Come la fanciulla si domanda.
Dove la scelta non è libera tra gli sposi, dove non si celebra il
matrimonio, come dicono nell'India, _alla maniera de' gandharvi_[188],
dove insomma interviene l'autorità de' parenti e la festa non è
solamente della giovine coppia, ma più forse delle loro rispettive
famiglie, ha importanza la cerimonia della chiesta nuziale.
Conosciamo già l'uso che corre in Sardegna; in generale, l'uso
italiano è questo, che dapprima si manda innanzi un terzo per
esplorare se non vi sia pericolo di rifiuto; quindi muove il padre
stesso dello sposo a fare la domanda; in Sicilia, come appare dai
canti popolari e dalle informazioni del Pitrè, assume piuttosto un
tale ufficio la madre.
Abbiamo, di fatto, un canto siciliano che dice:
— Arsira[189] me' matruzza[190] mi spiau[191]
E mi dissi unni[192] vai, figghiuzzu miu?
— Matruzza, unni la zita mi nni vaju[193]
Ca cc'è 'na bedda[194] di geniu miu.
— Fighiuzzu, 'nsignamillu[195] ca cci vaju
Quantu tanticchia[196] mi nni preju iu[197]
— Vossia[198], cci dici; senziu nun haju[199]
Pinsannu ad idda di l'occhi nun viju[200].
In Sicilia, e per lo più anche negli altri paesi, il giorno medesimo
della chiesta in cui si trattano gli affari, si fa eziandio il
puntamento, ossia si fissa il giorno delle nozze. Che il medesimo a
Roma si facesse lo argomento da questo brano di Terenzio[201]: «Mosso
da tal fama Cremete se ne venne a me spontaneo, per dare a mio figlio
in moglie l'unica sua figlia immensamente dotata. Mi piacque; feci la
promessa; si fermò questo giorno alle nozze.» In questa prima
cerimonia, quando le parti si trovano d'accordo, gli sposi si danno la
mano; e l'aver compiuto un tale atto è un primo e forte legame, come
lo era per gl'Indiani[202]. Il padre della Tancia al cittadino Pietro
Belfiore, dice:
La v'ha data la man, l'è obbrigata
Non ci bisogna su nè sal nè olio[203]
Ma Cecco osserva, nell'atto quinto della commedia, come quello che
conchiude è l'aver dato l'anello e detto in chiesa. Entrambi gli usi
sono assai popolari e ordinariamente vanno insieme; ma fra il
toccamano e il dare l'anello quello che, nella credenza comune, sembra
legar più è l'aver dato l'anello della promessa, chiamato dai Latini
_anulus pronubus_, diverso da quello che si dà ora in chiesa dal prete
quando benedice le nozze omai combinate e non più possibili a rompersi
senza grave scandalo. L'anello della promessa è un pegno di unione
futura; l'anello che si dà in chiesa è simbolo dell'unione che si fa.
L'uso dell'_anulus pronubus_ è generale in Italia, dato «o per segno
di mutuo affetto, o piuttosto affinchè per quel pegno i cuori si
leghino[204]». Secondo il Diritto romano, tuttavia l'_anulus pronubus_
non è ancora vincolo legale di matrimonio[205]; lo è invece pel
diritto visigotico e longobardico[206], e più poi ne' nostri canti
popolari, uno de' quali dice così:
Oh! guarda che bel fior che ha quel roso!
M'è stato detto, amor, che siete sposo.
Se siate sposo ancora non lo so;
Ancora siete a tempo a dir di no.
Se siete sposo ancor non lo so io;
Ancora siete a tempo a dirgli addio.
Quando vi vederò l'anello in dito
Allor ci piglierò pena e partito.
Quando vi vederò l'anello d'oro,
Allor ci piglierò partito e duolo[207].
Ma, checchè ne dica il canto popolare, l'anello non è sempre d'oro;
anzi nell'Arpinate e a Fenestrelle è sempre d'argento e a Roma, al
tempo di Plinio, era solamente di ferro. Mi piace infine notare come
nell'agro Tuderte e in qualche altro luogo d'Italia che ora non mi
rammento, chiamano questo anello nuziale _la fede_, e nel Veneto, _la
vera_; ora _vera_ è parola slava che vale precisamente _la fede_.
