Ma traverso gli anni — troppo brevi! — di calma dolcezza con lei, e
nella vedovanza che gli straziò il cuore e lo lasciò, solo in un mondo
che poco conosceva, con due fanciullette sulle braccia, l'idea fissa di
Harding non gli uscì mai dalla mente: trovare un rimedio alla spaventosa
elefantiasi greca, distruggere il bacillo di Hansen, liberare la terra
da quella mostruosa impurità. Studiò tutte le nuove pubblicazioni di
Pasini e di Borthen, di Moreno e di Padilla; si mise in corrispondenza
con Filippo Rho, con Castellani e Chalmers; si creò un piccolo
laboratorio in fondo al giardino dove, con bacilli mandatigli da Londra,
fece degli esperimenti su conigli, topi e porcellini d'India. Intraprese
dei viaggi a Parigi e a Bieberich sul Reno; mantenne delle
corrispondenze agro-dolci coi collaboratori di giornali scientifici e
riviste mediche; e non cessava mai di rammentare le sue passate
esperienze indiane, rimpiangendo amaramente di non poterne sapere i
risultati.
— Avevo trovato!... sono certo che avevo trovato.... — diceva talvolta,
la sera alzando i miti occhi dai suoi fogli e fissandoli sulle teste
bionde delle sue figliuole che, chine al lavoro sotto la luce diffusa
della lampada famigliare, alzavano a lui i soavi occhi celesti. — Mi
basterebbe avere qui otto o dieci lebbrosi....
— E dove li terresti? — chiedeva Myosotis, non senza un poco
d'inquietudine.
— Già — rifletteva il dottore scotendo la testa bianca; — dove li
terrei?