verso Palermo, ponendo

que' cittadini in grandissimo terrore per la tema, ch'aveano non

impedissero il venire delle vettovaglie nella città. All'incontro il

Re ragunati molti soldati, deluse ogni loro sforzo; pure volendo ad

ogni modo racchetar tal rivoltura, inviò di nuovo al Bonello Roberto

da S. Giovanni Canonico di Palermo, uomo di chiaro nome e d'incorrotta

fede, il quale colla sua efficacia e destrezza, pose il tutto in

concordia, perdonando il Re a coloro, e dando loro galee armate, con

le quali potessero liberamente uscir fuori del Regno, onde alcuni

d'essi, ed il Conte Simone ne girono in Grecia, ed altri oltre mare in

Gerusalemme. Ricevè in sua grazia Bonello: perdonò altresì a Ruggiero

dell'Aquila Conte d'Avellino, sì per essere assai giovanetto, e per ciò

più meritevole di perdono, sì anche per li prieghi, e per le lagrime

dell'avola Adelasia consobrina del Re, la quale, non essendole rimasto

altro erede di questo Conte, teneramente l'amava; e Riccardo Mandra

che lo campò da morte, volle tenerlo presso di se, creandolo Gran

Contestabile di Sicilia[45]. Ma non per ciò i mali della Sicilia ebbero

fine, poichè Ruggiero Selavo figliuolo del Conte Simone, e Tancredi

Conte di Lecce, con molti altri lor partigiani, i quali non aveano

voluto concordarsi col Re, cominciarono ad occupare molte terre, ed

a far danni gravissimi ne' vicini territori di Siracusa e di Catania.

La novella del qual fatto capitata a Palermo, empiè tantosto di nuovo

terror la Corte, onde persuaso il Re, che non senza intendimento del

Bonello tutti questi travagli accadevano, lo fece porre in prigione; ed

ancorchè da prima il Popolo palermitano per tal prigionia tumultuasse,

e cercasse di liberarlo; nulladimanco tantosto, come è la natura del

volgo varia ed incostante, cominciò a perdersi d'animo, ed a non curar

più di lui, temendo l'ira del Re, il quale fatto porre Bonello in una

oscurissima prigione sotterra, lo fece da poi abbacinare, e tagliatigli

i nervi sopra i talloni, fu condannato a perpetua carcere, ove non

guari da poi, piangendo invano la sua sventura, tutto dolente se ne

morì. Debellò anche il Re gli altri congiurati, ed in breve rassettò

non meno le cose di Palermo, che di tutta quell'isola.

Ma restava ancora a Guglielmo di sedare le revoluzioni della Puglia

mosse per opra d'alcuni Baroni partigiani, che furono dell'ammiraglio

Majone, e sopra tutti da Roberto di Bassavilla conte di Loritello, il

quale unitosi col Conte Giliberto, e 'l Conte Boemondo, cominciò ad

occupare in Puglia molte terre del Re sino ad Oriolo, castello posto

tra i confini di Puglia e di Calabria. Passò poi in terra di Lavoro,

dove tentò d'occupar Salerno; ma non essendogli riuscito il suo disegno

passò a Benevento, che tantosto se gli diede; ed indi ritornato in

Puglia prese Taranto. Travagliavasi parimente in Calabria, ove tutti i

più potenti Baroni erano aperti nemici del Re, ed aderivano al Conte

Roberto, fra quali Clemenzia Contessa di Catanzaro avea afforzato

Taverna di grosso presidio per far contro l'armi del Re lunga e

gagliarda difesa. Ma intendendo Guglielmo tutte le province del Regno

di Puglia in tale stato esser ridotte, pensò non altrimenti poter

racchetare queste turbolenze, che unendo numerosa armata di presente

in persona passarvi, e porsi alla testa di quella: e prima del suo

partire, per torsi dinanzi un grande ostacolo, fece venir a se, sotto

altro pretesto, Ruggiero Sanseverino detto di Martorano Barone di

molta stima in Calabria, il quale egli tenea per suo fiero inimico, per

aver grandemente aderito al Bonello ne' passati tumulti, e senza altra

pruova di fellonia il fece prestamente porre in prigione e cecare.

Passò intanto Guglielmo in Calabria, e assediò strettamente Taverna

per tutti i lati, e benchè la Contessa Clemenzia con sua madre e con

Alferio e Tommaso suoi zii, si difendessero insieme co' terrazzani

valorosamente: e' pure finalmente la prese a forza e distrusse,

ed essendo venute in suo potere la Contessa e sua madre, le mandò

prigioniere a Palermo, ove fece di presente impiccar per la gola

Tommaso ed Alferio. Il Conte Roberto risaputa la presura di Taverna, se

n'andò tantosto in Taranto, e confortati quei cittadini alla difesa,

e munitigli di nuovo presidio, passò prestamente in Apruzzi per

dilungarsi dalle forze di Guglielmo. Ma questi gitone immantenente in

Taranto, s'impadronì prestamente di quella città, e fece impiccar per

la gola alcuni soldati del Conte Roberto, che colà ritrovò. Ricuperò

poi con la medesima agevolezza, con la quale perduti gli avea, tutti

i luoghi di Puglia e di Campagna. Intendendo poi, che Roberto di

Bassavilla se n'era con parte di sua gente andato in Apruzzi, inviò

incontanente con grosso stuolo d'armati Riccardo di Soria per farlo

prigione; ma il Conte avendolo penetrato, uscì dal Regno, e se ne

andò in Alemagna a ritrovare l'Imperador Federico. Gli altri Baroni

vedendo le continue vittorie del Re, si fuggirono tantosto via, alcuni

in Romagna ed altri in Apruzzi. Salvossi anche con la fuga Ruggieri

dell'Aquila Conte d'Avellino, il quale benchè gli avesse in prima

perdonato il Re, temea al presente di lui per un nuovo errore, che

commesso avea, essendosi senza sua licenza ammogliato con la sorella

di Guglielmo da Sanseverino, il quale anche egli per paura dello

sdegno del Re fuggì via per tal cagione. Andò dopo questo il Re alla

città di Salerno, che afflisse grandemente, riscotendo da' Salernitani

grosse somme di moneta; e quindi imbarcatosi su le galee, in Palermo

fece ritorno. Così Guglielmo avendo col suo rigore racchetati i suoi

Stati, stanco de' passati travagli, si diede poscia a più tranquilla

e riposata vita: ed avendo data la cura del Governo del suo Regno a

Matteo Notajo di Salerno, e ad Errico Vescovo di Siracusa, inglese, tra

gli agi ed ozio, nel Palagio tutto intento a' piaceri si nascose, senza

volere udire più nulla degli affari del Regno.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 4 · 第 6 / 58 题