L'anello è dato, per lo più, direttamente dallo sposo alla sposa; ma
talora può essere o mandato da esso come nel caso di Ottone I con
Adelaide[208], o dato dal principe, in nome dello sposo ch'egli elegge
alla sposa, come ne abbiamo un caso presso il Bandello[209], o fatto
dare, come ci occorre presso il Doni[210]. Nell'India era una vecchia
parente che metteva in dito ai due sposi un anello di ferro[211]. Tra
principi si trova pure il caso in cui la fanciulla per ordine paterno
si fidanzi per mezzo di un anello, che ella manda allo sposo
destinato; e un tale invio, se non la obbliga legalmente, la stringe
pur tanto che ritraendosi ella possa provocare un _casus belli_[212].
L'anello adunque veramente impegna; è un forte impegno morale che ne
vale uno legale; si può scherzare con altro, ma coll'anello della
promessa, no; esso è serio per chi lo dà e per chi lo riceve; al qual
proposito mi piace rilevare, da un eccellente scritto di Dora
d'Istria[213], l'uso che la dotta ed elegante scrittrice ha potuto
osservare tra i Serbi: «I _pesma_ sembrano avere inteso a rendere
popolari certi assiomi che possono aiutare le fanciulle a distinguere
i serii amatori da quelli che presumerebbero abusare della loro
semplicità. Come pegno di amore, si dà una mela; come profumo, si dà
il basilico; ma l'anello si dà soltanto agli sponsali. In tutte le
tradizioni orientali, la mela vien considerata come un simbolo di
seduzione. Una mela sedusse Eva, come Atalanta, e per ottenerla dalle
mani di Paride, Hera, il tipo della matrona ellenica, e Athene, la
vergine austera, consentirono a mostrarsi ignude come Afrodite nel
cospetto di un pastor frigio. Una fanciulla serba più prudente che non
fosse l'Eva della Genesi, si affretta a _gettar sul naso_ di Mirko la
mela ch'egli le offrì: «Io non ti voglio nè la tua mela», grida ella
irritata. La sorella di Jovan, non meno corrucciata, manda lungi col
piede la mela che Stoiano vuol farle accettare; ma colei che più
risoluta sdegna un tal pegno di amore indegno di lei, dolcemente
sorride sì tosto ch'ella scorge come nelle mani di Mirko risplende
l'anello d'oro, l'anello della promessa.»
Ora, se non fosse indiscreto, vorrei domandare a me stesso di che sia
in origine simbolo l'anello nuziale; mi contenterò invece soltanto di
osservare come alle vedove che si rimaritano, il secondo marito non
usa più offrire l'anello.
Nell'India antica, secondo i _sùtra_, i due messaggieri d'amore,
lasciata la casa dello sposo con le benedizioni di lui, e fiori e
frutti, andavano soli alla casa della sposa, si annunziavano al padre,
e in presenza di tutti i parenti, esposto prima il loro mandato,
scrivevano la genealogia, le virtù e gli averi dello sposo e
domandavano la sposa, stando seduti verso occidente, mentre i parenti
erano rivolti ad oriente, ossia verso il sole nascente, il primo, il
più bello e il più ricco degli sposi. Ove si cada d'accordo, i
messaggieri toccano una coppa piena di fiori, grano, frutti ed oro; la
stessa coppa veniva quindi posta sul capo della sposa, come augurio di
fecondità. Recitata qualche formola, lo suocero riceveva lo sposo, lo
faceva sedere sopra l'erba _kuça_ e gli dava a bere latte con miele;
lo sposo presentava quindi i suoi primi doni alla sposa.
Nell'India odierna, quando un giovine, compiuti i suoi studi,
manifesta il proprio desiderio di pigliar moglie, il padre di lui
elegge un giorno propizio, appresta i doni e si avvia con essi alla
casa della sposa. Il padre fa la promessa e presenta i doni; il padre
della sposa, prima di rispondere, tenta gli augurii; e, ove egli
consenta, in mezzo a molte cerimonie si fanno le promesse e si fissa
il giorno solenne per le nozze. Ma fra i Bràhmani corre ancora
quest'altro uso cerimonioso. Dovendo il giovine, per le nozze,
purificarsi d'ogni colpa, la purificazione egli compie per mezzo di
alcun dono cospicuo, fatto a qualche sant'uomo della casta. Come
penitenza poi, egli assume un sacro pellegrinaggio alla Gangà.
L'apparato del viaggio si fornisce in tutto punto, e il giovine
fidanzato si mette in via; ma com'egli è appena giunto fuor della
città o del villaggio, incontra lo suocero suo, che gli domanda ove
sia diretto, e, saputolo, gli offre la figliuola in matrimonio, pur
ch'egli desista dal viaggio; naturalmente, il finto pellegrino desiste
e si sollecitano le nozze.
