Nozze fra parenti.
Vi sono due correnti nell'uso indo-europeo; nell'una, le nozze fra i
più intimi, per non perdere la nobiltà della propria razza, si
favoriscono; nell'altra, a rinfrescare il sangue ed animare i
commerci, e a raddoppiare la vita, si cercano le nozze fuori del
proprio circolo e talora fuori del proprio paese. Quando i paesi sono
nemici, le nozze pigliano forma di un rapimento. Nell'India, abbiamo
consigli, perchè i membri di uno stesso _gotra_ non si ricongiungano;
ne abbiamo poi altri che hanno vigore di legge, i quali non permettono
alle caste di mescolarsi. Il solo Buddha appare spregiudicato: suo
padre Çuddhodana disposto a farne la volontà dice pertanto al sommo
de' bràhmani: «Se si trova una fanciulla che possegga tali qualità
(cioè quelle che Buddha ha descritto), sia ella di razza kshatriya, o
bràhmanica, o vàiçya, o çùdra, menala qua. E perchè no? Il giovinetto
non bada nè alla famiglia, nè alla razza; il giovinetto sta attento
alle sole qualità»[177]. Quanto meno tollerante per questo rispetto
l'Occidente, ove ora si vieta al popolano di sposare una nobile, ora
ad una nobile di sposare un popolano. Tucidide narra[178]: «I popolani
di Samo si sollevarono contro gli ottimati, in ciò aiutati dagli
Ateniesi che vi si trovavano con tre navi, ne uccisero in tutti
dugento incirca, quattrocento ne confinarono e si divisero le loro
terre ed abitazioni. Dopo di questo, avendo gli Ateniesi accordata
loro con decreto l'indipendenza in premio di fedeltà, governavano
d'allora in poi la repubblica da sè, esclusero da ogni diritto i
possidenti di terre, e vietarono a qual si fosse popolano di menar
moglie nobile, e di sposare ai nobili le proprie fanciulle». In Roma,
fino alla legge Canuleia, era vietato ai popolani di sposare donne
patrizie e ai patrizii di sposar popolane; il qual pregiudizio,
malgrado la legge Canuleia, e malgrado la rivoluzione francese, si
accarezza oggi ancora dal patriziato, al quale non so quanto prosperi;
poichè nello studio di farsi un erede, raro lo trovano; chè, siccome
da una botte vuota non è da cavar vino, così neppure alcun seme, altro
che poco e tristo, da piante intisichite. E i nostri Statuti comunali
assai poco democratici, per la massima parte, mantengono vivo
l'infelice privilegio: valga d'esempio il decreto che segue[179]: «Non
sia lecito a persona alcuna far parentado con signori, caporali, ed
altri principali dell'isola, così di qua come di là de' monti senza la
solita licenza». La licenza naturalmente non si dava, se potesse
dispiacere al capo della casa con cui si volea stringere il parentado.
Più umano l'editto di Rothari, pone soltanto per condizione che la
fanciulla non sia una schiava, la quale il padrone non poteva sposare,
se prima non l'avea messa in libertà[180].
Non potendosi, col progresso de' tempi e con la civiltà, proibir
sempre e per tutte le nozze fra gente di condizione diversa, si volle
almeno bandire dalle nozze coi cittadini il forestiero. Già i Romani
proscrivevano da ogni connubio con i cittadini colui che non godeva
della romana cittadinanza[181]; ma, quando la legge è troppo stretta,
l'uso l'allarga da sè ed allargata la fa ricomparire, e a suo tempo
riconoscere, sotto la forma di nuova legge; così si spiega che
Valentiniano e Valente abbiano per legge escluso dal connubio coi
Romani i soli barbari non appartenenti alle provincie dell'impero;
finchè i barbari, così detti, arrivarono da sè e si misero in casa
nostra e la fecero casa loro, e disposero de' connubi a modo e usanza
loro.
Ma l'amor del campanile cionondimeno è rimasto in Italia e le mamme
nostre continuano ad aver paura di forestieri e forestiere. Nella
valle d'Andorno, le madri dicono alle figliuole che _le piante
forestiere lassù non fanno buon frutto_, e hanno un proverbio loro che
dice: _alle veglie ed ai balli mai sotto il ponte della Balma_. Ora
questo ponte è al fine della valle, e vogliono significare con ciò,
che vi è pericolo a passarlo o a lasciarlo passare; il che non toglie
tuttavia che l'accolgano bene e direi quasi cavallerescamente, quando
un forestiero arriva. Il modo è questo, secondo una descrizione che mi
venne favorita dalla gentilezza del compianto Mons. Losana vescovo di
Biella. «Ad un'ora di notte veste lo sposo gli abiti di _mezza festa_,
si caccia un pistolone nella saccoccia, e sotto l'ascella, e solo od
anche accompagnato da qualche coetaneo, si dirige verso il Cantone
dove spera trovar corrispondenza d'amore. Giunto alle prime case,
spara un colpo, segnale alle veglie, che vi arrivano amorosi.
