XIII.

Come la fanciulla si domanda.

Dove la scelta non è libera tra gli sposi, dove non si celebra il

matrimonio, come dicono nell'India, _alla maniera de' gandharvi_[188],

dove insomma interviene l'autorità de' parenti e la festa non è

solamente della giovine coppia, ma più forse delle loro rispettive

famiglie, ha importanza la cerimonia della chiesta nuziale.

Conosciamo già l'uso che corre in Sardegna; in generale, l'uso

italiano è questo, che dapprima si manda innanzi un terzo per

esplorare se non vi sia pericolo di rifiuto; quindi muove il padre

stesso dello sposo a fare la domanda; in Sicilia, come appare dai

canti popolari e dalle informazioni del Pitrè, assume piuttosto un

tale ufficio la madre.

Abbiamo, di fatto, un canto siciliano che dice:

— Arsira[189] me' matruzza[190] mi spiau[191]

E mi dissi unni[192] vai, figghiuzzu miu?

— Matruzza, unni la zita mi nni vaju[193]

Ca cc'è 'na bedda[194] di geniu miu.

— Fighiuzzu, 'nsignamillu[195] ca cci vaju

Quantu tanticchia[196] mi nni preju iu[197]

— Vossia[198], cci dici; senziu nun haju[199]

Pinsannu ad idda di l'occhi nun viju[200].

In Sicilia, e per lo più anche negli altri paesi, il giorno medesimo

della chiesta in cui si trattano gli affari, si fa eziandio il

puntamento, ossia si fissa il giorno delle nozze. Che il medesimo a

Roma si facesse lo argomento da questo brano di Terenzio[201]: «Mosso

da tal fama Cremete se ne venne a me spontaneo, per dare a mio figlio

in moglie l'unica sua figlia immensamente dotata. Mi piacque; feci la

promessa; si fermò questo giorno alle nozze.» In questa prima

cerimonia, quando le parti si trovano d'accordo, gli sposi si danno la

mano; e l'aver compiuto un tale atto è un primo e forte legame, come

lo era per gl'Indiani[202]. Il padre della Tancia al cittadino Pietro

Belfiore, dice:

La v'ha data la man, l'è obbrigata

Non ci bisogna su nè sal nè olio[203]

Ma Cecco osserva, nell'atto quinto della commedia, come quello che

conchiude è l'aver dato l'anello e detto in chiesa. Entrambi gli usi

sono assai popolari e ordinariamente vanno insieme; ma fra il

toccamano e il dare l'anello quello che, nella credenza comune, sembra

legar più è l'aver dato l'anello della promessa, chiamato dai Latini

_anulus pronubus_, diverso da quello che si dà ora in chiesa dal prete

quando benedice le nozze omai combinate e non più possibili a rompersi

senza grave scandalo. L'anello della promessa è un pegno di unione

futura; l'anello che si dà in chiesa è simbolo dell'unione che si fa.

L'uso dell'_anulus pronubus_ è generale in Italia, dato «o per segno

di mutuo affetto, o piuttosto affinchè per quel pegno i cuori si

leghino[204]». Secondo il Diritto romano, tuttavia l'_anulus pronubus_

non è ancora vincolo legale di matrimonio[205]; lo è invece pel

diritto visigotico e longobardico[206], e più poi ne' nostri canti

popolari, uno de' quali dice così:

Oh! guarda che bel fior che ha quel roso!

M'è stato detto, amor, che siete sposo.

Se siate sposo ancora non lo so;

Ancora siete a tempo a dir di no.

Se siete sposo ancor non lo so io;

Ancora siete a tempo a dirgli addio.

Quando vi vederò l'anello in dito

Allor ci piglierò pena e partito.

Quando vi vederò l'anello d'oro,

Allor ci piglierò partito e duolo[207].

Ma, checchè ne dica il canto popolare, l'anello non è sempre d'oro;

anzi nell'Arpinate e a Fenestrelle è sempre d'argento e a Roma, al

tempo di Plinio, era solamente di ferro. Mi piace infine notare come

nell'agro Tuderte e in qualche altro luogo d'Italia che ora non mi

rammento, chiamano questo anello nuziale _la fede_, e nel Veneto, _la

vera_; ora _vera_ è parola slava che vale precisamente _la fede_.

