XII.

Nozze fra parenti.

Vi sono due correnti nell'uso indo-europeo; nell'una, le nozze fra i

più intimi, per non perdere la nobiltà della propria razza, si

favoriscono; nell'altra, a rinfrescare il sangue ed animare i

commerci, e a raddoppiare la vita, si cercano le nozze fuori del

proprio circolo e talora fuori del proprio paese. Quando i paesi sono

nemici, le nozze pigliano forma di un rapimento. Nell'India, abbiamo

consigli, perchè i membri di uno stesso _gotra_ non si ricongiungano;

ne abbiamo poi altri che hanno vigore di legge, i quali non permettono

alle caste di mescolarsi. Il solo Buddha appare spregiudicato: suo

padre Çuddhodana disposto a farne la volontà dice pertanto al sommo

de' bràhmani: «Se si trova una fanciulla che possegga tali qualità

(cioè quelle che Buddha ha descritto), sia ella di razza kshatriya, o

bràhmanica, o vàiçya, o çùdra, menala qua. E perchè no? Il giovinetto

non bada nè alla famiglia, nè alla razza; il giovinetto sta attento

alle sole qualità»[177]. Quanto meno tollerante per questo rispetto

l'Occidente, ove ora si vieta al popolano di sposare una nobile, ora

ad una nobile di sposare un popolano. Tucidide narra[178]: «I popolani

di Samo si sollevarono contro gli ottimati, in ciò aiutati dagli

Ateniesi che vi si trovavano con tre navi, ne uccisero in tutti

dugento incirca, quattrocento ne confinarono e si divisero le loro

terre ed abitazioni. Dopo di questo, avendo gli Ateniesi accordata

loro con decreto l'indipendenza in premio di fedeltà, governavano

d'allora in poi la repubblica da sè, esclusero da ogni diritto i

possidenti di terre, e vietarono a qual si fosse popolano di menar

moglie nobile, e di sposare ai nobili le proprie fanciulle». In Roma,

fino alla legge Canuleia, era vietato ai popolani di sposare donne

patrizie e ai patrizii di sposar popolane; il qual pregiudizio,

malgrado la legge Canuleia, e malgrado la rivoluzione francese, si

accarezza oggi ancora dal patriziato, al quale non so quanto prosperi;

poichè nello studio di farsi un erede, raro lo trovano; chè, siccome

da una botte vuota non è da cavar vino, così neppure alcun seme, altro

che poco e tristo, da piante intisichite. E i nostri Statuti comunali

assai poco democratici, per la massima parte, mantengono vivo

l'infelice privilegio: valga d'esempio il decreto che segue[179]: «Non

sia lecito a persona alcuna far parentado con signori, caporali, ed

altri principali dell'isola, così di qua come di là de' monti senza la

solita licenza». La licenza naturalmente non si dava, se potesse

dispiacere al capo della casa con cui si volea stringere il parentado.

Più umano l'editto di Rothari, pone soltanto per condizione che la

fanciulla non sia una schiava, la quale il padrone non poteva sposare,

se prima non l'avea messa in libertà[180].

Non potendosi, col progresso de' tempi e con la civiltà, proibir

sempre e per tutte le nozze fra gente di condizione diversa, si volle

almeno bandire dalle nozze coi cittadini il forestiero. Già i Romani

proscrivevano da ogni connubio con i cittadini colui che non godeva

della romana cittadinanza[181]; ma, quando la legge è troppo stretta,

l'uso l'allarga da sè ed allargata la fa ricomparire, e a suo tempo

riconoscere, sotto la forma di nuova legge; così si spiega che

Valentiniano e Valente abbiano per legge escluso dal connubio coi

Romani i soli barbari non appartenenti alle provincie dell'impero;

finchè i barbari, così detti, arrivarono da sè e si misero in casa

nostra e la fecero casa loro, e disposero de' connubi a modo e usanza

loro.

Ma l'amor del campanile cionondimeno è rimasto in Italia e le mamme

nostre continuano ad aver paura di forestieri e forestiere. Nella

valle d'Andorno, le madri dicono alle figliuole che _le piante

forestiere lassù non fanno buon frutto_, e hanno un proverbio loro che

dice: _alle veglie ed ai balli mai sotto il ponte della Balma_. Ora

questo ponte è al fine della valle, e vogliono significare con ciò,

che vi è pericolo a passarlo o a lasciarlo passare; il che non toglie

tuttavia che l'accolgano bene e direi quasi cavallerescamente, quando

un forestiero arriva. Il modo è questo, secondo una descrizione che mi

venne favorita dalla gentilezza del compianto Mons. Losana vescovo di

Biella. «Ad un'ora di notte veste lo sposo gli abiti di _mezza festa_,

si caccia un pistolone nella saccoccia, e sotto l'ascella, e solo od

anche accompagnato da qualche coetaneo, si dirige verso il Cantone

dove spera trovar corrispondenza d'amore. Giunto alle prime case,

spara un colpo, segnale alle veglie, che vi arrivano amorosi.