Immantinente i giovani del paese escono ad incontrarlo e trovatolo in
abito di etichetta coll'indispensabile cappello, si fanno rimettere
l'arma e l'introducono in quante veglie egli desidera, nè più
l'abbandonano finchè chiegga esso di ritornare a casa. Allora
l'accompagnano sino al luogo dove l'hanno trovato e restituitagli la
pistola e fattegli alcune cortesie, lo lasciano andare. Nelle notti
susseguenti, ritornando, lo stesso segnale, la stessa accoglienza, la
stessa compagnia finchè l'amoroso non sia fidanzato».
In Toscana, un proverbio dice: _moglie e buoi de' paesi tuoi_, e uno
stornello canta:
Pampani e uva
E la mia mamma sempre lo diceva,
L'amor del forestiero poco dura.
E fanno eco a queste popolari sentenze, i rigorosi divieti presso i
nostri Statuti comunali di sposar gente forestiera[182].
Ora, in Italia, pur troppo, forestiero non vuol dire uomo d'altra
nazione, ma d'altro campanile; sì che, restringendosi sempre più i
limiti de' connubii possibili, non è meraviglia che lo stesso
sentimento d'orgoglio, d'indipendenza, d'egoismo, abbia portato,
presso certi popoli, l'uso delle nozze tra i parenti, anche tra i più
stretti.
In Toscana, quando due non si possono mettere d'accordo dicono: _Fra
me e te siamo parenti, non ci si può pigliare_. Il proverbio va dietro
il Diritto romano, che escludeva il connubio fra ascendenti e
discendenti e fra parenti collaterali fino al settimo grado[183].
Ma de' più solleciti a violarlo furono per l'appunto imperatori
romani. È celebre la risposta che la matrigna di Antonino Caracalla
diede al figliastro, che l'ammirava ignuda[184]: detto e fatto
scelleratissimi, che la legge avrebbe puniti, se non si chiamava col
nome poco onesto di Augusto l'iniquo incestuoso; poichè di Augusto,
Caligola si compiaceva narrare che il suo incesto con la figlia Giulia
avea dato il giorno alla madre di lui, mostro. Nè potè valere a
Claudio il suo espediente, per sottrarsi ad ogni biasimo, quando
sposata la propria nipote Agrippina, diede a tutti il permesso di fare
il medesimo; egli non riuscì a trovare altri imitatori all'infuori di
due suoi adepti; ed apparve così alla storia, come uno stupido
violator di leggi.
In Grecia le nozze erano solo vietate fra ascendenti e discendenti;
non tra collaterali; quindi «non fu cosa turpe, come scriveva Emilio
Probo nel proemio al suo libro[185], non fu cosa turpe a Cimone, sommo
personaggio ateniese, l'avere per moglie una sua sorella germana; ma
ciò, per gli usi nostri, è delitto»; e Caligola che, presso i Romani
stupra una dopo le altre tutte le sue sorelle, credo nove, riesce una
mostruosa eccezione. E Alcibiade è un'altra mostruosa eccezione presso
i Greci, siccome quello che dormì con la propria figlia[186]; egli
vuole, com'è noto, far parlare ad ogni costo di sè; ed è con questo
intendimento ancora ch'egli, secondo Ateneo, sale sul talamo del re di
Sparta, desideroso che si finisca di vantare i re di Sparta come
discesi da Ercole, e si incominci col dire che discendono da
Alcibiade. Ma ciò ch'era licenza, abuso, delitto per Alcibiade in
Grecia, in Persia avea religiosa consacrazione. Più il matrimonio era
fatto tra persone intime e migliore si riconosceva. Il Vispered[187]
lo dice esplicito: «Io amo quelli che sono sposati con parenti»; e se
i parenti erano padre e figlia, madre e figlio, meglio; il matrimonio
riusciva privilegiato.
Devoti alle antiche tradizioni, anche gli odierni Parsi riconoscono
tali matrimoni come gli ottimi.