Nelle leggi della Germania settentrionale, una delle formole per le
quali si facevano gli sponsali era questa: «Io sposo a te la figlia
mia per l'onore e pel matrimonio e per la metà del letto, per la
serratura e per le chiavi»[214], intendendosi con ciò che il
matrimonio dovesse riuscire onorato e che la moglie, oltre alla
partecipazione del toro maritale, dovesse assumere il dominio della
casa.
In Russia (governo di Mosca), per la domanda nuziale, muove un parente
dello sposo e picchia ad una delle finestre della casa dove la sposa
abita. Il padre della sposa gli domanda: «Chi siete voi?» Il
forestiero risponde: «Sono un mercante di passaggio ed ho buona merce,
se voi la volete lasciar entrare.» Il padre lo fa entrare, e si
tratta; la fanciulla origlia intanto dalla stanza vicina; se i due
contraenti si mettono d'accordo e combinano le nozze, la fanciulla
incomincia a levare alti lamenti ed a piangere. — Nel governo di Tver,
dopo il consenso degli sposi, incominciano tra i parenti le
trattative, che si fanno nel modo seguente: il padre dello sposo si
reca in visita presso quello della sposa; ma innanzi di partire, come
è l'uso russo, prima d'intraprendere qualunque affare d'importanza, si
siede e prega Dio. Presi quindi con sè i doni, s'avvia alla casa della
sposa, ove giunto, i due suoceri ripiegano in su un lembo della loro
pelliccia[215], e il padre dello sposo dice: «Quello che hai
immaginato, facciamolo; battiamo le mani». Allora la palma dell'uno
batte su quella dell'altro, e un tale atto in Russia si chiama il
_battimano_; i Toscani, come l'abbiamo veduto di sopra, lo chiamano il
_toccamano_; egli è che veramente i Russi battono ove i Toscani
solamente toccano; ma chi assistette alle trattative fra contadini di
altre parti d'Italia avrà pure osservato come spesso il suggello de'
loro contratti sia un vero _battimano_. Fatto il _battimano_, i
contadini russi aggiungono: «Dio ci permetta di vivere amici e di
visitarci gli uni e gli altri, di mangiare pane e sale insieme, di
modo che la buona gente ci invidii.» I nostri contratti finiscono in
bere; così i due suoceri russi, terminati gli accordi, si scambiano,
oltre ai doni, vino e birra. Si beve, ed in quel punto si dice in
Russia, che _la sposa è bevuta_, ossia ch'ella è fatta. Finalmente il
padre dello sposo si congeda dicendo: «avete voi cavalli per portare
via la sposa? Se non ne avete voi, manderemo i nostri a prendere la
principessa»[216]. Il padre della sposa risponde: «Io stesso la
condurrò; non vi recherò codesto disturbo». Alla sua volta, la madre
della sposa presenta i suoi doni per lo sposo e pel mandatario,
dicendo: «ricevete, signor mandatario, questo per le pene vostre, per
averci dato un erede, e questo per il principe[217]: un fazzoletto ed
un asciugamano, perchè veda il lavoro della sposa[218]». Dopo di ciò,
il mandatario si alza dal proprio posto, ed il padre della sposa
piglia il pasticcietto (_pirog_), preparato per l'occasione, col lembo
diritto della pelliccia e lo passa nel lembo diritto della pelliccia
del padre dello sposo, il quale, appena ricevutolo, corre, con quanta
più prestezza può, verso la propria dimora, senza toccare con la mano
il pasticcietto. A una tal forma di chiesta nuziale si riferisce il
seguente canto popolare del distretto di Tarszok (governo di Tver),
nel quale la sposa destinata dai parenti si circonda, come paurosa, a
difesa, delle sue dilette compagne, dei _cigni_, secondo la sua
poetica immagine, e dice:
Tu, mio sostentatore padre,
Non biasimarmi, non metterti in collera,
Mio sostentatore padre,
Se io ho condotto qua la schiera de' cigni,
Le mie care compagne.
Tu, mia carissima compagna N. N.,
Avvicinati a me, alla malinconia amara,
Aiutami a sopportare la mia tristezza.
Voi, mie care compagne,
Siete senza pietà;
Forse i vostri visi sono di carta,
Le ardenti lacrime di perla,
I cuori più duri della pietra.
Tu, mio sostentatore padre,
E tu, mia cara madre,
Non battete delle mani[219],
Nè il lembo contro il lembo[220].
Non impegnarmi, sostentatore padre,
Nè tu mia propria madre
Con impegni forti,
Forti, eterni.