La sposa si accaparra.
L'anello pronubo è la prima delle caparre; ma altre ordinariamente
l'accompagnano anco presso i Romani, come appare evidente da un passo
di Giulio Capitolino, tra gli _Scriptores Historiæ Augustæ_[221].
L'uso italiano le ha continuate non contraddetto dal Diritto
longobardico, la cui _meta_ era una vera caparra[222]. La caparra in
danaro o _strenna_ (come la chiamano nel Canavese e nel Biellese) che
lo sposo dà, in Piemonte, alla sposa, non eccede mai la somma di lire
cinquanta[223]; se le nozze si guastano, per causa dello sposo egli
perde la sua caparra; se, per causa della sposa, la caparra viene
restituita a colui che la diede, raddoppiata talora, come usa nel
contado di Pinerolo ed anche nell'Osimano. La caparra si dà
generalmente il dì delle promesse, ossia, come dicono nel Canavese, il
giorno in cui si va a baciare la sposa, poichè da quel giorno
veramente i parenti dello sposo la riconoscono con un bacio. Ma non
sempre la sposa accetta la caparra in danaro, a molte fanciulle
sembrando offesa quel pegno; o se, come nell'Abruzzo[224],
l'accettano, esse hanno cura di levare, all'unica moneta che
acconsentono di ricevere, il valore di moneta; perciò, bucatala, se
l'appendono al collo ad uso medaglia, quale pegno di fede promessa.
È ancora una specie di caparra la cerimonia nuziale del governo di
Tver, in Russia, che si chiama _bere la beltà della ragazza_. In una
bottiglia di acquavite si mette un'erba detta _del diavolo_; la si
orna di nastri e candelotti ed il padre dello sposo deve riscattare
questo diavolo per mezzo di cinque kapeika[225]. A tale offerta gli si
dice: «La nostra principessa[226] non vale solo questo;» allora il
mandatario aggiunge ancora; gli si ripete il medesimo, ed egli sempre
aggiunge, finchè la somma non sia arrivata fino a cinquanta
_kapeika_[227].