_Il Re GUGLIELMO posto in libertà ripiglia il governo del Regno: morte
di Ruggiero suo primogenito; e nuovi tumulti in Palermo ed in Puglia,
che finalmente si quietano per la morte del Bonello e degli altri
congiurati._
Apportò questo avvenimento in breve tempo asprissime calamità alla
Sicilia; perciocchè non solo molti nobilissimi Baroni per tal cagione
mal capitarono, e ne andarono a male buona parte de' tesori reali,
ma ne morì parimente il Duca Ruggieri, che sin d'allora dava chiari
segni d'aver a riuscir ottimo Principe, il quale mentre nel tumulto
fatto dal Popolo con poco avvedimento sporgendo il capo in fuori d'una
finestra guardava coloro, che assediavano il palazzo, fu ferito d'una
saetta tirata, siccome fu allora costante fama, da Dario portiero del
Re; la ferita però non sarebbe stata bastevole a farlo morire, se il
padre Guglielmo veggendoselo gir lieto dinanzi dopo esser stato posto
in libertà, sdegnato, che l'avesser anteposto a lui, non badando, che
il figliuolo non vi aveva colpa alcuna, non l'avesse sconciamente nel
petto d'un fiero calcio percosso; onde raccontando Ruggiero quel che
gli era col Re avvenuto alla Regina sua madre, non guari da poi uscì di
vita.
Ravveduto Guglielmo della vergogna del misfatto, e degli altri mali
che patiti avea, dimenticatosi d'esser Principe, e deposta la veste
reale vilmente piangendo traea dolorosi guai, ed uscito quasi di
se stesso non faceva, che dolersi amaramente, e con le porte aperte
a chiunque entrar volesse, raccontava la sua sciagura; onde traeva
lagrime eziandio da' suoi nemici medesimi. Ma alla fine avvertito da'
famigliari e da' molti Prelati, ch'eran venuti a consolarlo, fece un
giorno convocar il Popolo nella Corte del suo palazzo ove egli disceso,
rese primieramente lor grazia della fedeltà dimostrata: indi gli esortò
a durar nella medesima fede, e riputando essergli tutto ciò accaduto da
giusto castigo, che gli dava meritamente Iddio, sarebbe da indi innanzi
altrimenti vivuto; nè potendo, impedito dal dolore e dalle lagrime,
dir più oltre; Riccardo Eletto di Siracusa, uomo di somma dottrina e di
maravigliosa eloquenza, manifestò a quelle turbe più apertamente quanto
il Re avea detto, e per testimonianza del suo buon volere concedette
allora a' Palermitani molti privilegi e franchigie; la qual cosa tanto
più fu lor gratissima, quanto che ottenuta in tempo, che men se 'l
pensavano.
Avea intanto il Bonello intesa la novella della liberazion del Re, e se
bene simulando il contrario mostrasse al medesimo il suo dispiacere,
e che egli non vi avea tenuto parte, ed il Re parimente accomodandosi
al tempo, lo dissimulasse; pure l'unione scoverta a Cacabo di molti
Baroni insieme con lui, non potè più dissimularsi, poichè il Conte
Simone, Tancredi Conte di Lecce, Guglielmo Conte di Lesina, Alessandro
Conte di Conversano, Ruggieri Sclavo, e tutti gli altri che avean posto
il Re in prigione, si erano uniti a Cacabo con Bonello, ed avean con
loro grosso numero di gente armata: il perchè Guglielmo inviò messi al
Bonello a dimandare che volea dinotar quell'unione e que' soldati, e
se egli non s'era mischiato co' consigli de' congiurati, come poi gli
avea albergati nel suo castello: alla qual ambasciata egli rispose, che
sarebbe stata gran crudeltà la sua a scacciar tanti Grandi del Regno,
ch'erano ricorsi da lui per non esporsi alla sua indignazione, e che
non poteva lasciare di dirgli, che se ben esaminasse i fatti suoi si
