Come e qualmente il signor Pool fosse innamorato.
La fiamma segreta del signor Pool metterà di buon umore più d'uno dei
miei lettori (supponendo che i miei lettori siano più d'uno), e farà
dire che chi scrive non rispetta i limiti dei suo argomento, e che, col
pretesto d'un romanzo sentimentale, ha dato un tuffo nel ridicolo.
In fatti da tempo immemorabile un innamorato è una creatura
privilegiata, che se la intende con la luna e con le stelle, dà del tu
ai zeffiri e alle aurette e non si occupa delle cose della vita se non
per indebitarsi col sarto e col profumiere.
Un uomo, che abbia sulle dita tutto l'abbaco, compresa la regola
del tre semplice e composta; che non conosca neppure di vista il
vocabolario delle _grandi passioni_; che a forza di sentire a parlare
ha solo imparato a tacere; un uomo che non distacca mai gli astri dal
cielo nemmeno per chiasso e che, invece di consacrare un'ora del giorno
all'arte difficile di annodarsi la cravatta, sembra considerare i
propri indumenti come cosa separata dall'organismo, un uomo di questa
sorta — è chiaro — non può accendere e alimentare dentro di sè una
fiamma segreta, senza farsi ridere sul muso da chi abbia in testa un
grano di giudizio.
Ma se il ridicolo è un'ottima ricetta per tenere allegra una metà
degli uomini a spesa dell'altra metà, non fa quasi mai che un ammalato
d'amore guarisca della sua febbre.
La fiamma segreta del signor Emanuele Pool è dunque una vera fiamma,
forse un po' meno splendida e un po' meno ardente di molte altre, ma
con i caratteri di luce e di calore di tutte le fiamme metaforiche
conosciute.
Da quanto tempo egli amasse Bice, quali considerazioni lo avessero
trattenuto dal rivelarsi, per che sorta di tempeste fosse passato il
suo cuore durante il periodo luminoso dell'amore di Riccardo, e come
avesse accettato alla muta la parte del sacrificio, tutto ciò nessuno
potrebbe dirlo, perchè il signor Emanuele Pool non lo disse a nessuno.
Noi sappiamo solo che un dì fratel Biagio fu visto in lungo colloquio
col suo degno socio, poi in lungo colloquio con la sorellina e poi
ancora con il signor Pool, e al giorno susseguente da capo con la
sorellina e con l'imperturbabile innamorato, il quale lasciò l'uffizio
un quarto d'ora prima del consueto a passi affrettati, con un sorriso
appeso fra le labbra alla disposizione del primo venuto. Sappiamo pure
che dopo breve tratto, egli rifece i propri passi per venire a sfogare
l'allegrezza vuotando il borsello nelle mani dei suoi cenciosi amici,
sempre esatti al ritrovo, e che dieci o dodici sciancati e paralitici
sentirono quel giorno, oltre dei loro consueti malanni, una specie
di febbre che, grazie alle veglie scientifiche degli economisti, non
avevano provato molte nella vita.
Tutti questi fenomeni volevano dire che il signor Emanuele Pool aveva
chiesto la mano di Bice e che Bice aveva detto di sì.
L'accettazione della fanciulla non è la parte meno stravagante del
garbuglio, ma non è misteriosa niente affatto. Il merito è tutto di
fratel Biagio, il quale in questa occasione dovette far prova della
stessa accortezza che gli aveva servito per guadagnare il _sì_ della
signorina Camilla, oggi sua legittima sposa. Veramente nel presentarsi
a Bice egli aveva avuto in mente di pigliar la cosa da lontano, ma
anche dinanzi a Camilla ebbe già la stessa intenzione e vi dovette
rinunziare per non essersi saputo decidere a scegliere il suo punto
di partenza; si sa: uno che non abbia alcuna predilezione per l'Era
Volgare e per il Diluvio, il meglio che possa fare è d'incominciare
addirittura in tempo presente. Così aveva fatto fratel Biagio con
Camilla, e così s'era determinato a fare con la sorella.
— Come stai questa mattina?
— Bene.
— Tanto meglio, perchè ho una notizia a darti.
— Buona!
— Secondo i oasi. C'è uno che ti vuol bene. —
Bice, senza preamboli, si era messa a piangere.
— Peggio per lui, io non voglio più bene a nessuno... —
Ma fratel Biagio, tirandosi fra le braccia la bella lagrimosa, aveva
insistito:
— Ci è uno che ti vuol bene... e che vuole sposarti...
— Peggio per lui, peggio per lui... io non mi lascio sposare da
nessuno, voglio vivere e morire zitella.
— Quest'uno... vuoi sapere chi sia?
