E la vita le salutò, tutta sorrisi. Le condusse, tenera come una mamma,
gaia come una amica, pei mattinali sentieri dell'adolescenza.
Myosotis bionda, Leslie biondissima, vagavano fantastiche e sognanti in
un mondo d'azzurre irrealità. Credevano ai miracoli e alle visioni, ai
poeti e alle fate, agli angeli e agli umani.
Avevano l'abitudine gentile di parlare colle cose immateriali e
inanimate.
— Buon giorno, primavera! — diceva Myosotis quando, uscendo al mattino,
scorgeva in fiore gli alberi di mandorlo e di pesco.
— Buon giorno, sole, hai dormito bene? — chiedeva Leslie.
E alla luna nuova facevano sempre un inchino e molte raccomandazioni
perchè portasse il bel tempo.
Al primo foraneve in Febbraio, alla prima violetta le bimbe facevano
gran festa; e la prima rosa che si schiudeva nel giardino, la baciavano
come se fosse un'amica tornata dopo lunga assenza.
— Non bisogna parlare colle cose inanimate — ammoniva Miss Jones.
— Inanimate? — chiedeva Leslie un poco stupita. — Siete certa che non
hanno anima le rose?...
Miss Jones non ne era certissima.
E le bambine continuarono a salutarle.
Ingenua quanto loro o più di loro era la vecchia Jessie, già domestica
in casa della loro madre allorchè questa era ancora signorina; ed ora,
divenuta cogli anni bisbetica, brontolona e avara, era pregiata quale
perla di gran prezzo dal dottor Harding, e temuta e adorata dalle due
bambine.
Ma di tutti il più semplice, il più ingenuo, il più ignaro delle cose
della vita era senza dubbio il dottor Harding stesso, nei cui ceruli
occhi non fluttuavano che pallidi ricordi di cose passate, o vaghe
nebulosità di astruse ricerche scientifiche.
La sua giovinezza egli l'aveva trascorsa tutta nei tropici. Medico nella
marina inglese, il destino lo aveva gettato a ventidue anni sulle coste
delle Indie orientali. Ivi, il suo spirito indagatore e pietoso era
stato profondamente impressionato dalle mostruose malattie che
affliggono le razze indigene dei paesi tropicali.
Alto magro taciturno passava come un dio biondo tra le popolazioni nere
di laggiù, passava tra i mali senza nome, tra le piaghe e le pestilenze
d'ogni sorta, curando, beneficando, studiando il modo di alleviare le
febbri, il colera, la dissenteria; esaminando le orribili piaghe del
mycetoma e la rossa escrescenza della framboesia che cresce come un
mostruoso frutto di lampone sul volto e sulle membra delle sue
vittime....
Ma più di tutto il giovane dottore si appassionava allo studio della
lebbra. L'idea di scoprire una cura per quell'atroce flagello gli si era
fissa nel cervello colla tenacità inflessibile d'una mania. Ben
ricordava come per la prima volta gli era entrata nella mente questa
idea.
Da quasi due anni, relegato con pochi marinai sulle coste del Malabar,
occupato quale ufficiale a sorvegliare la condotta degli uomini che
costruivano un canale irriguo, e quale medico a combattere e curare i
casi di febbre tropicale e d'insolazione, egli da qualche tempo si
sentiva assalito da un'inquietudine strana e febbrile. Era questa una
febbre morale quanto fisica. Severamente allevato da suo padre, pastore
evangelico scozzese, egli era di natura e per volontà casto di corpo e
puro di pensieri. Ma ecco che verso sera, nell'ora di pace dopo la
torrida giornata, sdraiato nell'amaca e gustando la fresca brezza del
mare che sollevava la tenda della sua casupola, questa irrequietezza,
questa tensione di nervi lo assaliva invincibile.