sarebbe maravigliato, come potessero tanti uomini illustri soffrire
il giogo di tante leggi gravose, che avea imposte, per opprimere
la loro libertà: e fra l'altre, come potessero soffrire vedersi le
loro figliuole in tutto il tempo della lor vita rimanere nelle loro
case con perpetua virginità, non dando loro il permesso di poterle
maritare, se non quando fossero senza speranza di prole, acciocchè
i feudi ricadessero a lui: laonde se voleva ch'egli insieme con li
congiurati vivessero seco in pace, che togliesse via le tante leggi,
che nuovamente avea fatte per opprimere la loro libertà e restituisse
le lodevoli costumanze, che furono nel Regno introdotte dagli avoli
suoi Ruggiero Conte di Sicilia e dal famoso Roberto Guiscardo, e
quelle osservasse, perchè altrimenti essi avrebbero procacciato di
fargliele osservare per forza d'armi[44]. Dispiacque al Re sì ardita
risposta, facendo loro incontanente significare, ch'egli prima si
sarebbe contentato perdere il Reame e la vita appresso, che per tema
di loro avesse a far cos'alcuna di quel che chiedevano; ma se deposte
le armi, e rimessisi al suo arbitrio, dimandassero cose ragionevoli,
egli agevolmente glie le avrebbe accordate. Al che non volendo essi
in modo alcuno consentire, s'avviarono armati verso Palermo, ponendo
que' cittadini in grandissimo terrore per la tema, ch'aveano non
impedissero il venire delle vettovaglie nella città. All'incontro il
Re ragunati molti soldati, deluse ogni loro sforzo; pure volendo ad
ogni modo racchetar tal rivoltura, inviò di nuovo al Bonello Roberto
da S. Giovanni Canonico di Palermo, uomo di chiaro nome e d'incorrotta
fede, il quale colla sua efficacia e destrezza, pose il tutto in
concordia, perdonando il Re a coloro, e dando loro galee armate, con
le quali potessero liberamente uscir fuori del Regno, onde alcuni
d'essi, ed il Conte Simone ne girono in Grecia, ed altri oltre mare in
Gerusalemme. Ricevè in sua grazia Bonello: perdonò altresì a Ruggiero
dell'Aquila Conte d'Avellino, sì per essere assai giovanetto, e per ciò
più meritevole di perdono, sì anche per li prieghi, e per le lagrime
dell'avola Adelasia consobrina del Re, la quale, non essendole rimasto
altro erede di questo Conte, teneramente l'amava; e Riccardo Mandra
che lo campò da morte, volle tenerlo presso di se, creandolo Gran
Contestabile di Sicilia[45]. Ma non per ciò i mali della Sicilia ebbero
fine, poichè Ruggiero Selavo figliuolo del Conte Simone, e Tancredi
Conte di Lecce, con molti altri lor partigiani, i quali non aveano
voluto concordarsi col Re, cominciarono ad occupare molte terre, ed
a far danni gravissimi ne' vicini territori di Siracusa e di Catania.
La novella del qual fatto capitata a Palermo, empiè tantosto di nuovo
terror la Corte, onde persuaso il Re, che non senza intendimento del
Bonello tutti questi travagli accadevano, lo fece porre in prigione; ed
ancorchè da prima il Popolo palermitano per tal prigionia tumultuasse,
e cercasse di liberarlo; nulladimanco tantosto, come è la natura del
volgo varia ed incostante, cominciò a perdersi d'animo, ed a non curar
più di lui, temendo l'ira del Re, il quale fatto porre Bonello in una
oscurissima prigione sotterra, lo fece da poi abbacinare, e tagliatigli
i nervi sopra i talloni, fu condannato a perpetua carcere, ove non
guari da poi, piangendo invano la sua sventura, tutto dolente se ne
morì. Debellò anche il Re gli altri congiurati, ed in breve rassettò
non meno le cose di Palermo, che di tutta quell'isola.