L'anello è dato, per lo più, direttamente dallo sposo alla sposa; ma

talora può essere o mandato da esso come nel caso di Ottone I con

Adelaide[208], o dato dal principe, in nome dello sposo ch'egli elegge

alla sposa, come ne abbiamo un caso presso il Bandello[209], o fatto

dare, come ci occorre presso il Doni[210]. Nell'India era una vecchia

parente che metteva in dito ai due sposi un anello di ferro[211]. Tra

principi si trova pure il caso in cui la fanciulla per ordine paterno

si fidanzi per mezzo di un anello, che ella manda allo sposo

destinato; e un tale invio, se non la obbliga legalmente, la stringe

pur tanto che ritraendosi ella possa provocare un _casus belli_[212].

L'anello adunque veramente impegna; è un forte impegno morale che ne

vale uno legale; si può scherzare con altro, ma coll'anello della

promessa, no; esso è serio per chi lo dà e per chi lo riceve; al qual

proposito mi piace rilevare, da un eccellente scritto di Dora

d'Istria[213], l'uso che la dotta ed elegante scrittrice ha potuto

osservare tra i Serbi: «I _pesma_ sembrano avere inteso a rendere

popolari certi assiomi che possono aiutare le fanciulle a distinguere

i serii amatori da quelli che presumerebbero abusare della loro

semplicità. Come pegno di amore, si dà una mela; come profumo, si dà

il basilico; ma l'anello si dà soltanto agli sponsali. In tutte le

tradizioni orientali, la mela vien considerata come un simbolo di

seduzione. Una mela sedusse Eva, come Atalanta, e per ottenerla dalle

mani di Paride, Hera, il tipo della matrona ellenica, e Athene, la

vergine austera, consentirono a mostrarsi ignude come Afrodite nel

cospetto di un pastor frigio. Una fanciulla serba più prudente che non

fosse l'Eva della Genesi, si affretta a _gettar sul naso_ di Mirko la

mela ch'egli le offrì: «Io non ti voglio nè la tua mela», grida ella

irritata. La sorella di Jovan, non meno corrucciata, manda lungi col

piede la mela che Stoiano vuol farle accettare; ma colei che più

risoluta sdegna un tal pegno di amore indegno di lei, dolcemente

sorride sì tosto ch'ella scorge come nelle mani di Mirko risplende

l'anello d'oro, l'anello della promessa.»

Ora, se non fosse indiscreto, vorrei domandare a me stesso di che sia

in origine simbolo l'anello nuziale; mi contenterò invece soltanto di

osservare come alle vedove che si rimaritano, il secondo marito non

usa più offrire l'anello.

Nell'India antica, secondo i _sùtra_, i due messaggieri d'amore,

lasciata la casa dello sposo con le benedizioni di lui, e fiori e

frutti, andavano soli alla casa della sposa, si annunziavano al padre,

e in presenza di tutti i parenti, esposto prima il loro mandato,

scrivevano la genealogia, le virtù e gli averi dello sposo e

domandavano la sposa, stando seduti verso occidente, mentre i parenti

erano rivolti ad oriente, ossia verso il sole nascente, il primo, il

più bello e il più ricco degli sposi. Ove si cada d'accordo, i

messaggieri toccano una coppa piena di fiori, grano, frutti ed oro; la

stessa coppa veniva quindi posta sul capo della sposa, come augurio di

fecondità. Recitata qualche formola, lo suocero riceveva lo sposo, lo

faceva sedere sopra l'erba _kuça_ e gli dava a bere latte con miele;

lo sposo presentava quindi i suoi primi doni alla sposa.

Nell'India odierna, quando un giovine, compiuti i suoi studi,

manifesta il proprio desiderio di pigliar moglie, il padre di lui

elegge un giorno propizio, appresta i doni e si avvia con essi alla

casa della sposa. Il padre fa la promessa e presenta i doni; il padre

della sposa, prima di rispondere, tenta gli augurii; e, ove egli

consenta, in mezzo a molte cerimonie si fanno le promesse e si fissa

il giorno solenne per le nozze. Ma fra i Bràhmani corre ancora

quest'altro uso cerimonioso. Dovendo il giovine, per le nozze,

purificarsi d'ogni colpa, la purificazione egli compie per mezzo di

alcun dono cospicuo, fatto a qualche sant'uomo della casta. Come

penitenza poi, egli assume un sacro pellegrinaggio alla Gangà.

L'apparato del viaggio si fornisce in tutto punto, e il giovine

fidanzato si mette in via; ma com'egli è appena giunto fuor della

città o del villaggio, incontra lo suocero suo, che gli domanda ove

sia diretto, e, saputolo, gli offre la figliuola in matrimonio, pur

ch'egli desista dal viaggio; naturalmente, il finto pellegrino desiste

e si sollecitano le nozze.