Davanti ai suoi occhi socchiusi ondeggiavano allora delle figure
femminili. Talvolta era il ricordo di qualche sua bionda connazionale
lontana; ma più spesso lo ossessionava la visione di qualche bruna
indiana intravveduta lungo il giorno, sulla spiaggia o nella città
vicina. Questi pensieri gli davano un vago senso d'inquietudine e di
desiderio.
E quasi sempre, in quell'ora del tramonto, passava davanti al suo
bungalow, rapida e silenziosa come un'ombra, una donna sconosciuta.
Alta, snella, velata di un manto azzurro che le copriva il capo, le
ombreggiava il volto, e le avviluppava di pieghe armoniose tutto il
corpo sottile, ella passava in quell'ora del crepuscolo, esile figura
piena di poesia e di mistero.
Ella doveva pur essersi accorta di quel solitario europeo che, sdraiato
nell'amaca, fumando, la guardava; poichè nel passare ella rallentava un
poco il passo; indi, quasi con voluta civetteria, volgeva via il capo
fasciato d'azzurro, come per meglio contemplare il mare....
Francis Harding la vide passare così tutte le sere; finalmente, una
sera, la chiamò. Essa fuggì come una gazzella.
L'indomani quando il violento tramonto tropicale spennellava d'arancio e
di viola il cielo, ella ripassò, e, come sempre, pur rallentando il
passo quasi per farsi chiamare, volse il capo verso l'orizzonte non
offrendo agli occhi del giovane che la sottile linea del capo, delle
spalle, e delle esili anche. Ed egli con voce risoluta la richiamò.
Ella si fermò di botto e si volse a lui. Era distante forse venti passi,
ritta sullo sfondo di quel cielo sfolgorante.
L'oriente rifletteva in una diffusa luce perlacea quel purpureo
tramonto.
— Vieni qui, — diss'egli tendendo un braccio verso di lei. — Vieni qui.
Voglio parlarti.
Ella non mosse d'un passo, ma deliberatamente, con gesto lento, solenne,
quasi ieratico allargò le braccia che stringevano intorno alla persona e
al capo il manto azzurro — e levò la faccia verso il cielo.
Orrore!...quel viso era maculato di larghe chiazze bianche....pareva che
sulle guancie, sul naso, sulla fronte avesse nevicato....
Un grido di orrore e di pietà sfuggì alla gola dell'uomo. La donna, a
capo chino, si allontanò rapida e sparì.
Di quell'incidente rimase per sempre a Francis Harding un brivido di
terrore nelle carni. Ma un altro e più terribile ricordo egli doveva
portar via dal suo soggiorno in quei tragici luoghi.
In quelle solitudini, lontano dalla civiltà e da ogni relazione sociale,
egli aveva fatto la conoscenza d'un ingegnere francese arrivato laggiù
per la costruzione d'una ferrovia. Non era certo una persona oltremodo
simpatica, e in altre condizioni ed altri luoghi il timido e riservato
Harding non avrebbe mai stretto amicizia con Jean Vital, egoista
arrogante e amorale. Ma nelle deserte solitudini di quei luoghi, il
sensuale libertino francese e il nordico asceta, affratellati
dall'isolamento e dall'esilio, si confidavano ogni pensiero.
Così avvenne che Harding apprese da Vital, voluttuario impenitente,
ch'egli aveva gettato gli occhi su una donna indigena convivente col
quartier-mastro dei marinai inglesi. Era questa un bel tipo di donna
color rame, dagli occhi languidi ed astuti sotto le palpebre socchiuse.
Johnson, il quartier-mastro inglese che la teneva con sè, era dissoluto
e brutale.
Un giorno il francese venne con aria soddisfatta e spavalda a trovare
l'amico.
— _Ça marche!_ — esclamò ridendo; e gettandosi sulla sgangherata
poltrona a dondolo, vanto e lusso del bungalow di Harding, incrociò le
lunghe gambe nei pantaloni bianchi, trasse di tasca un sigaro e narrò al
silenzioso dottore la sua fortuna.