Immantinente i giovani del paese escono ad incontrarlo e trovatolo in

abito di etichetta coll'indispensabile cappello, si fanno rimettere

l'arma e l'introducono in quante veglie egli desidera, nè più

l'abbandonano finchè chiegga esso di ritornare a casa. Allora

l'accompagnano sino al luogo dove l'hanno trovato e restituitagli la

pistola e fattegli alcune cortesie, lo lasciano andare. Nelle notti

susseguenti, ritornando, lo stesso segnale, la stessa accoglienza, la

stessa compagnia finchè l'amoroso non sia fidanzato».

In Toscana, un proverbio dice: _moglie e buoi de' paesi tuoi_, e uno

stornello canta:

Pampani e uva

E la mia mamma sempre lo diceva,

L'amor del forestiero poco dura.

E fanno eco a queste popolari sentenze, i rigorosi divieti presso i

nostri Statuti comunali di sposar gente forestiera[182].

Ora, in Italia, pur troppo, forestiero non vuol dire uomo d'altra

nazione, ma d'altro campanile; sì che, restringendosi sempre più i

limiti de' connubii possibili, non è meraviglia che lo stesso

sentimento d'orgoglio, d'indipendenza, d'egoismo, abbia portato,

presso certi popoli, l'uso delle nozze tra i parenti, anche tra i più

stretti.

In Toscana, quando due non si possono mettere d'accordo dicono: _Fra

me e te siamo parenti, non ci si può pigliare_. Il proverbio va dietro

il Diritto romano, che escludeva il connubio fra ascendenti e

discendenti e fra parenti collaterali fino al settimo grado[183].

Ma de' più solleciti a violarlo furono per l'appunto imperatori

romani. È celebre la risposta che la matrigna di Antonino Caracalla

diede al figliastro, che l'ammirava ignuda[184]: detto e fatto

scelleratissimi, che la legge avrebbe puniti, se non si chiamava col

nome poco onesto di Augusto l'iniquo incestuoso; poichè di Augusto,

Caligola si compiaceva narrare che il suo incesto con la figlia Giulia

avea dato il giorno alla madre di lui, mostro. Nè potè valere a

Claudio il suo espediente, per sottrarsi ad ogni biasimo, quando

sposata la propria nipote Agrippina, diede a tutti il permesso di fare

il medesimo; egli non riuscì a trovare altri imitatori all'infuori di

due suoi adepti; ed apparve così alla storia, come uno stupido

violator di leggi.

In Grecia le nozze erano solo vietate fra ascendenti e discendenti;

non tra collaterali; quindi «non fu cosa turpe, come scriveva Emilio

Probo nel proemio al suo libro[185], non fu cosa turpe a Cimone, sommo

personaggio ateniese, l'avere per moglie una sua sorella germana; ma

ciò, per gli usi nostri, è delitto»; e Caligola che, presso i Romani

stupra una dopo le altre tutte le sue sorelle, credo nove, riesce una

mostruosa eccezione. E Alcibiade è un'altra mostruosa eccezione presso

i Greci, siccome quello che dormì con la propria figlia[186]; egli

vuole, com'è noto, far parlare ad ogni costo di sè; ed è con questo

intendimento ancora ch'egli, secondo Ateneo, sale sul talamo del re di

Sparta, desideroso che si finisca di vantare i re di Sparta come

discesi da Ercole, e si incominci col dire che discendono da

Alcibiade. Ma ciò ch'era licenza, abuso, delitto per Alcibiade in

Grecia, in Persia avea religiosa consacrazione. Più il matrimonio era

fatto tra persone intime e migliore si riconosceva. Il Vispered[187]

lo dice esplicito: «Io amo quelli che sono sposati con parenti»; e se

i parenti erano padre e figlia, madre e figlio, meglio; il matrimonio

riusciva privilegiato.

Devoti alle antiche tradizioni, anche gli odierni Parsi riconoscono

tali matrimoni come gli ottimi.

Storia comparata degli usi nuziali in Italia e presso gli altri popoli indo-europei Seconda edizione riveduta e ampliata dall'autore · 第 41 / 141 题