Nelle leggi della Germania settentrionale, una delle formole per le

quali si facevano gli sponsali era questa: «Io sposo a te la figlia

mia per l'onore e pel matrimonio e per la metà del letto, per la

serratura e per le chiavi»[214], intendendosi con ciò che il

matrimonio dovesse riuscire onorato e che la moglie, oltre alla

partecipazione del toro maritale, dovesse assumere il dominio della

casa.

In Russia (governo di Mosca), per la domanda nuziale, muove un parente

dello sposo e picchia ad una delle finestre della casa dove la sposa

abita. Il padre della sposa gli domanda: «Chi siete voi?» Il

forestiero risponde: «Sono un mercante di passaggio ed ho buona merce,

se voi la volete lasciar entrare.» Il padre lo fa entrare, e si

tratta; la fanciulla origlia intanto dalla stanza vicina; se i due

contraenti si mettono d'accordo e combinano le nozze, la fanciulla

incomincia a levare alti lamenti ed a piangere. — Nel governo di Tver,

dopo il consenso degli sposi, incominciano tra i parenti le

trattative, che si fanno nel modo seguente: il padre dello sposo si

reca in visita presso quello della sposa; ma innanzi di partire, come

è l'uso russo, prima d'intraprendere qualunque affare d'importanza, si

siede e prega Dio. Presi quindi con sè i doni, s'avvia alla casa della

sposa, ove giunto, i due suoceri ripiegano in su un lembo della loro

pelliccia[215], e il padre dello sposo dice: «Quello che hai

immaginato, facciamolo; battiamo le mani». Allora la palma dell'uno

batte su quella dell'altro, e un tale atto in Russia si chiama il

_battimano_; i Toscani, come l'abbiamo veduto di sopra, lo chiamano il

_toccamano_; egli è che veramente i Russi battono ove i Toscani

solamente toccano; ma chi assistette alle trattative fra contadini di

altre parti d'Italia avrà pure osservato come spesso il suggello de'

loro contratti sia un vero _battimano_. Fatto il _battimano_, i

contadini russi aggiungono: «Dio ci permetta di vivere amici e di

visitarci gli uni e gli altri, di mangiare pane e sale insieme, di

modo che la buona gente ci invidii.» I nostri contratti finiscono in

bere; così i due suoceri russi, terminati gli accordi, si scambiano,

oltre ai doni, vino e birra. Si beve, ed in quel punto si dice in

Russia, che _la sposa è bevuta_, ossia ch'ella è fatta. Finalmente il

padre dello sposo si congeda dicendo: «avete voi cavalli per portare

via la sposa? Se non ne avete voi, manderemo i nostri a prendere la

principessa»[216]. Il padre della sposa risponde: «Io stesso la

condurrò; non vi recherò codesto disturbo». Alla sua volta, la madre

della sposa presenta i suoi doni per lo sposo e pel mandatario,

dicendo: «ricevete, signor mandatario, questo per le pene vostre, per

averci dato un erede, e questo per il principe[217]: un fazzoletto ed

un asciugamano, perchè veda il lavoro della sposa[218]». Dopo di ciò,

il mandatario si alza dal proprio posto, ed il padre della sposa

piglia il pasticcietto (_pirog_), preparato per l'occasione, col lembo

diritto della pelliccia e lo passa nel lembo diritto della pelliccia

del padre dello sposo, il quale, appena ricevutolo, corre, con quanta

più prestezza può, verso la propria dimora, senza toccare con la mano

il pasticcietto. A una tal forma di chiesta nuziale si riferisce il

seguente canto popolare del distretto di Tarszok (governo di Tver),

nel quale la sposa destinata dai parenti si circonda, come paurosa, a

difesa, delle sue dilette compagne, dei _cigni_, secondo la sua

poetica immagine, e dice:

Tu, mio sostentatore padre,

Non biasimarmi, non metterti in collera,

Mio sostentatore padre,

Se io ho condotto qua la schiera de' cigni,

Le mie care compagne.

Tu, mia carissima compagna N. N.,

Avvicinati a me, alla malinconia amara,

Aiutami a sopportare la mia tristezza.

Voi, mie care compagne,

Siete senza pietà;

Forse i vostri visi sono di carta,

Le ardenti lacrime di perla,

I cuori più duri della pietra.

Tu, mio sostentatore padre,

E tu, mia cara madre,

Non battete delle mani[219],

Nè il lembo contro il lembo[220].

Non impegnarmi, sostentatore padre,

Nè tu mia propria madre

Con impegni forti,

Forti, eterni.

Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore · 第 43 / 141 题