— Iersera mentre quel bruto di Johnson era assente, sono andato davanti
al loro bungalow e ho fischiato. Lei è uscita sulla porta.... e io
subito, là.... _à la six-quat'-deux!_.... le ho schioccato un bacio
sulla bocca.
— Siete imprudente, — disse Harding. — Se quella lo dice a Johnson!
— Bah! non lo dice, — fece Vital, soffiando verso il soffitto basso e
nero una lunga boccata di fumo. — E poi, mio caro, in guerra e in amore,
la fortuna è per il temerario. — E ridendo dell'aria preoccupata
dell'amico, soggiunse: — E ne vuoi la prova? Stasera un sudicio monello
negro m'ha seguito mentre lasciavo il cantiere. Credevo che volesse un
soldo e gli ho applicato una pedata. Ma lui ha continuato a seguirmi.
Allora ho capito che voleva dirmi qualche cosa.
Qui Vital fece una pausa a effetto; ma poichè Harding non lo
interrogava, proseguì: — E sai che cosa m'ha detto? M'ha detto:
«Stasera, dopo le dieci.... Molto scuro.... Capanna solitaria di là dal
ponte di San Juan. Venite. Senza rumore, senza luce».
Harding parve stupito.
— È possibile? — disse.
— Eh!... — e il francese si arricciò i baffetti bruni. — Mi pare
chiaro!... Cioè, — soggiunse ridendo, — non sarà chiaro, sarà buio. Quel
marmocchio mi ha ripetuto tre volte: «Senza luce. Senza rumore e senza
luce».
E senza rumore e senza luce Jean Vital si recò quella notte alla capanna
solitaria di là dal ponte di San Juan. Lungo la spiaggia i suoi passi
cadevano lievi e silenziosi sulla sabbia; indi volse a destra, traversò
il ponte e lasciò dietro di sè le luci del villaggio e la luminosa
striscia del mare.
E ben altro lasciò dietro di sè in quell'ora Jean Vital che i suoi
focosi venticinque anni conducevano a perdizione.
Seguendo la strada, da qualche anno quasi deserta, vide presto, a destra
della via, ergersi — ombra sull'ombra — la capanna abbandonata.
Stava per emettere un breve fischio allorchè ricordò l'ingiunzione del
ragazzo: «Senza rumore!» E giunto sulla soglia e spinto l'uscio basso e
socchiuso, il buio davanti a lui fu così nero che per istinto cercò in
tasca gli zolfanelli.... Ma ecco che gli tornò alla memoria l'ordine tre
volte ripetuto dal messaggero: «Senza luce».
Si tolse la mano di tasca e la tese brancolando innanzi a sè; indi
sussurrò a bassissima voce il nome della donna:
— «Jamana!...»
Un mormorio inarticolato gli rispose; una mano toccò il suo polso e lo
trasse nella capanna.
Un profumo strano e violento gli tagliò per un istante il respiro. Era
come un odore di muschio e di bergamotto; e sotto a quella duplice e
forte fragranza vagava un altro aroma, dolciastro, languido, quasi
impercettibile....
Ma la stretta al suo polso — egli la sentiva calda e tremante — lo
traeva innanzi e in giù.... il suo piede toccò una stuoia.... e al suo
respiro rapido e ansante rispose, lieve, un sospiro....
. . . . . . .
L'alba color grigio-perla illuminava fiocamente l'apertura quadrata
della finestra, quando un leggero rumore lo svegliò. Prima ancora di
ogni altro ricordo, giunse ai suoi sensi assopiti quello strano odore,
dandogli una lieve impressione di stordimento.
Senza aprire gli occhi allungò la mano e toccò accanto a sè una coperta
ruvida, un posto vuoto.... Allora aprì gli occhi e vide disegnata sullo
sfondo grigio del vano della porta, un'ombra. Era un'ombra femminea,
ammantata di scuro, che apriva cautamente l'uscio. Gli parve di non
ravvisarla. La chiamò.