— Non me ne importa, non lo voglio sapere.
— Indovina.
— Ti dico che non lo voglio sapere.
— È il mio amico, è il nostro amico Pool.
— Lui!
— Proprio lui. Lo vuoi per marito?
— Non lo voglio. —
Nuova pioggia di lagrime sulle mani tremanti e carezzevoli di fratel
Biagio.
— Piccina mia, hai torto. Emanuele Pool è un uomo di cuore, non è una
fraschetta, è un commerciante accorto, ti vuol bene e ti farà felice...
— Non lo voglio.
— Emanuele è anche un bell'uomo, un po' serio, ma questo non guasta; se
gli vorrai tanto bene sarà capace di ridere anche lui; infine ha solo
trent'anni...
— Non lo voglio.
— È la tua ultima risposta?
— La prima e l'ultima... Cioè, se tu vuoi proprio, io lo sposo, ma solo
per farti piacere.
— Il cielo me ne guardi. Che cosa devo dire al signor Pool?
— Non lo so.
— Devo dirgli che ti è antipatico?
— Questo no, perchè non è vero.
— Devo dirgli che tu vuoi un marito più giovane e più bello?
— Nemmeno; nè lui, nè altri... perchè tanto vorrei bene a lui come a un
altro. Digli questo. —
Fratel Biagio aveva baciato sulla fronte la sorella e se n'era andato
fregandosi le mani a dare la risposta al signor Pool.
Due ore dopo era tornato sorridente.
— Ho fatto la risposta. —
Bice aveva voluto mostrarsi indifferente, ma non v'era riuscita.
— Me ne dispiace per lui, ma io non ne ho colpa... Sarà rimasto
mortificato...
— No... anzi mi ha detto di ringraziarti...
— Di ringraziarmi!...
— Di ringraziarti, perchè non lo trovi nè antipatico, nè odioso, e
perchè il suo amore non ti offende... spera col tempo...
— Il tuo signor Emanuele è un impertinente... non dovrebbe sperar
nulla, o almeno non lo dorrebbe dire...
— L'impertinente sono io, bambina mia, io che ho letto tutte queste
cose nel suo volto, e che te le dico per farti andar in collera.
— Dunque il signor Pool non ti ha detto nulla?
— Nulla.
— E tu hai letto?
— Ho letto.
— Non sai leggere o hai letto male.
— So leggere benissimo e ho letto benissimo: Emanuele ti ama molto, era
scritto così.
— Proprio?
— Proprio. Ti ama da un pezzo, senza che tu te ne sia mai accorta.
— Questo poi è vero.
— Che ti ama da un pezzo?
— No... che non me ne sono mai accorta.
Per quel giorno non se n'era parlato più; al mattino successivo fratel
Biagio non si era lasciato vedere, e il signor Pool, incontratosi per
caso con Bice, l'aveva salutata cortese; Bice avea risposto al saluto,
ed era fuggita via.
Dopo la colazione la bella addolorata si trovò sola col fratello, il
quale imprudentemente si lasciò cadere di bocca il nome del socio.
A questa allusione Bice sentì venire agli occhi due lagrime e disse
singhiozzando:
— Ho capito, ti preme di darmi marito; non mi vuoi più con te. —
Fratel Biagio tutto commosso, strinse al cuore la giovinetta, ma non
disse di no.
— Mi lasceresti sola senza dolore, tu, ma io no, non voglio lasciarti
solo. —
Queste parole dicevano forse troppo, ma fratel Biagio pareva soltanto
inquieto dell'avvenire della sorellina, e accennò melanconicamente
all'inevitabile giorno in cui egli avrebbe dovuto abbandonarla nel
mondo.
— Tu sei una fanciulla, io sono un uomo. —
Erano soli, nessuno li vedeva; si abbracciarono stretti e confusero le
loro lagrime.
Anche quest'atto poteva parere più melanconico del necessario, ma chi
può dire quali immagini fossero state evocate da quelle parole?
Prima di separarsi, Bice pose le mani in quelle del fratello e gli
disse con voce ferma:
— Mi vedi, sono serena, sono sicura di me medesima; se tu lo credi
necessario, sposerò il signor Pool, lui o un altro, o cento altri,
non importa; sposerò tutti quelli che vorrai; e se non occorre alla
felicità altro che un po' di rassegnazione e d'affetto, credo che sarò
felice per farti contento. Già è tutt'uno; fanciulla o moglie sarò la
stessa, purchè abbia sempre il mio buon fratello... —
... E il buon fratello le aveva dato un bacio lungo, dopo di che era
corso col cuore più leggiero a dare la felicità al signor Emanuele
Pool.