Ma restava ancora a Guglielmo di sedare le revoluzioni della Puglia
mosse per opra d'alcuni Baroni partigiani, che furono dell'ammiraglio
Majone, e sopra tutti da Roberto di Bassavilla conte di Loritello, il
quale unitosi col Conte Giliberto, e 'l Conte Boemondo, cominciò ad
occupare in Puglia molte terre del Re sino ad Oriolo, castello posto
tra i confini di Puglia e di Calabria. Passò poi in terra di Lavoro,
dove tentò d'occupar Salerno; ma non essendogli riuscito il suo disegno
passò a Benevento, che tantosto se gli diede; ed indi ritornato in
Puglia prese Taranto. Travagliavasi parimente in Calabria, ove tutti i
più potenti Baroni erano aperti nemici del Re, ed aderivano al Conte
Roberto, fra quali Clemenzia Contessa di Catanzaro avea afforzato
Taverna di grosso presidio per far contro l'armi del Re lunga e
gagliarda difesa. Ma intendendo Guglielmo tutte le province del Regno
di Puglia in tale stato esser ridotte, pensò non altrimenti poter
racchetare queste turbolenze, che unendo numerosa armata di presente
in persona passarvi, e porsi alla testa di quella: e prima del suo
partire, per torsi dinanzi un grande ostacolo, fece venir a se, sotto
altro pretesto, Ruggiero Sanseverino detto di Martorano Barone di
molta stima in Calabria, il quale egli tenea per suo fiero inimico, per
aver grandemente aderito al Bonello ne' passati tumulti, e senza altra
pruova di fellonia il fece prestamente porre in prigione e cecare.
Passò intanto Guglielmo in Calabria, e assediò strettamente Taverna
per tutti i lati, e benchè la Contessa Clemenzia con sua madre e con
Alferio e Tommaso suoi zii, si difendessero insieme co' terrazzani
valorosamente: e' pure finalmente la prese a forza e distrusse,
ed essendo venute in suo potere la Contessa e sua madre, le mandò
prigioniere a Palermo, ove fece di presente impiccar per la gola
Tommaso ed Alferio. Il Conte Roberto risaputa la presura di Taverna, se
n'andò tantosto in Taranto, e confortati quei cittadini alla difesa,
e munitigli di nuovo presidio, passò prestamente in Apruzzi per
dilungarsi dalle forze di Guglielmo. Ma questi gitone immantenente in
Taranto, s'impadronì prestamente di quella città, e fece impiccar per
la gola alcuni soldati del Conte Roberto, che colà ritrovò. Ricuperò
poi con la medesima agevolezza, con la quale perduti gli avea, tutti
i luoghi di Puglia e di Campagna. Intendendo poi, che Roberto di
Bassavilla se n'era con parte di sua gente andato in Apruzzi, inviò
incontanente con grosso stuolo d'armati Riccardo di Soria per farlo
prigione; ma il Conte avendolo penetrato, uscì dal Regno, e se ne
andò in Alemagna a ritrovare l'Imperador Federico. Gli altri Baroni
vedendo le continue vittorie del Re, si fuggirono tantosto via, alcuni
in Romagna ed altri in Apruzzi. Salvossi anche con la fuga Ruggieri
dell'Aquila Conte d'Avellino, il quale benchè gli avesse in prima
perdonato il Re, temea al presente di lui per un nuovo errore, che
commesso avea, essendosi senza sua licenza ammogliato con la sorella
di Guglielmo da Sanseverino, il quale anche egli per paura dello
sdegno del Re fuggì via per tal cagione. Andò dopo questo il Re alla
città di Salerno, che afflisse grandemente, riscotendo da' Salernitani
grosse somme di moneta; e quindi imbarcatosi su le galee, in Palermo
fece ritorno. Così Guglielmo avendo col suo rigore racchetati i suoi
Stati, stanco de' passati travagli, si diede poscia a più tranquilla
e riposata vita: ed avendo data la cura del Governo del suo Regno a
Matteo Notajo di Salerno, e ad Errico Vescovo di Siracusa, inglese, tra
gli agi ed ozio, nel Palagio tutto intento a' piaceri si nascose, senza
volere udire più nulla degli affari del Regno.