— Jamana!
Ma la donna non si volse. Spalancò la porta e uscì correndo.
Vital balzò in piedi, e così qual'era, senza giacca e senza scarpe, le
fu dietro colla leggerezza rapida d'una pantera. La raggiunse, la ghermì
per le braccia, le strappò dal capo lo scialle nero e la guardò.
Un urlo gli sfuggì dalla bocca spalancata. Gittò le braccia in aria, e
gli occhi parevano schizzargli dalla testa....
E mentre la donna fuggiva, curva nella polvere, egli ululava, ululava
strappandosi i capelli, dilaniandosi le carni, conficcandosi le unghie
nella bocca come se volesse strapparsela dal viso. La bocca!...la bocca
sua che aveva baciato quell'immonda cosa!...quel volto roso e sfigurato
dalla lebbra!
L'aurora lanciava pel cielo nastri di rosa e veli d'oro, allorchè Jean
Vital ritraversò il ponte. Parlava forte da solo; gridava, gesticolando,
scotendo i pugni al cielo.
Andò a battere alla porta del dottor Harding. Questi si alzò da letto
per aprirgli. Sulla soglia vide un essere ch'egli dapprima non
riconobbe.
— Lontano!...Stammi lontano — urlò Vital in frenesia, — sono
contaminato!
E stramazzò ai piedi di Harding, e sangue e schiuma gli uscivano dalla
bocca lacerata....
. . . . . . .
Passò un anno. Non accadde nulla. Durante quell'anno parve a Jean Vital
di trattenere il respiro. Non osava guardarsi in uno specchio per paura
di vedere le stimmate orrende del morbo. Non osava guardare in faccia
alla gente per paura di scorgere a un tratto nei loro occhi la
rivelazione spaventosa.
Passarono due anni. Allora, tremando, egli osò per la prima volta
guardarsi in uno specchio. Si trovò magro, con un ciuffo di capelli
bianchi sulle tempia, col viso pallido ma d'un pallore chiaro e sano.
Allora prese a guardarsi continuamente; si portava intorno uno
specchietto e cento volte al giorno se lo toglieva di tasca e si
scrutava; si esaminava gli occhi, la bocca, il naso, le gengive, la
gola.... Nulla.
Passarono quattro anni. Passarono cinque anni. — Nulla. Jean Vital
riprese a lavorare e a vivere. Era rimasto incolume; era sfuggito al
contagio. La sua gioventù, il suo sangue sano avevano trionfato della
mostruosa contaminazione.
Ed era un uomo felice. Il fatto di essere sano, di avere le carni
illese, era per lui una fonte di perenne, estatica esultanza; non era la
passiva, quasi inconscia, soddisfazione dell'uomo che gode di una salute
normale. No; Vital ogni giorno, ogni momento si compiaceva nel
constatare che il suo corpo era incorrotto, il suo sangue mondo, terse
le carni vigorose; e questa constatazione gli pareva quasi una vittoria
sui fati, una conquista personale della sua robusta virilità.
Passarono otto anni. Vital tornò in Francia. Aveva danari. Pensò a
prender moglie. Scelse con prudenza e deliberazione. Scelse la più bella
e saggia fanciulla del suo paese. E quando l'ebbe chiesta e ottenuta, se
ne innamorò perdutamente, pazzamente, sentendo rinascere in sè la
passione scordata o frenata durante i suoi anni di tortura. L'amò con
frenesia di gratitudine e di gioia, quasi rappresentasse per lui la
liberazione definitiva dall'incubo mostruoso. L'adorò con tale trasporto
di riconoscenza e di beatitudine che la fanciulla stessa non lo
comprendeva, e ne aveva quasi paura....
Mancava un mese alle nozze. Era il primo d'Agosto e, dopo la giornata
canicolare, Vital — che dal principio dell'estate s'era sentito un po'
languido e sonnolento — scese con gli amici a fare un bagno nel fiume.
Si svestì sulla sponda, parlando e scherzando; gettò giacca e sottovesti
sull'erba, indi alzò le braccia per trarre da sopra al capo la camiciola
di maglia.... Sostò. Guardò quelle braccia ignude alzate nella gran luce
del sole....
Stette un attimo così, immobile, senza respiro. Indi abbassò le braccia
e le tese davanti a sè nella luce abbagliante di quel sole estivo. Il
terrore lo fulminò.
Sull'avambraccio destro v'era una macchia rossastra, leggermente
saliente. Più su, vicino alla spalla, ve n'era un'altra. Sul braccio
sinistro.... Sì! sopra la piegatura del gomito, una piccola placca rossa
e granulata....
Una nausea profonda gli chiuse la gola. Indi con un ruggito di belva si
abbattè, colla fronte in terra.
. . . . . . .
Il dottor Harding ne ebbe notizia per qualche anno ancora.
Vital errava per il mondo portando con sè la sua disperazione. Harding
ne riceveva delle lettere che lo facevano rabbrividire d'orrore e di
pietà.
«Se tu sapessi che cosa vuol dire assistere con mente chiara alla
propria putrefazione!... Non mi lascio vedere dai dottori per paura che
mi mandino alla Lebbroseria, a Hendela.
«Tu, tu che sei medico, studia, trova, inventa!... Per Dio! ci sarà pure
un rimedio! Ancora sono nei primi stadi.... Trova! Cerca! Inventa!».
E un anno dopo:
«Fa presto! fa presto! Aiutami! Faccio già spavento a chi mi vede. Non
ho più sopracciglia; ho dei noduli sulla fronte, sulle narici, sui lobi
delle orecchie. Ho le mani difformi; le dita mi si ricurvano come
artigli....».
E più tardi ancora:
«La cancrena mi ha fatto cadere un dito. Il morbo mi s'infiltra negli
occhi; non ho più palpebre. Fa presto! In nome di Dio!... Cerca! trova!
inventa....».
E il dottor Harding studiò, cercò, inventò. Fece venire le opere di
Bibb, di Koch, di Hutchinson, di Schmal; andò in cerca d'indigeni
lebbrosi e fece su loro degli esperimenti, pericolosi a sè stesso e a
loro; tentò inoculazioni, vaccinazioni, cure di arsenico, di mercurio,
di olio di chaulmoogra.... Visse tra mostri deformi e animaleschi,
studiando tubercoli e ulceri, cancrene e necrosi....
E già da anni la terra, scura e pietosa, aveva ricoperto il volto
spaventoso di Vital, che ancora il suo amico, sulle lontane coste
dell'India, cercava, studiava, inventava, ossessionato dall'idea di
guarirlo, fisso nel pensiero di vincere il più antico, il più atroce
morbo che affligga l'umanità.
. . . . . . .
Il dottor Harding aveva oltrepassato di poco la quarantina, allorquando
l'unica sua parente — una sorella di suo padre, vecchia solitaria ed
eccentrica ch'egli appena conosceva — si ammalò e lo chiamò in patria.
Per devozione alla memoria di suo padre, egli, lasciando a malincuore i
suoi studi e l'India, vi andò, e trovò la vecchia donna, colpita da
paralisi, nella sua casetta rustica, «Rose Cottage».
Al capezzale, mite, timida, pietosa, vegliava la bionda figlia del
pastore anglicano di Wild-Forest.
E quando la vecchia ebbe chiuso gli occhi — lasciando ad Harding la sua
esigua sostanza, la casetta e i limitati poderi — Harding tese la mano
alla mansueta e silenziosa infermiera per ringraziarla.
Quella mano era piccola e tiepida e tremante. E Francis Harding la
trattenne nella sua.